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LA RECENSIONE DI ALESSANDRA DELLA QUERCIA A CINZIA ANGELA SEDDONE, AUTRICE DEL LIBRO “COME UNA FENICE”

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COME UNA FENICE DI CINZIA ANGELA SEDDONE

Redazione-  Carissimi lettori e carissime lettrici,oggi voglio parlarvi di una donna davvero speciale. Mi riferisco a Cinzia Angela Seddone, naturopata, facilitatrice in Psicogenealogia Junghiana, facilitatrice in Costellazioni familiari sistemiche e autrice del libro “Come una fenice” edito Masciulli Edizioni.

Sarda purosangue, Acquario doc e, soprattutto, incarnazione dell’autenticità cristallina, senza filtri e orpelli. Tenace e volitiva come la sua fascinosa terra, indomita e ribelle come il suo segno zodiacale, Cinzia ama la libertà in ogni sua forma, è refrattaria agli stereotipi imposti dalla società, nutre una profonda avversione per tutto ciò che è ipocrita e artificiale e, al contempo, ha una sensibilità immensa come il mare e una dolcezza sincera e mai melensa, che esprime al massimo con chi sa entrare nelle pieghe della sua variegata anima.

Il suo libro, totalmente autobiografico, narra con assoluta schiettezza e delicata potenza la sua tormentata e dolorosa storia trentennale di violenza fisica e psicologica.

“Pensavo fosse amore, invece era un calesse” recitava il celebre film di Massimo Troisi. E a Cinzia è andata esattamente così.

Agli inizi, da adolescente, l’uomo con cui poi ha condiviso gran parte dei suoi anni le pare un “leader”, brillante, indipendente, carismatico, perbene. Si innamora di lui ed è felice nel notare che, nonostante tutte le ragazze che gli ronzano attorno, manifesti un interesse proprio per lei, che è molto timida e riservata. Si sente, quindi, fortunata e prescelta. Pare un idillio romantico.

Peccato che poi, col tempo, a lei appaia la realtà amara e cruda. Quell’uomo, così apparentemente straordinario, che le fa battere il cuore, a cui si è aperta incondizionatamente e in cui ha riposto la sua fiducia, si rivela l’esatto opposto di ciò che appariva: insensibile, possessivo, arido, calcolatore, manesco, aggressivo. In una parola: spietato.

Cinzia si ritrova così a vivere in una dinamica fortemente tossica che le spegne il sorriso, l’autostima e la speranza per il suo futuro. Si sente ingabbiata, svalutata, incompresa, svuotata, infelice, perennemente sbagliata e giudicata. Come se non bastasse, si addossa, erroneamente, anche la colpa di ciò che subisce.

A chi le chiede come sia stato possibile resistere per ben trent’anni in quella situazione lei risponde che, col senno di poi, trova assurdo aver permesso tutte quelle meschine e crudeli mancanze di rispetto, ma ai tempi era come anestetizzata, non aveva l’esatta dimensione di ciò che stava vivendo, non avendo sicurezza in se stessa era facile manipolarla. Inoltre, non riusciva a trovare degli strumenti congrui per esprimere il suo malessere, che teneva segreto e celato accuratamente dentro di sé. Inventava scuse continue per nasconderlo a tutti, persino ai suoi cari. Era bloccata in un vortice malsano che la portava a frenare il libero fluire della sua nobile e pura essenza, oltraggiata continuamente, brutalmente, senza alcuna pietà.

Finalmente, dopo l’ennesimo pugno e dopo aver maturato a lungo nel proprio intimo che sarebbe stata una follia continuare a stare con chi la maltrattava e faceva sentire perennemente una nullità, riesce a liberarsi di lui. Fugge, racconta tutto alla sua famiglia d’origine a cui non aveva mai fatto percepire l’atroce dolore che la logorava da decenni. Uno dei suoi rimpianti è non aver potuto condividerlo con sua madre, ma purtroppo era già scomparsa all’epoca. Ovviamente rimangono tutti sconvolti, increduli e profondamente amareggiati da quella scioccante rivelazione, ma immediatamente le mostrano la totale comprensione e il massimo supporto. Dalla Sardegna migra, con le sue nuove e robuste ali, in Abruzzo, dove ricostruisce se stessa, riprende a studiare le discipline che aveva accantonato e decide di pubblicare il libro “Come una fenice” per condividere la sua storia di sofferenza che sfocia in una meravigliosa rinascita. La sua più grande soddisfazione la ha quando suo padre, con il volume tra le mani, le dice commosso: “Brava, figlia mia, sono fiero di te!”

Il libro di Cinzia non è il semplice racconto di una storia: è un grido, è un dono per chi si ritrova impantanato in relazioni pericolose e distruttive da cui non sa come uscirne, è l’esser riuscita a tramutare un trentennio disastroso in un’estrema empatia per il prossimo e in una rara abilità di captare al volo ogni segnale strano e ogni comportamento malsano e allarmante. La sua non è una velleità di sentirsi definire “scrittrice”, a suo dire è una semplice autrice con una missione potente, però: aiutare quante più persone possibili che stanno subendo violenza ad aprire gli occhi, a non sentirsi sole, a sentirsi capite, a trovare il coraggio di reagire, come ha fatto lei. Con grande dignità, con lucidità, senza vittimismi e con la saggezza di trovare sempre il senso in ogni esperienza e la forza di risorgere sempre dalle proprie ceneri. Come una fenice.

https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/come-una-fenice/

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IL SEGRETO DELL’ETERNA GIOVINEZZA? BETTY MORRIS, 101 ANNI, CI SVELA CHE LA FORMULA NON È UNA POZIONE MAGICA

A 101 anni, Betty Morris sfida il tempo tra nuoto, Zumba e una vitalità contagiosa. Il suo segreto? Muoversi ogni giorno e circondarsi di persone che illuminano la vita.
#Longevità #StileDiVitaSano #Ispirazione #Centenari

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Redazione-  Dalla pietra filosofale ai miti dell’antichità, l’umanità ha sempre inseguito il sogno proibito di fermare il tempo. Eppure, in un’epoca ossessionata da elisir costosi e trattamenti avveniristici, la prova vivente che la giovinezza non sia un traguardo irraggiungibile ma un modo di vivere arriva dal Michigan, dove Betty Morris, a 101 anni suonati, continua a sfidare le leggi dell’anagrafe con una vitalità che farebbe invidia a una ventenne.

Ma qual è il segreto di questa centenaria che sembra aver stretto un patto con il tempo? A dispetto di ogni aspettativa scientifica, la risposta di Betty non risiede in laboratori segreti, ma nella semplicità di una routine costruita con dedizione e, soprattutto, nella voglia di non restare mai ferme.

L’acqua, il regno dove l’età non esiste

Il fulcro della vita di Betty è la Jackson YMCA. «Non potrei farne a meno», confessa in una recente intervista a People. Per Betty, la piscina non è solo un luogo per mantenersi in forma, ma un vero e proprio santuario. La sua storia con il nuoto è iniziata quasi per gioco, a 60 anni, quando decise di iniziare a frequentare le vasche insieme a un’amica. Da quel giorno, per oltre quarant’anni, non ha mai smesso: una costanza di ferro che l’ha trasformata in una nuotatrice esperta e instancabile.

«L’acqua non fa discriminazioni», spiega con lucidità. In piscina, il corpo si alleggerisce, le articolazioni si distendono e ogni limite dettato dagli anni sembra svanire. Ma non è tutto: oltre al nuoto, Betty sfida la sedentarietà partecipando attivamente alle lezioni di Zumba e concedendosi lunghe, rigeneranti passeggiate in compagnia della figlia, Sue Condino. Il movimento, per lei, non è un obbligo medico, ma una gioia quotidiana.

Il potere invisibile delle relazioni

Tuttavia, ridurre l’elisir di Betty al solo esercizio fisico sarebbe un errore. Se il corpo rimane giovane grazie al movimento, è lo spirito a trarre forza dalla rete di relazioni che ha saputo costruire e mantenere. La sua agenda è fitta di impegni: dalla palestra alla chiesa, Betty vive circondata da persone, coltivando quel tessuto sociale che spesso, nella terza età, tende purtroppo a sfilacciarsi.

La figlia Sue osserva con ammirazione la capacità della madre di magnetizzare l’attenzione ovunque vada: «In chiesa o in qualsiasi incontro sociale, la mamma illumina la stanza con la sua presenza». Betty non è una spettatrice della vita, ma una protagonista attiva. La sua carica di energia è contagiosa, capace di abbattere le barriere generazionali e ricordare a tutti noi che, a qualsiasi età, siamo definiti da chi incontriamo e da come scegliamo di interagire con il mondo.

Un esempio per il futuro

La storia di Betty Morris è una lezione preziosa che ci riporta con i piedi per terra. Ci ricorda che l’invecchiamento non è un declino inesorabile, ma un percorso che dipende, in gran parte, dal nostro atteggiamento. La sua “eterna giovinezza” è fatta di cloro, passi di danza, chiacchiere in compagnia e, soprattutto, di una curiosità che non si è mai spenta dopo un secolo di avventure. Forse, la chiave per restare giovani per sempre non si trova in un flacone, ma nella capacità di continuare a tuffarsi nella vita, ogni giorno, con lo stesso entusiasmo dei sessant’anni.

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L’ALBERO DELLA LIBERTÀ: MARIO VESPASIANI E L’ANIMA INVISIBILE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Ottant’anni di Repubblica celebrati attraverso il pennello visionario di Mario Vespasiani: un’opera dove le radici sono i valori e la libertà è un orizzonte di luce da costruire ogni giorno. Un omaggio all’anima invisibile che sostiene l’Italia, tra memoria, arte e coraggio civile.
#MarioVespasiani #RepubblicaItaliana #ArteContemporanea #ValoriCostituzionali

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Redazione-  Ci sono date che non sono semplici ricorrenze sul calendario, ma pietre miliari che definiscono l’identità di un popolo. Gli ottant’anni della Repubblica Italiana appartengono a questa categoria: non un traguardo formale, ma un invito a guardarsi allo specchio. Il 2 giugno 1946 non fu solo l’esito di un referendum, ma il vagito di una visione condivisa, nata dalle macerie di un conflitto e nutrita dal desiderio di costruire una società fondata sulla dignità, sulla libertà e sulla partecipazione democratica.

Oggi, in un’epoca dominata dalla velocità digitale e dalla frammentazione dei riferimenti comuni, la Repubblica ci ricorda che la democrazia non è un oggetto da conservare in bacheca, bensì un organismo vivo che richiede cura quotidiana. A dare voce e forma a questa riflessione è Mario Vespasiani, uno dei maestri più apprezzati dell’arte italiana contemporanea – già noto per il prestigio delle sue collaborazioni con le Forze Armate e la Guardia Svizzera Pontificia – che ha dedicato alla celebrazione di questo ottantesimo anniversario una straordinaria opera pittorica.

Un’opera oltre la retorica

La tela realizzata da Vespasiani è un elegante ovale che rompe gli schemi della classica iconografia celebrativa. L’artista sceglie di rifuggire monumenti, bandiere didascaliche o simbolismi scontati per offrire una metafora potente ed essenziale: un grande albero che svetta tra il mare e il cielo, proteso verso la linea dell’orizzonte.

Ciò che colpisce immediatamente l’osservatore è una scelta poetica e concettuale spiazzante: l’albero non ha radici visibili. Non affondano nella terra brulla, ma sembrano dissolversi in una dimensione di pura luce. Per Vespasiani, questa “assenza” è in realtà una presenza assoluta. Le radici non si vedono perché “appartengono ai valori”. Esattamente come la democrazia, la solidarietà, la libertà e la Costituzione, esse non sono elementi tangibili, eppure sono proprio queste forze invisibili a sostenere l’intera architettura della nostra convivenza civile.

L’Emblema reinterpretato

L’opera non nasce dal nulla, ma è frutto di una raffinata rielaborazione dell’Emblema della Repubblica Italiana. Vespasiani evoca il ramo di ulivo e quello di quercia attraverso la figura dell’albero unico, mentre la celebre ruota dentata (simbolo del lavoro) viene richiamata dalla forma stessa dell’ovale che racchiude la scena.

Il cromatismo, elemento distintivo di Vespasiani già lodato in passato dal Presidente Sergio Mattarella, trasforma il dipinto in un dialogo tra storia e destino. L’orizzonte marino diventa il luogo in cui il passato incontra il futuro, dove la memoria dei padri costituenti parla direttamente alle sfide che dobbiamo ancora affrontare. In questa visione, l’assenza di radici materiali diventa un monito: la memoria non deve essere immobilità, ma energia che si trasforma in coscienza e responsabilità.

La Repubblica come opera collettiva

Attraverso il suo pennello, Vespasiani ci ricorda che la Repubblica è un corpo vivo che continua a crescere grazie a milioni di “radici invisibili”: i suoi cittadini. Non esiste democrazia senza partecipazione, né futuro senza la consapevolezza di appartenere a una storia comune. L’albero della Repubblica non poggia su un suolo astratto, ma sulla coscienza di chi, ogni giorno, sceglie di onorare quei valori che ci rendono una comunità.

Ottant’anni dopo quella scelta coraggiosa del 1946, il messaggio dell’artista appare quanto mai urgente: la libertà non è un’eredità garantita per sempre, ma un’opera collettiva che ogni generazione è chiamata a rinnovare. La forza di una nazione non risiede nei beni materiali che possiede, ma nella profondità dei valori che sa custodire e nel coraggio di guardare, come l’albero di Vespasiani, verso un orizzonte di luce.

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OCCHI DI SABBIA: UN GRIDO LIRICO CONTRO L’INDIFFERENZA CHE OFFUSCA LO SGUARDO UMANO

Occhi di sabbia” di Gianni Attilio Ferrari è un’opera poetica che squarcia il velo dell’indifferenza. Tradotta in arabo, è un ponte tra culture e un invito universale a riscoprire l’empatia.
#OcchidiSabbia #GianniAttilioFerrari #Poesia #Indifferenza

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Gianni Attilio Ferrari

Redazione-  In un mondo sempre più disconnesso, dove lo sguardo sembra offuscato da una patina di apatia, emerge “Occhi di sabbia”, l’ultima opera poetica di Gianni Attilio Ferrari. Pubblicata nella collana “Altre Frontiere” dell’Aletti Editore e già tradotta in arabo dal professor Hafez Haidar, più volte candidato al Premio Nobel, questa raccolta si erge a potente metafora della condizione umana contemporanea: un’umanità che, avvolta nell’indifferenza, ha smarrito la capacità di emozionarsi, di percepire il reale.

Il titolo stesso, “Occhi di sabbia”, è una metafora amara e penetrante della condizione attuale. Ferrari la descrive come “la perdita della capacità di emozionarci davanti agli eventi della vita.” Le lacrime, un tempo espressione catartica, “non scendono più sui nostri volti e gli occhi velati dalla sabbia dell’indifferenza perdono la percezione della visione e, quindi, del reale.” È un’immagine potente: una vista offuscata non da un velo fisico, ma dalla polvere sottile e corrosiva dell’apatia, che rende ciechi non solo al dolore altrui ma alla ricchezza stessa dell’esistenza.

Gianni Attilio Ferrari, milanese, porta nel suo animo il segno indelebile di anni trascorsi in radiologie e medicine nucleari, luoghi dove ha incontrato la sofferenza e la morte nella loro forma più cruda. Questa esperienza profonda gli ha conferito una rara capacità di indagare le pieghe più recondite dell’animo umano. La sua cifra stilistica si distingue per un equilibrio quasi alchemico tra rigore filosofico e slancio lirico, capace di trasformare il dolore esistenziale in una chiave di lettura per il futuro.

Il dolore, per Ferrari, non è mai un fine a sé stesso, ma un “Giano Bifronte”: una forza che guarda al passato per comprenderlo, ma che contemporaneamente funge da guida per il domani. “Ha aperto le porte,” confessa l’autore, “dandomi l’accesso a una pluralità di sentieri emotivi che convergono in un unico punto di espressione; questo punto è come un filo che si dirama in più parti nell’intimo profondo e collega le emozioni di un pensiero collettivo. Il difficile è annodare i capi di questo filo.” Una metafora che sottolinea la complessità del connettere le singole esperienze emotive in una coscienza comune.

In un contesto globale sempre più frammentato, Ferrari eleva la poesia e la letteratura al rango di vere e proprie “sentinelle” poste a difesa della civiltà. Esse vigilano sui valori fondamentali dell’empatia e della comprensione reciproca, con il loro, seppur a volte affievolito, potere di risvegliare le coscienze. In quest’ottica, la traduzione in lingua araba, curata dal Professor Hafez Haidar, assume un significato che trascende la mera operazione linguistica. Essa diventa un atto di costruzione di ponti culturali, una riscoperta di punti di contatto tra mondi apparentemente distanti, dimostrando che i sentieri dell’anima e le domande esistenziali su vita, dolore e destino sono universali e non conoscono confini.

Come sottolinea il Professor Haidar nella Prefazione, Ferrari affronta “argomenti di grande attualità che sfiorano il cuore di tutti e che riguardano l’incolumità dell’uomo e il suo destino, la religione, la cultura, la pace, gli armamenti, l’inquinamento atmosferico, la vecchiaia, la famiglia e lo sfruttamento economico e finanziario dei potenti nei confronti delle nazioni povere.” Un ventaglio di temi che rende l’opera estremamente risonante con le sfide del nostro tempo.

“Occhi di sabbia”, disponibile anche in versione e-book, ha avuto la sua vetrina prestigiosa al Salone Internazionale del Libro di Torino, tenutosi dal 14 al 18 maggio 2026, negli spazi di Aletti Editore. Per Ferrari, esporre l’opera in contesti così rilevanti rappresenta “una grande opportunità per chi scrive, di poter trasmettere e condividere a una vasta platea di lettori le proprie idee e i pensieri, nella speranza di poter lasciare qualche traccia.” Una traccia non solo letteraria, ma umana, capace di scuotere e far riflettere.

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