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Cultura & Spettacolo

CINQUANT’ANNI DI “PRIMO PIANO”: LA STORIA DI CINQUE GIOVANI CHE CAMBIARONO IL MODO DI GUARDARE IL CINEMA ALL’AQUILA

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CINQUANT’ANNI DI “PRIMO PIANO”: LA STORIA DI CINQUE GIOVANI CHE CAMBIARONO IL MODO DI GUARDARE IL CINEMA ALL’AQUILA

Redazione-  Ieri pomeriggio, 30 maggio 2026, quando nell’Aula Magna del Centro Congressi “Luigi Zordan” dell’Università dell’Aquila si sono accese le luci per celebrare i cinquant’anni del Cineclub “Primo Piano”, non si è ricordato soltanto un anniversario. Si è riaperta una porta. Una porta che cinque giovani appassionati della settima arte, e dei grandi sogni, il 7 maggio del 1976 decisero di spalancare per la città, senza sapere che da lì sarebbe passato un pezzo importante della sua storia culturale non solo aquilana.

Dopo il saluto del Rettore magnifico Fabio Graziosi, a raccontare quella stagione pionieristica, stimolati dalle domande del caporedattore del quotidiano il Centro Domenico Ranieri, sono stati il professor Mirko Lino, docente di Cinema presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano, il giornalista Giustino Parisse, e soprattutto loro: Luigi Giallonardo, Gabriele Lucci, Lucio Panella e Massimo Turco. I fondatori. I testimoni di un’epoca in cui il cinema non era solo uno schermo, ma un modo di stare al mondo. Notevoli gli spunti di analisi culturale di quella esperienza, con qualche proposta di attualizzazione a reimpostare un nuovo percorso con protagonisti di oggi.

Via San Marciano, centro storico dell’Aquila, tra Palazzo de Nardis e il lato sinistro dell’Episcopio. Un locale modesto, qualche sedia recuperata, un proiettore che sembra più un atto di fede che una macchina. È qui che nasce, 50 anni fa, il Cineclub “Primo Piano”. Non c’è nulla di eroico, almeno in apparenza. Solo cinque giovani che amano il cinema e che decidono di portare in città ciò che i circuiti commerciali ignorano: i film scomodi, i film invisibili, i film che chiedono allo spettatore di riflettere. Il Cineclub apre tutti i giorni, tre e talvolta quattro proiezioni quotidiane. La prima rassegna, America amara, è un viaggio nel lato oscuro del sogno americano. L’ultima, realizzata con il Goethe Institut, diventa la più completa retrospettiva italiana sul Nuovo Cinema Tedesco. In mezzo, centinaia di titoli che allargano lo sguardo di una generazione.

Il successo del Cineclub non passa inosservato. I gestori delle quattro sale cittadine (Olimpia, Rex, Imperiale, Massimo) lo guardano con sospetto, come un intruso che rompe equilibri consolidati. L’ostracismo è immediato. Ma in quegli anni di grande fermento culturale la città reagisce. Dacia Maraini, Marco Pannella, intellettuali, studenti, cinefili e semplici appassionati, tutti si stringono attorno a quei cinque ragazzi che hanno osato immaginare un cinema diverso. Il moto di solidarietà è forte, salva il Cineclub, e tuttavia non basta a garantirne la sopravvivenza. Nel 1979, dopo tre intensi anni di attività febbrile, “Primo Piano” chiude. Una chiusura che, col senno di poi, assomiglia più a una metamorfosi che a una fine ineluttabile e disperata. Da quell’esperienza, infatti, germoglia qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Da quel seme Gabriele Lucci avvia una stagione di straordinaria progettualità culturale che porterà negli anni a costituire un vero e proprio Sistema Cinema, la cui eco feconda supererà ben oltre i confini italiani. Nel 1981 nasce il Festival “Una Città in Cinema”, che porta all’Aquila registi, attori, critici, e un pubblico nuovo. Le stupende architetture del centro storico del capoluogo abruzzese diventano quinta di scena per le riprese di grandi autori della fotografia che rivelano i segreti della loro arte. Nello stesso anno prende vita l’Istituto Cinematografico dell’Aquila “La Lanterna Magica”, che diventerà un punto di riferimento nazionale per le sue attività, le rassegne cinematografiche, i seminari su innovazioni e sperimentazioni, gli incontri con i Maestri della settima arte.

Nel 1995 arriva l’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, centro di alta formazione, fondata dall’Istituto Cinematografico, Comune dell’Aquila e Regione Abruzzo. Un luogo dove il cinema non si guarda soltanto, ma si studia, si crea, si vive. E soprattutto dove ci si forma, grazie ad insigni docenti nel campo umanistico e all’insegnamento offerto dai più grandi Maestri del cinema italiano ed internazionale. L’Aquila diventa così una Capitale dei Mestieri del cinema, formando nell’Accademia circa 150 giovani professionisti durante il ciclo degli studi, 3 anni di corso e 2 di specializzazione.

Nel 2001 nasce L’Aquila Film Commission, che consolida il rapporto tra la città e le produzioni cinematografiche, con buoni risultati sebbene con minime risorse a disposizione che solo attualmente, con la costituzione di Abruzzo Film Commission, hanno trovato una dimensione adeguata di finanziamento regionale. Insomma, da quel Cineclub si struttura un vero e proprio Sistema Cinema, capace di creare una Cineteca tra le più importanti d’Italia, una Mediateca specializzata nel settore cinematografico e un Museo dei Mestieri del Cinema. E di portare a L’Aquila ben 21 Premi Oscar. Un risultato straordinario, se si pensa che tutto comincia da un piccolo locale e da cinque ragazzi che non avevano altro che passione e ostinazione.

A caldo, chi qui scrive trae una sua intima riflessione. “Primo Piano” non è stato solo un Cineclub. È stato un luogo dell’anima. Un laboratorio di visione critica, un presidio sociale, una palestra di cittadinanza culturale. Negli anni Settanta, quando il cinema era ancora un rito collettivo, quel piccolo spazio rappresentò un modo nuovo di stare insieme, di discutere, di crescere. Fu il primo tentativo strutturato di creare una presenza cinematografica quotidiana, capace di incidere sul territorio e di dialogare con le altre realtà culturali della città. Da lì nasce una consapevolezza che ancor oggi risuona: il cinema non è solo intrattenimento, ma identità, comunità, memoria.

Questa, dunque, è una ricorrenza che non fa solo memoria, ma parla al presente. Cinquanta anni dopo, il Cineclub “Primo Piano” ci interroga ancora. Come si costruisce oggi un luogo del pensiero? Dove si incontrano le comunità culturali? I social media sono strumenti oppure ostacoli? Quale il valore della libertà nella proposta culturale e quale il ruolo delle Istituzioni? Come si ripensano gli spazi urbani della cultura in un mondo che oscilla tra localismi e globalizzazione? Il Cineclub del 1976 ci ricorda che tutto può nascere da un’idea forte, da un gruppo di giovani determinati, da un luogo che diventa comunità. E che la cultura, quando è autentica, apre sempre una strada dove prima non c’era.

Cinquant’anni dopo il Cineclub “Primo Piano” continua a parlare alla città. Non come un ricordo nostalgico, ma come un seme ancora fertile. L’Aquila, che negli ultimi decenni ha saputo costruire un’identità cinematografica unica in Italia – che le Istituzioni, dopo il terremoto del 2009, purtroppo non hanno saputo tutelare e preservare – deve molto a quei cinque giovani che nel 1976 decisero di aprire una porta. Da quella porta è passato un futuro che nessuno avrebbe potuto immaginare. E forse, proprio oggi, nel tempo difficile che stiamo vivendo, c’è bisogno di riaprirla ancora, quella porta, con nuovi protagonisti innamorati di futuro.

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Spettacolo

Trebisacce – torna il grande evento di arte e moda ” La Notte della Fenice ” alla sua 18esima edizione

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Trebisacce - torna il grande evento di arte e moda " La Notte della Fenice " alla sua 18esima edizione

Quando la luce bagna la terra, nasce l’emisfero della creazione, e li dove le ceneri sembrano solo polvere, la Fenice rinascerà. Ed è proprio così, anche questa estate a Trebisacce, in provincia di Cosenza, rinascerà, in uno spettacolo d’arte e moda eccellente. LA NOTTE DELLA FENICE, alla sua 18esima edizione, s’illuminerà , il 13 Agosto dalle 21 presso Piazza della Repubblica. Sotto la direzione artistica del maestro GIANNI MARINO, autentico artista di moda, e della resp. del Coordinamento dell’evento CRSITINA MONTALTO, che hanno dato vita a questa straordinaria esistenza. Anche quest’anno tanto ospiti, artisti, sorprese, arte e Moda.

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Spettacolo

Nuova musica dal mar adriatico: la band croata “Trio Gušt” conquista le radio con il brano in italiano “Tempi Passati”

🎵 La band croata Trio Gušt conquista le radio con il brano in italiano “Tempi passati”, un inno nostalgico alla vita mediterranea che sta scalando le classifiche estere. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Musica #Croazia #Mediterraneo #Radio

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la band croata Trio Gušt

Roma – Il panorama sonoro del mar Adriatico si arricchisce di un ponte culturale inatteso che unisce la penisola italiana alla vicina sponda balcanica. Una ventata di allegria dal sapore nostalgico sta scalando le classifiche radiofoniche non solo nei Balcani, ma anche oltreoceano. La tarantella moderna e le sonorità che richiamano la tradizione del Bel Paese sono sbarcate con prepotenza nelle stazioni radio della Croazia, conquistando il pubblico e gli addetti ai lavori. Tuttavia, la particolarità che rende questa notizia di grande interesse mediatico risiede nella provenienza degli artisti: a firmare il successo non è un gruppo italiano, bensì la celebre band croata Trio Gušt, che ha scelto di incidere un singolo interamente nella nostra lingua per celebrare le radici comuni che legano le due nazioni bagnate dalle stesse acque.

La nascita del progetto tra sponde adriatiche e tradizioni condivise

Il brano che sta facendo ballare e riflettere gli ascoltatori si intitola Tempi passati e rappresenta un omaggio dichiarato a un’epoca in cui la vita scorreva più lentamente, scandita dai ritmi della natura e dei rapporti di vicinato. La vicinanza geografica tra Italia e Croazia ha giocato un ruolo fondamentale nella genesi di questo progetto artistico. La sponda orientale e quella occidentale dell’Adriatico condividono da secoli non solo rotte commerciali, ma anche una sensibilità artistica e un comune patrimonio culturale.

A spiegare le motivazioni che hanno spinto la formazione a cimentarsi con la lingua italiana è il frontman del gruppo. Zelimir Dundić, cantante e volto noto della formazione Trio Gušt, ha voluto sottolineare il legame profondo che unisce i due popoli. “L’Italia ci è vicina, proprio dall’altra parte del mare, quindi siamo molto vicini anche per quanto riguarda i gusti musicali. È tutta una questione di Mediterraneo”, ha dichiarato l’artista, evidenziando come la musica resti il veicolo più potente per abbattere ogni barriera territoriale. L’obiettivo dichiarato era ricreare le atmosfere tipiche delle estati passate, dei piccoli porti di marittimi e dei borghi costieri dove la comunità si raccoglieva nelle piazze al calar del sole.

Dalle frequenze croate agli Stati Uniti: il successo globale di tempi passati

La risposta del pubblico e dei programmatori radiofonici non si è fatta attendere. Il brano Tempi passati è entrato stabilmente nella rotazione delle principali emittenti radiofoniche della Croazia, riscuotendo consensi trasversali. La freschezza dell’arrangiamento, unita alla sincerità del messaggio, ha varcato rapidamente i confini nazionali. Nelle ultime ore, la canzone ha ottenuto una vetrina internazionale di prestigio, entrando a far parte della programmazione della nota radio online statunitense Rocco’s Musica Musica.

Zelimir Dundic non nasconde l’orgoglio per questo traguardo inaspettato. “Volevamo ricordare il vero stile di vita del Mediterraneo com’era una volta. È già stata trasmessa dalle radio in Croazia e, da ieri, è entrata anche nella programmazione della radio online americana. Che si diffonda la storia di uno stile di vita mediterraneo sano e gioioso”, ha aggiunto il cantante, auspicando che il messaggio di armonia possa raggiungere un pubblico sempre più vasto. La melodia trasporta l’ascoltatore in una dimensione senza tempo, ricordando i profumi della macchia mediterranea e il suono delle onde che si infrangono sugli scogli.

Collaborazioni internazionali e firme d’autore dietro al successo

Dietro a questo progetto transnazionale si cela una fitta rete di collaborazioni artistiche consolidate nel corso degli anni. Il testo di Tempi passati porta la firma del noto giornalista Ivo Scepanovic, una figura di spicco nel panorama culturale balcanico che vanta già una solida storia di cooperazione con la scena musicale italiana. Scepanovic ha infatti collaborato in passato con numerosi cantautori e strumentisti della penisola, tra cui Tiziano Cannas Aghedu, Ermanno Fabbri, Daniele Di Marco e Francesco Digilio.

Tra i frutti più noti di queste sinergie creative spicca il brano Mi manca il calcio, pubblicato durante il periodo pandemico e capace di raccogliere ampi consensi di pubblico. La componente musicale di Tempi passati è stata invece curata da Toni Lasan, il quale in passato aveva già lavorato con artisti italiani grazie alla mediazione dello stesso Scepanovic, firmando il brano Parachute, cantato in inglese dalla celebre mandolinista europea Sanya Vrancic. Questa fitta trama di relazioni dimostra come l’arte non conosca confini e come la collaborazione tra professionisti di nazionalità diverse possa generare prodotti culturali di altissimo profilo, capaci di unire geografie lontane attraverso le note di una chitarra e la poesia di un testo in lingua italiana.

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Cultura

L’analisi etica di Maria Teresa Liuzzo contro la finzione social: la saggistica nei Fantasmi della storia

🚨 DENUNCIA CULTURALE: MARIA TERESA LIUZZO METTE A NUDO I FANTASMI DELLA STORIA CONTRO LE FINZIONI DEI SOCIAL! 📚🔥 Una pagina coraggiosa e di immenso spessore etico scuote la bacheca letteraria. Analizziamo il potente saggio “I fantasmi della storia” della scrittrice Maria Teresa Liuzzo h24. Con una prosa affilata, l’autrice mette il cuore e l’anima nel demolire l’abuso dei canali virtuali e dell’intelligenza artificiale, accusati di spegnere la spiritualità e minare la ragione umana. Richiamando la filosofia di Rudolf Steiner e la sacralità della parola scritta, la Liuzzo lancia un grido d’allarme contro il relativismo moderno e l’ipocrisia sociale, offrendo una straordinaria lezione di stile che esorta a ritrovare la verità oltre ogni maschera. Leggi il focus completo 👇#mariateresaliuzzo | #ifantasmidellastoria | #saggisticacalabria | #criticasociale | #rudolfsteiner #resistenzaetica | #letteraturacontemporanea | #lezionedistile | #pagineutili

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Maria Teresa Liuzzo

La forza civile della parola scritta contro l’uso dei canali virtuali ed il relativismo

Reggio Calabria – Ci sono analisi filosofiche nate per denunciare le derive morali e la superficialità che caratterizzano la società contemporanea, capaci di trasformare la pagina letteraria in una requisitoria etica contro il cinismo dei salotti e la perdita dei valori cristiani. La nota saggista e poetessa calabrese Maria Teresa Liuzzo ha consegnato alla bacheca dei lettori una profonda e accorata riflessione intitolata I fantasmi della storia. Con una prosa fluida, lineare e mossa da una radicata urgenza civile, l’autrice mette l’anima e il cuore nel denunciare come l’uso e l’abuso dei canali social e dell’intelligenza artificiale stiano peggiorando la qualità della vita, estinguendo ogni forma di desiderio profondo per inseguire l’illusione di apparire a qualunque costo. La Liuzzo evidenzia come questa corsa verso la finzione mediatica stia minando la ragione e la spiritualità dei giovani, sdoganando opinioni oscene relative alle tragedie di questi giorni altamente tossici e malati.

Il testo si sviluppa come un severo monito contro l’indifferenza e la menzogna venduta a regola d’arte nelle piazze virtuali, i cui passaggi cruciali scorreranno online a schermo intero sui display dei telefoni cellulari dei consumatori mobili.<<

Sappiamo che il silenzio non è un manipolatore di parole né un aguzzino. È simile al dolore che incute rispetto, è il ruscello del nostro polso, il mare delle nostre vene. È simile a un amico che ci osserva e ci restituisce energia pura, è un lubrificante della ruggine che scava nelle ossa, sino a mutare in ombra. Spesso assume il ruolo del detective. Raccoglie i fili della “marionetta”, recupera il tempo con i suoi fardelli e rimorsi trasformandoli- come fa un regista- quando gira una scena leggendaria. Si instaura tra scrittore, angoscia, dolore, attesa, un legame autentico con la parola, se la luce fa da magica lanterna e ne cattura l’intensità trasformandola in poesia, narrazione, fabula, capolavoro. Il buio avverte il sangue scalciare e ci allontana dall’inquietudine, diventa il nostro tempo interiore, una presenza, dunque, carismatica. Bussa l’alba del dubbio, la cicatrice più profonda muta in presenza affascinante, il cielo ha la luce di uno schermo che mette a nudo il nostro corpo e i grumi del nostro pensiero. Quel nostro profilo riservato si libera finalmente della sua “maschera”, indossata per lungo tempo, anche in ambito sociale e culturale. Lo “scheletro”, pur massacrato dagli eventi, ha ripreso lentamente a fiorire, come i rami di un albero frustato dal vento selvaggio e poi amputato dall’ascia. La parola diventa un’icona, si presenta con grazia ai suoi lettori ed il suo sguardo è lucido, la sua impronta personale, il suo talento naturale: tecnica raffinata, eleganza di rime, il peso della vita, il dover affrontare negli anni il contraccolpo della gloria, ma anche la freddezza dell’invidia. Col tempo ci si accorge di avere puntato sul cavallo sbagliato, ma bisogna reagire, sapere rialzarsi come si fa quando si è sul ring dopo una sconfitta subita. Non tradire mai la fiducia delle nostre emozioni, sbarazzarsi dalle “cellule morte” e transitorie. Sigillare in una “bara” le cattiverie a lungo subite, con garbo e compostezza. Il tempo non sempre ci è nemico, è il nostro domani, presente e passato, ma anche un padre devoto quando l’ammirazione per il verso si mescola con il desiderio di forgiare la propria identità. La resilienza appartiene ai privilegiati, rappresenta con il respiro (che è immagine e voce), una linea potente di talento, resilienza, fede, scavo psicologico, ispirazione, mentre la connessione va oltre la linea del sangue, ormai liberato da una catena di scorie. La resa della parola sta nel trovare la forza della verità che ha radici profonde nel nostro essere, deve suscitare fiducia, bellezza, intimità. Dobbiamo avere la capacità di interpretare ogni singhiozzo, ogni respiro, captare ogni suo movimento segreto. Soltanto allora l’anima ci riconosce come figli. Se noi siamo in grado di dedicarci alla verità, vivere e interpretare il suo vagito, le vibrazioni cosmiche accoglieranno i nostri sentimenti riconoscendoli puri e originali. Occupandoci di un “vagito” nella sua culla di luce è l’esercizio migliore dello spirito. Questa la realtà – per alcuni scomoda – anche se continuiamo a vivere nel più profondo relativismo della storia. Così la forza pende dal piatto della bilancia e diventa depositaria della verità. S’invertono i ruoli, e il male viene confuso con il bene. Ci sono le masse (che giocano a mosca cieca) e sdoganano opinioni spesso oscene relative al genocidio, alla ferocia di questi giorni altamente tossici, malati e criminosi. In tutti i tempi, all’uomo ha fatto comodo che tutto sia relativo e la menzogna continua ad essere una porzione di verità. Dobbiamo continuare a lottare per guarire un mondo immerso nelle viscere ammalate della storia e cercare una strada lontana dal massacro, dal pianto, dalla finzione, dall’dea perfida e bugiarda per vivere da persone libere. Ovunque c’è un filo d’erba, una farfalla, una goccia d’arcobaleno, il pianto o il riso di un bambino, il volo di una rondine, la preghiera di una madre, c’è sempre una nuova primavera che attende di essere scritta e vissuta. Lontano dagli sguardi delle bestie, dal buio sguaiato, da un pallone sgonfio abbandonato in un cortile, quel lutto ci esorta ad usare la ragione perché sappiamo che la menzogna è stata sempre venduta a regola d’arte – per verità.

Ed è sempre attuale che la bugia salva laddove la verità condanna. Non mancano personaggi da circo e donnette sclerotiche e prepotenti travestite da soubrette, con l’illusione di incantare serpenti scambiando arte e letteratura con la stiva di un porto. Un giorno si accorgeranno da miopi – quali sono – di quanta vita hanno perso fingendosi ciechi, in quanto incapaci di impossessarsene della sacralità della bellezza. Il tutto si dissolve in una realtà selvaggia, crudele, preistorica o introstorica trasformate in cose utilizzabili o da utilizzare, elementi più passivi che attivi, irresponsabili, incoscienti di ciò, nei confronti dell’umanità e della storia. “Le guerre dei nostri giorni assumono il terribile carattere di mandria, di casa, di gregge nel più stretto senso del termine” (Miguel de Unamuno). Vergogna per questa nuova generazione che dà e lascia ai propri simili il peso di mezza moneta. Sposare la parola, amalgamarsi al versamento del suo sangue con rispetto e orgoglio, amore e complicità – è la buona riuscita di ogni scrittura tra estasi e tormento. Essere se stessi al vertice della verità per non subire in un vicino o lontano futuro il dolore più atroce. Non sarà facile per coloro che allestiscono altari d’inganni, lusinghe e intrecciano corone di spine sopravvivere all’inferno che da soli si sono costruiti perché invecchieranno dall’orrore dello “sterminio” che fanno subire alle vittime, pur sapendoli disarmati e innocenti. Hanno distrutto i loro sogni e non rimane di “questo rogo” che il ricordo sconvolgente di una madre che continua a cullare il figlio morto stringendolo fra le sue braccia. L’uso e l’abuso dei social ha peggiorato la qualità della vita, ancora peggio l’intelligenza artificiale, queste forme, appunto d’artificio hanno estinto ogni forma di desiderio ma non quello di apparire a qualunque costo. Stanno minando l’anima e la ragione. Senza spiritualità non esiste l’aspirazione. Anche se la passione è sofferenza è pur sempre nutrita dal miele dell’anima. È proprio in fondo al cuore che risiede il pozzo prezioso dell’energia: l’amore.  Ignorano che ogni alba ha sempre una stella diversa, una nuova pagina da scrivere, un nuovo capitolo da raccontare con parole affascinanti e spontanee da assaporare e condividere, come un arcobaleno che sorge dove il sole dipana i suoi raggi alla vita, alla salvezza, trascorsi i giorni del diluvio. I dissacratori continueranno a urlare di mostruosità. Ma la parola saggia trasformerà radicalmente quell’atmosfera demoniaca in speranza, pace, equilibrio allontanandole dallo sconforto, dal tradimento e dagli schiaffi rabbiosi, simili ad un cavallo imbizzarrito che rompe lo steccato della scuderia tornando al suo stato selvaggio e spesso aggressivo nella fuga. In ogni ampiezza sconfinata io vedo DIO (sin da bambina), il paese delle stelle e sconfinare principio e conoscenza. Ho trovato la luce della mia interiorità persino nelle tenebre: attraverso quel tunnel ho rivisto e abbracciato la Luce; “La via dell’interiorità in modo etico” e ogni forma di equilibrio. Tante stelle ho sottratto all’universo per spillare le ferite del mio corpo. Quando si diventa ingombranti gli squali di turno cercano di rubare la dignità con le menzogne. Prendersi cura della parola è come tutelare la propria salute, è nostro diritto e nostro dovere, altrimenti si rischia di perdersi il senso della vita e si naviga nell’oblio della miseria tra cicatrici personali e quelli di una società mediocre e assente che ha perso non solo i valori morali, etici e cristiani, ma che non avverte la nostalgia del passato perché non ha alcun punto di riferimento. L’arte rimane la forma più sublime d’intelligenza e sensibilità di comunicazione universale. Bisogna avere le ali per volare, il veleno bisogna lasciarlo ai serpenti, a coloro che mentono e ingoiano veleno. Sanno solo strisciare. La vera bellezza non sta in ciò che non si vede ma in quello che non si riesce a spiegare e rimane il non limite di ogni conoscenza. La verità, l’onestà e la giustizia sono ancora lontane da una realtà perfetta, mentre la tensione del reale, mescolata alla quiete di un sorriso può generare l’intensità amorosa di ogni assenza. La nostalgia cosmica è immensa ed è lo specchio dell’animo umano se la coscienza è assente e la materia inizia il lungo pellegrinaggio che la conduce ai mondi dello spirito. Spesso alla coscienza sfugge il piano spirituale, ma Rudolf Steiner ci ricorda che “Dove vi è spirito vi è sempre coscienza”. Nel momento in cui l’anima umana prova ad afferrare il concetto di eternità, come esperienza interiore – e la coscienza è sempre presente nello spirito (diventano un nucleo) e non si perderanno mai, proprio come una famiglia. Non si tratta di ipotesi o teorie – (anche se non percepiti dai sensi fisici). Nell’universo infinito dell’anima umana, la sua forza inespressa potrebbe diventare concreta e raffinare il nostro vivere. Sarebbe come trovarsi, e pensare, riflessi in uno “specchio meraviglioso”, di energia e visioni. Bisogna avere il coraggio di trasformare la coscienza e confrontare i concetti pensanti con la realtà che possa condurci ai confini dell’animo umano, destinato a un’impermanenza continua e che solo ai privilegiati è stato concesso, attraverso l’accostamento ad un’altra anima. Bisognerebbe fuggire dalle “amnesie” temporanee e crearsi un laboratorio che non sia una risata che spadroneggia l’inganno, ma Luce che risiede nei nostri occhi in un segreto silenzio, oltre la muraglia delle ombre fatali.

Solo nella solitudine si avvertono le voci dell’infinito, il respiro dell’indescrivibile, il pianto convulso della terra. In quel magma si catturano i segreti come in una scena dietro le quinte, tra i percorsi dell’anima e le sfide della ragione – che spesso inciampa. Ogni energia che si spegne viene raccolta dal cielo, e per entrambi sarà una magnifica occasione per ritrovarsi e confrontarsi ancora una volta, in una magnifica ricerca di corpo e spirito. È risaputo che in ogni lavoro mettiamo la nostra eredità, come uno scatto fotografico, che dopo la frazione di un secondo, testimonia l’intera vita del soggetto, immortalandolo. Il tutto come la parola / immagine, diventa memoria della società e l’epopea della Storia. L’impalpabile e indefinita bellezza, paradiso della parola sorta dal soffio della creta diventa foresta, mare e monte, e in seno raccoglie l’universo e lo contempla. L’occhio che la abita rappresenta la fiaccola eterna e l’insostituibile patrimonio dell’umanità. Il respiro conserva la propria fragilità perché ha subito e affrontato troppe sfide condite da un’apocalisse di emozioni, ma ha anche ottenuto il trionfo delle virtù sul vizio dando equilibrio a quelle civiche e morali, dove la culla della memoria, continua a dondolare tra ombra e luce come un atomo errante nell’infinito. Laggiù la fantasia gioca con api e farfalle per costruire un segreto fatto di lampi sereni e morbide trine. Il tutto in una sospensione onirica che lo porta indietro ai tempi dell’infanzia, e poi in avanti nel tempo maturo in cui le esperienze ritornano e si contano i rintocchi del vento battuti dall’ala del tempo. Un difficile cammino di scoperta di fede e di conforto dove la scrittura senz’anima continua a candidarsi autocelebrandosi come una falena invasata attratta dalla bile del fuoco, finirà la sua danza tra l’indifferenza delle fiamme. Migliaia di pagine, come gusci vuoti marceranno come una discarica a cielo aperto, e si estingueranno in quanto privi di sangue e senza un volto. Il loro destino è comune a quello dei rifiuti differenziati ai quali non sarà mai concessa una nuova vita.

Stanotte ho visto una stella ferita aggrapparsi all’insonnia e le lacrime trasformarsi in ciliegie sul palmo della mia mano. Nuda la verità distesa nello sguardo della speranza. Equa la bilancia e l’ago pendeva dalle ciglia del sogno. L’iride era un battito di lucciole.  Ognuno ha fretta di andare. L’umanità è diventata merce da rottamare. Siamo cornici vuote, le tele non sono che i fantasmi della storia, fuori controllo e senza memoria.  Ogni pagina è un bosco, un mare, un monte. Tra le ossa del delirio nuda danzò la farfalla. Il deserto si svegliò dal sogno, svanì l’amnesia. Tra estasi e tormento, tra vita e morte.  Come mutò la sorte? Si suicidò la notte dopo avere abbracciato l’attimo divino e lacrimò la rosa bevendo il proprio sangue. Una pioggia di nenie scordate veniva trascinata dal vento. Nel suo petto continua a tremare un fragile cuore di carne>>.

Maria Teresa Liuzzo

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