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Gli echi tormentosi nel romanzo “Gli occhi della Madre” dell’autrice Angela Kosta

In un’analisi parziale dell’opera e della consapevolezza creativa della poetessa e scrittrice Angela Kosta, esaminando alcune delle sue poesie dal punto di vista nel contenuto e struttura, abbiamo fornito un’interpretazione fenomenologica della sua personalità artistica, definendola come un noto fenomeno letterario nella letteratura albanese.

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Cover di Gli occhi della Madre

Redazione-  In un’analisi parziale dell’opera e della consapevolezza creativa della poetessa e scrittrice Angela Kosta, esaminando alcune delle sue poesie dal punto di vista nel contenuto e struttura, abbiamo fornito un’interpretazione fenomenologica della sua personalità artistica, definendola come un noto fenomeno letterario  nella letteratura albanese. Le sue opere trasmettono con sensibilità e originalità il sentire del nostro tempo, attraverso varie forme espressive. (Il fenomeno letterario Angela Kosta – Gazeta Dielli, 19 febbraio 2025).

In questa autrice, la natura sembra aver raddoppiato i doni artistici. Non è solo una figura di rilievo nella poesia, ma anche una talentuosa romanziera, ispirata dalla curiosità, che ci ha donato opere che hanno viaggiato e continuano a viaggiare nel mondo.

Sebbene l’autrice lo definisca un thriller, il romanzo, in realtà è una storia realistica, o meglio, un’alternanza tra narrazione realistica e finzione. Alcuni elementi appartengono al mondo referenziale, dunque reale, mentre altri sono legati al mondo specifico della fantasia.
Il passaggio tra realtà e immaginazione è così fluido che il lettore con naturalezza, è portato a credere ad entrambe. In fondo, la verità del mondo, è lo stesso frutto della finzione.

I romanzi, che costituiscono un aspetto rilevante dell’opera di Angela Kosta, sono apprezzati per la loro straordinaria forza artistica, ricchi di metafore, ambiguità, e un’accurata enumerazione di dettagli descrittivi selezionati. Opere come “Anima prigioniera” (2003, ristampa 2024), “La collana magica” (2007), “Il milionario povero” (2017), “Oltre l’oceano” (2019), rappresentano un’esperienza originale, tanto nella scrittura quanto nei temi trattati.
Lo stile narrativo è prevalentemente classico, con una narrazione esterna e onnisciente che penetra nella struttura del racconto e nella psicologia dei personaggi. Anche i loro pensieri interiori emergono con forza, portando idee e messaggi potenti.

Il romanzo che prenderemo in esame in questa recensione si intitola “Gli occhi della madre”, pubblicato in Albania in lingua albanese nel 2025, in Turchia in lingua turca nel 2024 e di recente in Italia nella 2° edizione.

Questo libro occupa senza dubbio un posto speciale nel corpus letterario di Angela Kosta.

L’opera è stata insignita del terzo premio come romanzo thriller, dalla casa editrice KUBERA EDIZIONI. Nonostante sia stato pubblicato nel 2011 e scritto tanti anni prima, (quando l’autrice non aveva ancora la vasta esperienza artistica di oggi), il romanzo mantiene una forte attualità, grazie alla visione lucida e concreta della realtà che l’autrice ha saputo offrire.

Il romanzo si apre su un orizzonte filosofico che oscilla tra fenomenologia ed esistenzialismo, dove risalta un’intuizione strutturalista.

– Trascendenza oltre la ragione dell’irrazionalità

Il ruolo della famiglia, non dal punto di vista pedagogico ma filosofico, nell’ambito di una società aggressiva come quella odierna, risulta estremamente indebolito a causa dei rapporti diseguali tra essa e questa “società aggressiva”. Sotto la pressione di un clima sociale tanto distorto, la famiglia si vede costretta a incubare se stessa e a generare, suo malgrado, ibridi aggressivi che tendono a disintegrare quel poco di dominio che potrebbe esserle rimasto dal suo antico potere tradizionale.

I genitori sono attori immersi nel difficile gioco della vita: adattati, ipocriti, servili, giusti e onesti, codardi; sono individui di questa società che conserva una purezza umana ma al tempo stesso è corrosa nella sua dimensione morale. Figure di questo tipo assorbono e trasmettono negatività ai figli, futuri individui di una società che sembra riprodurre, ciclicamente, i propri fallimenti.

Il romanzo “Gli occhi della madre”, in poche parole, narra la storia di un giovane trascurato e abbandonato dall’amore del padre, il quale, accecato da una catena di nevrosi che si susseguono come una maledizione senza via d’uscita, si trasforma in un assassino, giustificando ogni sua azione. La quantità di energia negativa che accumula dentro di sé cresce costantemente. Nek, prova un piacere ipertrofico nell’uccidere e nel pianificare gli omicidi, come se fossero l’anello fatale successivo di una catena inevitabile. Ha spezzato ogni ponte di comunicazione con le persone a lui care e non mostra il minimo desiderio di riflessione.

«Quella fredda notte di novembre aveva appena ucciso una donna, non perché la odiasse, ma perché la amava. Tutto ciò poteva sembrare follia, ma questa era la verità. Inoltre, l’omicidio di quella notte non era stato casuale; aveva pianificato tutto nei minimi dettagli e non provava alcun rimorso per aver realizzato quel desiderio che lo tormentava da così tanto tempo. Ciò che più lo stupiva in quel momento, era la freddezza e il modo con cui aveva ucciso la donna che amava. L’espressione del suo volto mentre cadeva a terra gli aveva regalato, anche in quell’istante, una sensazione di felicità.»

Sua madre, Isabela, osserva impotente il figlio Nek, cadere vittima della strada e delle cattive compagnie, senza riuscire a proteggerlo dagli effetti devastanti degli stupefacenti:
«Nek era entrato nella rete della droga e guadagnava molto denaro, in modo completamente diverso dal misero stipendio del fratello. Quello che Al riusciva a ottenere con il suo lavoro, faceva ridere Nek per tutto il tempo. Al, inseguiva ogni giorno gli spacciatori, ma non era abile come pretendeva loro padre, quando in realtà non riusciva a capire che il capo dell’organizzazione della banda viveva sotto lo stesso tetto con lui».

Le nevrosi di Nek derivano da inibizioni profonde (repressioni e oppressioni) vissute fin dall’infanzia. Da qui nasce l’istinto aggressivo, una predisposizione infantile con una componente bio-psico-somatica associativa. Nek rappresenta l’uomo come prodotto di circostanze determinate. Soffre della mancanza di fiducia reciproca, litiga per gelosia con il fratello Al, nonostante la presenza della madre che cerca inutilmente di placare i contrasti. Ma i suoi consigli cadono nel vuoto.

Il sentimento di rovina morale e di decadenza interiore di Nek, è espresso chiaramente.
Nel fratello vede tutto ciò che lui non potrà mai essere. Nek riesce a esprimersi pienamente solo attraverso la violenza e l’omicidio, e così l’autrice metaforizza la sua decadenza spirituale con l’attesa morbosa di una sensazione: sentire l’odore dei cadaveri.

«Lottando con sé stesso per trattenersi, era entrato in casa tremando di rabbia e gelosia, e quella stessa sera aveva pianificato la vendetta. Entrambi dovevano pagare a caro prezzo: Al, perché gli aveva distrutto il sogno, aveva baciato quelle labbra dolci che solo lui avrebbe dovuto assaporare; e Laura, perché aveva permesso che ciò accadesse».

Il romanzo si presenta come una cronaca nera, in cui emerge la trascendenza verso la logica dell’irrazionalità.
-Non c’è alcuna differenza tra odio e amore. Entrambi sono sentimenti profondi che nascono nello stesso istante e non svaniscono mai. Ti distruggono e ti fanno soffrire senza pietà, – disse cinicamente Nek.

– Non sono d’accordo! L’amore è molto diverso dall’odio, – avrebbe voluto dire Ralf, ma per non contraddirlo, cambiò argomento.

Il fatalismo, come un fermento oscuro, accompagna il lettore durante tutto il racconto, generando una sensazione angosciante.
Ma lo scopo del romanzo non è quello di analizzare lo stato d’animo di Nek. L’autrice non scorge alcuna finestra aperta nell’anima del protagonista.

«Preferiva morire piuttosto che vedere Gioi tra le braccia di Al, non perché suo fratello non avesse diritto di innamorarsi, ma semplicemente perché la donna che doveva essere sua non doveva appartenere a nessun altro. Sfortunatamente, contro la sua volontà, si ripresentava ancora una volta la stessa storia.»

E così, la dinamica degli eventi accelera il suo epilogo. La sua vita, come una micro sequenza, si conclude con il suicidio, subito dopo la condanna a morte inflittagli dalla giustizia.

«Isabela uscì dall’aula del tribunale chiedendosi come fosse riuscita a sopportare le udienze e la sentenza dell’ergastolo per suo figlio. Profondamente devastata nell’animo, si sedette su una panchina lì vicino, incapace di trattenere le lacrime. Quale madre potrebbe sopportare un dolore simile? Suo figlio avrebbe trascorso la vita in prigione, fino all’ultimo respiro. Stava entrando giovane e ne sarebbe uscito anziano. “Dove ho sbagliato nell’educare i miei figli?”, – si domandò, mentre dentro di sé ammetteva che vedeva il fallimento in Nek, ma la soddisfazione in Al.»

– Estetica del testo letterario

Le narrazioni in questo romanzo sono frutto di fantasia, soggette all’estetica del testo letterario. In quest’opera emerge il fatalismo di una realtà apatica e letale, costruita con molteplici tecniche ed effetti che danno vita a un testo di particolare espressività. Il significato del testo non deriva solo dalla lettura critica, ma nasce dal rapporto comunicativo instaurato con il lettore. Le relazioni tra le parti e il complesso dell’opera sono quasi organiche. Gli eventi si susseguono in ordine cronologico. L’autrice ha lavorato con piena professionalità, per ridurre il testo letterario alle sole strutture semi-narrative, senza impoverirlo.

Dal punto di vista della struttura formale, Kosta concepisce il testo estetico come una generalità, come un segno organizzato in unità funzionali all’interno dello spazio testuale. Siamo quindi di fronte a una concezione tipologica del testo, non a una semplice divisione in sequenze. Sono proprio le relazioni tra le suddivisioni testuali a rivelare un significato profondo e nascosto del testo.

Angela Kosta non applica un modello ex novo a ogni testo. Il testo è diviso in parti che hanno relazioni motivate tra loro. Nei rapporti logici tra testo e soggetto si distingue chiaramente il rapporto sensibile, gli echi angoscianti che il testo produce sul soggetto:

“Gioi: Nek mi ha minacciato con lo sguardo e si è arrabbiato molto quando ha saputo che sarei stata io la futura moglie di suo fratello.”
Ha estratto la pistola e, pensando che non doveva perdere tempo, ha detto:
– Mi dispiace davvero per quello che sto facendo, credimi, ma preferisco vederti morta piuttosto che vicino a un’altra persona che non ti ama quanto ti amo io.
– L’altra persona è tuo fratello. Rifletti su quello che stai facendo! – disse Gioi in fretta, cercando di farlo ragionare.
Lui aveva programmato di uccidere anche lei, perché solo così avrebbe potuto vivere in pace. Si era sentito sollevato quando aveva visto Letizia uscire dalla stanza…”

Il testo letterario è un catalizzatore delle manifestazioni di volontà, credenze e passioni. Trasforma i valori e, allo stesso tempo, libera momentaneamente il soggetto da un mondo eccessivamente oggettivato con cui non è in sintonia. Il pensiero artistico si esprime attraverso un legame strutturale e non esiste al di fuori di questo. Tale legame comprende tutti i livelli del testo: la locuzione, la frase e il paragrafo.

– Contesto sociale-psicologico e contrasti

Il romanzo è un quadro analitico della società contemporanea, dove i problemi socio-psicologici ribollono come in un grande calderone. In modo paradossale e estenuante, quest’opera crea un ritratto dell’Italia odierna, sospesa tra tradizione, ragione e nevrosi. I protagonisti sono eroi e vittime tra loro e nella società. L’impegno della scrittrice è di affermare i valori su cui dovrebbe fondarsi questa società. Al centro del romanzo si percepisce un messaggio di perfezione morale dell’uomo. L’autrice si è premurata di non cadere in uno schema sociologico. Pur non essendo il contesto di natura sociologica, la scrittrice lo osserva da una prospettiva semiotica, ossia attraverso i temi della forma, della comprensione e della comunicazione.
Le radici comuni che l’autrice scopre sono fenomeni culturali e semiotici.

I contrasti marcati e inconciliabili, che per l’autrice sono un elemento fondamentale non solo dello stile, ma anche della costruzione dell’opera, costituiscono l’asse semantico di questo lavoro. Questi contrasti servono a mettere in opposizione eventi, dati e personaggi tra loro, oltre a scoprire le contraddizioni all’interno degli stessi personaggi, eventi e dati. Il romanzo dimostra che il bene e il male sono realmente separati e distinguibili, ma in determinate circostanze sembrano aver fatto il nido all’interno dell’uomo, dell’evento o del dato.

– I confini diacronici della narrazione

“Gli occhi della madre” è un romanzo di neorealismo duro, con una narrazione intensamente drammatica. Il narratore esterno si immerge completamente nel testo, diventando un narratore lineare ma ricco di rotture, brevi svolte, e ritardi nel racconto, accompagnati da numerose osservazioni sia esterne che interne, che lo conducono al nucleo esistenziale dei personaggi, caratterizzati da comportamenti specifici e predefiniti.

I protagonisti sono Al, Nek, la madre, Gioi, Letizia, figure che si accettano reciprocamente o sono in profondo conflitto. L’opera si basa sul contrasto: da una parte Nek, dall’altra il fratello Al, la sua fidanzata Gioi, Letizia, Sindy e Fabio, portatori delle migliori virtù umane. (Sindy voleva porre fine alla relazione con Fabio, semplicemente per paura che le rovinasse la vita). Al, subisce delusioni dal tragico destino del fratello Nek, dal modello dell’autorità genitoriale, dalla morte in un luogo chiuso e in un circolo vizioso.

Nel contesto letterario dell’opera emerge un discorso narrativo. L’autrice ha scelto una narrazione lineare, ritmica, focalizzata sull’essenza, che con una sintesi di fatti offre il significato di una vita e delle prove da superare. L’autrice costruisce capitolo dopo capitolo il contrappunto, e il soggetto possiede tutte le modalità necessarie per portare a termine il programma narrativo, cioè realizzare l’atto.

Arrabbiato, deluso e amareggiato, Nek non riesce a sottomettersi alle leggi della famiglia e della società, cosa che lo spinge verso una catena di crimini. Anche il livello discorsivo è stabile, più vicino alla manifestazione, aggiungendo maggiore coerenza e decisione rispetto agli elementi previsti nelle strutture semi-narrative. L’autrice passa spesso dalle strutture profonde semi-narrative a quelle discorsive.

C’è un’articolazione logica del quadrato con le strutture narrative antropomorfe, così come le relazioni di affermazione e negazione si trasformano in rapporti di connessione e separazione tra soggetto – oggetto. In questa storia si osserva la trasformazione delle funzioni narrative in azioni e la sostituzione del fluire indefinito degli eventi con una collocazione precisa nello spazio e nel tempo.

La narrazione si concentra maggiormente sulla situazione pragmatica della produzione del discorso. Il racconto ha confini diacronici, cioè una definizione e una frequenza, un ritmo nella comparsa delle unità costitutive. La diacronia reale è singolativa anche nei testi di finzione, dove il racconto singolativo può emergere in qualsiasi momento all’interno di una sequenza ripetitiva, attraverso il gioco delle definizioni interne.

– Organizzazione semantica e approccio semiotico

L’intero contesto del romanzo è curato per amplificare o “narcotizzare” i diversi componenti semantici delle parole. La scrittrice considera l’organizzazione semantica delle unità di manifestazione strettamente dipendente dal contesto. Si orienta quindi verso una semantica testuale, poiché sono i testi nel loro insieme a determinare la composizione e la gerarchia delle unità più piccole.

I diversi componenti semantici si organizzano tra loro sia a livello frasale, cioè all’interno di una frase, sia a livello interfrasale, ossia su dimensioni più ampie della frase stessa. Sarebbe strano se in un testo composto da molte frasi nessun elemento semantico svolgesse la funzione di collante tra di esse. Attraverso l’isotopia, il “filo rosso” semantico che attraversa il testo, si garantisce la coerenza dello stesso.

Per ottenere questa coerenza semantica, all’autrice non basta ripetere di tanto in tanto alcune parole o unità semantiche. Le isotopie nel testo di Kosta sono spesso molteplici: isotopia tematica, figurativa, corporea, ma in questo romanzo si usa anche l’isotopia relazionale, cioè le relazioni familiari, amorose, psicologiche tra i protagonisti.

La scoperta delle diverse isotopie e delle loro relazioni ci conduce alle prime ipotesi sull’organizzazione profonda dei valori. Nel romanzo questa consapevolezza positiva si esprime in modo esplicito, mentre l’approccio semiotico ci permette di vedere chiaramente all’interno dell’opera.

Descrivere semioticamente gli stati d’animo, e non solo gli eventi fattuali, è la sfida della semiotica contemporanea. La dimensione pragmatica si intreccia completamente con quella cognitiva, cioè all’interno dei fenomeni di conoscenza, costruzione e manipolazione del sé e dell’altro.

La semiotica strutturale cerca di trattare in modo omogeneo i discorsi-oggetto e i loro contesti, elaborando così una semiotica delle situazioni, che è parte integrante della più ampia semiotica dell’azione.

Da: Arben Iliazi – Critico letterario albanese, giornalista, drammaturgo, poeta, saggista.

Arben Iliazi

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“L’Armonia dei Pensieri Discordanti”: la poesia senza filtri di Jacopo Bellan

  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

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Jacopo Bellan

Redazione-  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

Fin dal titolo, L’armonia dei pensieri discordanti suggerisce l’incontro tra elementi apparentemente inconciliabili. I pensieri, le emozioni e le inquietudini che spesso abitano l’essere umano possono infatti scontrarsi tra loro, creando un tumulto interiore difficile da spiegare. Jacopo Bellan sceglie di non soffocare quel tumulto, ma di trasformarlo in materia poetica.

Ne nasce un viaggio intenso e senza filtri nel cuore delle emozioni. Attraverso versi diretti, viscerali e profondamente partecipati, l’autore affronta il conflitto interiore, dando voce al dolore, all’amore, alla perdita e al desiderio di libertà. La parola poetica diventa così uno strumento di indagine, ma anche un luogo nel quale trovare il coraggio di essere fragili.

La raccolta non cerca di addolcire la realtà. Al contrario, sceglie di attraversarla nelle sue zone più irregolari e talvolta scomode. In questa dimensione, la poesia assume il valore di un gesto di verità e, allo stesso tempo, di ribellione: una ribellione contro le convenzioni, contro le maschere e contro tutto ciò che impedisce all’individuo di esprimere fino in fondo la propria identità.

Bellan costruisce uno spazio letterario nel quale la fragilità non rappresenta una debolezza, ma può trasformarsi in bellezza. Una bellezza imperfetta, inquieta e autentica, capace di coinvolgere e scuotere il lettore. È proprio questa la forza di L’armonia dei pensieri discordanti: quella di parlare a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito fuori asse rispetto al mondo, incapace di riconoscersi completamente nelle regole e nei ritmi imposti dalla quotidianità.

La poesia diventa dunque uno specchio. Non offre necessariamente risposte, ma invita a guardare dentro se stessi, ad accogliere anche le contraddizioni e a riconoscere che persino dai pensieri più discordanti può nascere una forma di armonia.

L’armonia dei pensieri discordanti è, in definitiva, una raccolta destinata a chi cerca nella poesia qualcosa di più di una semplice esperienza letteraria. È un libro per chi desidera incontrare parole capaci di lasciare un segno, di provocare una riflessione e di raccontare la complessità dell’essere umano senza filtri.

Perché, forse, è proprio quando smettiamo di nascondere le nostre dissonanze che possiamo finalmente ascoltare la musica più vera della nostra anima.

Jacopo Bellan

INTERVISTANDO…

JACOPO BELLAN: «LA POESIA È UN LUOGO DOVE L’ANIMA PUÒ ESSERE LIBERA»

Jacopo, la poesia occupa un posto centrale nel Suo percorso creativo e umano. Che cosa rappresenta per Lei la poesia?

 

Per me la poesia è innanzitutto libertà. È il luogo in cui posso lasciare che i pensieri prendano forma senza costringerli all’interno di schemi prestabiliti. Scrivere poesia significa ascoltarsi profondamente, accogliere le emozioni e trasformarle in parole. Credo che ogni verso nasca da qualcosa di autentico e che, proprio per questo, possa raggiungere anche il cuore degli altri.

Nel Suo modo di scrivere emerge una forte componente introspettiva. Quanto è importante guardarsi dentro?

È fondamentale. Viviamo spesso in una società che ci porta a correre continuamente, lasciandoci poco tempo per fermarci e ascoltare ciò che accade dentro di noi. L’introspezione richiede coraggio, perché significa confrontarsi anche con le proprie fragilità, con le paure e con le contraddizioni. Tuttavia, penso che sia proprio attraverso questo percorso che possiamo conoscerci davvero.

 

L’armonia dei pensieri discordanti sembra suggerire che persino le contraddizioni possano trovare una loro armonia. È così?

Assolutamente sì. Dentro ciascuno di noi convivono emozioni e pensieri spesso discordanti. Possiamo amare e soffrire, desiderare qualcosa e contemporaneamente averne paura. Non credo che dobbiamo necessariamente eliminare queste contraddizioni. Dobbiamo piuttosto imparare ad accoglierle e comprenderle. Forse l’armonia non consiste nell’assenza di conflitto, ma nella capacità di convivere con le diverse parti di noi stessi.

 

Parliamo dell’amore, uno dei sentimenti più universali e complessi. Quale posto occupa nella Sua poesia?

L’amore occupa uno spazio molto importante. È una forza capace di cambiare profondamente una persona. Non parlo soltanto dell’amore tra due persone, ma anche dell’amore per la vita, per la famiglia, per ciò in cui crediamo e persino per noi stessi. Amare significa anche esporsi, diventare vulnerabili, rischiare. Ma credo che sia proprio questa vulnerabilità a rendere l’amore così profondamente umano.

Secondo Lei, qual è il vero senso della vita?

È una domanda alla quale probabilmente ogni persona dà una risposta diversa. Per quanto mi riguarda, credo che il senso della vita sia strettamente legato ai valori autentici. La sincerità, il rispetto, la gratitudine, la gentilezza e la capacità di amare rappresentano per me punti di riferimento fondamentali. Spesso cerchiamo la felicità in ciò che è lontano o straordinario, dimenticando che molte delle cose più importanti sono già accanto a noi.

 

Nei Suoi pensieri e nella Sua sensibilità poetica, la nuvola assume un significato particolare, diventando simbolo di libertà. Perché?

La nuvola è libera. Non conosce confini e non rimane ferma in un unico luogo. Si muove, cambia forma, attraversa il cielo. In qualche modo rappresenta il desiderio che ogni essere umano porta dentro di sé: quello di sentirsi libero di essere ciò che realmente è. Guardare una nuvola può sembrare un gesto semplice, ma per me significa ricordare che non tutto deve essere programmato e controllato. A volte bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dal vento della vita.

Proprio la semplicità sembra essere uno dei valori più importanti nel Suo modo di guardare il mondo. Vero?

Sì, credo profondamente nella bellezza della semplicità. Un sorriso sincero, una parola gentile, un momento trascorso con una persona cara possono avere un valore immenso. Spesso inseguiamo cose sempre più grandi, dimenticando di apprezzare ciò che abbiamo. La semplicità, per me, non è mancanza di profondità. Al contrario, può essere una delle forme più alte di autenticità.

La Sua raccolta ha potuto contare sul lavoro e sulla sensibilità della donna che l’ha curata per Bertoni Editore. Quanto è importante per Lei esprimerLe gratitudine?

È molto importante. Dietro un libro non c’è mai soltanto l’autore. Ci sono persone che credono in un progetto, che lo accompagnano e che contribuiscono a renderlo realtà. Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine alla donna che ha curato la mia raccolta per Bertoni Editore: Claudia Belli. Il suo lavoro, la sua attenzione e la fiducia dimostrata nei confronti della mia poesia rappresentano per me qualcosa di prezioso. La gratitudine è un sentimento che dovremmo imparare a manifestare più spesso.

 

Questo è il Suo secondo volume. Che cosa prova davanti a questo nuovo importante traguardo?

Provo una grande gioia e anche un profondo orgoglio. Arrivare al secondo volume significa proseguire un percorso, credere ancora nella propria voce e avere il coraggio di condividere una parte di sé con gli altri. Ogni libro rappresenta un pezzo di vita, un momento del proprio cammino. Per questo guardo a questo secondo volume con grande emozione e con la speranza che possa arrivare alle persone giuste.

 

 

Questa esperienza La porta anche a credere che i sogni possano davvero diventare realtà?

Sì, assolutamente. Credo che ogni sogno meriti almeno una possibilità. Non sempre il percorso è semplice e spesso ci sono momenti in cui tutto sembra difficile o lontano. Ma penso che la determinazione, la passione e la capacità di continuare a credere in ciò che desideriamo possano fare una grande differenza. Questo secondo volume mi rende orgoglioso proprio perché rappresenta anche la dimostrazione personale che non bisogna smettere di credere nei propri sogni.

La poesia può nascere dalla felicità, ma molto spesso sembra trovare la sua voce più potente nelle ferite. Secondo Lei, per scrivere versi autentici è necessario aver conosciuto il dolore?

Non credo che il dolore sia una condizione necessaria per scrivere, ma penso che le esperienze difficili ci costringano spesso a guardarci dentro con maggiore sincerità. La felicità ci apre al mondo, mentre il dolore, talvolta, ci riporta verso noi stessi. Tuttavia, ogni emozione può diventare poesia quando viene vissuta profondamente. La vera autenticità, forse, non nasce dalla sofferenza, ma dal coraggio di non mentire a se stessi.

 

Viviamo in un tempo in cui tutto corre velocemente, mentre la poesia richiede ascolto, silenzio e profondità. Non pensa che scrivere poesia oggi sia anche una forma di ribellione?

Sì, credo che possa esserlo. Fermarsi in un mondo che corre è già, in qualche modo, un gesto rivoluzionario. La poesia ci invita ad ascoltare ciò che spesso ignoriamo: un’emozione, un ricordo, una paura o persino un silenzio. Scrivere versi oggi significa anche difendere uno spazio interiore che nessuno dovrebbe poterci togliere. In questo senso, la poesia è libertà, ma anche resistenza contro la superficialità.

 

Se potesse incontrare il Jacopo Bellan di qualche anno fa e consegnargli una sola pagina del Suo secondo libro, quale messaggio vorrebbe affidargli?

Gli direi di non smettere di credere nella propria voce, nemmeno quando sembra troppo debole per essere ascoltata. Gli direi che arriveranno momenti di dubbio, di paura e forse anche di solitudine, ma che proprio quei momenti contribuiranno a costruire ciò che sarà. E poi gli direi di continuare a sognare, perché un giorno si volterà indietro e scoprirà che alcuni sogni, quelli custoditi con più ostinazione e amore, possono davvero diventare realtà.

Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori e a chi custodisce ancora un sogno nel cuore, che cosa direbbe?

Direi di non avere paura di essere se stessi. Di ascoltare la propria voce, anche quando sembra diversa da quella degli altri. Di custodire i valori autentici, di amare, di essere grati e di non smettere mai di cercare la bellezza nelle cose semplici. E soprattutto, direi di continuare a sognare. Perché ogni grande realtà, prima di esistere, è stata il sogno di qualcuno.

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

Alla fine di questo viaggio tra parole, emozioni e silenzi, emerge il ritratto di un poeta che non cerca risposte assolute, ma continua a interrogare la vita con la sincerità di chi sa ancora meravigliarsi. Jacopo Bellan affida alla poesia il compito di raccogliere i pensieri discordanti dell’anima e di trasformarli in un’armonia possibile, fragile eppure profondamente autentica.

Forse è proprio qui che si nasconde uno dei significati più profondi dell’esistenza: imparare ad accogliere le nostre contraddizioni, senza rinnegarle, riconoscendo nel dubbio un’occasione di crescita e nella fragilità una forma di forza. Come una nuvola che attraversa il cielo senza conoscere confini, anche l’essere umano è chiamato a cercare la propria libertà, senza dimenticare mai le radici dei valori autentici che rendono il cammino degno di essere vissuto.

L’amore, la gratitudine, la semplicità e la capacità di guardarsi dentro diventano così le coordinate di un viaggio che non ha una meta definitiva. Perché vivere, forse, non significa trovare tutte le risposte, ma imparare a custodire le domande più importanti.

E mentre i sogni continuano a indicare la strada verso ciò che ancora non esiste, la poesia di Jacopo Bellan ricorda che nessun desiderio è troppo lontano quando viene nutrito dalla passione, dalla perseveranza e dal coraggio di credere.

Perché ogni sogno, prima di diventare realtà, è stato soltanto un pensiero libero nel cielo. E, proprio come una nuvola, ha avuto bisogno del coraggio di lasciarsi trasportare dal vento.

 

JACOPO BELLAN

In foto l’autore del libro

 

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

 

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

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La magia più grande d’Europa atterra a Sora dopo dieci anni d’attesa: l’Imperial Royal Circus accende il sogno tra Transformers, giganti della savana e l’abbraccio della solidarietà

Sora si prepara a vivere un sogno ad occhi aperti che manca da 10 anni! 🎪🦁 Dal 18 al 27 settembre via Barca San Domenico ospita l’Imperial Royal Circus, uno dei colossi più grandi d’Europa con 100 animali straordinari, la Giraffa Reale e 10 record mondiali. Un’esperienza pazzesca tra la fantascienza della Donna Laser, i veri Transformers e le risate del Clown Ridolini, unita al grande cuore del progetto solidale “Un sorriso per tutti” per i bambini negli ospedali. Prezzi bloccati a partire da 7€ su BigliettoPrenotato per la prima serata: correte a leggere tutte le date e i dettagli nell’articolo! 👇❤️✨

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Domatore

Sora (FR) – Ci sono carovane che non trasportano semplicemente strutture, costumi e scenografie, ma che viaggiano cariche di un patrimonio immenso fatto di stupore, risate senza tempo e pura poesia visiva. Per la città di Sora l’attesa è finalmente finita: dopo ben dieci anni di assenza dalle piazze del territorio, il grande spettacolo del circo si appresta a fare il suo trionfale e storico ritorno in grande stile. Dal 18 al 27 settembre 2026, per la prima volta in assoluto nella sua gloriosa storia ultracentenaria, l’Imperial Royal Circus — unanimemente riconosciuto come uno dei complessi circensi più maestosi, importanti e imponenti d’Europa — allestirà la sua gigantesca ed elegante tensostruttura in via Barca San Domenico, all’interno dell’area parcheggio della fiera, trasformando il cuore del Frusinate in un’oasi di pura meraviglia.

Diretto con viscerale passione da Rodolfo Dell’Acqua, esponente di una delle dinastie storiche più amate e rispettate della nobile arte circense italiana, questo colosso dell’intrattenimento mette in scena un’eccellenza senza precedenti. Lo show, pluripremiato nei festival più prestigiosi del mondo come il Festival Internazionale del Circo di Montecarlo, vanta numeri da capogiro: dieci record mondiali in pista e oltre due milioni di spettatori entusiasti registrati in diverse nazioni. Un viaggio sensoriale totale che scuote le coscienze e accende i cuori, regalando a grandi e piccini un’esperienza estetica e conoscitiva che rimarrà impressa a lungo nella memoria collettiva.

Dalla fantascienza di Las Vegas al brivido della Ruota della Morte: attrazioni mai viste

Il cartellone di questa straordinaria tournée a Sora si preannuncia stellare, un perfetto equilibrio tra la sacralità della tradizione e le tecnologie d’avanguardia di ultima generazione, supportate da un service di luci e scenografie rivoluzionario. In esclusiva assoluta per la pista italiana, il pubblico potrà assistere ad attrazioni mozzafiato che sfidano le leggi della fisica: dalle evoluzioni estreme e senza limiti degli acrobati sulla leggendaria Ruota della Morte, fino al brivido metallico dei motociclisti sudamericani nel Globo della Morte. Direttamente da Las Vegas arriverà l’ipnotico show della spettacolare Donna Laser, mentre dall’America sanchirà il suo debutto il vero Transformers Bumblebee, un’autentica macchina robotica capace di trasformarsi sotto gli occhi sbalorditi della platea.

I veri protagonisti dell’arena restano però gli splendidi animali che compongono il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, un’immensa e fiera carovana che conta ben 100 straordinari esemplari che vivono in totale simbiosi, rispetto e amore con gli addestratori, tra cui spiccano Denny Montico e Carlos Gaona con i loro maestosi leoni e tigri. Durante l’intervallo dello spettacolo, i visitatori potranno ammirare da vicino i giganti della savana: dall’elegantissima e altissima Giraffa Reale all’imponente ippopotamo, fino all’alta cavalleria araba curata da Enis Royal, ai bisonti e a esotiche rarità. Il tutto sarà amalgamato dal ritmo incalzante dello speaker Luca Tritta e dalla comicità pura di Elder, il Clown Ridolini, lo showman più amato d’Italia capace di trascinare la platea in una risata liberatoria.

“Un sorriso per tutti”: il grande cuore solidale della famiglia Dell’Acqua

Ma l’Imperial Royal Circus non è solo una macchina da record e intrattenimento; la sua vera forza risiede in un’anima calda, solidale e profondamente empatica. La permanenza a Sora sarà infatti illuminata dal nobile progetto di solidarietà battezzato “UN SORRISO PER TUTTI”, un’iniziativa nata dal desiderio intimo della famiglia Dell’Acqua di portare un momento di gioia, stupore e leggerezza a tutti quei bambini che affrontano ogni giorno sfide difficili nei reparti pediatrici degli ospedali italiani. In stretta collaborazione con le strutture sanitarie locali e le associazioni di volontariato, il circo organizzerà incontri speciali con i clown, i personaggi fantastici e gli artisti, per donare spensieratezza a chi ne ha più bisogno.

Il debutto ufficiale è fissato per venerdì 18 settembre con due spettacoli pomeridiani e serali alle ore 17:30 e alle 21:00. Il medesimo orario verrà rispettato per quasi tutta la durata della permanenza (sabato 19, lunedì 21, martedì 22, giovedì 24, venerdì 25 e sabato 26 settembre). Per le domeniche 20 e 27 settembre sono invece previsti due appuntamenti pomeridiani d’eccezione, alle ore 16:00 e alle 18:30, mentre mercoledì 23 settembre la carovana osserverà un meritato giorno di riposo. Per i biglietti e le imperdibili promozioni, l’organizzazione invita a consultare la piattaforma specializzata www.bigliettoprenotato.it (con speciali ticket da soli 7 euro validi esclusivamente per la serata del debutto), il sito ufficiale del circo o i canali social. Regalatevi una notte di pura magia a Sora: lasciatevi cullare dal respiro unanime della pista, perché il circo è l’unico posto al mondo dove i sogni osano volare alto.

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Lifestyle

Ewa Spadlo, una vita tra teatro, cinema e arte

Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

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Ewa Spadlo

Redazione-  Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

Il desiderio di approfondire ulteriormente il linguaggio della recitazione la conduce successivamente in Polonia, presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia, allora diretta da Jerzy Stuhr. Un’esperienza che contribuisce ad arricchire il suo bagaglio professionale e a consolidare il rapporto con la propria terra d’origine.

Nel corso della sua carriera Ewa Spadlo ha avuto l’opportunità di lavorare con importanti registi polacchi, tra i quali Tadeusz Bradecki. Con lo spettacolo “Il Pozzo”, diretto da Bradecki, è protagonista di una produzione presentata in anteprima al Mittelfest di Cividale del Friuli.

Ma il suo percorso professionale si sviluppa con grande intensità anche in Italia. Tra le collaborazioni più significative figura quella con Giorgio Marini nello spettacolo “Lady in the Dark”, musical di Kurt Weill realizzato in occasione della riapertura del Teatro Massimo di Palermo.

Accanto a Eros Pagni lavora inoltre a un progetto teatrale diretto da Giuseppe Di Leva su testi di Achille Campanile. Con la compagnia di Paolo Rossi prende parte allo spettacolo “Questa sera si recita Molière”, portato in scena non soltanto in Italia ma anche in Polonia, nell’ambito del Molière Festival di Cracovia.

Il talento di Ewa Spadlo non si esprime esclusivamente attraverso il teatro. Anche il cinema entra a far parte del suo percorso professionale: prende infatti parte al film “La banda dei Babbi Natale”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, diretto da Paolo Genovese.

Nel 2002 fonda, insieme al regista Stefano Francesco Alleva, l’Associazione Culturale Harvey. Da quel momento prende parte a diversi progetti e spettacoli, tra i quali “In alto mare” e “Tempo di scirocco – Omaggio a Ernesto Ragazzoni”, presentati in anteprima rispettivamente alle edizioni 2009 e 2010 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “A piedi nudi nel parco”, che debutta nell’ambito del Festival di Spoleto, confermando ancora una volta il forte legame professionale e artistico con uno dei più importanti appuntamenti culturali italiani.

Parallelamente all’attività di attrice, Ewa Spadlo si dedica con costanza anche alla formazione teatrale attraverso attività laboratoriali, trasmettendo esperienze, conoscenze e sensibilità alle nuove generazioni e a quanti desiderano avvicinarsi al linguaggio della scena.

Un percorso, il suo, caratterizzato anche dalla versatilità. Madrelingua polacca, parla italiano e inglese e possiede diverse competenze che spaziano dall’equitazione alla scherma, dallo sci alla vela, fino al pianoforte e al canto.

Ewa Spadlo, il suo percorso professionale si è sviluppato tra Polonia e Italia. Quanto hanno influenzato queste due realtà culturali la sua formazione e la sua identità artistica?

«La Polonia e l’Italia rappresentano due parti molto importanti della mia vita e del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di formarmi e lavorare in entrambi i Paesi, entrando in contatto con sensibilità, tradizioni teatrali e linguaggi differenti. Credo che proprio questo confronto continuo abbia contribuito a rendere il mio percorso più ricco e articolato. Ogni esperienza ha lasciato dentro di me qualcosa di importante».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti registi e attori e ha partecipato a spettacoli presentati in contesti prestigiosi. Qual è il valore umano e professionale che queste esperienze le hanno lasciato?

 

«Ogni incontro è stato una grande occasione di crescita. Lavorare accanto a professionisti di grande esperienza significa osservare, ascoltare e continuare a imparare. Il teatro è un’arte profondamente collettiva e credo che il confronto con gli altri rappresenti una delle sue ricchezze più grandi. Ogni regista, ogni attore e ogni produzione hanno contribuito, in modo diverso, alla costruzione del mio percorso».

Lei è attrice e regista, ma si dedica anche alla formazione teatrale. Che cosa cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro con le persone che si avvicinano al teatro?

«Il teatro non è soltanto una professione o una forma di spettacolo. Può diventare anche uno straordinario strumento di conoscenza personale e di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro teatrale cerco di trasmettere l’importanza dell’ascolto, della presenza e dell’autenticità. Credo che ogni persona possieda un proprio mondo interiore e che il teatro possa aiutarla a scoprirlo e a esprimerlo».

 

La carriera di Ewa Spadlo racconta dunque il percorso di un’artista internazionale che ha saputo trasformare la propria formazione in un continuo viaggio attraverso culture, palcoscenici e linguaggi differenti.

Dalla Polonia all’Italia, dalle aule delle più prestigiose scuole d’arte drammatica ai grandi teatri, dal cinema alla formazione, il suo cammino professionale testimonia la forza di un’arte capace di superare i confini geografici.

Ewa Spadlo continua così – giorno dopo giorno – a muoversi tra interpretazione, regia e formazione, portando con sé un patrimonio di esperienze maturate nel corso degli anni. Perché il teatro, prima ancora di essere un palcoscenico, è un luogo dell’anima: uno spazio nel quale l’essere umano incontra se stesso e, attraverso una storia, riesce a parlare al mondo.

Ewa Spadlo

Dietro l’artista c’è una donna che guarda alla vita con profondità, ponendo al centro della propria esistenza la famiglia, la fede, l’amore e quei valori che, nella frenesia della contemporaneità, sembrano talvolta smarrirsi. Ewa Spadlo non racconta soltanto un percorso professionale costruito tra Polonia e Italia, teatro e cinema, ma una storia umana nella quale l’arte diventa anche occasione di incontro, condivisione e rinascita.

La sua carriera, sviluppatasi nel segno della formazione e del rigore professionale, si intreccia profondamente con la dimensione privata. Il marito, i figli, le amicizie, la fede in Dio e il legame con le proprie radici rappresentano punti fermi di un cammino che non separa la professione dalla vita, ma cerca costantemente un equilibrio autentico tra le due dimensioni.

Ne nasce un racconto fatto di memoria e futuro, di luoghi e affetti, di grandi incontri e di esperienze capaci di lasciare un segno indelebile.

Ewa, dopo un percorso così ricco di esperienze artistiche e umane, che cosa rappresenta oggi per Lei il senso più profondo della vita?

«Credo che il senso della vita sia profondamente legato alla capacità di amare, di costruire relazioni autentiche e di non perdere mai il contatto con ciò che realmente conta. Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra scorrere velocemente e nel quale spesso si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza. Per me, invece, è fondamentale cercare di restare fedeli alla propria coscienza e alla propria verità, affrontando la realtà con sincerità e gratitudine».

Ewa Spadlo

In questa visione, quale posto occupa la famiglia?

«La famiglia è il mio porto, il luogo degli affetti più profondi e delle responsabilità più importanti. Mio marito e i miei figli rappresentano una parte essenziale della mia vita. L’amore familiare non significa soltanto condividere i momenti belli, ma esserci nei passaggi più complessi, crescere insieme e imparare a sostenersi reciprocamente. È una presenza che dà forza e significato al mio cammino».

 

Quanto è importante per Lei l’amore per suo marito e per i suoi figli?

«È qualcosa che non considero separato dalla mia identità. Prima ancora della professione, dei riconoscimenti e dei progetti, esistono le persone che amo. La famiglia mi ha insegnato il valore della condivisione e della presenza. Credo che amare significhi soprattutto assumersi la responsabilità di esserci, ogni giorno, con sincerità».

La sua carriera è stata costruita attraverso anni di studio, formazione e lavoro. Quanto conta per Lei il rigore professionale?

«Conta moltissimo. Il talento, se esiste, deve essere accompagnato dallo studio, dalla disciplina e dal rispetto per il proprio lavoro e per quello degli altri. Ho sempre considerato la professione artistica come qualcosa che richiede grande serietà. Dietro uno spettacolo o un film ci sono preparazione, sacrificio e lavoro quotidiano. Il rigore non limita la creatività: al contrario, le offre basi solide sulle quali potersi esprimere liberamente».

Viviamo in una società che sembra aver smarrito alcuni valori fondamentali. Quali ritiene siano quelli che oggi dovremmo riscoprire?

«Purtroppo credo che oggi rischiamo di perdere il valore della parola data, del rispetto, dell’ascolto e della gentilezza. Sono valori semplici solo in apparenza. Credo sia necessario tornare a dare importanza alle relazioni umane, alla solidarietà e alla capacità di guardare l’altro non come un ostacolo o uno strumento, ma come una persona. Forse abbiamo bisogno di rallentare e di ricordarci che ciò che possediamo davvero sono i rapporti che siamo riusciti a costruire».

Ewa Spadlo

Lei nutre un particolare affetto per San Francesco d’Assisi e per il mondo francescano. Da dove nasce questo legame?

«San Francesco rappresenta per me una figura di straordinaria forza spirituale e umana. Il suo messaggio conserva una grande attualità perché parla di semplicità, fratellanza, rispetto per il creato e amore per ogni essere umano. Sono valori che sento profondamente vicini alla mia sensibilità».

Vi sono anche due francescani ai quali Lei è particolarmente legata, che hanno avuto un ruolo speciale nella sua famiglia?

«Sì, sono due persone alle quali sono profondamente legata e che hanno avuto un posto importante nella nostra vita familiare. Il fatto che siano diventati padrini alla Cresima di mio figlio rappresenta un legame che va ben oltre un momento formale o religioso. È il segno di una relazione costruita sulla fiducia, sull’affetto e sulla condivisione di un percorso umano e spirituale».

 

Quanto è importante la fede in Dio nel suo modo di affrontare la realtà?

«La fede rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Non significa vivere lontani dalla realtà, ma, al contrario, cercare di affrontarla con maggiore autenticità e consapevolezza. Credere in Dio mi aiuta a non perdere la speranza, anche quando la vita presenta momenti difficili, e a guardare le persone e le situazioni con uno spirito di maggiore apertura».

 

Lei è nata in Polonia, ma è cresciuta artisticamente e professionalmente anche in Italia. Come convivono dentro di Lei questi due mondi?

«La Polonia rappresenta le mie radici, il luogo della nascita, della memoria e di una parte fondamentale della mia identità. L’Italia è invece il Paese nel quale sono cresciuta e nel quale ho costruito gran parte della mia vita e del mio percorso professionale. Non ho mai vissuto queste due appartenenze come qualcosa di contrapposto. Al contrario, credo che entrambe abbiano contribuito a formarmi».

Tra i ricordi legati alla Polonia ce n’è uno che conserva con particolare emozione: quello di San Giovanni Paolo II.

«Il ricordo di Giovanni Paolo II è per me indelebile. È stato una figura capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia della Polonia e della Chiesa, ma nel cuore di milioni di persone. La sua presenza, la sua forza e il suo messaggio rappresentano qualcosa che continua a vivere nella memoria e nella coscienza di chi ha avuto modo di sentirne l’importanza».

Tra le esperienze più significative della sua vita vi sono anche due anni trascorsi insieme a suo marito e ai suoi figli all’interno di una comunità per persone con dipendenze. Che cosa ha rappresentato per voi questa esperienza?

«È stata un’esperienza umana profondissima, che abbiamo vissuto insieme come famiglia. Per due anni abbiamo condiviso una parte importante della nostra quotidianità con persone che stavano attraversando momenti di grande sofferenza e fragilità. Abbiamo cercato di portare il nostro amore per il teatro e per il cinema all’interno di quella realtà, condividendo ciò che sappiamo fare con persone che, in quel momento, avevano bisogno soprattutto di essere ascoltate e considerate nella loro dignità».

Che cosa le ha insegnato il contatto con queste persone?

«Mi ha insegnato ancora di più a non giudicare. Dietro ogni sofferenza esiste una storia che merita di essere ascoltata. L’arte, in quel contesto, non rappresentava semplicemente un’attività, ma poteva diventare un momento di libertà, di espressione e di condivisione. Abbiamo ricevuto forse più di quanto siamo riusciti a dare».

 

Un capitolo importante della sua formazione è rappresentato dalla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e dei suoi compagni di allora?

«Conservo ricordi meravigliosi dei miei amici e compagni della Paolo Grassi. Sono stati anni di formazione intensa, di incontri, di scoperte e di crescita. La scuola è stata molto più di un luogo nel quale imparare un mestiere. Per me rappresenta un contenitore meraviglioso, fatto di nascita e rinascita, nel quale tante individualità, storie e sensibilità si sono incontrate per trasformarsi e crescere insieme».

Che cosa resta oggi di quella giovane donna che entrò alla Paolo Grassi con il desiderio di fare dell’arte la propria strada?

«Credo sia rimasta la stessa curiosità, lo stesso desiderio di continuare a imparare e a mettermi in discussione. Gli anni e le esperienze ci cambiano, ma è importante non perdere la capacità di meravigliarsi e di ricominciare. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che il teatro e la vita continuano a insegnarmi».

Ewa Spadlo

Ewa Spadlo racconta la propria vita con la consapevolezza di chi ha attraversato luoghi, esperienze e incontri diversi senza mai rinunciare alla ricerca della propria autenticità.

Attrice e regista, donna profondamente legata alla famiglia e alla fede, figlia della Polonia e cittadina dell’Italia che l’ha accolta e formata, il suo percorso testimonia come l’arte possa essere molto più di una professione.

Può diventare un ponte. Può entrare nei luoghi della sofferenza. Può accompagnare le persone nei momenti di fragilità. Può creare relazioni e, talvolta, contribuire a una rinascita.

In un tempo che corre velocemente e nel quale il successo rischia spesso di essere misurato soltanto attraverso l’apparenza, la storia di Ewa Spadlo richiama invece il valore della profondità: quella costruita nel rigore del lavoro, custodita negli affetti familiari, alimentata dalla fede e rinnovata, giorno dopo giorno, attraverso l’incontro con l’altro.

Perché, forse, il senso più autentico della vita non consiste soltanto nel raggiungere un traguardo, ma nel riconoscere chi cammina accanto a noi, nel custodire i valori che ci rendono umani e nel continuare, nonostante tutto, a credere nella possibilità di una nuova rinascita.

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