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Il miracolo lirico di Pinocchio che scuote il Teatro Marrucino: a Chieti il capolavoro di Antonio Cericola abbatte la quarta parete

La favola immortale di Collodi si fa opera lirica contemporanea e il sipario d’Abruzzo si alza su uno straordinario e fiero manifesto di spensieratezza e teatro civile! Sabato 26 settembre 2026 alle ore 21:00, lo storico Teatro Marrucino di Chieti ospita l’attesissima Anteprima della Stagione Lirica con il debutto de “Le avventure di Pinocchio”, capolavoro in due atti del compositore Antonio Cericola e del librettista Sandro Bernabei. Con la regia rivoluzionaria di Danilo Proia che abbatte la quarta parete al grido di “Pinocchio siamo noi”, lo show schiera in trincea l’Orchestra da Camera dell’OST e il Coro di Voci Bianche del Conservatorio di Pescara per guidare i ventenni under 35 fuori dall’isolamento digitale degli smartphone. Scoprite tutti i dettagli del cast e i biglietti nel nostro articolo! 👇

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Teatro Marrucino

Chieti – Un fremito di pura poesia, accordi orchestrali e immaginazione fiabesca si propaga dai palchi di uno dei palazzi storici più eleganti e fieri della nostra penisola, trasformando le tavole del palcoscenico in un’autentica officina di riscatto civile, educazione permanente ed ecologia dell’anima. La grande opera lirica, quando sa spogliarsi dei vecchi e polverosi cliché dell’intrattenimento di plastica e dei filtri digitali degli smartphone, si riscopre l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare le tappe della crescita interiore e della maturità dell’io, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta, lontana dal torpore della modernità liquida. Sabato 26 settembre 2026, alle ore 21:00 in punto, il monumentale e sfolgorante scenario del Teatro Marrucino di Chieti terrà a battesimo un debutto di altissimo profilo culturale dello Stato: andrà in scena l’attesissima Anteprima della Stagione Lirica 2026 con la prima esecuzione dell’opera in due atti “Le avventure di Pinocchio”.

La straordinaria manifestazione, inserita con spavaldo ottimismo nelle celebrazioni nazionali per il Bicentenario della nascita dello scrittore fiorentino Carlo Collodi, si articola come un imponente viaggio specchio, interamente basato sulle musiche originali del Maestro Antonio Cericola e sul raffinato libretto letterario firmato da Sandro Bernabei. Non parliamo di un convenzionale spettacolo d’intrattenimento domenicale o di una recita scolastica, ma di una programmazione strategica e pluriennale d’area vasta promossa per valorizzare il merito dei giovani talenti stanziali del Mezzogiorno. Una joint venture etica tra la direzione del Marrucino e le massime accademie musicali d’Abruzzo nata per far collidere la tradizione del melodramma tricolore alle più moderne soluzioni del sound design d’ambiente, taccuino alla mano e passioni calde.

Il motto del regista Danilo Proia: «Pinocchio siamo noi contro le finzioni dei social»

La postura e la messinscena di questa attesissima opera lirica sono guidate dalla fermezza civile del regista Danilo Proia, il quale ha scardinato i Criteri del teatro ordinario per edificare un allestimento vivace, dirompente e partecipativo. La cabina di regia ha preteso l’abbattimento millimetrico della tradizionale “quarta parete” protettiva, scortando i cantanti e i passeggeri del sogno a recitare a ridosso immediato della platea, azzerando le distanze fisiche ed economiche per favorire una socializzazione spontanea e pulita. L’architettura del dramma assume il burattino di legno come il visual anchor ideale per decifrare le fatiche della condizione umana contemporanea, una risorsa terapeutica pensata per scacciare l’isolamento e le nevrosi della vita quotidiana.

«Ognuno di noi nasce come una specie di burattino incosciente», spiega con calore e onestà intellettuale il regista Danilo Proia, svelando i testi del proprio taccuino di produzione prima del solenne fischio d’inizio. «Attraverso gli inganni della società dei consumi, le tribolazioni, gli ostacoli reali della provincia e le ferite biologiche degli errori, ma anche grazie al comfort dei favori, degli aiuti e dell’amicizia vera, ciascun essere umano riesce a trasformare la propria esistenza. Si tratta di un cammino iniziatico in cui Pinocchio diventa il campo d’azione flessibile di forze contrapposte: quelle ostacolatrici del materialismo e quelle evolutive della coscienza, incarnate dallo scudo del Grillo Parlante».

Il coro di voci bianche e l’orchestra dell’OST: la parata dei talenti under 35

I dati di questa eccezionale produzione parlano chiaro e premiano il merito delle migliori intelligenze musicali dello Stato, riunite sul palcoscenico teatino per un’opera di squadra eccezionale e priva di filtri burocratici. Il cast dei cantanti schiera in trincea il talento del giovane Samuele Lattanzi nel ruolo protagonistico di Pinocchio, affiancato dai registri cristallini del soprano Minkyung Park nei panni della Fata Turchina. La parata dei comprimari d’élite vede in scena Carlo Giacchetta e Mickael Santoro (Geppetto), Emanuele Rosetti (un terrificante Mangiafuoco), Kevin Paoltroni (Lucignolo), Shipeng Xu (il Gatto), in un ordito perfetto con Giulia Antonia Calin, Lisa Brandolini e Adriana Orefice nelle vesti della Volpe, mentre Paolo Gatti e Tonino Crisciotti interpreteranno l’Oste e l’Omino. La voce recitante stanziale del Grillo sarà affidata all’onestà interpretativa dell’attore Massimo Di Michele.

Il sound design e la partitura armonica saranno interamente elargiti dai professori d’orchestra dell’Orchestra da Camera dell’OST, diretti dal podio dello stesso compositore Antonio Cericola nel solenne ruolo di Maestro Concertatore. Ad arricchire l’interplay acustico e il benessere visivo dell’opera interverrà la massiccia e trasparente partecipazione del Coro di Voci Bianche del Conservatorio “L. D’Annunzio” di Pescara e dei bambini del Polo a orientamento artistico-formativo della Provincia di Chieti, magistralmente istruiti dalle direttrici Paola Ciolino e Giulia Bruni. Le splendide scene geometriche e i costumi d’epoca sono andati rubati dal taccuino creativo di Simona Ferri, con il trucco di Serena Di Matteo e il monitoraggio logistico del direttore di produzione Marco Iezzi, uniti per limitare al massimo l’esodo delle competenze locali.

Le poltrone della Stagione Lirica 2026: info e contatti del botteghino teatino

La direzione del Teatro Marrucino comunica che i controlli tecnici sulle sale sono ultimati e la logistica degli accessi è programmata per assicurare un comfort funzionale perfetto alle famiglie, alle scolaresche e ai giovani viandanti della cultura. L’opera di Cericola e Bernabei rifiuta le scorciatoie della finzione digitale per risvegliare l’incanto e la spensieratezza della poesia del fanciullino che risiede in ognuno di noi, proponendosi come una risorsa per riparare lo scollamento emotivo causato dagli smartphone e dall’asfissia dei social network metropolitani.

I motori della biglietteria ufficiale a Chieti sono accesi e le prenotazioni per la prima serata di sabato 26 settembre già prese d’assalto dai collezionisti del grande teatro di tradizione dello Stato. I dettagli completi sui costi dei biglietti e le riduzioni per i minori sono interamente accessibili in totale trasparenza sul portale web della struttura. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e scendete in strada a Chieti: Pinocchio, Geppetto e la Fata Turchina vi aspettano a braccia aperte per ricordarvi che finché l’umanità saprà trasformare un pezzo di legno in un canto di libertà e amore, il domani della nostra terra sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano. Il sipario sta per alzarsi, ed è una favola meravigliosa che aspetta solo di essere vissuta.

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Medaglia d’Onore alla memoria del Tenente Mario Ciaccio: Viterbo non dimentica gli “IMI”

La memoria di un coraggio senza armi vive oggi più forte che mai nella città di Viterbo. Nella mattinata di mercoledì 23 settembre 2026, presso gli spazi di Unindustria, il Prefetto Sergio Pomponio ha consegnato le Medaglie d’Onore ai cittadini italiani deportati nei lager nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra gli insigniti alla memoria c’è l’eroico Tenente palermitano Mario Ciaccio, giovane ufficiale del 42° Reggimento Fanteria catturato a Giannina, in Grecia, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Insieme a oltre 650.000 militari italiani (i cosiddetti Internati Militari Italiani, IMI), il Tenente Ciaccio rifiutò l’allettante offerta dei nazisti di potersi salvare la vita aderendo alla Repubblica di Salò. Un convinto e fiero “NO” che pagò a un prezzo altissimo: fu caricato per 5 lunghe settimane su disumani carri bestiame e deportato in Germania, subendo ben 628 giorni di prigionia tra lo Stalag IV B di Mühlberg e il campo di Torgau. Ai maltrattamenti e alla fame estrema si aggiunse poi la schiavitù del massacrante lavoro coatto all’interno del letale polo chimico industriale del Terzo Reich a Schkopau. Il riconoscimento ufficiale consegnato a Viterbo, fortemente inquadrato e legittimato anche dalla recente legge del 2025 che ha finalmente istituito in modo definitivo la “Giornata degli internati italiani”, è il doveroso, atteso e solenne omaggio dell’intero Stato italiano a un’eroica e silenziosa generazione che difese la dignità pagando con la libertà, la sofferenza e spesso con la vita. Scopri l’eroica biografia di Mario Ciaccio nel nostro articolo 👇

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Medaglia d'Onore alla memoria del Tenente Mario Ciaccio

Viterbo – La grande e complessa Storia della nostra nazione, spesso studiata frettolosamente sui freddi libri di testo scolastici, è in realtà inesorabilmente lastricata, costruita e cementata dai silenzi, dai sacrifici e dalle dolorose ma coraggiose scelte individuali di migliaia di giovani uomini. Un toccante, solenne e doveroso tributo istituzionale a questa memoria patria si è consumato nella mattinata di mercoledì 23 settembre, proprio all’interno degli eleganti e formali spazi della sede territoriale di Unindustria a Viterbo.
La locale e attivissima Prefettura cittadina ha infatti fortemente voluto e organizzato una commossa e sentita cerimonia pubblica, interamente e solennemente dedicata alla formale consegna delle prestigiose Medaglie d’Onore. Si tratta di altissimi e inestimabili riconoscimenti morali e civili che lo Stato italiano conferisce doverosamente ai propri valorosi cittadini, sia civili che militari, che furono brutalmente deportati, ingiustamente internati nei letali lager del Terzo Reich e barbaramente destinati al massacrante e inumano lavoro coatto durante le fasi più oscure e drammatiche della Seconda guerra mondiale. Tra gli illustri insigniti viterbesi di questa edizione autunnale, spicca senza ombra di dubbio la fulgida e nobilissima figura del Tenente Mario Ciaccio (la cui medaglia è stata ritirata e conferita rigorosamente alla memoria). Il giovane e valoroso ufficiale italiano, regolarmente inquadrato nei ranghi militari del 42° Reggimento Fanteria della gloriosa Divisione “Modena”, fu vittima di un atroce destino, venendo catturato, disarmato e arrestato dalle spietate forze di occupazione tedesche a Giannina, in territorio greco, nella fatidica e plumbea data del 12 settembre 1943. Un evento bellico occorso ad appena quattro, caotici e tragici giorni di distanza dal celeberrimo e devastante annuncio radiofonico dell’armistizio stipulato dal governo Badoglio. L’ufficializzazione e la consegna di questa importante onorificenza a Viterbo hanno avuto il grande e inestimabile merito civile di riaccendere prepotentemente l’attenzione pubblica collettiva su una delle pagine indubbiamente e colpevolmente meno esplorate, narrate e conosciute dell’intera storiografia italiana del Novecento: la tragica e nobile epopea degli Internati Militari Italiani (i cosiddetti e mai dimenticati IMI).

Il coraggio di dire no al nazifascismo: la Resistenza silenziosa e senza armi

Per comprendere l’immensa grandezza morale dell’atto compiuto dal Tenente Ciaccio, è necessario storicizzare e immedesimarsi visceralmente nel terrore e nel caos assoluto che fecero tragicamente seguito al famoso proclama dell’8 settembre 1943.
In quei mesi convulsi, disperati e senza alcuna vera direttiva militare da Roma, circa 650.000 fedeli soldati e ufficiali del Regio Esercito italiano, improvvisamente abbandonati al loro destino, vennero accerchiati, catturati e imprigionati dalle soverchianti e organizzatissime forze armate tedesche in mezza Europa. A tutti questi nostri connazionali disorientati venne immediatamente, lucidamente e spietatamente posta davanti una scelta drastica e drammatica. Ai prigionieri veniva esplicitamente e ripetutamente offerta, dai comandanti nazisti, l’allettante e comodissima possibilità di poter uscire subitaneamente dal fango della prigionia e di potersi salvare la vita, semplicemente firmando un pezzo di carta e accettando di aderire politicamente alle file della neonata e fascista Repubblica Sociale Italiana (la Repubblica di Salò di Mussolini), o comunque di continuare attivamente a combattere, operare e collaborare fianco a fianco, militarmente e logisticamente, con le potenti e spietate armate della Germania di Hitler. Dinanzi a questo patto col diavolo, l’immensa e schiacciante maggioranza di questi valorosi e stanchi uomini italiani decise di guardare dritto in faccia i propri carnefici e di dire un secco, irremovibile e orgoglioso “no”. Questo fermo e coraggiosissimo rifiuto civile, ideologico e morale fu purtroppo pagato a un prezzo carissimo e salatissimo: comportò immediatamente e automaticamente la brutale deportazione sui carri bestiame, le violenze fisiche, le umiliazioni, l’inedia, la fame cronica, le gravi malattie infettive, la totale privazione della dignità umana, l’esauriente lavoro coatto in catena di montaggio e, purtroppo, per svariate decine di migliaia di quegli sfortunati uomini, si concluse con la fine atroce della propria vita. Si trattò storicamente, a tutti gli effetti, di un immenso e grandioso gesto di puro eroismo collettivo, un nobile atto di ribellione compiuto silenziosamente, senza l’uso o l’ausilio di armi da fuoco, lontanissimo dal calore della propria terra d’origine e privo di qualsiasi e minima certezza rassicurante sul proprio futuro, ma che oggi la storiografia ufficiale riconosce unanimemente, indiscutibilmente e fermamente come una scelta altissima e consapevole di suprema dignità, assoluta fedeltà alla Patria e incondizionato amore per la libertà.

628 giorni di prigionia: il calvario di Mario Ciaccio nei lager del Reich

È proprio ed esattamente all’interno di questa grandiosa, drammatica e gigantesca epopea collettiva di popolo che si colloca e si incastra tragicamente la silenziosa, straziante ma luminosa vicenda biografica e militare del giovane Tenente Mario Ciaccio.
Originario per nascita della bellissima e solare provincia siciliana di Palermo, Mario Ciaccio era uno speranzoso e inquadrato giovane ufficiale, attivamente e strenuamente impegnato nei complessi teatri di combattimento del fronte dell’Epiro meridionale. A seguito della stipula formale dell’armistizio, la precaria e complessa situazione logistica delle disorientate truppe italiane dislocate nel turbolento scacchiere dei Balcani precipitò rapidamente e inesorabilmente nel caos più buio e totale. Il 12 settembre 1943, proprio a Giannina, l’intero reparto italiano venne definitivamente circondato, soverchiato, minacciato e brutalmente disarmato dalle truppe naziste. Per il malcapitato Mario Ciaccio ebbe così drammaticamente e irrimediabilmente inizio un calvario disumano e indicibile: una prigionia massacrante, alienante e spaventosa, destinata inesorabilmente a durare per ben 628, lunghissimi e ininterrotti giorni di orrore, senza mai poter fare ritorno o poter scrivere ai propri cari. Al disarmo seguì repentinamente un trasferimento fisico durissimo e spietato, una vera e propria marcia forzata verso il cuore freddo della Germania nazista. Dapprima stipati inumaniamente a bordo di pesanti autocarri militari scoperti e successivamente rinchiusi e ammassati come bestie da macello all’interno dei soffocanti, lerci e oscuri carri ferroviari sigillati (usati solitamente per il trasporto rapido di merci chimiche o di animali vivi), il devastante viaggio infernale dell’ufficiale Ciaccio durò ininterrottamente per l’interminabile e logorante lasso temporale di circa cinque intere settimane, in condizioni igieniche deplorevoli, segnate spietatamente dalla fame acuta, dalla sete mortale, dalla precarietà fisica e dalla peggiore privazione della libertà personale. Giunto finalmente ed esausto all’interno del tentacolare, burocratico e letale sistema concentrazionario tedesco, il giovane Mario Ciaccio venne freddamente registrato e schedato numericamente presso i rigidi uffici dello Stalag IV B situato nella località di Mühlberg, per essere poi successivamente e repentinamente smistato e trasferito d’imperio all’interno della pericolosa e malsana area operativa e militare dello Stalag IV D ubicato a Torgau.

Il lavoro coatto a Schkopau e il riscatto sancito dal Prefetto Pomponio

Per l’ufficiale italiano, al profondo e lancinante dolore causato dalla miserabile condizione di prigioniero di guerra sconfitto e isolato, si aggiunse immediatamente, drasticamente e dolorosamente l’onta, la fatica e la sofferenza indicibile scaturita dalla condizione di lavoratore schiavo e coatto.
Mario Ciaccio venne infatti spietatamente impiegato e sfruttato fino all’inverosimile dapprima presso anonime e dure imprese private tedesche e, successivamente, costretto ai lavori forzati all’interno dell’immensa e cupa area industriale della città di Schkopau, la quale rappresentava logisticamente ed economicamente uno dei più grandi, complessi e vitali poli chimici, produttivi e strategici impiegati e sfruttati dall’economia di guerra e dagli armamenti del Terzo Reich. Fu proprio all’interno di questi impianti velenosi e pericolosi che il giovane tenente siciliano, esattamente al pari e insieme a migliaia di altri suoi compagni e Internati Militari Italiani, fu condannato a vivere giornate alienanti, interminabili e massacranti, scandite unicamente dal freddo pungente, dal lavoro fisico estenuante e massacrante che spezzava la schiena e piegava la mente, dalla fame nera e costante, dalle continue e insopportabili privazioni igieniche e mediche, e da una cronica, logorante, perenne e terribile incertezza psicologica riguardante la propria imperscrutabile e cupa sorte finale. Nel corso della partecipatissima cerimonia commemorativa svoltasi a Viterbo, il Prefetto in persona, il dottor Sergio Pomponio, ha giustamente e fermamente voluto richiamare e sottolineare a gran voce il vero e profondo significato morale e sociologico di questa nostra importante memoria storica nazionale. Il Prefetto ha calcato duramente la mano su un concetto cardine vitale: ovvero quanto sia civicamente necessario, educativo e imperativo continuare a ricordare tenacemente ai giovani le atroci e ingiustificabili violenze della Seconda guerra mondiale, affinché esse non abbiano mai, per nessun motivo al mondo, a ripetersi nelle piazze. Particolarmente incisive, emozionanti e densamente significative sono state le sue solenni e scandite parole conclusive rivolte alla platea silenziosa: «Facendo rigorosamente memoria, studio e commemorazione del nostro tragico passato nazionale, facciamo in realtà profondissima memoria di noi stessi come cittadini, ricordando a ogni generazione futura, oggi più che mai, che la vera dignità umana è e resta per sempre un diritto e un sentimento del tutto insopprimibile e intoccabile». Un concetto che è stato peraltro e recentemente rafforzato a livello giuridico dalla stessa Repubblica italiana: con l’entrata in vigore della fondamentale legge numero 6 promulgata lo scorso 13 gennaio 2025, lo Stato ha definitivamente voluto scolpire e fissare imperituramente questa preziosa memoria civica nella coscienza nazionale delle future generazioni, istituendo formalmente e solennemente, nel giorno del 20 settembre, una ricorrenza importantissima. È nata così ufficialmente la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, un monito perenne in memoria di quegli eroici ragazzi che scelsero coraggiosamente la via dolorosa e spietata del lager per non dover in alcun modo macchiare le proprie coscienze obbedendo ai criminali voleri dello Stato nazionalsocialista e dei carnefici fascisti. Il Tenente Mario Ciaccio, simbolo e figlio di quella coraggiosa generazione, è oggi finalmente, orgogliosamente e meritatamente un eroe indimenticato di tutta la nostra Nazione democratica e libera.

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A Tuscania rivive l’anima di Pasolini: uno spettacolo per unire parole, musica e grande cinema

La poesia corsara, la musica e il cinema di Pier Paolo Pasolini rivivono magicamente nella Tuscia viterbese! Domenica 27 settembre 2026 (a partire dalle ore 17:00), la suggestiva, storica e meravigliosa cornice della Chiesa romanica di San Pietro a Tuscania ospiterà l’attesissimo evento intitolato “Pasolini: la parola, la musica, il cinema”. Lo spettacolo musicale gratuito, impreziosito dalle esibizioni dal vivo di artisti formidabili muniti di chitarre, fisarmoniche, mandolini e persino del classico “bouzouki” greco, è l’omaggio a un grandissimo e controverso autore del nostro Novecento. L’evento è incastonato all’interno della fittissima kermesse culturale “Lo spirito del luogo”, finanziata dai fondi statali del Ministero della Cultura per rilanciare le bellezze architettoniche e turistiche del borgo etrusco. Proprio Tuscania, d’altronde, ha sempre avuto un profondo legame di sangue e di amore con il mondo del cinema: artisti e giganti immortali del calibro di Pasolini, Monicelli, Cavani e Tarkovskij scelsero ripetutamente queste antichissime vie medievali come scenografie naturali delle loro meravigliose pellicole. Scopri nel nostro articolo la scaletta, gli orari e come prenotare il tuo posto per questa domenica all’insegna della cultura 👇

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Misiti e Scatozza

Tuscania (Viterbo) – Nel cuore antico, aspro e meraviglioso della Maremma laziale e dell’Etruria, dove la pietra medievale e i tufi millenari raccontano ai viandanti storie di civiltà passate, l’arte teatrale e il grande cinema d’autore si fondono magicamente in un evento imperdibile. Prosegue infatti senza sosta e con un crescente successo di pubblico e critica l’apprezzatissima rassegna culturale “Lo spirito del luogo”, un progetto istituzionale diffuso che intreccia in modo intelligente e innovativo lo spettacolo performativo dal vivo e la massiccia valorizzazione turistica del nostro inestimabile e bellissimo patrimonio culturale.
Il prossimo e attesissimo appuntamento artistico in calendario è stato ufficialmente fissato per il pomeriggio di domenica 27 settembre 2026. A partire dalle ore 17:00, infatti, l’ombra fresca e l’acustica severa ma avvolgente della suggestiva Chiesa romanica di San Pietro a Tuscania si preparano a ospitare un evento tributo di enorme spessore intellettuale, concisamente e programmaticamente intitolato “Pasolini: la parola, la musica, il cinema”. Si tratterà di un vero e proprio e profondo viaggio multisensoriale, una discesa introspettiva e affascinante direttamente attraverso lo sterminato, controverso e geniale mondo poetico, musicale e cinematografico di Pier Paolo Pasolini. L’affascinante spettacolo dal vivo è stato ideato, curato e minuziosamente realizzato dal duo artistico composto da Raffaella Misiti e Stefano Scatozza, che verranno sapientemente e mirabilmente accompagnati sul palco, per l’occasione, da musicisti e artisti d’eccezione, formando un vero e proprio ensemble di talenti puri al totale servizio della grande letteratura italiana del Novecento.

Il tributo a Pasolini nella suggestiva cornice della Chiesa di San Pietro

La saggia e ponderata scelta di un edificio storicamente così pregnante e carico di forte misticismo per la messa in scena dell’opera teatrale non è affatto casuale, ma contribuisce in maniera sostanziale a elevare l’impatto emotivo dell’intero spettacolo pasoliniano.
L’opera teatrale esplora audacemente e sviscera intimamente il profondo, tormentato e indissolubile rapporto che Pier Paolo Pasolini aveva instaurato nel corso dei decenni con la suggestiva musica da film, con l’impegnata e graffiante canzone d’autore, con la riscoperta filologica del dialetto della sua amata terra natia e con le innumerevoli e vulcaniche collaborazioni artistiche e umane che hanno costantemente affiancato e accompagnato tutto il suo difficile e spesso ostracizzato percorso intellettuale. Nel corso della particolarissima e ricercata performance, parole affilate e musica evocativa riescono a ricostruire faticosamente e minuziosamente un complesso e onirico universo culturale nel quale la nuda poesia esistenziale, le visioni del cinema realistico e la canzone popolare si incontrano e si scontrano continuamente, rincorrendosi sulle note degli strumenti. L’obiettivo ultimo e dichiarato degli artisti sul palco è proprio quello di riuscire a restituire al pubblico in sala, almeno in parte, alcune delle numerosissime e quasi infinite sfaccettature caratteriali e umane di una figura assolutamente centrale, ineludibile e gigantesca della cultura, del giornalismo e della critica italiana e internazionale dell’intero e travagliato Novecento.

Un viaggio tra fisarmoniche, bouzouki e le cupe visioni del Novecento

Per dare corpo, anima e respiro a questa complessa opera intellettuale pasoliniana, la perfetta e simbiotica interazione ritmica e scenica tra i validissimi interpreti e musicisti sul palco risulta essere una componente assolutamente vitale e imprescindibile per la buona riuscita dello spettacolo.
Attraverso la fitta e serrata esecuzione teatrale di iconici testi drammatici puramente recitati e l’esibizione vocale e musicale di intensi brani eseguiti rigorosamente ed esclusivamente dal vivo (senza l’ausilio di alcuna traccia preregistrata), vengono evocati con una fortissima potenza suggestiva anche gli intricati e difficili rapporti personali e lavorativi che Pasolini intrecciò testardamente con vari, leggendari e geniali compositori e celebri artisti dell’epoca (come l’immenso Ennio Morricone). Musicisti che ebbero il gravoso e storico compito di tradurre materialmente in note e in spartiti musicali l’immensa, debordante e spaventosa forza poetica e visiva delle aspre pellicole dell’opera pasoliniana. Lo spettatore viene così preso per mano e accompagnato dolcemente lungo un percorso sensoriale sospeso tra parola scritta e suono evocativo; un viaggio narrativo che attraversa trasversalmente l’opera letteraria e il pensiero politico e corsaro di Pasolini, mettendo di fatto in stretta relazione i diversissimi e ostici linguaggi semantici che hanno sempre e fortemente caratterizzato il suo inimitabile lavoro d’artista. Il cast musicale di questo evento d’eccellenza prevede l’esibizione vocale della talentuosa Raffaella Misiti, supportata magistralmente dalla chitarra acustica di Stefano Scatozza, dalla versatile Désirée Infascelli (impegnata alla fisarmonica a mantice e al delicato mandolino), e dalla bravura tecnica di Stefano Saletti alle prese con l’affascinante e antico suono del bouzouki greco. A fare magistralmente da solido e possente collante narrativo e filologico tra un brano musicale e l’altro saranno le letture impegnate della voce narrante di Arianna Gaudio.

“Lo spirito del luogo”: il progetto culturale per rilanciare i borghi

Questo prestigiosissimo e particolarissimo spettacolo musicale non è però un semplice evento teatrale isolato nel tempo, ma si va a inserire prepotentemente all’interno di un gigantesco cartellone pubblico di eventi mirati al recupero territoriale.
L’intera, fittissima e lodevole rassegna “Lo spirito del luogo” è infatti un mastodontico e utilissimo progetto culturale promosso e fortemente voluto dalla Direzione regionale dei Musei nazionali del Lazio e direttamente dal Ministero della Cultura centrale, in strettissima, fruttuosa e lodevole collaborazione logistica e organizzativa con l’amministrazione del Comune di Tuscania. A partire dallo scorso e ormai lontano 3 maggio (e con eventi in scaletta previsti fino al prossimo 4 ottobre 2026), le antiche e silenziose mura del Museo archeologico nazionale di Tuscania, l’austera navata della Chiesa di San Pietro, gli spazi della Chiesa di Santa Maria Maggiore e l’intero patrimonio storico e artistico diffuso della splendida cittadina viterbese sono diventati fisicamente l’immenso e a cielo aperto palcoscenico naturale di un affascinante percorso itinerante. Una lunghissima, inebriante kermesse culturale divisa equamente tra spettacoli performativi dal vivo, concerti classici e moderni, teatro civile d’autore, affollate visite guidate archeologiche e intime conversazioni d’arte per appassionati. L’obiettivo istituzionale è quello di mettere intimamente in stretta e vitale relazione il patrimonio materiale di pietra e il patrimonio della memoria immateriale, valorizzando prepotentemente il legame inscindibile e storico tra gli antichi luoghi di culto, la loro burrascosa storia secolare e le orgogliose comunità cittadine che li abitano ancora oggi. Il progetto è interamente finanziato con i fondi statali della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura, ed è curato e gestito operativamente dalla nota Associazione Ikona (sotto la sapiente direzione artistica del maestro Stefano Saletti), e dai musicisti dell’Orchestra da Camera Fiorentina (guidata dalla direzione artistica del grande Giuseppe Lanzetta).

Tuscania, musa e set del grande cinema italiano

Non è un caso che l’evento tributo pasoliniano faccia capolino proprio tra queste antichissime e suggestive mura di tufo della provincia laziale.
La bellissima Tuscania, infatti, rappresenta storicamente e visivamente un vero e proprio e inestimabile museo archeologico diffuso a cielo aperto, un luogo magico ed esoterico dove oltre tremila anni ininterrotti di densissima e fiera storia antica convivono ancora oggi in totale, perfetta armonia urbana tra silenziose necropoli etrusche misteriose, possenti mura e torri medievali di avvistamento, magnifiche e oscure architetture religiose di stampo gotico-romanico e un immenso, tutelato patrimonio archeologico. A questa solida e spiccata identità architettonica locale si aggiunge prepotentemente anche l’antico e strettissimo rapporto di puro amore che la città ha instaurato nei decenni con i grandissimi e burberi registi del cinema italiano: artisti immortali e colossi del calibro del mitico Mario Monicelli, dello stesso geniale Pier Paolo Pasolini, della visionaria Liliana Cavani e del filosofico e introspettivo maestro russo Andrej Tarkovskij (che qui girò celeberrime scene della sua cinematografia) hanno spessissimo e volontariamente scelto proprio questi aspri e fotogenici luoghi laziali come meravigliose scenografie naturali e gratuite di alcune delle loro migliori opere su pellicola. L’evento gratuito di domenica 27 settembre (inizio ore 17:00, necessaria la prenotazione via mail) sarà dunque un’imperdibile e ghiottissima occasione per poter celebrare insieme non solo l’eredità artistica lasciata da Pasolini, ma anche per poter omaggiare e respirare l’atmosfera sacra e profana di un borgo laziale che ha fatto la gloriosa storia del nostro indimenticabile grande schermo.

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Spettacolo

Prima mondiale in Francia per Paolo Cavallone: a Quiberon debutta “D’après Fauré”

La musica e l’estro italiano tornano a stregare l’esigente e prestigioso pubblico d’oltralpe! Il celebre compositore (e docente) Paolo Cavallone è pronto a volare in Francia per una solenne esecuzione in prima mondiale assoluta. Domenica 27 settembre 2026, all’interno del lussuoso e ambito cartellone del festival “Les Musicales de Quiberon” in Bretagna, andrà infatti in scena la nuovissima opera per trio d’archi intitolata “D’après Fauré”. Commissionata dal grande fagottista e direttore francese Pascal Gallois, l’opera del maestro Cavallone è un intimo e stravolgente omaggio al genio del celebre “Après un rêve” di Gabriel Fauré, miscelato sapientemente con i fortissimi echi della musica d’avanguardia del Novecento italiano di Berio e Nono. A dare anima e fiato agli strumenti e alle note non potevano che essere i virtuosi ragazzi del “Trio della Serenissima”, brillante orchestra da camera formata da tre giovanissimi studenti del rinomato Conservatorio statale “Benedetto Marcello” di Venezia (istituzione che, tra l’altro, è stata nominata ospite d’onore ufficiale del festival bretone 2026). Scopri nel nostro articolo tutti i dettagli sulla fortunata collaborazione italo-francese e i clamorosi successi internazionali di Paolo Cavallone 👇

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Trio Serenissima Cavallone

Roma – La raffinatissima e antichissima tradizione della composizione musicale contemporanea italiana si prepara orgogliosamente a varcare nuovamente e trionfalmente i confini nazionali, esportando il talento puro del nostro Paese per illuminare una delle piazze culturali europee più prestigiose ed esigenti del Vecchio Continente.
La grandissima attesa del mondo accademico e concertistico è tutta puntata verso un nuovo, imperdibile e solenne appuntamento internazionale che vedrà come assoluto e osannato protagonista il brillante e affermato compositore italiano Paolo Cavallone. L’eccellente musicista e accademico è infatti spasmodicamente atteso in Francia per la suggestiva e magica serata di domenica 27 settembre 2026, dove sarà ospite d’onore all’interno del rinomato cartellone del prestigioso festival transalpino “Les Musicales de Quiberon”, in terra di Bretagna. Il palcoscenico bretone farà da lussuosa cornice alla primissima e attesissima esecuzione mondiale assoluta dell’opera intitolata “D’après Fauré”. Si tratta dell’ultima e nuovissima, complessa composizione scritta per un classico trio d’archi, un’opera maestosa e intimista che è stata esplicitamente e direttamente commissionata al talento del maestro italiano dalla sapiente intuizione del celeberrimo e influente fagottista e grandissimo direttore d’orchestra francese Pascal Gallois.

Il connubio artistico e filosofico tra Cavallone e Pascal Gallois

La genesi concettuale e puramente armonica di questa nuovissima opera musicale non è affatto casuale, ma rappresenta anzi la sublime e fisiologica fioritura di una partnership intellettuale e culturale che affonda radici profonde.
Questa particolarissima commissione internazionale, infatti, nasce spontaneamente dal solidissimo, storico e proficuo rapporto umano e artistico instauratosi negli anni tra lo stesso Paolo Cavallone e il maestro Pascal Gallois. I due immensi artisti, spiriti affini, collaborano ormai strettamente da moltissimo tempo, confrontandosi quotidianamente e intellettualmente con coraggio intorno ai difficili temi della ricerca musicale d’avanguardia e della complessa creazione sonora contemporanea. Questa nuova e prestigiosissima commissione festivaliera francese rappresenta dunque per entrambi non solo un punto d’arrivo, ma soprattutto una stimolante e nuova tappa evolutiva di un lungo e serrato dialogo interculturale transalpino. Un dibattito artistico fondato interamente sull’esplorazione audace di nuovi linguaggi musicali non convenzionali e sulla ricerca di forme espressive inedite, che siano però sempre capaci e rispettose di saper mettere armoniosamente in stretta relazione i canoni intoccabili della tradizione passata con la vibrante, nevrotica e frammentata scrittura del nostro turbolento presente storico.

Un omaggio a Fauré tra suggestioni sonore e la tradizione del Novecento

L’architettura musicale creata dal maestro Cavallone per questa speciale occasione bretone è un vero e proprio capolavoro di equilibrio, dedizione e reverenza verso i mostri sacri della composizione europea, impreziosita da sprazzi di genialità italiana.
L’intera struttura spartitica di D’après Fauré si basa originariamente ed esplicitamente sulle celebri e immortali note dell’opera “Après un rêve” del grandissimo compositore francese Gabriel Fauré (1845-1924), indubbiamente considerata dalla critica come una delle pagine più belle, oniriche e celebri dell’intero e sterminato repertorio tardo-romantico francese. Nel suo modernissimo lavoro d’archi, Cavallone non si limita banalmente e pigramente a citare in modo calligrafico e didascalico il capolavoro del maestro transalpino, ma gli rende piuttosto un vero e proprio e sentito omaggio spirituale. Egli seziona, stravolge e rielabora sapientemente e chirurgicamente il nobile materiale melodico e armonico originario del brano, trasformandolo in un nuovissimo, autonomo e sorprendente percorso sonoro e concettuale. Nelle battute di questo inedito trio d’archi, la struggente memoria del passato e l’immaginazione fervida del futuro si intrecciano indissolubilmente e virtuosamente attraverso velati e timidi richiami, continue metamorfosi stilistiche e affascinanti trasformazioni sonore. Ma la grandezza e la caratura intellettuale del compositore si evince da un dettaglio fondamentale: mentre omaggia il genio francese, nella sua originalissima scrittura polifonica emergono evidenti, prepotenti e meravigliose suggestioni contemporanee direttamente e indissolubilmente legate alla sterminata e grandiosa tradizione italiana musicale d’avanguardia del tormentato Novecento. Si percepiscono tra le note del pentagramma echi lontani delle lezioni immense e immortali lasciate in eredità da giganti del calibro di Luciano Berio e Luigi Nono, il tutto orchestrato in un costante, faticoso ma sublime gioco di ardite e mutevoli prospettive acustiche e di ingannevoli distanze emotive.

Il Trio della Serenissima sul palco: Venezia ospite d’onore in Bretagna

Per dare voce fisica, anima vibrante e suono reale e tangibile a questa complessa ed elitaria nuova composizione, si è deciso saggiamente di affidare l’esecuzione materiale dell’opera nelle sapienti e delicate mani di giovani talenti della nostra Nazione.
A salire emozionatissimi e carichi di responsabilità sul palco francese del festival sarà il bravissimo Trio della Serenissima, un eccelso ensemble formato direttamente tra i maestosi, antichi e silenziosi corridoi accademici del prestigioso Conservatorio Statale di Musica “Benedetto Marcello” di Venezia. Questo affiatatissimo gruppo cameristico è formato tecnicamente dai virtuosi musicisti Carlo Maria Vianello Mirabello (al violino), Leonardo Mariotto (alla viola) e Costanza Battistella (al violoncello). Saranno esclusivamente e onorevolmente loro tre a dover interpretare solennemente e impeccabilmente in prima esecuzione mondiale, davanti al competentissimo e temuto pubblico transalpino, una delle più belle e recenti creazioni scaturite dalla fervida mente del maestro compositore Paolo Cavallone. La scelta dell’orchestra da camera non è affatto casuale: il maestro è un fiero veneziano d’adozione lavorativa, ed è attualmente uno stimato e severo docente titolare di composizione proprio presso le prestigiose aule del medesimo e storico Conservatorio lagunare. La massiccia e voluta presenza istituzionale dell’ensemble veneziano all’evento musicale è strettamente legata a doppio filo all’ufficiale, fittissimo e meraviglioso legame di gemellaggio culturale stretto di recente tra la suggestiva cittadina marittima francese di Quiberon e il celebre Conservatorio italiano, che è stato nominato all’unanimità nientemeno che “ospite d’onore ufficiale” dell’intera e ricchissima edizione 2026 del blasonato festival d’oltralpe. A livello accademico e puramente istituzionale, questa storica e mastodontica realtà educativa veneziana è attualmente guidata dall’esperienza del direttore Roberto Gottipavero, il quale resterà saldamente in carica fino al termine del suo mandato (fissato al 31 ottobre 2026). Dal 1° novembre prossimo, invece, la direzione e il pesante testimone passeranno amministrativamente sotto la guida del nuovo direttore, Chiara Staibano.

I successi internazionali e la proficua carriera di Paolo Cavallone

L’esibizione che andrà in scena domenica chiuderà idealmente un vero e proprio cerchio artistico, suggellando una duratura e inossidabile amicizia.
L’atteso, acclamato e festoso ritorno trionfale del maestro Paolo Cavallone in terra di Bretagna si va felicemente a inserire in un profondo rapporto artistico e geografico già solidamente e lungamente consolidato nel corso del tempo. Già negli anni passati, infatti, il grande compositore italiano aveva collaborato attivamente, proficuamente e brillantemente con la famosissima e imponente Orchestre National de Bretagne (ONB) per la superba realizzazione concertistica del mastodontico doppio concerto intitolato “Metamorfosi d’amore” (un’opera d’arte che fu all’epoca presentata, registrata ed eseguita con enorme clamore di pubblico e di severissima critica presso il sontuoso teatro dell’Opera di Rennes). La collaborazione transalpina aveva poi prodotto ottimi frutti anche per la difficilissima e chirurgica registrazione di Porte, un imponente e avanguardista progetto discografico denominato “Hóros”, che venne poi orgogliosamente presentato in pompa magna e trasmesso dai potenti microfoni pubblici della radio di Stato, Radio France. La nuovissima e prestigiosissima commissione di “D’après Fauré”, inoltre, arriva magicamente e puntualmente a cadere in una fase lavorativa ed emotiva che è particolarmente e professionalmente intensa per quanto riguarda l’attività quotidiana dello stesso maestro Cavallone. L’autore si trova a cavalcare una lunghissima e ininterrotta onda di puro e cristallino successo mediatico, giunta meritatamente dopo l’enorme attenzione intellettuale, editoriale e di critica ricevuta di recente a teatro grazie al successo travolgente della sua imponente e complessa opera teatrale intitolata “Il D’Annunzio Segreto”, a cui ha fatto subito e brillantemente seguito la recentissima e attesissima pubblicazione musicale globale e internazionale del bellissimo, fortunato e ricercato CD intitolato “Miroirs d’esquisses”, inciso gelosamente e meticolosamente per la nota etichetta di settore Da Vinci Classics. Una carriera sterminata, profonda e costellata di continui, immani e faticosissimi successi intellettuali. L’altissima caratura accademica e la profondità emotiva e umana della sua ormai vasta, complessa e variegata produzione, lo colloca indiscutibilmente, meritatamente e oggettivamente oggi (a livello unanime di critica specializzata) tra le voci italiane contemporanee più fresche, originali, libere, autorevoli e in assoluto più influenti dell’intera, affollatissima e competitiva scena musicale classica e avanguardistica internazionale.

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