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Liliana Pere intervista Angela Kosta: a cuore aperto con la “voce” internazionale della cultura e delle donne

Da instancabile intervistatrice a protagonista assoluta! 🌟 In questa intervista esclusiva a cura di Liliana Pere (“Prestige”), la Dott.ssa Angela Kosta si racconta a cuore aperto. Dal difficile percorso come immigrata in Italia alla durissima lotta di cinque anni contro la malattia, fino alla trionfale rinascita, ai libri pubblicati e ai prestigiosi premi ricevuti dal Parlamento Europeo e dal Quirinale. Una donna straordinaria, colonna portante della cultura e della lotta per i diritti femminili. Leggi l’emozionante intervista integrale! 📚 🌸 ✍️

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Pere, Kosta

Cultura e Società – Chi segue le nostre pagine è abituato a leggere il suo nome in calce a interviste meravigliose, in cui con delicatezza e maestria riesce a tirare fuori l’anima degli artisti e dei letterati di tutto il mondo. Ma oggi, per una volta, i ruoli si invertono. I riflettori si accendono proprio su di lei: la Dott.ssa Angela Kosta, infaticabile promotrice culturale internazionale, traduttrice, poetessa e scrittrice di altissimo spessore.

In questa intervista esclusiva condotta da Liliana Pere (stimata editrice della rivista “Prestige”), Angela si mette a nudo raccontando il suo percorso a ostacoli: dall’arrivo in Italia come immigrata alle porte chiuse in faccia, dalla durissima battaglia di cinque anni contro una grave malattia, fino alla trionfale rinascita e ai riconoscimenti mondiali (tra cui quelli conferiti dal Parlamento Europeo e dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella). Una donna che non si è mai arresa, che ha fatto della scrittura il suo ossigeno e che oggi si batte come una leonessa per i diritti e la valorizzazione di tutte le donne. Scopriamo insieme il meraviglioso mondo interiore di Angela Kosta.


L. Pere: Benvenuta Angela. Da quanti anni scrivi e cosa rappresenta la scrittura per te?

A. Kosta: La mia passione per la scrittura è iniziata quando avevo sei anni. Ero in prima elementare e, appena imparai a scrivere e leggere, dedicai la mia prima poesia in assoluto a madre Sofia. Alcuni giorni dopo ne scrissi un’altra dedicata alla mia Patria; da lì non ho più abbandonato la penna. Scrivevo ovunque mi trovassi; mi bastava un pezzo di carta per mettere giù i versi e tutto ciò che attirava la mia attenzione. Tutte quelle bozze, nel corso degli anni, sono diventate liriche, poemi, prose, novelle, saggi e infine anche romanzi. Mi piace scrivere perché mi serve anche come cura: è uno sfogo, un modo per esternare ciò che il nostro inconscio trattiene. Nonostante al giorno d’oggi la tecnologia abbia fatto molti progressi, adoro ancora scrivere sulla carta per poi trascrivere tutto sul computer. Lo faccio perché, scrivendo sul foglio, lascio libera la mia mente di immaginare, vagare, esplorare, conoscere a fondo l’immaginabile e l’impossibile… e questo per me è un passaggio fondamentale. Dopo una lunga pausa di quasi cinque anni per gravi motivi di salute, ho ricominciato a scrivere, rimanendo a stretto contatto con autori di romanzi e libri di poesie, sia italiani che albanesi. La scrittura rappresenta il mio mondo interiore in ogni singolo istante. Scrivere è il mio ossigeno. Senza di esso è come se non vivessi, non mangiassi, non bevessi, non dormissi.

L. Pere: Com’è cresciuto il tuo percorso nella scrittura e nella formazione?

A. Kosta: Ormai è da più di 25 anni che scrivo e pubblico libri, sia in Italia che nel mio paese nativo, l’Albania. Nel lungo percorso della scrittura, la formazione avviene gradualmente, facendo maturare in noi la penna e i pensieri. Quand’ero piccola c’erano tanti scrittori albanesi che adoravo, ma in particolar modo mi attraevano tantissimo i libri di Jules Verne. Rimanevo affascinata dal meraviglioso mondo sottomarino.

L. Pere: Descrivi la tua giornata lavorativa. Fai molte ricerche? Hai qualcosa che ti è rimasta nel cuore?

A. Kosta: La mia giornata di lavoro inizia con le traduzioni in lingua italiana, albanese o bilingue. Oltre a ciò, faccio editing e correzioni. Promuovo e pubblico autori su tanti giornali e riviste con cui collaboro da tanto tempo, selezionando poeti di alto livello da tutto il mondo. Inoltre, mi dedico alla ricerca delle ultime novità sulla letteratura internazionale contemporanea. Promuovere l’arte mi riempie il cuore di felicità. La vita ci fa conoscere tante persone che vanno e vengono. Per fortuna restano i migliori e vanno via i peggiori, soprattutto quelli che pretendono che gli altri siano continuamente a loro disposizione, credendo che il mondo giri solo intorno a loro.
La cosa che mi stupisce è il coraggio di certa gente mediocre che sa dire solo “Io e solo Io”, pur sapendo bene di essere arrivata dove si trova oggi grazie al lavoro e al volontariato di chi l’ha aiutata. Queste persone, che io definisco i “nani della cultura”, attribuiscono a se stessi con l’inganno titoli di menzogna, sputando nel piatto in cui mangiano. Sono il danno della nostra società, perché non sanno cosa significhi fare volontariato, perdere tempo per tradurre, dare sempre senza chiedere nulla in cambio. Si scordano che le persone buone vanno verso il sorgere del sole, mentre chi sputa veleno rimarrà da solo, sprofondando ogni giorno di più verso il tramonto.

L. Pere: Descrivici le diverse fasi di una poesia. Come sei riuscita a conciliare la scrittura con le esigenze di tempo?

A. Kosta: Verseggio quando la musa è molto vigile e attiva. Nelle mie poesie tratto soprattutto i temi attuali che ultimamente stanno logorando l’essere umano e il nostro pianeta. Uso moltissimo le metafore, la retorica, le allegorie, gli ossimori, le immagini e i contrasti, proprio come in un dipinto su tela con mille sfumature. Penso che il dolore risieda nell’anima di tanti poeti, e ognuno cerca di esternarlo tramite i versi. Conciliare tutto non è stato facile. A volte la giornata termina con delle cose lasciate a metà, poiché la scrittura, le traduzioni e le pubblicazioni assorbono moltissimo tempo. Comunque sia, programmando tutto il giorno prima, si riesce a bilanciare il tempo per il lavoro, per la casa, la famiglia e la quotidianità.

L. Pere: Quali autori contemporanei e classici sono i tuoi preferiti?

A. Kosta: Ce ne sono parecchi, ma tra i contemporanei cito: Oriana Fallaci, Andrea Camilleri, John Grisham e Nicholas Sparks. Tra gli immortali del passato: Federico García Lorca, Emily Dickinson, Gabriele D’Annunzio, Gianni Rodari, Cesare Pavese, Mihai Eminescu e Hermann Hesse. Apprezzo molto Sparks, romantico e affascinante, e Sveva Casati Modigliani, una penna ricca di colori e valori. Non mi piacciono per nulla, invece, i libri horror.

L. Pere: Qual è stato il tuo percorso editoriale iniziale? Ti è mai capitato che un tuo scritto venisse rifiutato?

A. Kosta: È stato molto difficile, direi. Essendo un’immigrata trovai moltissime porte chiuse, ma la vita, si sa, è imprevedibile: chiude una porta ma spalanca un portone. Nel 2007 pubblicai il mio primo romanzo in Italia. Oggi è tutto diverso… collaboro da tanto tempo con due case editrici. Insistendo sono riuscita a pubblicare i miei libri e penso che molto presto, dopo la pubblicazione della seconda edizione di “Gli occhi della madre” e “Riabbracciando il Sole”, ne arriveranno altri.

L. Pere: Ci sono consigli che vorresti dare a qualcuno che vuole comporre e pubblicare poesie?

A. Kosta: Non abbiate fretta, né nel verseggiare né nel pubblicare. Bisogna dare tempo al tempo per conciliare i pensieri con lo stato d’animo. Una casa editrice seria è importante: dalla copertina alla promozione, fino al modo in cui l’autore viene seguito. La soddisfazione non è solo stampare, ma vedere il proprio libro nelle mani dei lettori.
La poesia è la vita, la natura, il ieri, l’oggi e il domani. Traducendo centinaia di autori ho sempre cercato di mantenere la loro originalità, perché in ogni verso c’è un pezzo della loro anima. Il mio consiglio più grande è questo: entrate in profondità nel vostro essere, elaborate con l’anima ciò che la vita vi offre. E soprattutto, amate e aiutate il prossimo, rispettate la natura e fate l’impossibile affinché su questo pianeta ci siano solo pace e fratellanza.

L. Pere: Hai scritto romanzi e una tonnellata di saggi oltre alle poesie. Ti piace scrivere in un formato particolare?

A. Kosta: Ho pronti 5 manoscritti e tanti saggi. Vivendo in Italia da più di 30 anni, la mia lingua italiana è diventata fluida, ma sto molto attenta a non scordare mai la grammatica della mia lingua madre, l’albanese, che è difficilissima. I miei testi li scrivo in formato semplice: l’importante è ciò che scrivo, non dove scrivo. La cosa fondamentale, soprattutto dopo aver vissuto cinque lunghissimi anni di grave malattia, è mantenere la calma. La vera saggezza sta nel riuscire a domare l’impulsività: solo così si superano le situazioni più dure.

L. Pere: Sei sempre dalla parte delle donne. Come nasce questa tua voglia di fare alleanza?

A. Kosta: È nata subito dopo aver pubblicato il mio romanzo “Il Milionario Povero”. Purtroppo, in molti Paesi gli uomini ancora non rispettano la figura della donna. Ma la donna è la colonna portante del mondo: ha un potere indicibile che l’uomo non riesce nemmeno a sfiorare. La donna rigenera la vita stessa nel suo grembo, non si tira indietro davanti a nulla. Lavora 24 ore su 24 dividendo le sue energie tra casa, figli e professione. Oggi la donna è Presidente, Primo Ministro, ingegnere, astronauta, medico… merita tantissima attenzione e rispetto infinito.

L. Pere: Hai ricevuto premi internazionali prestigiosi. Qual è l’elogio più bello che ti è stato fatto?

A. Kosta: Ogni premio ha il suo valore. I più belli sono stati senza dubbio la nomina a Dott.ssa Honoris Causa come Ambasciatrice della Cultura Internazionale (insignita dal Parlamento Europeo e dall’ONU il 5 febbraio 2026 a Roma) e il Premio d’Eccellenza “DivinaMente Donna” per la Promozione della Cultura, ricevuto al Senato della Repubblica Italiana direttamente dal Presidente Sergio Mattarella il 12 marzo 2026.

L. Pere: Hai quattro riviste cartacee e una online di grande successo. Altri progetti per il futuro?

A. Kosta: Ne ho tantissimi… spero solo di poterli realizzare tutti avendo il dono più prezioso: una buona salute.

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La medicina dell’anima che sfida il materialismo: la scienziata Cristina Tornali lancia “Solo un battito d’ala”, la poesia che cura il cuore

Quando la scienza incontra l’anima, nasce una poesia capace di curare il cuore. 🩺✨ “Solo un battito d’ala” è lo straordinario libro di Cristina Tornali, neuropsichiatra infantile e docente, che unisce l’osservazione clinica alla spiritualità più pura. Tra i paesaggi mozzafiato della Sicilia e il ricordo commovente della madre, i suoi versi diventano una potente risorsa terapeutica contro il materialismo del nostro tempo. Una lettura intensa, dolce e visionaria che vi regalerà un momento di assoluta serenità. Scoprite la storia di questa scienziata-poetessa nell’articolo! 👇❤️📖

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Copertina_Solo un battito dala

Giardini Naxos (ME) – Ci sono vite che sembrano costruite per abbattere i confini invisibili tra mondi apparentemente opposti, dimostrando che la mente e il cuore, la scienza e l’arte, sono in realtà due facce della stessa, meravigliosa medaglia. Cristina Tornali incarna alla perfezione questo fecondo e rarissimo dialogo. Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e in Neuroriabilitazione, nonché stimata docente universitaria di Neuropsichiatria Infantile, l’autrice — nata a Torino ma da anni residente a Giardini Naxos, splendido borgo marinaro adagiato ai piedi di Taormina — ha dato alla luce “Solo un battito d’ala”. La nuova raccolta poetica, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti Editore e disponibile anche in formato e-book, si presenta come il culmine commovente di un articolato percorso umano, clinico e accademico.

La vocazione per la parola scritta accompagna la professoressa Tornali fin dall’infanzia, crescendo parallelamente alla sua attività nei laboratori e nelle aule universitarie. I suoi versi si muovono leggeri e potenti come un respiro, a volte lievi come una carezza, a volte necessari come l’ossigeno. È una voce che osserva con rigore scientifico ma che custodisce con sensibilità artistica, attraversando la materia cruda della vita e della malattia senza mai smarrire il senso profondo della luce e della speranza. «Il poeta scrive sempre sotto ispirazione e non decide mai di scrivere», confessa l’autrice, svelando il mistero di una genesi letteraria che sfugge alle regole della logica. «Infatti, se non scrive sotto un momento ispirato perde completamente quei versi. In realtà, la parola nasce dopo l’anima».

La Sicilia come musa e il potere della sintesi: versi che illuminano il buio

La scrittura di Cristina Tornali si caratterizza per una fortissima impronta sensoriale ed evocativa, in cui i paesaggi esterni diventano lo specchio immediato dell’interiorità. In questo contesto, la Sicilia, con la sua maestosa e dirompente carica di elementi naturali, mitologici e simbolici, costituisce il vero nucleo propulsore dell’ispirazione. I versi traggono linfa vitale dal mare di Taormina, dalle bellezze incontaminate del creato e da un’anima straripante. Attraverso la cifra stilistica della sintesi estrema, la poetessa riesce nel miracolo di esprimere concetti complessi in poche e folgoranti parole, laddove la saggistica tradizionale fallirebbe. Perfino la luna, nei suoi componimenti, si trasforma in una musa silenziosa capace di guidare il lettore fuori dalle proprie tempeste personali.

Tra le liriche più toccanti e intime dell’opera, spicca una poesia interamente dedicata, con struggente commozione, alla memoria della madre. Un canto d’amore puro che diventa la testimonianza di come i nostri cari, anche dopo la scomparsa fisica, continuino a vivere, risuonare e proteggerci dall’interno della nostra coscienza. Nella sua Prefazione, il celebre autore e compositore Francesco Gazzè fotografa magnificamente l’essenza della scrittrice: «L’anima pura e straripante di Cristina Tornali pervade il mondo con il suo essere autentica, luminosa, dolce, intensa, visionaria, profonda, poetica». Un giudizio che introduce il pubblico a un’esperienza estetica e conoscitiva totalizzante.

La poesia come risorsa terapeutica contro le derive della società moderna

Ma “Solo un battito d’ala” va ben oltre la semplice celebrazione della bellezza o del dolore privato. L’opera si configura come una vera e propria rivoluzione spirituale, un argine poetico pensato per contrastare con forza la deriva materialista e nichilista che ha condizionato la società per millenni attraverso sterili teorie e movimenti di massa epocali. Riportando al centro l’interiorità, la natura e la spiritualità, la professoressa Tornali compie un atto di ribellione intellettuale, invitando l’essere umano a spogliarsi delle proprie corazze tecnologiche e materiali per ritrovare la propria identità più autentica.

Da neuropsichiatra e clinica abituata a curare i corpi e le menti dei più fragili, l’autrice lancia un messaggio terapeutico di portata universale. «La poesia si rivela come una grande e insostituibile risorsa terapeutica per l’essere umano», conclude la professoressa, ricordandoci che la parola poetica ha il potere medico di lenire le ferite invisibili, di donare consapevolezza e di guidare verso una profonda rinascita interiore. Un libro gentile e visionario, capace di regalare scorci di verità quotidiana e un’iniezione di coraggio per affrontare le oppressioni della vita, un battito d’ala alla volta.

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“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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