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“Quando la parola abitò il mio cuore”: il potente urlo di verità e resistenza di Maria Teresa Liuzzo

“La parola sopravvive a ogni morte. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena”. ✒️ 📖 Il devastante editoriale della scrittrice Maria Teresa Liuzzo: un atto d’accusa feroce contro l’ipocrisia e il compromesso dei moderni salotti letterari e, al tempo stesso, una meravigliosa dichiarazione d’amore e di resistenza per la sacralità della Scrittura e della Verità. Da leggere tutto d’un fiato. 🤍 🗡️

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Maria Teresa Liuzzo

Cultura e Società – Ci sono testi che si limitano a raccontare, e testi che squarciano l’anima. Quello che vi proponiamo oggi è un editoriale di una potenza emotiva devastante, scritto dalla penna fiera e indomabile di Maria Teresa Liuzzo. In questo profondo flusso di coscienza, l’autrice sferra un durissimo attacco contro l’ipocrisia, l’opportunismo e la mediocrità che sempre più spesso infestano i salotti culturali moderni. Allo stesso tempo, la scrittrice traccia una vera e propria “dichiarazione d’amore” assoluta verso la Parola e la Scrittura: le uniche armi rimaste per resistere all’oscurità del nostro secolo, mantenendo intatta la propria dignità, la propria purezza e la propria fede. Una riflessione imperdibile per chiunque creda ancora nel valore della verità.


La nausea del compromesso e l’ipocrisia del nostro tempo

di Maria Teresa Liuzzo

Mi è capitato di recente di leggere un suggerimento che sapeva di compromesso, di bugia, di opportunismo, di rassegnazione. Lo scritto mi ha alquanto delusa e stupita allo stesso tempo. Mi sono sentita attraversare da un filo elettrico da colui che predicava bene e razzolava male, lo stesso che sarebbe capace di calpestare il cadavere della propria madre per ottenere un attimo di visibilità sui social. In quella lugubre atmosfera vedevo l’oggi distrutto e il domani pronto per essere impiccato da coloro che indossavano tute mimetiche e squame di serpenti.

Il Personaggio, intuendo che ero a conoscenza dei suoi falsi alibi, cercava di trasformare in verità la menzogna per non perdere i favori che riceveva dai suoi “padroni”. In un momento si trasformò in un voltagabbana pronto a darsi alla “fuga”, limitandosi a dire che bisognava adeguarsi ai tempi. Intuii che non bisogna mai lasciarsi sfiorare dallo sterco. Mi sentivo lontana anni luce da questi oscuri personaggi, vedevo in essi il doppio che è in noi e il rischio della scissione tra l’io e l’ombra, mentre osservavo i loro impulsi scatenanti nel cercare di convertire in verità le menzogne.

Sono gli zombi del secolo, posseduti da un odio viscerale che non conosce vaccino perché muta sempre nel suo genoma e, ancora più letale, si rinnova. Sono stata assalita da un senso di nausea (perché soltanto quello si può provare) quando non un uomo, ma un lacerto di esso, si genuflette ad una Cocotte ignorante, deleteria, bugiarda, traditrice, millantatrice al timone di un bastimento di putridume, che esulta ad ogni “spettro” che incontra e dove andrà a finire insieme ai fondi del caffè nella pattumiera. Povera Cultura in mano agli sciacalli, altro non sono che ombre tremolanti che la lampada notturna proietta sulle pareti. La sorpresa giunse quando lo sdegno mi fece pensare alla purezza del pensiero, alla generosità della parola e al suo amore che danno prestigio e valore alla scrittura. ARIMANE o SATANA?

La scrittura non è sangue, ma una coraggiosa scelta di vita

Ho capito che la scrittura è come la famiglia. Non è sangue ma scelta. All’improvviso il mio cuore spezzato si rasserenò. L’accento fu un neonato abbandonato tra le braccia di una sconosciuta. Il suo visetto roseo era dolce, lo strinsi al petto e si addormentò baciato dalla luna. Compresi che soltanto la vita e nessuna scienza ci insegna il coraggio di vivere e di amare. Questa creatura, che il destino affidò nelle mie braccia, è diventata respiro, inchiostro, coscienza. La mente ha iniziato un lungo viaggio tra i superbi, padroni della loro sapienza.

Non urlò la parola né pianse, non si mise in fila come le ochette del pantano o come le mollette che stendono i panni al filo per farli asciugare. La scrittura aveva la capacità di ardere più del fuoco, il potere di gelare come un dannato all’inferno, ma anche di diffondere la luce di un diamante di mille carati. La parola è una guerra che non dorme, non conosce la pigrizia né l’angoscia, non è una creatura inferma, ed è partita decisa come un soldato al fronte. Non bastò la tempesta a scoraggiarla, né l’ululato del vento che scioglieva la neve contro i vetri. Si armò di arco e frecce e nell’abisso della vita si inoltrò.

Fu devastante come un fulmine, generosa come una cascata, e cantò nel silenzio più atroce pur sapendo che poteva morire. Soltanto attraverso le imboscate capì che la mente comprende ciò che gli occhi catturano. Viaggiò in incognito, aveva perduto la nozione del tempo. Si rifugiò tra le pagine di un libro e quel mondo divenne il suo altare e la sua casa. Mi disse che la “Voce” non può essere un simbolo da sfruttare, ma una Verità da proteggere a qualunque costo.

Si distaccò da monconi e comparse e in trincea rimase a lungo senza respirare per sopravvivere. Sapeva che il silenzio era privo di occhi. Il suo compito era quello di liberarsi dal potere di una sovragestione occulta. Sa di essere respiro, esistenza e non una sterile forma di gesso sotto la pioggia, né merce da svendere, ma resistenza silenziosa, forza indistruttibile. La parola è dolore, il dolore è memoria. Un tormento contro l’oblio perché la vita è fatta di regole e di scelte.

La parola sopravvive a ogni morte e non si fa corrompere

La scrittura, questa famiglia di parole, questo groviglio puntiglioso di vene e arterie, pelle, ossa e pori somigliano alle spore delle felci, creature del bosco e del sottobosco. È ansia che mi percuote e che mi cucio addosso rattoppo dopo rattoppo. Proprio in questi territori “maculati” sono malvista e possibile preda degli avvoltoi e dei cacciatori delle “tenebre” in cerca di “selvaggina”. In ogni territorio impervio che attraversiamo, sarà difficile, se non impossibile trovare certi equilibri, ma bisogna provarci per liberarci da quel “brodo” caotico del mentire, essere desti, trovare il proprio equilibrio.

I problemi vanno allontanati e non si può vivere fuggendo. Ogni guerra è il macabro risultato di menti agitate, lingue appuntite e cuori in rivolta. Bisogna liberarsi delle oscurità interiori. La Pace è un lusso. Rimane una bussola senz’ago, un’anima in pena perché è spesso un mezzo e non un fine. La facciata umanitaria, le sfilate poetiche e tanto altro sono parte di una scacchiera globale dove l’ombra nera dell’ego ha in mano la frusta.

Sarebbe utile fare esperienza nel deserto, al di là dei concetti desunti dalla mistagogia; vuol dire fare i conti con le essenzialità dell’esistenza, tra verità mutilate e condanne sospese, delitti e abusi archiviati, tracce sparite e giustizia dissolta. La parola sopravvive ad ogni morte e, anche quando non è ingioiellata, seppure fragile nella sua spontanea eleganza è assoluta. Infatti sopravvisse come un abito marcio sulla pelle delle vittime innocenti e superò quelle malattie che furono strumenti di sterminio, quando obliqua scendeva l’ombra sopra il campo.

La parola era soltanto una bambina dal corpo fragile, con le dita piene di vesciche sino ai polsi, le guance rigate dalle lacrime, le ginocchia sbucciate, i piedi sanguinanti. La sua innocenza era marchiata dal disprezzo. In quel deserto di morte neppure l’ugola aveva voce per distrarre il dolore. Era soltanto una nota dimenticata nella nebbia, ma non rassegnata. Continuò il suo viaggio perché era stata “chiamata” a condividere non ciò che divide, ma ciò che unisce, con la sua deliziosa presenza, con la sua fedeltà silenziosa. È il nostro Spirito che non si possiede, ma si custodisce al riparo delle lingue più feroci del bisturi.

In viaggio con la Fede, sfidando l’invisibile senza chiedere applausi

Recita un detto: “Sono lo spirito che sempre nega! E a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe pertanto, meglio se non nascesse. Così tutto ciò che voi chiamate peccato, distruzione, il Bene, il Male, il mio vero e proprio elemento” (Faust). Chi è in cammino verso il bene, è un pellegrino sano e salvo perché ha saputo affrontare e attraversare le paludi del male. La parola è nutrita dal sangue, e seppure esiliata da tutti non sarà mai dimenticata, né umiliata dalla crudeltà del tempo, in quanto simbolo universale di umanità.

Anche il silenzio è immortale in tutto ciò che viene messo a tacere, persino anche dove l’amicizia smette di essere un dono. Emigrò la parola, strappando dal suo esile corpo lo scampolo di benda mortuaria. In segreto cercava le trine di un cuscino su cui adagiare i suoi pensieri affinché non si disperdesse la sua libertà, la sua coscienza, la sua responsabilità. Altrove un cane affamato ringhiava vagando nel gelo che lo colpiva con furia curvando gli alberi nudi. Era cattivo il vento, quella notte, prepotente e con la barba lunga e incolta.

Le rose odoravano di morte, le bacche sanguinavano a terra, abbracciandosi mentre rotolavano nel solco. Le foglie, i fiori e le erbe sembravano soldatini disarmati e bambini indifesi. Era un samurai la notte. Così la parola, appartata, dignitosa, come voce notturna attraversò le grotte, le tempeste, gli anfratti, lottò con mostri marini e terrestri nei pianeti che abitò. Si smarrì nel cosmo, si vestì di stelle, bevve il veleno del tempo e della Storia. Quella notte, il silenzio era denso e ovattato come un tempio sacro, e l’accolse come una regina.

Una pletora di “ombre”… Erano così vicine a contemplare la bugia… Oggi va di moda la disonestà, la degenerazione, la spudoratezza. Un mondo crudele, ateo, che pretende dalla parola ubbidienza, servizio e mutismo. Anche il mare si ribella dagli abissi. Dall’alba alla sera si esibisce uno spettacolo di marionette, dove la teatralità ha fame di prede. L’anima si mascherava di buio, mutando in amante e in carnefice. Altrove, la tempesta gemeva facendo raggelare il sangue nelle vene.

Sempre nuda la parola nella sua clamide d’acqua e di rugiada. Di carne e respiro era la pagina. Cercò invano il talento, trovò solo mediocre ambizione nella spietata concorrenza al potere di turno, si incorona, e come sempre appare una maschera dietro le quinte. Si presenta come un Dio, ma la sua mente è infetta, depravata, la virtù è simulata, i pensieri violenti. La parola scelse la Fede come missione.

I “Mostri” temono la verità ma la parola non si fa abusare. I “Fantasmi” hanno terrore perché tutto ciò che è vivo fa rumore. Quel Dio appeso al petto è il mio domani. Si allacciavano le vocali come scarpe. Nelle pupille navigavano i morti che traghettavano parole che nessuno voleva ascoltare. Ho respinto le risate crudeli finché ho visto i sogni trasformarsi in “carne”. Ero un’altra. Ho chiuso il respiro in una valigia, cucito gli appunti che ho nascosto nell’orlo del vestito.

Pensavo a quanto la scienza avesse dimenticato la sua coscienza. Ho seminato grano, accarezzato siepi, piantato alberi. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena. Ho percorso sentieri impervi in compagnia di falchi e lupi. Ho attraversato le vigne dove il sole andava a dormire e la parola non risiede nell’oblio, ma è resilienza che non si sfilaccia. Il suo legame con l’Universo vale più di una corona.

Continuo a viaggiare nei polmoni del tempo indossando il saio della mia solitudine; percorro le strade sterrate, scorgo le cime innevate dove la parola sfida l’invisibile senza chiedere applausi.

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“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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