Cultura & Spettacolo
CINQUANT’ANNI DI “PRIMO PIANO”: LA STORIA DI CINQUE GIOVANI CHE CAMBIARONO IL MODO DI GUARDARE IL CINEMA ALL’AQUILA
Redazione- Ieri pomeriggio, 30 maggio 2026, quando nell’Aula Magna del Centro Congressi “Luigi Zordan” dell’Università dell’Aquila si sono accese le luci per celebrare i cinquant’anni del Cineclub “Primo Piano”, non si è ricordato soltanto un anniversario. Si è riaperta una porta. Una porta che cinque giovani appassionati della settima arte, e dei grandi sogni, il 7 maggio del 1976 decisero di spalancare per la città, senza sapere che da lì sarebbe passato un pezzo importante della sua storia culturale non solo aquilana.
Dopo il saluto del Rettore magnifico Fabio Graziosi, a raccontare quella stagione pionieristica, stimolati dalle domande del caporedattore del quotidiano il Centro Domenico Ranieri, sono stati il professor Mirko Lino, docente di Cinema presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano, il giornalista Giustino Parisse, e soprattutto loro: Luigi Giallonardo, Gabriele Lucci, Lucio Panella e Massimo Turco. I fondatori. I testimoni di un’epoca in cui il cinema non era solo uno schermo, ma un modo di stare al mondo. Notevoli gli spunti di analisi culturale di quella esperienza, con qualche proposta di attualizzazione a reimpostare un nuovo percorso con protagonisti di oggi.
Via San Marciano, centro storico dell’Aquila, tra Palazzo de Nardis e il lato sinistro dell’Episcopio. Un locale modesto, qualche sedia recuperata, un proiettore che sembra più un atto di fede che una macchina. È qui che nasce, 50 anni fa, il Cineclub “Primo Piano”. Non c’è nulla di eroico, almeno in apparenza. Solo cinque giovani che amano il cinema e che decidono di portare in città ciò che i circuiti commerciali ignorano: i film scomodi, i film invisibili, i film che chiedono allo spettatore di riflettere. Il Cineclub apre tutti i giorni, tre e talvolta quattro proiezioni quotidiane. La prima rassegna, America amara, è un viaggio nel lato oscuro del sogno americano. L’ultima, realizzata con il Goethe Institut, diventa la più completa retrospettiva italiana sul Nuovo Cinema Tedesco. In mezzo, centinaia di titoli che allargano lo sguardo di una generazione.
Il successo del Cineclub non passa inosservato. I gestori delle quattro sale cittadine (Olimpia, Rex, Imperiale, Massimo) lo guardano con sospetto, come un intruso che rompe equilibri consolidati. L’ostracismo è immediato. Ma in quegli anni di grande fermento culturale la città reagisce. Dacia Maraini, Marco Pannella, intellettuali, studenti, cinefili e semplici appassionati, tutti si stringono attorno a quei cinque ragazzi che hanno osato immaginare un cinema diverso. Il moto di solidarietà è forte, salva il Cineclub, e tuttavia non basta a garantirne la sopravvivenza. Nel 1979, dopo tre intensi anni di attività febbrile, “Primo Piano” chiude. Una chiusura che, col senno di poi, assomiglia più a una metamorfosi che a una fine ineluttabile e disperata. Da quell’esperienza, infatti, germoglia qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Da quel seme Gabriele Lucci avvia una stagione di straordinaria progettualità culturale che porterà negli anni a costituire un vero e proprio Sistema Cinema, la cui eco feconda supererà ben oltre i confini italiani. Nel 1981 nasce il Festival “Una Città in Cinema”, che porta all’Aquila registi, attori, critici, e un pubblico nuovo. Le stupende architetture del centro storico del capoluogo abruzzese diventano quinta di scena per le riprese di grandi autori della fotografia che rivelano i segreti della loro arte. Nello stesso anno prende vita l’Istituto Cinematografico dell’Aquila “La Lanterna Magica”, che diventerà un punto di riferimento nazionale per le sue attività, le rassegne cinematografiche, i seminari su innovazioni e sperimentazioni, gli incontri con i Maestri della settima arte.
Nel 1995 arriva l’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, centro di alta formazione, fondata dall’Istituto Cinematografico, Comune dell’Aquila e Regione Abruzzo. Un luogo dove il cinema non si guarda soltanto, ma si studia, si crea, si vive. E soprattutto dove ci si forma, grazie ad insigni docenti nel campo umanistico e all’insegnamento offerto dai più grandi Maestri del cinema italiano ed internazionale. L’Aquila diventa così una Capitale dei Mestieri del cinema, formando nell’Accademia circa 150 giovani professionisti durante il ciclo degli studi, 3 anni di corso e 2 di specializzazione.
Nel 2001 nasce L’Aquila Film Commission, che consolida il rapporto tra la città e le produzioni cinematografiche, con buoni risultati sebbene con minime risorse a disposizione che solo attualmente, con la costituzione di Abruzzo Film Commission, hanno trovato una dimensione adeguata di finanziamento regionale. Insomma, da quel Cineclub si struttura un vero e proprio Sistema Cinema, capace di creare una Cineteca tra le più importanti d’Italia, una Mediateca specializzata nel settore cinematografico e un Museo dei Mestieri del Cinema. E di portare a L’Aquila ben 21 Premi Oscar. Un risultato straordinario, se si pensa che tutto comincia da un piccolo locale e da cinque ragazzi che non avevano altro che passione e ostinazione.
A caldo, chi qui scrive trae una sua intima riflessione. “Primo Piano” non è stato solo un Cineclub. È stato un luogo dell’anima. Un laboratorio di visione critica, un presidio sociale, una palestra di cittadinanza culturale. Negli anni Settanta, quando il cinema era ancora un rito collettivo, quel piccolo spazio rappresentò un modo nuovo di stare insieme, di discutere, di crescere. Fu il primo tentativo strutturato di creare una presenza cinematografica quotidiana, capace di incidere sul territorio e di dialogare con le altre realtà culturali della città. Da lì nasce una consapevolezza che ancor oggi risuona: il cinema non è solo intrattenimento, ma identità, comunità, memoria.
Questa, dunque, è una ricorrenza che non fa solo memoria, ma parla al presente. Cinquanta anni dopo, il Cineclub “Primo Piano” ci interroga ancora. Come si costruisce oggi un luogo del pensiero? Dove si incontrano le comunità culturali? I social media sono strumenti oppure ostacoli? Quale il valore della libertà nella proposta culturale e quale il ruolo delle Istituzioni? Come si ripensano gli spazi urbani della cultura in un mondo che oscilla tra localismi e globalizzazione? Il Cineclub del 1976 ci ricorda che tutto può nascere da un’idea forte, da un gruppo di giovani determinati, da un luogo che diventa comunità. E che la cultura, quando è autentica, apre sempre una strada dove prima non c’era.
Cinquant’anni dopo il Cineclub “Primo Piano” continua a parlare alla città. Non come un ricordo nostalgico, ma come un seme ancora fertile. L’Aquila, che negli ultimi decenni ha saputo costruire un’identità cinematografica unica in Italia – che le Istituzioni, dopo il terremoto del 2009, purtroppo non hanno saputo tutelare e preservare – deve molto a quei cinque giovani che nel 1976 decisero di aprire una porta. Da quella porta è passato un futuro che nessuno avrebbe potuto immaginare. E forse, proprio oggi, nel tempo difficile che stiamo vivendo, c’è bisogno di riaprirla ancora, quella porta, con nuovi protagonisti innamorati di futuro.
Cultura
LA CONDIZIONE DELLE PERSONE TRANSGENDER IN AFGHANISTAN: UNA VITA TRA DISCRIMINAZIONE, ESCLUSIONE SOCIALE E UN FUTURO INCERTO
Redazione- L’Afghanistan è considerato uno dei Paesi più difficili al mondo per le persone transgender e per i membri della comunità LGBTQ+. In una società profondamente conservatrice, dominata da norme tradizionali e da una forte pressione sociale, le persone transgender affrontano ostacoli enormi fin dall’infanzia. La loro vita è spesso segnata dall’emarginazione, dalla violenza e dalla negazione dei diritti fondamentali.
A differenza di molti Paesi che hanno introdotto leggi specifiche per la tutela delle minoranze di genere, in Afghanistan non esiste alcuna normativa che riconosca o protegga esplicitamente le persone transgender. Nella legislazione afghana non vi sono disposizioni chiare che garantiscano loro diritti, protezione o accesso a meccanismi efficaci di tutela legale. Di conseguenza, molte di queste persone vivono in una condizione di invisibilità giuridica e vulnerabilità sociale.
Le difficoltà iniziano spesso all’interno della famiglia. Numerose testimonianze raccontano di giovani transgender respinti dai propri genitori, derisi dai parenti e sottoposti a pressioni affinché rinuncino alla propria identità. In molti casi, il rifiuto familiare porta all’abbandono della casa e alla perdita di qualsiasi forma di sostegno economico ed emotivo.
L’esclusione continua poi nella società. Molte persone transgender subiscono insulti, molestie, discriminazioni e violenze nei luoghi pubblici, nelle scuole e negli ambienti di lavoro. La paura costante di essere umiliate o aggredite costringe molte di loro a vivere nell’isolamento e a limitare la propria partecipazione alla vita sociale.
Gli esperti di salute mentale sottolineano che il rifiuto familiare e la discriminazione sistematica possono avere conseguenze psicologiche devastanti. Ansia, depressione, senso di solitudine e perdita di fiducia nel futuro sono esperienze comuni tra le persone transgender afghane. In assenza di supporto sociale e professionale, queste sofferenze rischiano di aggravarsi nel tempo.
Le difficoltà economiche rappresentano un ulteriore problema. A causa della discriminazione nell’accesso all’istruzione e al lavoro, molte persone transgender non riescono a trovare occupazioni stabili e dignitose. Alcune sono costrette a svolgere lavori precari o a esibirsi in eventi privati per sopravvivere, esponendosi così a sfruttamento, abusi e ulteriori umiliazioni.
Secondo attivisti e difensori dei diritti umani, la principale richiesta della comunità transgender afghana è semplice: essere riconosciuta e trattata come parte integrante della società, con gli stessi diritti e la stessa dignità di ogni altro essere umano. Accesso all’istruzione, al lavoro, alla sicurezza e all’assistenza sanitaria sono diritti fondamentali che molte persone transgender continuano a vedere negati.
La situazione è peggiorata drasticamente dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021. Molti membri della comunità LGBTQ+ descrivono l’attuale periodo come uno dei più difficili e pericolosi della loro vita. La paura di essere identificati, perseguitati o vittime di violenza ha costretto numerose persone a nascondere completamente la propria identità.
In questo contesto, molti attivisti parlano di una condizione estremamente drammatica. Le limitazioni imposte alle libertà individuali, la scomparsa di spazi sicuri e la quasi totale assenza di protezione istituzionale hanno reso la vita delle persone transgender ancora più precaria. Alcuni hanno scelto la strada dell’esilio, lasciando il Paese nella speranza di poter vivere liberamente altrove; altri continuano a vivere in Afghanistan, affrontando ogni giorno paura, isolamento e incertezza.
Nonostante tutto, molte persone transgender afghane continuano a lottare per il riconoscimento della propria dignità e dei propri diritti. La loro battaglia non riguarda soltanto l’identità di genere, ma anche principi universali come l’uguaglianza, la libertà e il rispetto della persona umana.
La condizione delle persone transgender in Afghanistan rappresenta oggi una delle sfide più significative in materia di diritti umani nel Paese. Finché una parte della popolazione continuerà a essere esclusa e discriminata a causa della propria identità, parlare di giustizia sociale e di uguaglianza per tutti resterà un obiettivo ancora lontano.
Cultura
ARTE E FOLLIA: IL CONFINE SOTTILE TRA ABISSO E CREATIVITÀ
Redazione- Ci sono opere d’arte che sembrano nascere da una ferita, non da una semplice emozione, ma da una frattura profonda dell’anima, da un luogo interiore dove la ragione vacilla e l’essere umano si confronta con le proprie ombre più oscure. Da secoli l’arte e la follia camminano una accanto all’altra, come due viaggiatori destinati a incontrarsi lungo la stessa strada.
Ma è davvero la follia a generare l’arte? Oppure è l’arte a dare voce a ciò che la società definisce follia?
La storia dell’umanità è costellata di artisti che hanno trasformato il dolore in bellezza, l’inquietudine in linguaggio, il caos in forma. La follia, reale o simbolica, è stata spesso rappresentata come una condizione di alterità, uno stato in cui l’individuo percepisce il mondo attraverso una lente diversa, talvolta più crudele, talvolta più autentica.
Nel Medioevo il folle era considerato un essere sospeso tra il peccato e il mistero. Nel Rinascimento divenne figura allegorica della fragilità umana. Con l’età moderna iniziò invece a emergere una domanda destinata a segnare profondamente la cultura occidentale e se la follia non fosse soltanto una malattia, ma anche una diversa modalità di vedere il reale?
L’arte ha spesso tentato di rispondere a questa domanda.
Pensiamo a Vincent van Gogh, la sua vita è diventata quasi un simbolo universale del rapporto tra genio e sofferenza. Le sue tele non rappresentano semplicemente paesaggi o volti; sembrano piuttosto tradurre sulla tela il movimento incessante dell’anima. I cieli vorticosi, le pennellate febbrili, la luce quasi inquieta che attraversa le sue opere raccontano un’esperienza esistenziale prima ancora che artistica, eppure ridurre Van Gogh alla sua malattia sarebbe un errore. La sua grandezza non nasce dalla sofferenza, ma dalla capacità di trasformarla in linguaggio universale.
Lo stesso vale per Edvard Munch, autore de L’Urlo, forse l’immagine più celebre dell’angoscia moderna. Quel volto deformato non urla soltanto per sé stesso, urla per tutti noi, diventa la rappresentazione visiva di una paura collettiva che attraversa le epoche.
La follia, nell’arte, non è dunque soltanto un tema, è spesso una metafora. Una metafora dell’incomprensione, della solitudine, dell’esclusione. È il simbolo di ciò che la società non riesce a classificare e per questo teme.
Nel Novecento questa riflessione si intensifica. Le deformazioni umane di Francis Bacon non descrivono semplicemente corpi, raccontano l’angoscia di un secolo attraversato da guerre, violenze e smarrimento identitario. Le sue figure sembrano imprigionate in una lotta continua contro sé stesse, come se l’essere umano fosse diventato contemporaneamente vittima e carnefice della propria condizione.
In queste opere la follia assume un significato nuovo: non più soltanto esperienza individuale, ma sintomo di una società disorientata.
La psicologia contemporanea ha contribuito a modificare il modo in cui osserviamo questo rapporto. Oggi sappiamo che non esiste un collegamento automatico tra creatività e disturbo mentale. Molti artisti hanno sofferto di depressione, ansia o altre fragilità psicologiche; molti altri, invece, hanno creato opere straordinarie senza vivere alcuna condizione patologica.
Il mito romantico dell’artista maledetto rischia talvolta di essere pericoloso. La sofferenza non è un requisito per la creatività. Non esiste alcuna nobiltà nel dolore in sé. Ciò che rende straordinaria un’opera è la capacità di trasformare l’esperienza umana in significato condiviso.
Più interessante appare il concetto di arte come meccanismo di elaborazione. In questo senso la creazione artistica può diventare uno spazio di cura, una possibilità di dare forma all’indicibile. Quando le parole non bastano, intervengono i colori, i suoni, i gesti, le immagini.
La neuroestetica, disciplina che studia il rapporto tra cervello e percezione artistica, mostra come l’esperienza estetica coinvolga aree profonde della nostra mente. Davanti a un’opera non osserviamo soltanto: sentiamo, ricordiamo, interpretiamo. L’arte diventa così un dialogo continuo tra il mondo esterno e il nostro universo interiore.
Forse è proprio qui che si trova il punto di incontro tra arte e follia.
Entrambe ci costringono a uscire dagli schemi abituali. Entrambe mettono in discussione le certezze. Entrambe ci ricordano che l’essere umano non può essere ridotto a formule semplici.
La vera lezione dell’arte non consiste nell’esaltare la follia, ma nel riconoscere la complessità dell’esistenza. Ci insegna che dietro ogni fragilità può nascondersi una storia, dietro ogni silenzio una battaglia invisibile, dietro ogni opera un tentativo di dare senso al caos.
In un’epoca che misura tutto in termini di efficienza, velocità e prestazione, l’arte continua a svolgere una funzione essenziale, restituire dignità alle sfumature dell’umano e forse è proprio questo il suo miracolo più grande.
Non guarire le ferite, ma impedire che esse diventino invisibili.
Spettacolo
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