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Le frequenze del 5G non spengano il lavoro in Basilicata: i sindacati uniti chiedono un piano industriale contro i licenziamenti digitali

La rivoluzione digitale del 5G non può tradursi in un massacro di licenziamenti in Basilicata! 📵storia I sindacati SLC CGIL, FISTEL CISL, UILFPC UIL e UGL si uniscono in una battaglia epocale e chiedono al Governo che il rinnovo delle frequenze 2029 diventi un piano industriale straordinario a difesa del lavoro e delle competenze territoriali. 📉🏭 Sotto i colpi della crisi CallMat e Smart Paper e dell’introduzione selvaggia dell’intelligenza artificiale, i segretari Russelli, Piccini, Letterelli e Giordano lanciano un appello alla Premier Meloni: “Meno profitti alle multinazionali e più tutele, formazione e investimenti infrastrutturali contro lo spopolamento”. Leggi qui per scoprire i 6 punti della piattaforma sindacale e unirti alla lotta! 👇

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Call center

Potenza – Ci sono transizioni tecnologiche che se non vengono governate con un’attenta visione civile, etica e trasparente rischiano di trasformarsi in una mannaia burocratica per i diritti dei lavoratori, lasciando sul campo centinaia di famiglie e svuotando di competenze i nostri borghi appenninici. La consultazione pubblica avviata con rigore dall’AGCOM sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze radiomobili 5G, in scadenza sul calendario nel 2029, si configura come una partita geopolitica e industriale di incalcolabile valore per il futuro delle telecomunicazioni italiane. Eppure, davanti al rischio che i colossi della telefonia incassino profitti miliardari mentre i costi sociali ricadono sulle spalle delle periferie, si leva un grido d’allarme corale, fiero e senza precedenti. I segretari regionali di SLC CGIL, FISTEL CISL, UILFPC UIL e UGL Telecomunicazioni Basilicata – Anna Russelli, Vincenzo Piccini, Giovanni Letterelli e Pino Giordano – hanno sottoscritto un durissimo e accorato manifesto per chiedere al Governo che il rinnovo delle licenze si trasformi in un immenso piano nazionale per le competenze, l’occupazione e la legalità contrattuale.

“Non permetteremo in alcun modo che questa partita venga trattata come una semplice pratica amministrativa o un freddo algoritmo economico a favore di scuderia”, tuonano i vertici sindacali lucani in una storica nota congiunta. I sindacati hanno espresso una leale disponibilità ad appoggiare un rinnovo non oneroso delle frequenze a vantaggio degli operatori, a patto che Palazzo Chigi pretenda in cambio impegni stringenti, verificabili e misurabili sul fronte degli investimenti infrastrutturali e della stabilità lavorativa. Non è eticamente accettabile che la rivoluzione digitale e la banda larga corrano veloci nelle grandi metropoli del Nord Italia, mentre la Basilicata paga un prezzo biologico e sociale altissimo, subendo la desertificazione dei propri servizi digitali e l’isolamento dei giovani under 35 costretti a fuggire all’estero.

Il dramma CallMat e la crisi Smart Paper: la carne viva dell’automazione

Le sigle sindacali ricordano con determinazione che l’impatto distruttivo di una transizione tecnologica priva di tutele non è uno scenario futuro o futuribile, ma è una ferita che sanguina già sulla pelle di centinaia di professionisti lucani. La vertenza della CallMat di Matera rappresenta in modo emblematico il pericolo che corre il territorio: un patrimonio immenso di competenze nel settore del customer care e del monitoraggio dati rischia di essere disperso proprio mentre il Paese investe le risorse strategiche del PNRR nella digitalizzazione. A fare eco a questa emergenza è la complessa situazione della Smart Paper, insieme ad altre realtà del comparto CRM/BPO (Customer Relationship Management) del Metapontino, schiacciate da una pressione esasperata sui costi fissi, da riorganizzazioni selvagge e da un’introduzione selvaggia dell’intelligenza artificiale e dell’automazione di processo.

“Noi non siamo affatto contro il progresso scientifico o l’innovazione dei sistemi informatici”, precisano con onestà intellettuale Russelli, Piccini, Letterelli e Giordano. “Siamo fermamente contro un’innovazione tecnologica portata avanti senza una strategia industriale e senza il rispetto sacrato per la dignità dell’uomo sul posto di lavoro. Le macchine intelligenti devono servire ad alleviare la fatica e a generare contesti di inclusione sociale, non a essere usate come un espediente per l’espulsione di massa dei lavoratori dal mercato occupazionale”. L’UGL e le confederazioni autonome chiedono che la formazione preventiva non sia un ammortizzatore sociale d’emergenza da attivare quando le lettere di licenziamento sono già state notificate, ma diventi un presidio permanente di riqualificazione professionale prima che l’innovazione produca i suoi effetti espulsivi.

La piattaforma rivendicativa inviata a Palazzo Chigi: sei punti per la svolta

In vista della stesura della prossima e attesissima Legge di Bilancio, i sindacati lucani hanno inviato un pacchetto di richieste tassative e non negoziabili al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, articolato su sei pilastri di trasparenza e welfare integrato:

  • 5G Stand Alone nelle aree interne: investimenti infrastrutturali massicci per estendere la copertura di ultima generazione nei piccoli comuni della Basilicata, azzerando il digital divide.
  • Programma straordinario di formazione: un piano strutturale di riprofessionalizzazione per il personale più esposto al rischio di automazione e ai software di intelligenza artificiale.
  • Strumenti strutturali di accompagnamento: tutele e borse di studio interne per supportare le transizioni lavorative e bloccare il precariato contrattuale.
  • Salvataggio del comparto CRM/BPO: interventi di prossimità economici per blindare i siti storici di CallMat e delle aziende dell’indotto lucano.
  • Valorizzazione delle competenze territoriali: trasformare il know-how costruito in anni di lavoro nel customer care in nuove professioni legate alla sicurezza informatica.
  • Monitoraggio sindacale permanente: istituzione di un tavolo permanente di confronto e collaborazione per verificare il rispetto degli impegni assunti dalle aziende delle telecomunicazioni.

Il Governo scelga da che parte stare: la Basilicata rifiuta l’assistenzialismo

Il tempo dei rinvii burocratici, delle dichiarazioni di facciata e dei doppi standard ministeriali è scaduto di fronte alla scadenza dei termini industriali. La transizione digitale non può tradursi nello scontrino spietato di “più antenne e meno operai”. I sindacati ricordano con orgoglio e trasparenza che la Basilicata non si presenta a Roma per chiedere elemosine o misure di assistenzialismo sterile, ma rivendica il proprio diritto costituzionale a una politica industriale matura, moderna e competitiva sul piano europeo. Le persone che fanno vivere le reti di telecomunicazione ogni giorno hanno una dignità che va tutelata con le armi della legalità, del rispetto dei patti e della solidarietà intergenerazionale.

SLC CGIL, FISTEL CISL, UILFPC UIL e UGL Telecomunicazioni promettono di attivare ogni presidio di lotta sindacale, dalle assemblee nei borghi fino allo sciopero generale se Palazzo Chigi dovesse chiudere le porte al confronto diretto. Il principio cardine di questa battaglia civile resta scolpito nel cuore della comunità: nessuno deve essere lasciato solo o invisibile nel buio dell’automazione. Il rinnovo delle frequenze 5G deve essere il manifesto di un’Italia che investe sulle sue tecnologie senza mai dimenticare il valore sacro del lavoro umano, l’unico vero specchio in grado di garantire stabilità, uguaglianza e progresso per il futuro dei nostri figli. 👇

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Dramma CallMat a Matera, 350 licenziamenti dal 1° novembre: sindacati all’attacco di TIM e Governo, «Basta proclami, il MIMIT apra subito il tavolo»

Allarme CallMat a Matera, 350 licenziamenti annunciati dal 1° novembre: sindacati contro TIM e Governo, richiesta urgente al MIMIT 👇

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Callmat matera

Matera – Il conto alla rovescia è drammaticamente agli sgoccioli e lo spettro del licenziamento di massa rischia di abbattersi con violenza inaudita su 350 famiglie lucane. Nella vertenza CallMat di Matera il tempo delle rassicurazioni verbali è scaduto: le segreterie regionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni hanno lanciato un grido d’allarme congiunto denunciando una situazione insostenibile, mentre la direzione aziendale conferma l’invio delle lettere di recesso a partire da domenica 1° novembre 2026.

Una vera e propria bomba sociale per la città dei Sassi e per l’intero territorio lucano. Nonostante le dichiarazioni d’intenti e le aperture informali, a oggi non esiste alcun accordo vincolante capace di blindare l’occupazione, mentre la formale richiesta d’incontro urgente inoltrata dalle organizzazioni sindacali è rimasta clamorosamente priva di riscontro da parte dei vertici societari.

L’appello urgente al MIMIT e l’atto d’accusa contro TIM

I sindacati chiedono con forza al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) di rompere gli indugi e anticipare a strettissimo giro la convocazione del tavolo di crisi straordinario, senza attendere la data del 12 novembre, termine che sancirebbe il compimento dei licenziamenti a giochi ormai fatti. Un atto d’accusa perentorio che chiama in causa direttamente il committente principale:

«A TIM chiediamo di chiarire ufficialmente dove siano finiti i volumi di commessa precedentemente assegnati al sito di Matera, quali flussi operativi siano stati delocalizzati verso altre regioni e perché a pagare il prezzo di queste scelte debbano essere i lavoratori della Basilicata. Pretendiamo dati trasparenti, il rispetto della regolamentazione AGCOM e il congelamento immediato dei volumi fino alla conclusione formale della vertenza».

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
DIRITTO & LAVORO

Codice del Lavoro e Tutele Occupazionali: Manuali e Strumenti per Lavoratori e Delegati

Testi normativi, rassegne giurisprudenziali e guide pratiche sulla gestione delle crisi aziendali, licenziamenti collettivi e ammortizzatori sociali.

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«Non vogliamo accompagnare 350 persone alla disoccupazione»

I rappresentanti sindacali territoriali – Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano – hanno ribadito con forza l’insufficienza di meri sussidi passivi:

«Gli ammortizzatori sociali non possono e non devono diventare la risposta definitiva al disimpegno industriale: noi non intendiamo accompagnare 350 persone verso il baratro della disoccupazione, pretendiamo la salvaguardia integrale dei posti di lavoro. Le sfide legate all’intelligenza artificiale e alla transizione digitale nei contact center esigono investimenti seri, riqualificazione e una politica industriale mirata, non alibi per smantellare presidi strategici».

La solidarietà della Chiesa e le azioni legali in corso

La gravissima vertenza ha visto mobilitarsi anche la Chiesa locale: nei giorni scorsi una delegazione sindacale ha incontrato il Vescovo di Matera, Monsignor Benoni Ambarus, che ha espresso profonda vicinanza morale alle maestranze e preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale.

Nel frattempo, il collegio dei legali delle organizzazioni sindacali sta passando al setaccio i contratti e le modalità operative di ripartizione dei carichi di lavoro di TIM, valutando ogni profilo di irregolarità, compresi eventuali estremi di interposizione illecita di manodopera. Il messaggio indirizzato alla Regione Basilicata e all’esecutivo nazionale è perentorio: senza garanzie scritte e impegni vincolanti entro il 1° novembre, la mobilitazione sindacale e civile paralizzerà la città.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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Stellantis Melfi, nuovo stop alla produzione il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme UGL: «Basta incertezze, servono investimenti certi per salvare fabbrica e indotto lucano»

Stellantis Melfi, nuova tegola sui lavoratori: produzione completamente ferma il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme rosso dell’UGL su cassa integrazione e tenuta dell’indotto lucano: «Basta incertezze, servono investimenti reali». Tutti i dettagli nell’articolo di Cavaliere News! 👇

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Stabilimento Stellantis di Melfi

Melfi – Si allunga nuovamente l’ombra della cassa integrazione e della paralisi produttiva su uno dei poli industriali più strategici e tecnologicamente avanzati dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza, si prepara ad affrontare una nuova e pesante battuta d’arresto delle proprie linee di montaggio. A causa di una persistente e cronica carenza di componenti essenziali lungo la catena di approvvigionamento internazionale, le attività produttive del sito lucano rimarranno totalmente sospese nelle giornate di giovedì 22, venerdì 23 e lunedì 26 ottobre 2026. Un blocco operativo su tre turni lavorativi che getta nello sconforto migliaia di tute blu e riaccende i riflettori sulla drammatica fragilità del comparto automotive nazionale.

L’ennesima fermata programmata non rappresenta un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce all’interno di una sequenza ormai logorante di “stop and go” che da mesi scandisce i ritmi dello stabilimento lucano, minando alla base la serenità economica e psicologica dei lavoratori e delle loro famiglie. A denunciare con toni di vibrante preoccupazione la gravità del momento è l’UGL Metalmeccanici Basilicata, che attraverso la voce della segretaria regionale Florence Costanzo ha sollevato un grido d’allarme sulle ripercussioni a lungo termine di questa continua instabilità. L’organizzazione sindacale chiede con forza che le generiche rassicurazioni verbali lascino spazio a impegni industriali vincolanti, verificabili e capaci di garantire la tenuta occupazionale dell’intera regione.

«Siamo profondamente preoccupati per il ripetersi sistematico delle fermate e per un quadro produttivo generale che continua a non offrire le necessarie certezze ai lavoratori e a tutta la comunità lucana. Non possiamo e non dobbiamo più considerare questi stop come episodi tecnici isolati o momentanei», ha evidenziato con fermezza Florence Costanzo. «Ogni singola interruzione delle linee incide pesantemente sull’organizzazione del lavoro, penalizza il reddito delle famiglie a causa del ricorso agli ammortizzatori sociali, vanifica la programmazione industriale a lungo termine e rischia di dare il colpo di grazia alla tenuta economica e finanziaria delle decine di aziende che compongono l’indotto locale».

La filiera dell’indotto al collasso: componentistica e logistica sull’orlo del baratro

Il timore più acuto espresso dalle rappresentanze dei lavoratori riguarda infatti la straordinaria capillarità dell’ecosistema produttivo che ruota attorno ai cancelli di Melfi. Se per i dipendenti diretti del gruppo automobilistico la cassa integrazione rappresenta comunque una rete di protezione, per le imprese dell’indotto — dalla componentistica stampata alla plastica, dai cablaggi elettrici ai servizi di logistica integrata e trasporti — ogni giornata di fermo dello stabilimento capofila si traduce in una perdita secca di fatturato insostenibile. Molte piccole e medie realtà del territorio lucano, nate e cresciute in simbiosi con l’impianto fin dalla sua inaugurazione negli anni Novanta, si trovano oggi sull’orlo del baratro, strozzate dal calo dei volumi e dall’impossibilità di pianificare investimenti a medio e lungo termine.

L’UGL Metalmeccanici ha ribadito che qualsiasi piano di rilancio non potrà dirsi credibile se non integrerà al proprio interno un patto di ferro per la salvaguardia dei fornitori locali. «Le fermate dello stabilimento principale si ripercuotono a cascata lungo tutta la filiera, mettendo sotto pressione competenze professionali di altissimo livello costruite in oltre tre decenni di sacrifici operativi», prosegue il sindacato. «È fondamentale che Stellantis definisca condizioni commerciali e temporali che consentano alle aziende dell’indotto di programmare le produzioni e salvaguardare fino all’ultimo posto di lavoro, evitando che la transizione ecologica si trasformi in una vera e propria desertificazione industriale del Mezzogiorno».

A complicare ulteriormente il quadro generale è l’incertezza che regna sovrana sui mercati europei, dove il rallentamento della domanda di vetture full-electric e le discussioni sui vincoli normativi comunitari stanno spingendo i vertici delle case automobilistiche a frenare sui programmi di espansione.

Consigliato dalla Redazione
Economia e Industria

Sergio Marchionne – Tommaso Ebhardt

La straordinaria e documentatissima biografia del manager che ha rivoluzionato il settore automobilistico mondiale, salvando la Fiat dal fallimento e guidando la trasformazione globale degli stabilimenti italiani tra cui Melfi. Un’analisi fondamentale sulle logiche industriali e la leadership d’impresa.

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La sfida europea e la richiesta di un tavolo urgente a Palazzo Chigi

Il sindacato lucano guarda con estrema attenzione anche al complesso dibattito in corso a Bruxelles sulla revisione del Green Deal e sulle scadenze relative allo stop ai motori a combustione interna per il 2035. Secondo l’UGL, le recenti aperture europee volte a introdurre maggiore flessibilità tecnologica e neutralità carbonica devono tradursi immediatamente in scelte industriali tangibili e allocate sul territorio italiano. Melfi possiede tutte le credenziali strutturali per ospitare la produzione di modelli ibridi e termici avanzati accanto ai veicoli a batteria previsti sulla nuova piattaforma STLA Medium, garantendo la saturazione degli impianti e l’azzeramento dei tempi morti.

«Chiediamo a Stellantis di fare finalmente chiarezza e di abbandonare le dichiarazioni di principio. Servono date precise, numeri incontrovertibili e investimenti verificabili», tuona la Costanzo. «La tenuta di un grande colosso manifatturiero non si misura con promesse a mezzo stampa, ma con il numero esatto delle vetture che escono dai cancelli, con le giornate effettivamente lavorate dagli operai, con l’avvio delle nuove linee e con la capacità di difendere l’occupazione. Melfi non può vivere con la clessidra alla gola, aspettando passivamente che decisioni calate dall’alto determinino la morte lenta del suo tessuto sociale».

Da qui l’appello perentorio rivolto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), affinché venga riconvocato con urgenza il tavolo nazionale dell’automotive con la presenza dei vertici aziendali e delle parti sociali. Il tempo delle attese è ormai scaduto: la Basilicata pretende risposte chiare per scongiurare un disimpegno industriale che lascerebbe ferite insanabili nel cuore del Mezzogiorno.

Un futuro che si costruisce con il lavoro: la mobilitazione continua

Nelle prossime ore l’UGL Metalmeccanici Basilicata proseguirà la propria azione di monitoraggio capillare all’interno dei reparti di Melfi e tra le aziende dell’indotto, pronta a concordare con i lavoratori le opportune forme di mobilitazione e sensibilizzazione pubblica qualora dal gruppo guidato da Carlos Tavares non dovessero pervenire rassicurazioni formali sul cronoprogramma dei nuovi modelli.

«Melfi non può affidare il proprio destino esclusivamente alle fluttuazioni congiunturali del mercato globale o ai labirinti burocratici dell’Unione Europea. Le grandi sfide della transizione ecologica devono diventare opportunità concrete di lavoro e di sviluppo per i nostri giovani», conclude la segretaria regionale Florence Costanzo. «Su questi risultati misureremo la serietà delle scelte aziendali. Difendere Melfi significa difendere il futuro produttivo di tutta l’Italia».

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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CallMat Matera, vertenza al bivio: UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede certezze occupazionali e continuità industriale per 350 lavoratori

CallMat Matera, vertenza per 350 lavoratori: l’UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede garanzie industriali certe al MIMIT. 👇

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Stefano CONTI, Segretario Nazionale UGL TLC

Matera – La complessa vertenza che coinvolge il sito operativo di CallMat a Matera registra un primo e significativo spiraglio istituzionale, ma il sindacato mantiene alta la guardia e respinge con nettezza l’illusione che la crisi possa considerarsi risolta senza un accordo strutturale vincolante. Al centro del tavolo, il destino occupazionale e umano di circa 350 lavoratrici e lavoratori lucani, da mesi sospesi nell’incertezza della cassa integrazione e nell’angoscia per il rischio di licenziamenti di massa. La disponibilità manifestata dal colosso delle telecomunicazioni TIM, a seguito del vertice svoltosi con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, di assegnare nuovi volumi di traffico e di attività al polo materano rappresenta indubbiamente un segnale incoraggiante, ma per l’UGL Telecomunicazioni la strada per garantire un futuro solido è ancora tutta da percorrere.

Il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni, Stefano Conti, è intervenuto con una nota dettagliata e perentoria, chiarendo la posizione dell’organizzazione sindacale: «La disponibilità di TIM rappresenta certamente un passo positivo, scaturito dal pressing istituzionale e dalla mobilitazione dei lavoratori, ma la vertenza non è affatto chiusa. Non possiamo assolutamente considerare conclusa una partita che attende ancora impegni precisi, verificabili e formalizzati. Le lavoratrici e i lavoratori di CallMat non hanno bisogno di soluzioni tampone o di pannicelli caldi della durata di poche settimane: hanno il diritto sacrosanto di ottenere certezze industriali sul proprio futuro».

Superare l’emergenza: il ruolo di TIM, MIMIT e Regione Basilicata

La preoccupazione principale espressa dall’UGL risiede nel rischio che l’assegnazione temporanea di volumi di chiamate o di servizi di assistenza clienti si trasformi in una mera proroga dello stato di agonia aziendale, senza affrontare i nodi di fondo che penalizzano il settore del customer care in Italia. Per Stefano Conti, l’obiettivo irrinunciabile del sindacato è trasformare la disponibilità mostrata da TIM in un piano industriale pluriennale e sostenibile, capace di favorire il rapido rientro in servizio del personale attualmente collocato in ammortizzatore sociale e di scongiurare una volta per tutte ogni ipotesi di ridimensionamento degli organici.

«Occorre però che ciascun attore coinvolto si impegni fattivamente a fare la propria parte senza sottrarsi alle proprie responsabilità – ammonisce il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni –. Chiamiamo in causa la Regione Basilicata e il MIMIT affinché accompagnino questo percorso con strumenti dedicati di politica attiva del lavoro, investimenti sulla riqualificazione delle competenze digitali e clausole sociali stringenti nei bandi pubblici». Nelle prossime settimane, il confronto regionale annunciato dalle istituzioni locali e il tavolo nazionale sui call center convocato presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy dovranno diventare la sede formale in cui mettere nero su bianco il piano di rilancio del polo lucano.

Per la Basilicata, territorio storicamente fragile dal punto di vista dell’occupazione terziaria e già provato dalle tensioni nel comparto dell’automotive a Melfi, perdere 350 posti di lavoro qualificati significherebbe infliggere un colpo mortale all’economia della città dei Sassi e dell’intera provincia. Il settore dei servizi avanzati e del contact center ha rappresentato per anni una fondamentale valvola di sfogo per l’occupazione giovanile e femminile sul territorio, un argine concreto contro lo spopolamento e l’emigrazione forzata verso il Nord o l’estero.

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LAVORO & SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Il lavoro nel XXI secolo – Domenico De Masi

Il saggio magistrale sulle trasformazioni del lavoro moderno, le crisi occupazionali nei servizi e la necessità di difendere i diritti e la dignità delle persone nell’era digitale.

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La crisi strutturale delle TLC e la responsabilità dei committenti

La vicenda di CallMat Matera non è un caso isolato, ma la spia rossa di una crisi sistemica che attraversa l’intero comparto delle telecomunicazioni e dei servizi esternalizzati di call center in Italia. Le continue gare al massimo ribasso, la concorrenza sleale del dumping salariale, la delocalizzazione selvaggia e l’avvento pervasivo dell’intelligenza artificiale generativa nei servizi di primo livello stanno comprimendo i margini delle società di gestione, con il risultato che a pagare il conto sono invariabilmente le maestranze.

Per l’UGL Telecomunicazioni è giunto il momento di richiamare i grandi gruppi committenti a una precisa responsabilità sociale d’impresa: le strategie di riorganizzazione e di razionalizzazione dei costi non possono essere scaricate unilateralmente sui lavoratori delle aziende partner. Quando una grande azienda delle telecomunicazioni o un’utenza energetica assegna le commesse di assistenza, deve garantire volumi congrui e compensi equi, capaci di assicurare contratti stabili e retribuzioni conformi ai contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

La frammentazione degli appalti ha creato per troppi anni una sacca di precariato endemico, trasformando i contact center in ammortizzatori sociali informali privi di prospettiva. Superare questo modello distorto è l’unica garanzia per impedire che vertenze simili a quella di CallMat si ripresentino ciclicamente a ogni scadenza contrattuale, gettando nello sconforto centinaia di famiglie incolpevoli.

La determinazione dell’UGL: «Non chiediamo promesse ma garanzie stabili»

La determinazione del sindacato a difesa del presidio materano è totale: l’UGL non intende accettare soluzioni transitorie che rimandino il problema di qualche mese senza risolverlo alla radice. «La nostra posizione è limpida e non negoziabile – ribadisce con forza Stefano Conti –: non chiediamo promesse verbali, ma pretendiamo garanzie concrete ed esigibili. Non vogliamo gestire la crisi mese dopo mese rincorrendo l’ennesima cassa integrazione in deroga; vogliamo superarla definitivamente attraverso un progetto di sviluppo vero».

«TIM e le istituzioni nazionali e regionali – incalza il dirigente sindacale – devono concorrere in modo compatto a costruire una prospettiva certa e duratura per CallMat. Dietro quei 350 posti di lavoro non ci sono numeri o statistiche da bilancio, ma ci sono competenze professionali maturate in anni di attività, dignità operosa e centinaia di famiglie lucane che meritano rispetto e risposte immediate. Tutti i posti di lavoro devono essere salvaguardati fino all’ultimo dipendente e il sito produttivo di Matera deve conservare la propria centralità industriale».

La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori di CallMat proseguirà dunque con fermezza, in attesa che il tavolo ministeriale convocato al MIMIT traduca le intenzioni manifestate da TIM in precisi accordi vincolanti. La difesa del lavoro nel Mezzogiorno passa dalla capacità di tutelare presidi avanzati come quello di Matera, evitando che la transizione digitale si trasformi nell’ennesima occasione di impoverimento per il Sud. L’UGL ha già fatto sapere che non arretrerà di un millimetro fino a quando non saranno siglate garanzie definitive su volumi, orari e stabilità occupazionale per tutti i dipendenti coinvolti.

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