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Salute

Bambini e adolescenti al sicuro in estate: la bussola psicologica tra protezione e buon senso intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Intervista di Marialuisa Roscino

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Redazione-  ​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Di questi aspetti importanti e di come in molti casi, sia possibile prevenirli con maggiori misure precauzionali e di sicurezza, ​ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), analizzandone in particolare, in questa intervista, i fattori di rischio psicologici e comportamentali legati a questa drammatica tendenza.

Dott.ssa Lucattini, ogni estate i bambini pagano il prezzo più alto per annegamenti, colpi di calore e incidenti domestici. Oltre ai pericoli evidenti, quali fattori di rischio, secondo Lei, sono ancora sottovalutati? Come possiamo passare dall’emergenza alla prevenzione attiva?

Uno dei fattori più sottovalutati è la convinzione che un ambiente familiare sereno e un luogo di vacanza tranquillo, sia automaticamente sicuro. La casa delle vacanze, il giardino, una piccola piscina gonfiabile, il mare calmo o un breve tragitto in quad possono abbassare la percezione del rischio proprio perché associati al divertimento e alla quotidianità. In realtà, molti incidenti avvengono durante attività ordinarie, quando l’adulto ritiene che il bambino sia autonomo oppure che qualcun altro lo stia sorvegliando.

Dal punto di vista psicologico, è importante considerare la cosiddetta “normalizzazione del rischio”, un comportamento pericoloso, se ripetuto più volte senza conseguenze, finisce per essere percepito come innocuo. Ma l’assenza di incidenti precedenti non rende sicuro un comportamento.

Un altro elemento decisivo è la frammentazione dell’attenzione che possono avere gli adulti. Telefono, conversazioni, faccende domestiche, lavoro a distanza e presenza contemporanea di più bambini possono determinare vere e proprie lacune nella sorveglianza. Gli studi sugli annegamenti infantili mostrano che le distrazioni dei caregiver e l’ambiguità su chi debba controllare il bambino sono fattori ricorrenti negli incidenti (Journal of Paediatrics and Child Health, 2020).

Gli annegamenti rappresentano una delle emergenze estive più drammatiche, spesso consumate in pochissimi secondi, anche in pochi centimetri d’acqua o nelle piscine di casa. Quali regole d’oro si potrebbero seguire per cercare di prevenire questo rischio?

La prima regola è la sorveglianza attiva, continua e ravvicinata. Sorvegliare non significa trovarsi genericamente nelle vicinanze, ma guardare realmente il bambino, senza leggere, usare il telefono, dormire o conversare distraendosi. Con neonati e bambini piccoli bisogna restare a distanza di braccio. Anche un’interruzione breve può essere sufficiente perché si verifichi un incidente.

La seconda regola è assegnare esplicitamente la responsabilità della sorveglianza a bambini più grandi. Durante feste, giornate in spiaggia o momenti con molti adulti è utile individuare un “adulto sorvegliante”, eventualmente alternandosi con turni precisi.

La terza regola è creare barriere fisiche. Piscine e vasche devono essere rese inaccessibili ai bambini quando non sono utilizzate. Gli studi mostrano che la combinazione tra supervisione attiva e barriere conformi alle norme rappresenta uno degli strumenti più importanti nella prevenzione degli annegamenti dei bambini piccoli. Anche le piscine portatili possono essere pericolose, sono stati descritti annegamenti in circa 15 centimetri d’acqua.

La quarta regola è non attribuire a braccioli, gonfiabili o giochi acquatici una funzione salvavita di per sé. Possono sgonfiarsi, scivolare o allontanare il bambino dalla riva. Quando indicato, deve essere utilizzato un dispositivo personale di galleggiamento omologato e adeguato al peso del bambino, ma neppure questo sostituisce la sorveglianza.

I corsi di nuoto possono migliorare le competenze acquatiche, ma non rendono un bambino “a prova di annegamento”. Il rischio può anzi aumentare se i genitori, rassicurati dalle lezioni, riducono il controllo. È quindi fondamentale che l’insegnamento del nuoto sia accompagnato da un’educazione dei genitori sulla sicurezza e sui limiti delle abilità acquisite.

Infine, gli adulti dovrebbero avere delle conoscenze di base delle manovre di rianimazione cardiopolmonare e avere sempre a disposizione un sistema rapido per chiamare i soccorsi (Pediatrics, 2026).

Con l’innalzamento costante delle temperature e le ondate di calore sempre più intense, i bambini e i neonati sono particolarmente vulnerabili a colpi di sole e disidratazione grave. Quali sono i segnali d’allarme da cogliere tempestivamente?

Neonati e bambini piccoli rispetto agli adulti presentano caratteristiche fisiologiche e comportamentali che possono rendere più difficile la gestione del calore, specialmente durante l’attività fisica prolungata.

I primi segnali possono essere aspecifici, irritabilità, stanchezza insolita, sonnolenza, mal di testa, nausea, vertigini, crampi, pelle molto calda, sete intensa, riduzione dell’attività e difficoltà a continuare il gioco. Nel bambino piccolo bisogna osservare anche la diminuzione delle urine, pannolini meno bagnati, bocca asciutta, assenza di lacrime durante il pianto e un comportamento meno reattivo del solito.

Particolare attenzione va prestata quando il bambino diventa confuso, disorientato, barcolla, risponde lentamente, importante non scambiare questi cambiamenti per un problema psicologico e le alterazioni del comportamento come capricci o pigrizia (Journal of Clinical Medicine, 2025).

Cosa è possibile fare al riguardo?

Se invece, si osserva un’alterazione dello stato di coscienza, bisogna porsi il problema di un possibile colpo di calore che costituisce un’emergenza medica.  Di fronte a questi segni bisogna interrompere immediatamente le attività, portare il bambino in un luogo fresco, togliere gli indumenti e iniziare a raffreddarlo. In presenza di confusione, perdita di coscienza, convulsioni, forte debolezza o sospetto colpo di calore occorre chiamare subito il 112. Non bisogna forzare a bere un bambino confuso, sonnolento o non pienamente cosciente, per il rischio di soffocamento.

La prevenzione richiede di non aspettare che il bambino chieda da bere, programmando pause frequenti, limitando le attività nelle ore più calde e osservando anche i cambiamenti del comportamento. Il bambino concentrato nel gioco può non riconoscere o non comunicare tempestivamente la sete e la stanchezza (Current Opinion in Pediatrics, 2024).

Se per i più piccoli il pericolo arriva dall’ambiente domestico o acquatico, per gli adolescenti l’estate fa registrare un vero e proprio allarme legato all’uso dei quad e di altri veicoli a motore, soprattutto se guidati senza protezioni adeguate, con conseguenze tragiche o invalidanti. A cosa è dovuta questa sottovalutazione del pericolo?

 

L’adolescente non è privo della capacità di comprendere il rischio. Spesso sa che una condotta è potenzialmente pericolosa, ma nel momento concreto il desiderio di provare emozioni, sentirsi “grandi”, essere accettato dal gruppo o dimostrare coraggio può prevalere sulla valutazione delle conseguenze.

Durante l’adolescenza i sistemi cerebrali legati alla gratificazione, alla novità e alla rilevanza sociale diventano particolarmente sensibili, mentre le capacità di controllo, pianificazione e autoregolazione continuano a maturare. Questa diversa traiettoria evolutiva può favorire decisioni impulsive soprattutto in condizioni di eccitazione emotiva o in presenza dei coetanei (Current Opinion in Psychology, 2022).

Anche il modello adulto ha un ruolo centrale poiché trasmettono direttamente e implicitamente le regole. La sicurezza non si insegna soltanto attraverso insegnamenti e raccomandazioni, ma soprattutto attraverso comportamenti coerenti.

Come si argina questo fenomeno tra i giovani?

Sono importanti regole chiare e non negoziabili, niente guida senza i requisiti previsti, niente mezzi non adatti all’età o alle dimensioni fisiche, niente passeggeri quando il veicolo non è progettato per trasportarli, niente alcol o altre sostanze stupefacenti, niente percorsi non autorizzati e casco sempre ben allacciato.

Le regole devono essere accompagnate da un lavoro sulla percezione del rischio per questo possono essere efficaci testimonianze, simulazioni, formazione pratica e discussione di casi reali, purché non vengano utilizzati soltanto per spaventare.

È utile coinvolgere i ragazzi nella costruzione della propria sicurezza, chiedere loro di individuare i rischi, stabilire preventivamente in quali condizioni possono guidare e concordare come rapportarsi alla pressione degli amici. Un adolescente aderisce più facilmente alle regole quando ne comprende il senso e capisce che proteggono la sua autonomia, anziché essere una limitazione o una punizione.

Occorre quindi un’alleanza tra famiglia, strutture turistiche, associazioni sportive e noleggiatori, affinché il messaggio sia univoco, ogni mezzo a motore non è un giocattolo e la sicurezza non dipende dall’abilità percepita del ragazzo ma da competenze specifiche e rispetto di regole precise (Paediatrics & Child Health, 2025).

 

Quali sono, a Suo avviso, le regole fondamentali da tenere a mente ogni giorno, racchiudendo sorveglianza, educazione al rischio e buon senso?

La prima regola è che la sicurezza deve essere proporzionata allo sviluppo del bambino, non soltanto alla sua età anagrafica. Un bambino molto vivace, impulsivo o attratto dalla novità può aver bisogno di una sorveglianza più ravvicinata; allo stesso modo, un adolescente competente in altri ambiti può non essere ancora pronto per gestire un mezzo potente o una situazione complessa.

La seconda regola è rendere la sorveglianza concreta. Bisogna sapere chi controlla, che cosa sta controllando e per quanto tempo. La supervisione è più efficace quando è attiva, prossima e continuativa, soprattutto vicino all’acqua, alle strade, ai balconi, ai veicoli e alle fonti di calore. La ricerca sugli incidenti infantili mostra che età del bambino, capacità di autocontrollo, percezione del rischio da parte dei genitori e qualità della supervisione interagiscono nel determinare la sicurezza.

La terza è eliminare i pericoli quando possibile. La prevenzione non deve dipendere unicamente dall’obbedienza del bambino, farmaci, sostanze tossiche, chiavi dei veicoli e accessi all’acqua devono essere fisicamente protetti. Una barriera è più affidabile di un divieto ripetuto anche molte volte.

La quarta è anticipare gli scenari possibili. Questo non significa vivere nell’ansia, ma prendere decisioni ponderate nei momenti d’entusiasmo impulsivo o in situazioni di emergenza.

La quinta è distinguere il rischio evolutivo dal pericolo evitabile. Arrampicarsi in un parco adatto all’età, esplorare la natura o imparare gradualmente a nuotare sono esperienze di crescita. Guidare senza casco, lasciare un bambino solo vicino a una piscina o tenerlo in un’auto parcheggiata sono invece pericoli che non producono alcun beneficio educativo.

Infine, il buon senso deve sempre essere sostenuto da regole precise. Nei momenti di stanchezza, fretta o euforia collettiva, anche il giudizio dell’adulto può ridursi. Procedure semplici e ripetute (indossare casco e cintura di sicurezza, avere le dovute misure di protezione in acqua, evitare tuffi azzardati, fare pause all’ombra, alimentarsi, bere e idratarsi spesso) trasformano la prudenza in una buona abitudine (Pediatric Clinics of North America, 2025).

 

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Vigilare sempre i bambini e di non vergognarsi mai nell’essere prudenti. Quando crescono, avere la forza dire di “no” ad attività non adeguata all’età o rischiose;

-Parlare dei pericoli senza minacce o immagini catastrofiche. Con i bambini piccoli funzionano regole chiare a parole semplici e ripetute nel tempo. Con gli adolescenti spiegare il rapporto tra comportamento e conseguenze, ascoltare le loro idee e parlare chiaramente anche della pressione sociale;

-Essere buoni modelli. Le indicazioni e le norme perdono credibilità quando vengono richieste ai figli ma ignorate dagli adulti;

-Con gli adolescenti, è utile concordare le regole in anticipo, evitando la contrattazione davanti agli amici;

-Sorvegliare senza controllare ossessivamente. Una buona protezione cambia con la crescita dei figli, dapprima è presenza fisica, poi diventa educazione, spiegazioni, ascolto e disponibilità al dialogo;

-Aiutare i figli a distinguere il coraggio dall’imprudenza, l’autonomia dal correre pericoli, la libertà dalla mancanza di regole.

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Attualità

Allerta Aifa sui contraccettivi: il legame con il rischio di tumore al cervello. Ecco i 7 sintomi da non ignorare

L’allerta dell’Aifa spaventa le donne italiane: alcune specifiche pillole anticoncezionali e impianti aumentano il rischio di tumore (benigno) al cervello. Niente panico: ecco quali sono i principi attivi coinvolti, chi è davvero a rischio e i 7 sintomi (dalla vista all’udito) che non dovete MAI sottovalutare. Parlatene con il medico! 💊 🧠 ⚠️

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anticoncezionali

Roma – Ci sono notizie cliniche che, lette di sfuggita sullo schermo di uno smartphone, hanno il tremendo potere di far gelare istantaneamente il sangue nelle vene a milioni di donne. Soprattutto quando toccano farmaci di uso comunissimo e quotidiano, pillole che vengono assunte per anni con la massima fiducia per pianificare serenamente la propria vita familiare o per curare fastidiosi squilibri ormonali. Nelle ultime ore, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha diramato una Nota Informativa Importante di Sicurezza che sta rimbalzando freneticamente su tutti i social network, seminando una comprensibile ondata di ansia e preoccupazione. L’allerta ufficiale è chiara e diretta: alcuni specifici e diffusi contraccettivi ormonali, se assunti per lunghi periodi di tempo, aumenterebbero il rischio di sviluppare un meningioma, ovvero un tumore che colpisce le membrane del cervello e del midollo spinale. La parola “tumore” è uno spauracchio che spaventa a morte. Ma in questi casi delicatissimi, farsi prendere dal panico cieco è l’errore più grave che si possa commettere. È doveroso, invece, fermarsi un attimo, respirare e analizzare a fondo la situazione con grande lucidità, per capire esattamente quali farmaci sono coinvolti, chi rischia davvero e quali sono i sintomi fisici a cui prestare la massima attenzione.

Pillole, anelli e impianti: quali sono esattamente i farmaci nel mirino dell’Aifa

Il primo, fondamentale passo per non cadere inutilmente nell’isteria collettiva è circoscrivere con precisione il campo medico. L’allerta diramata a livello europeo non riguarda affatto tutte le pillole anticoncezionali presenti in farmacia, ma punta severamente il dito in modo esclusivo contro i medicinali che contengono due specifici principi attivi: il desogestrel e l’etonogestrel. Si tratta di progestinici di sintesi ampiamente utilizzati non solo nelle classiche e diffuse pillole anticoncezionali, ma anche in molti anelli vaginali e nei comodissimi impianti sottocutanei che rilasciano ormoni gradualmente nel sangue. Milioni di donne, in Italia e nel mondo intero, si affidano quotidianamente a queste soluzioni mediche. Sapere improvvisamente che la propria routine contraccettiva è finita sotto la rigida lente d’ingrandimento delle autorità sanitarie è indubbiamente uno shock emotivo, ma è proprio grazie a questi continui, incessanti e severi monitoraggi su vasta scala che la nostra salute collettiva viene tutelata e difesa giorno dopo giorno.

Il rischio meningioma: di cosa parliamo veramente e chi deve fare maggiore attenzione

Ma cos’è esattamente, a livello clinico, un meningioma? Si tratta di un tumore che interessa le meningi (le sottilissime membrane che avvolgono e proteggono il cervello e il midollo spinale). La buona notizia, che deve assolutamente tranquillizzare gli animi, è che nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di una neoformazione benigna, che cresce molto lentamente nel tempo. Secondo i rigorosi dati diffusi dall’Aifa, l’aumento del rischio non scatta per incanto con una pillola occasionale, ma riguarda quasi esclusivamente le donne che assumono questi specifici contraccettivi ininterrottamente da almeno un anno. La probabilità, inoltre, cresce man mano che si allunga il tempo di trattamento e risulta statisticamente più alta per chi, in passato, ha già fatto uso di altri progestinici noti per essere associati a questo rischio (come il ciproterone, il nomegestrolo o il clormadinone). Attenzione però a leggere correttamente i numeri, perché sono fondamentali per non generare un panico ingiustificato: le autorità sanitarie ribadiscono a gran voce che stiamo parlando di un evento avverso estremamente raro. Le stime ufficiali indicano circa un singolo caso aggiuntivo di meningioma ogni ben 67.300 donne trattate. Un rischio clinico reale e scientificamente provato, certamente, ma statisticamente molto, molto basso.

Lo studio epidemiologico francese: il lato rassicurante che non devi ignorare

A far scattare questa importantissima allerta a livello europeo è stato un mastodontico studio epidemiologico condotto recentemente in Francia, analizzando a fondo gli enormi database del rigorosissimo Sistema sanitario nazionale d’Oltralpe. I ricercatori transalpini hanno esaminato minuziosamente le cartelle cliniche di oltre 8.300 donne operate chirurgicamente per meningioma, mettendole scientificamente a confronto con un campione di controllo di quasi 84.000 soggetti del tutto sani. Ed è esattamente qui che è emerso, dati alla mano, il lieve ma sensibile incremento del rischio per chi usava il desogestrel da oltre dodici mesi (con un picco evidente per chi lo assumeva da 7 anni o più). Ma lo stesso poderoso studio porta con sé una notizia incredibilmente rassicurante e liberatoria dal punto di vista psicologico: il rischio non è affatto permanente o irreversibile. Entro un solo anno dalla totale sospensione del trattamento ormonale, le probabilità di sviluppare il tumore tornano precipitosamente e magicamente ai livelli normali di base di qualsiasi altra donna che non ha mai preso la pillola. Il corpo umano, se ascoltato e rispettato, sa perfettamente come ripararsi da solo.

I sette sintomi campanello d’allarme: ascolta attentamente i segnali del tuo corpo

La prevenzione quotidiana è, e resterà sempre, la nostra arma più potente ed efficace. L’Aifa ha opportunamente stilato un elenco chiaro, semplice e preciso di sintomi sospetti che nessuna donna, in cura prolungata con questi specifici farmaci, dovrebbe mai sottovalutare o liquidare frettolosamente con un semplice “sarà lo stress”. Il meningioma, crescendo lentamente all’interno della ristretta scatola cranica, comprime inevitabilmente i delicati tessuti nervosi. Ecco i campanelli d’allarme fisici a cui prestare la massima e immediata attenzione: 1) improvvise e immotivate alterazioni della vista; 2) inspiegabile e progressiva perdita dell’udito o comparsa di forti acufeni (fischi costanti nelle orecchie); 3) perdita improvvisa del senso dell’olfatto; 4) mal di testa progressivamente più forti, costanti e ingravescenti, che non passano in alcun modo con i normali analgesici; 5) vuoti di memoria anomali e continui; 6) improvvise crisi epilettiche o svenimenti; 7) un senso di forte pesantezza e profonda debolezza muscolare localizzata stranamente agli arti. Se notate in voi stesse uno o più di questi insistenti segnali, non ignorateli per pigrizia o per paura.

Le nuove, ferree regole: niente panico e parlate subito con il vostro ginecologo

Cosa succederà ora a livello pratico? Nei prossimi giorni, i famosi foglietti illustrativi (i cosiddetti bugiardini) di tutti i farmaci contenenti desogestrel ed etonogestrel verranno tempestivamente e obbligatoriamente aggiornati in tutta Europa per includere formalmente il meningioma tra gli “effetti indesiderati rari” a frequenza non nota. I medici, dal canto loro, non potranno più prescrivere in alcun caso questi contraccettivi alle pazienti che hanno già un meningioma in corso o che ne hanno avuto fortunatamente uno in passato. E per le migliaia di donne che li stanno assumendo tranquillamente proprio adesso? La regola d’oro, sacrosanta, inviolabile e categorica, è una sola: non sospendete mai e poi mai l’assunzione del farmaco di vostra sponte in preda a un attacco di ansia. Alzate semplicemente il telefono, prendete un appuntamento con il vostro ginecologo di fiducia o con il medico curante e valutate insieme a lui, con la massima serenità e con i vostri esami del sangue alla mano, se è il caso clinico di continuare o se è preferibile passare a un contraccettivo diverso. La medicina moderna ci offre oggi decine di alternative sicure, efficaci e prive di questo rischio specifico. La salute è e resterà sempre il nostro bene umano più prezioso: proteggiamola scrupolosamente con l’informazione corretta, leggendo le fonti ufficiali, ma senza mai cedere terreno alla paura irrazionale.

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Attualità

L’incubo dei Pronto Soccorso ad agosto: la sanità al collasso tra pazienti sulle barelle e medici stremati

Il collasso della sanità non va in vacanza. Il dramma dei pazienti in barella per 24 ore e la disperazione di medici e infermieri abbandonati in corsia tra turni massacranti e carenza di personale. Salviamo gli ospedali pubblici! 🚑 🏥 👩‍⚕️

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Medici stanchi

Italia – C’è un luogo ben preciso in Italia dove l’estate non profuma affatto di salsedine, crema solare o cene all’aperto, ma puzza pesantemente di disinfettante, sudore freddo e disperazione. Un luogo dove lo scorrere del tempo non è dolcemente scandito dal ritmo rilassato delle ferie, ma è dettato in modo frenetico dal bip incessante dei monitor multiparametrici e dalle sirene spiegate delle ambulanze in arrivo. Sono i nostri Pronto Soccorso, la vera, dura e dolorosissima trincea della sanità pubblica italiana. Proprio nel caldo mese di agosto, quando il Paese intero sembra felicemente fermarsi per tirare il fiato, i reparti di emergenza dei nostri ospedali si trasformano in veri e propri gironi infernali, travolti da una crisi strutturale senza precedenti nella storia repubblicana. Da Nord a Sud, dai grandi policlinici di provincia ai piccoli presidi costieri, l’immagine è tristemente identica e fotocopiata: malati parcheggiati in barella lungo i corridoi per la cronica mancanza di letti, sale d’attesa traboccanti di rabbia e dolore, e un personale sanitario ridotto allo stremo delle proprie forze fisiche e mentali.

Il picco imprevedibile degli accessi e l’emorragia di personale: la tempesta estiva perfetta

L’estate rappresenta da sempre, per motivi logici, il momento di massima criticità e stress per il nostro già fragilissimo sistema sanitario nazionale. Le violente e prolungate ondate di calore mettono a dura prova il fisico degli anziani e dei soggetti fragili, innescando pericolosi malori, crisi respiratorie gravi e scompensi cardiaci acuti che richiedono una rapida ospedalizzazione. Allo stesso tempo, le località balneari e turistiche vedono letteralmente decuplicare la loro popolazione residente, moltiplicando statisticamente il numero di incidenti stradali, malori in spiaggia e traumi. E mentre il numero di pazienti che varca la porta del Triage schizza alle stelle, il numero di medici e infermieri nei reparti precipita rovinosamente. I pochi medici strutturati rimasti (che non si sono ancora dimessi per la disperazione) devono giustamente godere dei turni di ferie arretrate, e i vuoti di organico — figli legittimi di due decenni di scellerati e ciechi tagli lineari alla sanità pubblica — diventano voragini incolmabili. È la tempesta estiva perfetta, un letale cortocircuito di sistema in cui la fisiologica domanda di salute esplode in modo incontrollato proprio quando l’offerta di cure tocca drammaticamente il suo minimo storico.

L’angoscia delle barelle in corsia: ore di attesa infinite e perdita di ogni dignità

Chiunque abbia avuto la grande sfortuna di dover accompagnare un genitore anziano, un bambino o un familiare al Pronto Soccorso in questi giorni roventi, sa perfettamente di cosa stiamo parlando. L’attesa non si misura più in sopportabili minuti, ma in lunghe, logoranti e infinite ore di agonia. I pazienti in codice verde o giallo (che comunque soffrono dolori atroci) vengono letteralmente “parcheggiati” sulle dure barelle d’acciaio o su scomode sedie a rotelle direttamente nei corridoi, in mezzo al caotico viavai generale, privati brutalmente di qualsiasi intimità, privacy e dignità umana. Uomini e donne, anziani confusi, costretti a gemere di dolore sotto gli sguardi indiscreti degli estranei, aspettando un miraggio: un posto letto in reparto che semplicemente non esiste perché tagliato dalle giunte regionali. L’angoscia di chi aspetta impotente, mista alla forte paura per la propria salute e per quella dei propri cari, si trasforma rapidamente in frustrazione cronica e disperazione. Il Pronto Soccorso, nato come luogo supremo di cura e rassicurazione clinica, diventa così uno spazio di sofferenza psicologica aggiuntiva, dove il cittadino si sente tragicamente abbandonato da quello stesso Stato che, con le tasse, dovrebbe invece tutelarlo.

Medici e infermieri abbandonati in trincea: i veri eroi silenziosi della nostra estate

Di fronte a questa spaventosa esasperazione, troppo spesso l’ira funesta dei pazienti stanchi e dei loro parenti si sfoga nel modo più sbagliato, vile e inaccettabile: aggredendo verbalmente, minacciando e a volte persino picchiando fisicamente chi indossa una divisa o un camice bianco. Ma la cruda, inconfutabile verità è che i medici, gli infermieri, gli autisti soccorritori e gli operatori socio-sanitari dei Pronto Soccorso non sono i cinici carnefici di questo sistema impazzito, ma ne sono di fatto le primissime, grandi vittime. Abbandonati letteralmente in trincea da una politica che si fa viva solo per fare grandi promesse elettorali, questi straordinari professionisti si ritrovano a dover coprire sistematicamente turni massacranti di dodici o persino quattordici ore consecutive, saltando i pasti e senza poter quasi andare in bagno, caricandosi ogni minuto sulle proprie spalle la pesante responsabilità penale, civile e morale di decine di vite umane in pericolo. Lavorano in un clima psicologico di perenne emergenza e tensione, cercando disperatamente di moltiplicare i pani e i pesci con risorse strumentali e umane assolutamente insufficienti. Sono loro i veri, grandissimi eroi silenziosi della nostra estate, professionisti stoici che, seppur vergognosamente sottopagati e bistrattati dallo Stato, non si tirano mai indietro davanti a un cuore che smette di battere.

Una sanità pubblica da difendere a denti stretti: il diritto alla cura non diventi un privilegio

Il collasso estivo dei Pronto Soccorso non è e non deve essere derubricato a un semplice e fastidioso disservizio stagionale o temporaneo. Esso è il sintomo gravissimo di una malattia molto più profonda e maligna: lo smantellamento progressivo, silenzioso ma inesorabile della nostra sanità pubblica. Ad agosto, quando le cliniche private convenzionate riducono drasticamente le attività, e i medici di base sono fisiologicamente in ferie, l’ospedale pubblico rimane l’unica, vera scialuppa di salvataggio accessibile a tutti per salvare vite. Se lasciamo affondare per sempre questo baluardo costituzionale, stiamo di fatto accettando che in Italia il fondamentale diritto alla cura diventi un volgare privilegio economico, riservato esclusivamente a chi possiede una carta di credito bella gonfia per potersi pagare le visite urgenti in intramoenia o il letto nelle lussuose cliniche a pagamento. È una deriva classista, pericolosissima e incostituzionale, che divide brutalmente il Paese tra chi può permettersi di guarire pagando e chi, invece, povero, deve rassegnarsi a soffrire su una nuda barella in corridoio.

Serve rispetto per chi lavora, ma anche un segnale strutturale forte dalla politica

Mentre i nostri valorosi infermieri continuano in queste ore a sudare freddo e a correre nei reparti di emergenza, cercando di tenere ostinatamente in piedi il sistema con le proprie mani nude, c’è un doppio appello che la società civile e matura deve accogliere. Il primo è rivolto a noi cittadini: abbiate grandissima pazienza e profondo rispetto per chi lavora in Pronto Soccorso per stipendi ridicoli. Se aspettate otto ore su una sedia, non è per cattiveria o pigrizia del medico, ma semplicemente perché c’è qualcuno infinitamente più grave di voi che in quel preciso istante sta lottando tra la vita e la morte nella stanza accanto. Il secondo, durissimo e non più rimandabile appello, è rivolto direttamente al Governo, al Ministero della Salute e alla classe politica intera: la sanità pubblica non si cura con i finti bonus una tantum, con i gettonisti strapagati o con soluzioni tampone provvisorie inventate ad agosto. Servono assunzioni vere, stabili, stipendi dignitosi equiparati all’Europa e posti letto strutturali. Perché la malattia non guarda in faccia a nessuno, il diritto alla salute non va in vacanza a Ferragosto, e il dolore di un essere umano non aspetta certo l’arrivo dell’autunno per farsi sentire.

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Attualità

L’urlo silenzioso delle famiglie italiane: emergenza salute mentale, le richieste d’aiuto sono quadruplicate

I numeri spaventosi della salute mentale in Italia: telefonate d’aiuto quadruplicate. E a crollare ora sono i genitori, abbandonati dallo Stato e distrutti dalla fatica di assistere figli in crisi. Un’emergenza sociale di cui nessuno parla! 🧠 💔

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Depressione

Roma – C’è un grido d’aiuto silenzioso, disperato e costante che si alza ogni singolo giorno dalle case di migliaia di famiglie italiane. È un urlo che non fa quasi mai rumore sui grandi mezzi di comunicazione e che non scende in piazza a protestare, ma che si consuma spietatamente nel buio delle stanze chiuse e nel logorìo psicologico quotidiano. Stiamo parlando dell’emergenza strisciante legata alla salute mentale, un tema delicatissimo che per troppi decenni è stato trattato come uno scomodo tabù da nascondere sotto il tappeto. Oggi, complice l’onda lunga dell’isolamento pandemico e delle recenti crisi sociali ed economiche, questo malessere è esploso in tutta la sua drammaticità, trasformandosi in una vera e propria emergenza sanitaria di proporzioni nazionali.

I numeri del crollo psicologico: l’epidemia invisibile dell’Italia intera

A scattare una fotografia agghiacciante di questa sofferenza, che partendo dai dati del Lazio si estende ormai a macchia d’olio in tutta la Penisola, è il recentissimo bilancio del Soss, il servizio telefonico di supporto e orientamento sociale offerto gratuitamente dalla benemerita Fondazione don Luigi Di Liegro. Le statistiche rilasciate parlano fin troppo chiaro e fanno letteralmente tremare i polsi: in un solo anno, le richieste di aiuto sono quadruplicate. Ma a colpire profondamente l’opinione pubblica non è solo il volume impressionante delle chiamate giunte ai centralini, quanto l’identikit di chi le effettua. Ben il 60% delle richieste, infatti, non arriva direttamente da chi soffre del disagio psichico, ma dai suoi familiari più stretti, quasi sempre genitori ormai stremati. Inoltre, l’età media delle persone per cui si chiede disperatamente supporto è di 38 anni: la fotografia esatta e impietosa di una generazione adulta schiacciata dall’incertezza del futuro, dalla precarietà lavorativa e da un profondo, radicato senso di inadeguatezza sociale.

L’angoscia insopportabile dei genitori: quando chi cura ha bisogno di aiuto

Il dato forse più allarmante e doloroso di questo report riguarda però la figura del cosiddetto “caregiver”, ovvero il genitore, il partner o il parente che si prende cura quotidianamente del malato. All’inizio dell’anno scorso, le richieste di supporto psicologico rivolte ai genitori stessi per superare lo stress rappresentavano circa l’8% del totale. Oggi, solo analizzando il primo semestre dell’anno in corso, questa percentuale è schizzata a un drammatico 35%. Cosa significa questo numero? Significa che affrontare il mostro della malattia mentale tra le quattro mura domestiche è un fardello emotivamente così pesante e logorante che padri e madri finiscono inevitabilmente per crollare, arrivando a chiedere aiuto clinico anche per se stessi. Mantenere in equilibrio la barca di una famiglia quando un figlio sprofonda nel buio della depressione, dell’ansia cronica o degli attacchi di panico richiede un’energia sovrumana, un’energia che spesso si esaurisce lasciando i familiari in uno stato di disperazione e totale isolamento dal resto del mondo.

Il grave vuoto delle istituzioni e le liste d’attesa della sanità pubblica

Se fondazioni benefiche e associazioni del Terzo Settore registrano un boom di chiamate di questa immensa portata, è inevitabilmente a causa dell’enorme vuoto lasciato dalle istituzioni statali e dal Servizio Sanitario Nazionale. Rivolgersi al sistema pubblico per ottenere percorsi di riabilitazione o un ciclo di sedute psicologiche gratuite significa, nella stragrande maggioranza delle ASL italiane, doversi scontrare con liste d’attesa semplicemente infinite. In un ambito fragile e delicato come quello della salute mentale, dove il tempismo dell’intervento clinico può fare la differenza tra la vita e il gesto estremo, dover aspettare sei mesi per un consulto pubblico è un’attesa quasi criminale. Le famiglie italiane, peraltro già duramente provate dal carovita, sono così ingiustamente costrette a sobbarcarsi i costi proibitivi delle lunghe terapie private, oppure, nei drammatici casi di povertà, a rinunciare del tutto alle cure, rassegnandosi a gestire da sole crisi violente, isolamento sociale e gravi disturbi comportamentali.

Curare la famiglia per curare l’individuo: il potere dei gruppi di mutuo aiuto

Come giustamente e costantemente sottolineato dagli esperti della Fondazione Di Liegro, il paradigma della cura deve necessariamente evolversi a livello nazionale. Investire seriamente nella salute mentale non può più significare soltanto somministrare potenti psicofarmaci o focalizzarsi unicamente sulla singola persona che manifesta il disagio acuto. Bisogna abbracciare e curare l’intero nucleo familiare. Attività come gli sportelli gratuiti di ascolto per i genitori, l’arteterapia e, soprattutto, i gruppi di mutuo aiuto multifamiliari si stanno rivelando degli strumenti terapeutici indispensabili. Condividere il proprio enorme dolore con altre madri e altri padri che stanno vivendo lo stesso insopportabile calvario aiuta a distruggere il pesante muro della vergogna sociale, riduce il gravoso carico assistenziale e favorisce la reale inclusione, dimostrando che non si è affatto soli ad attraversare questo tunnel buio.

Non c’è salute senza salute mentale: il doveroso appello alla grande politica

I dati esplosivi raccolti in questo ultimo anno devono suonare come una lacerante sirena d’allarme nelle ovattate stanze del Governo e dei Ministeri competenti. La cura della salute mentale non è un lusso borghese o un problema secondario di cui occuparsi a tempo perso, ma è il fondamento stesso del benessere e della produttività di un’intera Nazione. È giunto il momento irrevocabile che la politica italiana metta in campo risorse economiche e strutturali vere per garantire a tutti i cittadini, da Nord a Sud, l’accesso gratuito e tempestivo alle cure psicologiche di base. Abbandonare centinaia di migliaia di famiglie a se stesse, costringendole a elemosinare ascolto ai pur preziosi centralini di volontariato, è una sconfitta morale inaccettabile per uno Stato che si definisce civile. Perché una società moderna che non sa ascoltare, comprendere e curare la fragilità della mente, è una società inesorabilmente destinata a crollare sotto il peso della sua stessa, gelida indifferenza.

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