Rimani in contatto con noi
#

Cultura

L’analisi etica di Maria Teresa Liuzzo contro la finzione social: la saggistica nei Fantasmi della storia

🚨 DENUNCIA CULTURALE: MARIA TERESA LIUZZO METTE A NUDO I FANTASMI DELLA STORIA CONTRO LE FINZIONI DEI SOCIAL! 📚🔥 Una pagina coraggiosa e di immenso spessore etico scuote la bacheca letteraria. Analizziamo il potente saggio “I fantasmi della storia” della scrittrice Maria Teresa Liuzzo h24. Con una prosa affilata, l’autrice mette il cuore e l’anima nel demolire l’abuso dei canali virtuali e dell’intelligenza artificiale, accusati di spegnere la spiritualità e minare la ragione umana. Richiamando la filosofia di Rudolf Steiner e la sacralità della parola scritta, la Liuzzo lancia un grido d’allarme contro il relativismo moderno e l’ipocrisia sociale, offrendo una straordinaria lezione di stile che esorta a ritrovare la verità oltre ogni maschera. Leggi il focus completo 👇#mariateresaliuzzo | #ifantasmidellastoria | #saggisticacalabria | #criticasociale | #rudolfsteiner #resistenzaetica | #letteraturacontemporanea | #lezionedistile | #pagineutili

Pubblicato

a

Maria Teresa Liuzzo

La forza civile della parola scritta contro l’uso dei canali virtuali ed il relativismo

Reggio Calabria – Ci sono analisi filosofiche nate per denunciare le derive morali e la superficialità che caratterizzano la società contemporanea, capaci di trasformare la pagina letteraria in una requisitoria etica contro il cinismo dei salotti e la perdita dei valori cristiani. La nota saggista e poetessa calabrese Maria Teresa Liuzzo ha consegnato alla bacheca dei lettori una profonda e accorata riflessione intitolata I fantasmi della storia. Con una prosa fluida, lineare e mossa da una radicata urgenza civile, l’autrice mette l’anima e il cuore nel denunciare come l’uso e l’abuso dei canali social e dell’intelligenza artificiale stiano peggiorando la qualità della vita, estinguendo ogni forma di desiderio profondo per inseguire l’illusione di apparire a qualunque costo. La Liuzzo evidenzia come questa corsa verso la finzione mediatica stia minando la ragione e la spiritualità dei giovani, sdoganando opinioni oscene relative alle tragedie di questi giorni altamente tossici e malati.

Il testo si sviluppa come un severo monito contro l’indifferenza e la menzogna venduta a regola d’arte nelle piazze virtuali, i cui passaggi cruciali scorreranno online a schermo intero sui display dei telefoni cellulari dei consumatori mobili.<<

Sappiamo che il silenzio non è un manipolatore di parole né un aguzzino. È simile al dolore che incute rispetto, è il ruscello del nostro polso, il mare delle nostre vene. È simile a un amico che ci osserva e ci restituisce energia pura, è un lubrificante della ruggine che scava nelle ossa, sino a mutare in ombra. Spesso assume il ruolo del detective. Raccoglie i fili della “marionetta”, recupera il tempo con i suoi fardelli e rimorsi trasformandoli- come fa un regista- quando gira una scena leggendaria. Si instaura tra scrittore, angoscia, dolore, attesa, un legame autentico con la parola, se la luce fa da magica lanterna e ne cattura l’intensità trasformandola in poesia, narrazione, fabula, capolavoro. Il buio avverte il sangue scalciare e ci allontana dall’inquietudine, diventa il nostro tempo interiore, una presenza, dunque, carismatica. Bussa l’alba del dubbio, la cicatrice più profonda muta in presenza affascinante, il cielo ha la luce di uno schermo che mette a nudo il nostro corpo e i grumi del nostro pensiero. Quel nostro profilo riservato si libera finalmente della sua “maschera”, indossata per lungo tempo, anche in ambito sociale e culturale. Lo “scheletro”, pur massacrato dagli eventi, ha ripreso lentamente a fiorire, come i rami di un albero frustato dal vento selvaggio e poi amputato dall’ascia. La parola diventa un’icona, si presenta con grazia ai suoi lettori ed il suo sguardo è lucido, la sua impronta personale, il suo talento naturale: tecnica raffinata, eleganza di rime, il peso della vita, il dover affrontare negli anni il contraccolpo della gloria, ma anche la freddezza dell’invidia. Col tempo ci si accorge di avere puntato sul cavallo sbagliato, ma bisogna reagire, sapere rialzarsi come si fa quando si è sul ring dopo una sconfitta subita. Non tradire mai la fiducia delle nostre emozioni, sbarazzarsi dalle “cellule morte” e transitorie. Sigillare in una “bara” le cattiverie a lungo subite, con garbo e compostezza. Il tempo non sempre ci è nemico, è il nostro domani, presente e passato, ma anche un padre devoto quando l’ammirazione per il verso si mescola con il desiderio di forgiare la propria identità. La resilienza appartiene ai privilegiati, rappresenta con il respiro (che è immagine e voce), una linea potente di talento, resilienza, fede, scavo psicologico, ispirazione, mentre la connessione va oltre la linea del sangue, ormai liberato da una catena di scorie. La resa della parola sta nel trovare la forza della verità che ha radici profonde nel nostro essere, deve suscitare fiducia, bellezza, intimità. Dobbiamo avere la capacità di interpretare ogni singhiozzo, ogni respiro, captare ogni suo movimento segreto. Soltanto allora l’anima ci riconosce come figli. Se noi siamo in grado di dedicarci alla verità, vivere e interpretare il suo vagito, le vibrazioni cosmiche accoglieranno i nostri sentimenti riconoscendoli puri e originali. Occupandoci di un “vagito” nella sua culla di luce è l’esercizio migliore dello spirito. Questa la realtà – per alcuni scomoda – anche se continuiamo a vivere nel più profondo relativismo della storia. Così la forza pende dal piatto della bilancia e diventa depositaria della verità. S’invertono i ruoli, e il male viene confuso con il bene. Ci sono le masse (che giocano a mosca cieca) e sdoganano opinioni spesso oscene relative al genocidio, alla ferocia di questi giorni altamente tossici, malati e criminosi. In tutti i tempi, all’uomo ha fatto comodo che tutto sia relativo e la menzogna continua ad essere una porzione di verità. Dobbiamo continuare a lottare per guarire un mondo immerso nelle viscere ammalate della storia e cercare una strada lontana dal massacro, dal pianto, dalla finzione, dall’dea perfida e bugiarda per vivere da persone libere. Ovunque c’è un filo d’erba, una farfalla, una goccia d’arcobaleno, il pianto o il riso di un bambino, il volo di una rondine, la preghiera di una madre, c’è sempre una nuova primavera che attende di essere scritta e vissuta. Lontano dagli sguardi delle bestie, dal buio sguaiato, da un pallone sgonfio abbandonato in un cortile, quel lutto ci esorta ad usare la ragione perché sappiamo che la menzogna è stata sempre venduta a regola d’arte – per verità.

Ed è sempre attuale che la bugia salva laddove la verità condanna. Non mancano personaggi da circo e donnette sclerotiche e prepotenti travestite da soubrette, con l’illusione di incantare serpenti scambiando arte e letteratura con la stiva di un porto. Un giorno si accorgeranno da miopi – quali sono – di quanta vita hanno perso fingendosi ciechi, in quanto incapaci di impossessarsene della sacralità della bellezza. Il tutto si dissolve in una realtà selvaggia, crudele, preistorica o introstorica trasformate in cose utilizzabili o da utilizzare, elementi più passivi che attivi, irresponsabili, incoscienti di ciò, nei confronti dell’umanità e della storia. “Le guerre dei nostri giorni assumono il terribile carattere di mandria, di casa, di gregge nel più stretto senso del termine” (Miguel de Unamuno). Vergogna per questa nuova generazione che dà e lascia ai propri simili il peso di mezza moneta. Sposare la parola, amalgamarsi al versamento del suo sangue con rispetto e orgoglio, amore e complicità – è la buona riuscita di ogni scrittura tra estasi e tormento. Essere se stessi al vertice della verità per non subire in un vicino o lontano futuro il dolore più atroce. Non sarà facile per coloro che allestiscono altari d’inganni, lusinghe e intrecciano corone di spine sopravvivere all’inferno che da soli si sono costruiti perché invecchieranno dall’orrore dello “sterminio” che fanno subire alle vittime, pur sapendoli disarmati e innocenti. Hanno distrutto i loro sogni e non rimane di “questo rogo” che il ricordo sconvolgente di una madre che continua a cullare il figlio morto stringendolo fra le sue braccia. L’uso e l’abuso dei social ha peggiorato la qualità della vita, ancora peggio l’intelligenza artificiale, queste forme, appunto d’artificio hanno estinto ogni forma di desiderio ma non quello di apparire a qualunque costo. Stanno minando l’anima e la ragione. Senza spiritualità non esiste l’aspirazione. Anche se la passione è sofferenza è pur sempre nutrita dal miele dell’anima. È proprio in fondo al cuore che risiede il pozzo prezioso dell’energia: l’amore.  Ignorano che ogni alba ha sempre una stella diversa, una nuova pagina da scrivere, un nuovo capitolo da raccontare con parole affascinanti e spontanee da assaporare e condividere, come un arcobaleno che sorge dove il sole dipana i suoi raggi alla vita, alla salvezza, trascorsi i giorni del diluvio. I dissacratori continueranno a urlare di mostruosità. Ma la parola saggia trasformerà radicalmente quell’atmosfera demoniaca in speranza, pace, equilibrio allontanandole dallo sconforto, dal tradimento e dagli schiaffi rabbiosi, simili ad un cavallo imbizzarrito che rompe lo steccato della scuderia tornando al suo stato selvaggio e spesso aggressivo nella fuga. In ogni ampiezza sconfinata io vedo DIO (sin da bambina), il paese delle stelle e sconfinare principio e conoscenza. Ho trovato la luce della mia interiorità persino nelle tenebre: attraverso quel tunnel ho rivisto e abbracciato la Luce; “La via dell’interiorità in modo etico” e ogni forma di equilibrio. Tante stelle ho sottratto all’universo per spillare le ferite del mio corpo. Quando si diventa ingombranti gli squali di turno cercano di rubare la dignità con le menzogne. Prendersi cura della parola è come tutelare la propria salute, è nostro diritto e nostro dovere, altrimenti si rischia di perdersi il senso della vita e si naviga nell’oblio della miseria tra cicatrici personali e quelli di una società mediocre e assente che ha perso non solo i valori morali, etici e cristiani, ma che non avverte la nostalgia del passato perché non ha alcun punto di riferimento. L’arte rimane la forma più sublime d’intelligenza e sensibilità di comunicazione universale. Bisogna avere le ali per volare, il veleno bisogna lasciarlo ai serpenti, a coloro che mentono e ingoiano veleno. Sanno solo strisciare. La vera bellezza non sta in ciò che non si vede ma in quello che non si riesce a spiegare e rimane il non limite di ogni conoscenza. La verità, l’onestà e la giustizia sono ancora lontane da una realtà perfetta, mentre la tensione del reale, mescolata alla quiete di un sorriso può generare l’intensità amorosa di ogni assenza. La nostalgia cosmica è immensa ed è lo specchio dell’animo umano se la coscienza è assente e la materia inizia il lungo pellegrinaggio che la conduce ai mondi dello spirito. Spesso alla coscienza sfugge il piano spirituale, ma Rudolf Steiner ci ricorda che “Dove vi è spirito vi è sempre coscienza”. Nel momento in cui l’anima umana prova ad afferrare il concetto di eternità, come esperienza interiore – e la coscienza è sempre presente nello spirito (diventano un nucleo) e non si perderanno mai, proprio come una famiglia. Non si tratta di ipotesi o teorie – (anche se non percepiti dai sensi fisici). Nell’universo infinito dell’anima umana, la sua forza inespressa potrebbe diventare concreta e raffinare il nostro vivere. Sarebbe come trovarsi, e pensare, riflessi in uno “specchio meraviglioso”, di energia e visioni. Bisogna avere il coraggio di trasformare la coscienza e confrontare i concetti pensanti con la realtà che possa condurci ai confini dell’animo umano, destinato a un’impermanenza continua e che solo ai privilegiati è stato concesso, attraverso l’accostamento ad un’altra anima. Bisognerebbe fuggire dalle “amnesie” temporanee e crearsi un laboratorio che non sia una risata che spadroneggia l’inganno, ma Luce che risiede nei nostri occhi in un segreto silenzio, oltre la muraglia delle ombre fatali.

Solo nella solitudine si avvertono le voci dell’infinito, il respiro dell’indescrivibile, il pianto convulso della terra. In quel magma si catturano i segreti come in una scena dietro le quinte, tra i percorsi dell’anima e le sfide della ragione – che spesso inciampa. Ogni energia che si spegne viene raccolta dal cielo, e per entrambi sarà una magnifica occasione per ritrovarsi e confrontarsi ancora una volta, in una magnifica ricerca di corpo e spirito. È risaputo che in ogni lavoro mettiamo la nostra eredità, come uno scatto fotografico, che dopo la frazione di un secondo, testimonia l’intera vita del soggetto, immortalandolo. Il tutto come la parola / immagine, diventa memoria della società e l’epopea della Storia. L’impalpabile e indefinita bellezza, paradiso della parola sorta dal soffio della creta diventa foresta, mare e monte, e in seno raccoglie l’universo e lo contempla. L’occhio che la abita rappresenta la fiaccola eterna e l’insostituibile patrimonio dell’umanità. Il respiro conserva la propria fragilità perché ha subito e affrontato troppe sfide condite da un’apocalisse di emozioni, ma ha anche ottenuto il trionfo delle virtù sul vizio dando equilibrio a quelle civiche e morali, dove la culla della memoria, continua a dondolare tra ombra e luce come un atomo errante nell’infinito. Laggiù la fantasia gioca con api e farfalle per costruire un segreto fatto di lampi sereni e morbide trine. Il tutto in una sospensione onirica che lo porta indietro ai tempi dell’infanzia, e poi in avanti nel tempo maturo in cui le esperienze ritornano e si contano i rintocchi del vento battuti dall’ala del tempo. Un difficile cammino di scoperta di fede e di conforto dove la scrittura senz’anima continua a candidarsi autocelebrandosi come una falena invasata attratta dalla bile del fuoco, finirà la sua danza tra l’indifferenza delle fiamme. Migliaia di pagine, come gusci vuoti marceranno come una discarica a cielo aperto, e si estingueranno in quanto privi di sangue e senza un volto. Il loro destino è comune a quello dei rifiuti differenziati ai quali non sarà mai concessa una nuova vita.

Stanotte ho visto una stella ferita aggrapparsi all’insonnia e le lacrime trasformarsi in ciliegie sul palmo della mia mano. Nuda la verità distesa nello sguardo della speranza. Equa la bilancia e l’ago pendeva dalle ciglia del sogno. L’iride era un battito di lucciole.  Ognuno ha fretta di andare. L’umanità è diventata merce da rottamare. Siamo cornici vuote, le tele non sono che i fantasmi della storia, fuori controllo e senza memoria.  Ogni pagina è un bosco, un mare, un monte. Tra le ossa del delirio nuda danzò la farfalla. Il deserto si svegliò dal sogno, svanì l’amnesia. Tra estasi e tormento, tra vita e morte.  Come mutò la sorte? Si suicidò la notte dopo avere abbracciato l’attimo divino e lacrimò la rosa bevendo il proprio sangue. Una pioggia di nenie scordate veniva trascinata dal vento. Nel suo petto continua a tremare un fragile cuore di carne>>.

Maria Teresa Liuzzo

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura

L’Ulivo della Pace unisce nel ricordo di Paolo: lo storico appello di Salvatore Borsellino per una via D’Amelio senza scontri

“Per me resterà un maledetto fascista, io per lui un maledetto anarchico. Ma sotto quell’ulivo abbiamo bevuto dalla stessa borraccia”. 🕊️ 🇮🇹 Un clamoroso patto di pace per via D’Amelio: dopo le urla e le tensioni del 19 luglio, Salvatore Borsellino chiede scusa alla famiglia e incontra Mauro La Mantia (storico organizzatore della Fiaccolata di destra). La promessa: mai più scontri nel luogo del dolore. I politici? “Se vogliono venire, stiano in silenzio tra la gente, senza fotografi”. Leggi l’emozionante retroscena. 📖 👇

Pubblicato

a

SAlvatore-La-mantia

Palermo – C’è un luogo a Palermo che non appartiene più alla topografia di una città, ma alla geografia dell’anima di un intero Paese. È via D’Amelio. Al centro di questo santuario laico a cielo aperto sorge “L’Albero della Pace”, un ulivo proveniente dalla Terra Santa. Fu piantato esattamente nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio 1992 squarciò l’Italia, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quell’ulivo fu voluto fortemente da Maria Pia Lepanto, la madre di Paolo, per trasformare il cratere dell’odio nel nido dell’amore e della rinascita. Un luogo dove, spogliandosi di ogni ideologia politica, chiunque potesse raccogliersi in silenzio.

Il dolore e la rabbia: quando le urla hanno infranto la sacralità della memoria

Eppure, lo scorso 19 luglio 2026, quella promessa di pace è stata infranta. Le celebrazioni per l’anniversario della strage si sono trasformate in un momento di tensione che ha turbato profondamente il clima di raccoglimento. Cori, urla e slogan come “Fuori la mafia dallo Stato” (richiesta legittima ma urlata nel momento sbagliato) hanno sovrastato il silenzio che quel luogo impone. Il silenzio richiesto a gran voce anche da chi, quel giorno di tanti anni fa, ha perso una parte di sé.

A distanza di qualche settimana, a prendere la parola in modo netto e coraggioso è il Movimento delle Agende Rosse, ma soprattutto è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che con una lucidità e un’onestà intellettuale rare ha deciso di mettere a nudo la propria anima, chiedendo scusa per primo e annunciando un patto storico di riconciliazione.

Le lacrime dei familiari e il pentimento di un fratello ferito

In una lettera carica di sofferenza, Salvatore Borsellino ammette le proprie fragilità di uomo ferito: «Mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi. Neanche se dovessi avere Giustizia prima di morire, anche perché non credo più nella giustizia degli uomini e, ormai da tempo, ho perso anche la fede».

Ma la rabbia ha ceduto il passo al pentimento quando i suoi occhi hanno incrociato quelli della sua famiglia. «Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno. Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele e di altri. Pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, trasformarsi in un luogo di scontro». Un dolore acuito dalla vista di tanti giovani padri che, tenendo un bambino per mano e una fiaccola nell’altra, hanno preferito voltarsi e tornare indietro pur di non assistere a quello spettacolo divisivo.

L’incontro impossibile: l'”anarchico” Borsellino e il “fascista” La Mantia

Da questa dolorosa presa di coscienza è nato un gesto politico e umano clamoroso. Il giorno successivo agli scontri, Salvatore Borsellino ha chiesto e ottenuto un incontro con Mauro La Mantia, esponente della Comunità ’92 (ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An) e storico organizzatore della tradizionale “fiaccolata” di destra in memoria del Giudice.

È stato un faccia a faccia schietto, duro ma rispettoso. «A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere». Borsellino ha usato parole fortissime per descrivere l’incontro: «Gli ho detto che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista, e io per lui un maledetto anarchico. Ma ho voluto, sotto quell’albero di ulivo, bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore».

La promessa per il futuro: il silenzio trionfi e la politica stia tra la gente

Da quell’incontro sotto l’Albero della Pace è scaturita una promessa solenne. Le urla, la rabbia e le rivendicazioni ci saranno ancora, perché l’Italia è una democrazia e le ferite delle stragi sanguinano ancora, ma non accadranno mai più in quel luogo e in quel giorno. Mai più in via D’Amelio.

L’anno prossimo, il 19 luglio sarà scandito esclusivamente dalla musica, dalle note dei violoncelli suonati dai ragazzi palestinesi e israeliani, in un inno assoluto alla pace. A suggello di questo patto, Salvatore Borsellino ha chiesto a Mauro La Mantia di salire sul palco al suo fianco per tenere insieme il Tricolore in un silenzio rispettoso e rigoroso. Con una sola, inderogabile e fiera condizione: «A patto che non ci siano, insieme a lui, rappresentanti delle istituzioni e di partito. O, se ci saranno, che stiano in mezzo alla gente, confusi tra la folla, senza fotografi o giornalisti attorno».

In un Paese perennemente diviso, in cui la memoria spesso diventa un campo di battaglia per meschini calcoli elettorali, il gesto di Salvatore Borsellino e Mauro La Mantia ci ricorda che l’eternità di chi si è sacrificato per lo Stato conta più di qualsiasi differenza ideologica. Via D’Amelio non è un palcoscenico per slogan, ma il nido che l’Italia non deve smettere di proteggere.

Continua a Leggere

Cultura

L’ultimo scatto per l’eternità: l’omaggio struggente al Maestro Nino Di Simone, l’artista che donava i suoi colori al mondo

“L’artista si è spogliato dei suoi colori per donarli alle opere…” 🎨 🖤 Un commovente e intimo omaggio fotografico al Maestro Nino Di Simone, grande artista e Ambasciatore del Parco nel Mondo prematuramente scomparso. Uno scatto nel suo studio, mentre lavorava a “La nascita del tempo”, per ricordare per sempre l’animo e il talento di un uomo innamorato della sua terra e dell’arte. Leggi il toccante ricordo. 🖼️ 🙏

Pubblicato

a

Il Maestro Nino Di Simone

Castelli (TE) – Ci sono lutti che lasciano un vuoto incolmabile non solo nelle famiglie, ma nell’anima stessa di un intero territorio. La prematura scomparsa del Maestro Nino Di Simone, illustre artista e fiero Ambasciatore del Parco nel Mondo, ha scosso profondamente la comunità culturale e artistica abruzzese. Eppure, proprio quando il dolore della perdita sembra spegnere la luce, c’è un elemento capace di fermare il tempo e rendere immortale chi non c’è più: la forza dei ricordi e la potenza della fotografia.

Oggi, per onorare la memoria di questo straordinario interprete dell’arte contemporanea, pubblichiamo un’immagine dal valore inestimabile, inviata alla nostra redazione da un affezionato lettore. Uno scatto che racchiude in sé l’essenza stessa, la fatica e la poesia di un uomo che ha vissuto per la bellezza.

“La nascita del tempo”: la foto-simbolo nel suo rifugio segreto

La fotografia, dal profondo impatto visivo ed emotivo, ritrae il Maestro all’interno del suo studio d’arte contemporanea, il suo rifugio segreto, il luogo magico dove le idee prendevano forma e vita. Nell’immagine, Nino Di Simone è colto proprio nel pieno del suo processo creativo, piegato con dedizione e maestria mentre lavora a una delle sue opere più evocative e affascinanti: “La nascita del tempo”.

Guardando questo scatto, si ha la netta e commovente sensazione di entrare in punta di piedi nella sua dimensione più intima. Il Maestro è letteralmente circondato, quasi abbracciato, dalle sue stesse opere e dalle infinite sfumature di colori che hanno da sempre caratterizzato e reso unica la sua intensa e prolifica esperienza artistica. L’autore dello scatto lo descrive con una frase di struggente poesia visiva: “L’artista si è spogliato dei suoi colori per donarli alle opere e all’ambiente circostante”. Una metafora perfetta per descrivere l’animo generoso di chi faceva dell’arte un dono costante per gli altri.

Il trionfo al concorso “Scopri Castelli” e un legame spezzato troppo presto

Dietro questa immagine, però, non c’è solo un altissimo valore documentale, ma si nasconde un legame affettivo indissolubile. È lo stesso fotografo a svelarne il retroscena: «Nel 2023, il Maestro Nino Di Simone mi consentì gentilmente di realizzare questo ritratto e di utilizzarlo per partecipare al concorso fotografico “Scopri Castelli”, organizzato dal Rotary Club Teramo. Fu per me un onore immenso quando, proprio grazie a quello scatto, risultai tra i tre vincitori».

Il Maestro, persona di squisita sensibilità, teneva moltissimo a questa specifica immagine, riconoscendovi forse la sintesi perfetta del suo percorso esistenziale. «Per questo motivo», continua l’autore della lettera, «oggi sento ancora più forte e urgente il desiderio di condividerla pubblicamente, offrendola a tutti come preziosa testimonianza del suo incessante lavoro e della sua meravigliosa persona».

L’eredità di un Ambasciatore del Parco innamorato della sua terra

Nino Di Simone non è stato solo un grandissimo artista, ma un vero e proprio custode dell’identità territoriale abruzzese. Il suo titolo di “Ambasciatore del Parco nel Mondo” non era una semplice onorificenza da esibire, ma una missione di vita, un impegno solenne a portare le radici, le tradizioni e i colori della terra di Castelli e del Gran Sasso al di fuori dei confini regionali, contaminandoli con il linguaggio universale dell’arte contemporanea.

Condividere oggi questa fotografia significa rendere un doveroso e sentito omaggio non solo al pittore e allo scultore, ma all’uomo generoso, al maestro umile e al sognatore instancabile. Significa fare in modo che quel tempo, di cui lui dipingeva la “nascita”, per lui non si fermi mai. La sua arte, la sua sensibilità e il suo profondo, viscerale legame con il territorio continueranno a vivere per sempre nei colori delle sue opere. Grazie, Maestro.

Angelo Di Carlo

Continua a Leggere

Cultura

“… E adesso parlo!”: l’urlo di verità di Maria Teresa Liuzzo nell’intensa intervista a Patrick Sammut

“La Scrittura è purezza e verità, sangue e dolore. Scrivo per non morire.” 📖 🖋️ In questa lunghissima, complessa e profonda intervista a cura del Prof. Patrick Sammut, la scrittrice Maria Teresa Liuzzo si mette a nudo. Affronta il dramma della violenza e degli abusi al centro della “Saga di Mary” e lancia un durissimo atto d’accusa contro l’ipocrisia dei moderni “salotti letterari”. Un urlo di libertà e dignità dedicato a tutte le donne. Leggi l’intervista integrale! 🌸 ❤️

Pubblicato

a

Maria Teresa Liuzzo

Cultura e Società – Ci sono libri che si leggono per svago e libri che, invece, si leggono per sopravvivere. Opere in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente al sangue, al dolore e alla cruda verità. È questo il caso della dirompente produzione letteraria di Maria Teresa Liuzzo, scrittrice e poetessa dall’animo fiero e indomabile, autrice della celebre “Saga di Mary”. In questa profonda e complessa intervista esclusiva, rilasciata al giornalista e Professore maltese Patrick Sammut (Direttore della rivista “Il-Pont”), la Liuzzo si mette completamente a nudo. Affronta i temi delicati del suo ultimo romanzo, del confine sottile tra l’inferno degli abusi domestici e la salvezza spirituale, e si scaglia con rabbia e fierezza contro la corruzione e l’ipocrisia dei moderni salotti letterari.


Tra incubo e salvezza: la genesi di Mary e del suo angelo Raf

D) Questo è un romanzo non semplice da categorizzare. Ha del reale, dell’onirico, del mistico, della fiaba, del fantastico, dello psicologico, ma è anche un romanzo di memoria. Quali sono le tue reazioni?
R) Guardo sempre il lato positivo che si regge sulla verità e non sulla menzogna, ed è proprio nel dolore che mi alzo più forte di prima.

D) Infatti, ci sono momenti in cui dal reale (la vita difficile di Mary) si passa al surreale. Quanto è vero questo, o è tutto un sogno?
R) Sia la vita che il sogno hanno una loro metamorfosi o, se vogliamo, una “sintesi clorofilliana”. Del resto, nel bene e nel male, la vita non è tutta un sogno? È evidente che la Mary del romanzo sta vivendo un’altra vita (reincarnazione), ma vive parallelamente su altri piani (corpo – psiche – spirito). La sofferenza e la schiavitù, invece, sono reali. Mary attendeva il boia come una liberazione da una vita abusata e consumata nel terrore e nell’angoscia.

D) Ci si chiede: ma chi è Raf? E chi è S.A.I.R.?
R) Raf è il daimon di Mary (un angelo che nel tempo si materializza): le rimane accanto, la protegge, l’ama disperatamente. Sia lui che l’”Angelo Bianco” hanno suggerito a Mary di scrivere il romanzo, il primo di una fortunata e ormai famosa trilogia. S.A.I.R. è il titolo nobiliare di un Principe che corrisponde a Sua Altezza Reale Imperiale. Anche lui un personaggio realmente esistito e reincarnato. Sin da bambino fu sempre vicino a Mary, discreto e devoto. Si incontrarono per caso, anni dopo la guerra, in Svizzera. Nel lungo e commosso abbraccio capirono che non si erano mai perduti.

D) Amore e morte si legano forte in questo romanzo, ricordando la vita di certe Sante. Cosa ne pensi?
R) Concordo pienamente. L’intera trilogia è un impasto di carne e sangue. Non è spiegabile altrimenti come un corpo umano (quello esile, denutrito e martoriato di una bambina indesiderata) potesse sopravvivere sepolta viva, ustionata da ogni male e succube di una violenza cieca e criminale. Eppure, la Mary del romanzo ha trovato nel buio più profondo la luce che acceca, quella dell’Infinito e della Fede. Mary sapeva sin d’allora che il letto più sicuro, più accogliente, è la ferita.

Un grido disperato contro gli abusi e una carezza per l’umanità

D) Subentra anche l’elemento sociale: prostituzione, traffico d’organi e tanto abuso domestico. È anche un romanzo di denuncia?
R) Sì, è soprattutto un romanzo di denuncia, come gran parte della mia scrittura. Un grido disperato che possa scuotere le coscienze di un mondo sanguinario, surreale, disumano e cinico, dove i bambini sono i nuovi martiri.

D) Mary viene vista quasi come un Cristo crocifisso in versione femminile, o una Cenerentola senza un lieto fine. La scrittura è salvezza contro tutta l’umiliazione patita?
R) Moltissimo. Mary è stata un Cristo crocifisso (non dimentichiamo che la mente Divina è Donna). Mary non conosce odio né rivalsa. La sua bocca ha masticato fiele trasformandolo in miele. Ha amato molto e perdonato sempre, per dare pace al suo cuore. Il romanzo ha riscosso interesse in tutto il mondo ed è stato tradotto in innumerevoli lingue. Nei progetti c’è persino un film sul nuovo realismo.

D) Quello tra Mary e Raf è un amore sensuale ma anche platonico…
R) Raf e Mary sono legati dal destino. Anche i loro nomi sono biblici e hanno conosciuto l’estasi spirituale e terrena.

L’allergia ai “salotti letterari” e la Scrittura come Tempio Sacro

D) Si legge tanto di Mary come scrittrice di successo. Eppure, non sappiamo quasi niente della sua vita pubblica. Quanto c’è di vero?
R) Mary è una donna molto riservata, legata al ruolo di sposa e di madre prima ancora di essere scrittrice. La Scrittura ebbe un ruolo importante nella sua vita: fu una necessità organica. Durante un’intervista rispose: “Scrivo per non morire”.
Ha vissuto molti anni di “clausura” senza mai lamentarsi. Da sempre è allergica ai salotti letterari. Non ama le “passerelle” e non partecipa ai concorsi che si moltiplicano in modo nauseante, trasformati spesso in alcove vivaci e spumeggianti. Oggi va di moda l’autocelebrarsi, scrivere soltanto per gli amici della propria consorteria, diventando “stampelle di mutuo soccorso”. I critici diventano politicanti, addestrato è il piccolo esercito di nani pronti a inchinarsi al “gran signore”.

Se la Scrittura è purezza, verità, sangue e dolore, non dovrebbe mai subire contaminazioni. Non ho patologie quali l’invidia, l’ingratitudine o l’odio. Opero nel campo della cultura da oltre mezzo secolo, ho pubblicato dodici libri di poesie e quattro romanzi, e ho ricevuto circa 800 recensioni in tutto il mondo da critici di altissimo spessore internazionale (da Thomas Fleming ad Athanase Vnthev De Thracy, da Folco Quilici a Giulio Andreotti, ndr).

D) C’è chi l’ha definita “l’agnello sacrificale” della letteratura…
R) È fuori da ogni dubbio che la Liuzzo non si genuflette ai “poteri loschi”. La dignità non deve essere confusa con la superbia. Mary è una donna libera che ben conosce quel filo sottile tra libertà e libertinaggio (sa che la bellezza fisica è solo caducità e che il “cervello” è quello che rimane). Qualcuno mi ha definita scherzando “Musulmana” per la mia estrema riservatezza: per me è soltanto rispetto verso me stessa. Penso che il corpo, quanto la mente, siano un Tempio Sacro.

Ad alcuni critici disonesti chiedo di guardare in fondo ai loro cuori e costituirsi alla propria coscienza. Mary non è un oggetto di consumo, né mercanzia, e mai scenderà a compromessi. Il mio motto da sempre è: “Più crepe mi fate, e più luce mi entra”. Sono orgogliosa di essere me stessa: Maria – Mary – Mia.

Per me hanno viaggiato i miei libri: sono stati i miei occhi, la mia bocca, le mie gambe, la mia coscienza. La Scrittura è il cuore del mondo. L’omaggio più bello che si possa fare a una Donna costa meno di un fiore di campo. Si chiama: RISPETTO.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza