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Esteri

I miliardi per le bombe, il rincaro della vita e le vittime di militari e civili: il Pentagono sotto torchio al Senato per la guerra in Iran

“Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

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Pentagono U.S.A.

Redazione-  Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

Altri senatori democratici hanno interrogato Caine e Hegseth mettendo in dubbio gli obiettivi non ancora raggiunti e le sparate sulle fantastiche vittorie americane. In particolare, il senatore Jon Ossoff della Georgia ha fatto notare le incongruenze nelle parole di Hegseth. Citando affermazioni fatte dal Ministro della Difesa, Ossoff ha tentato di ottenere risposte affermative o negative sulla “distruzione” delle forze militari iraniane dichiarata 14 giorni dopo l’inizio del conflitto. Hegseth ha cercato di districarsi tentando di spiegare le dichiarazioni spropositate che spesso gli escono dalla bocca. Poi, di fronte alle insistenze dei senatori democratici, li ha accusati di non voler sostenere le truppe americane perché soffrono della “sindrome da deragliamento di Trump” (Trump Derangement Syndrome), espressione che il presidente Usa usa spesso per attaccare i suoi nemici.

Pressato dalle domande, Hegseth ha comunque chiarito che la guerra in Iran è costata fino a questo momento 37,5 miliardi di dollari. Il generale Caine è stato anch’esso pressato su quale potrebbe essere il costo finale, senza però fornire risposte precise, poiché non è possibile stimarlo al momento, considerando che gli iraniani continuano a mantenere risorse militari. Nelle domande a Hegseth e Caine, tutti i senatori hanno mostrato rispetto per il secondo, mentre per il primo anche i senatori repubblicani hanno espresso dubbi. In particolare, il senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, è rimasto deluso dalle risposte poco “chiare” di Hegseth.

Il costo della guerra citato da Hegseth si riferisce solo alle spese del governo statunitense. Né i senatori democratici né quelli repubblicani hanno però fatto notare che la guerra ha causato altre spese ai cittadini americani con il rincaro del petrolio. Stime dell’agenzia Moody’s hanno stabilito che i costi totali per l’americano medio, causati dagli aumenti per trasporti, cibo e prestiti, hanno raggiunto una media di 1.100 dollari. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve è stata costretta a mantenere i tassi di interesse elevati. La guerra ha causato un aumento delle spese anche per i cittadini del resto del mondo. Secondo le stime del Global Peace Index e della World Bank, c’è stata una riduzione della produttività economica compresa tra 1.300 e 2.200 miliardi di dollari per il 2026. Se lo Stretto di Hormuz continuerà ad essere chiuso, la cifra potrebbe aumentare fino a 3.500 miliardi di dollari. Inoltre, la crescita economica globale diminuirebbe dal 3,2 al 2,5%.

Al di là delle spese economiche globali, c’è da aggiungere anche il costo in vite umane. I senatori hanno espresso il loro apprezzamento per i sacrifici fatti dai quattro soldati americani recentemente uccisi in Giordania, che si aggiungono ad altri 14 morti registrati in precedenza, ai quali si sommano anche circa 500 feriti. Ma le perdite di vite umane negli altri Paesi coinvolti sono molto più gravi. Più di 1.200 iraniani hanno perso la vita, 120 dei quali bambini morti nei bombardamenti della scuola elementare di Minab. Da non dimenticare le vittime israeliane nel conflitto in Libano (70) e quelle libanesi (stimate tra 1.000 e 2.500). Le perdite di vite americane hanno giustamente attirato l’interesse dei senatori americani, ma hanno ingiustamente fatto loro dimenticare quelle degli altri Paesi, suggerendo che anche loro accettino il principio di America First (Prima l’America), tanto citato da Trump.

Proprio oggi la Camera ha votato per imporre a Trump di mettere fine alla guerra in Iran (214 sì, 208 no), ma al Senato una simile mozione non ha raggiunto la soglia del filibuster di 60 voti (49 sì, 47 no). Ciononostante, anche gli americani vedono la guerra negativamente. Un sondaggio recentissimo della Fox News ci dice che la guerra è impopolare (66% contro 34%). Trump, però, non riesce a vedere nessuna via di uscita dal pantano in cui ha trascinato non solo gli americani, ma anche i cittadini del resto del mondo. I primi avranno l’opportunità, alle elezioni di midterm a novembre, di mandare un messaggio per smorzare l’impatto della guerra su loro stessi, ma anche sui cittadini del resto del mondo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa

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Alluvione in Afghanistan

Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.

La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.

Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.

Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.

Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.

Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.

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La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

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Bambini n fila per l'acqua in Afghanistan

Redazione- Il sole non è ancora completamente sorto dietro le montagne, ma in una delle strade di Khair Khana, a Kabul, una lunga fila di persone si è già formata. I passi dei bambini, il pianto dei neonati e le voci della gente si perdono nel calore del mattino. Ognuno stringe un contenitore tra le mani: taniche di plastica, secchi consumati dal tempo e bottiglie che rappresentano forse l’ultima speranza delle famiglie per portare a casa qualche litro d’acqua.

Tra quella folla ci sono bambini che a quest’ora dovrebbero essere seduti tra i banchi di scuola, con i libri davanti agli occhi, non in attesa davanti a una fonte d’acqua.

Piccole bambine con vestiti semplici e volti stanchi aspettano accanto alle loro madri. Alcune sono così piccole che le loro mani non arrivano nemmeno al manico delle taniche, ma sono costrette a restare in piedi per ore, sperando che arrivi il loro turno. Il sole diventa sempre più forte, le ombre dei muri si accorciano e il tempo della loro infanzia scivola via lentamente. Bambini che dovrebbero giocare imparano invece a contare le gocce d’acqua.

Una bambina di otto anni viene ogni giorno alla fila dell’acqua. Racconta che a volte, quando arriva il suo turno, l’acqua è già finita e deve tornare a casa con le mani vuote. Per lei l’acqua non è più una semplice necessità: è diventata un desiderio, un sogno.

Nelle case di Kabul, le madri dividono ogni giorno l’acqua con attenzione. Un recipiente per cucinare, poche gocce per lavarsi le mani e una piccola quantità per bere. I bambini hanno imparato a non lasciare aperto il rubinetto troppo a lungo, perché sanno che dietro ogni goccia c’è l’attesa di un’intera famiglia.

Ma la crisi idrica non riguarda soltanto le città. Nei villaggi dell’Afghanistan, terre che un tempo erano verdi oggi sono piene di crepe. Gli agricoltori, la cui vita dipende dalla pioggia e dall’acqua, guardano i campi aridi con le mani vuote. Hanno seminato, ma il cielo non ha risposto. I pozzi si stanno prosciugando, i canali sono rimasti senza voce e molte famiglie contadine non sanno come riusciranno a sopravvivere alla prossima stagione.

Per un agricoltore, la perdita della terra non significa soltanto perdere un raccolto; significa perdere il pane di una famiglia, il futuro dei figli e la speranza di rimanere nel proprio villaggio. Molti sono costretti ad abbandonare i loro campi e cercare fortuna nelle città o lungo le strade dell’emigrazione, con la speranza che altrove la vita possa essere più facile.

L’Afghanistan da anni affronta guerre, povertà e instabilità, ma oggi la sete è diventata una delle più grandi minacce alla vita delle persone. Il cambiamento climatico, la diminuzione delle piogge, la cattiva gestione delle risorse idriche e l’aumento della popolazione stanno mettendo una pressione enorme sulle poche riserve d’acqua rimaste.

A Kabul, un bambino che ogni mattina aspetta in fila per l’acqua forse non conosce il significato della crisi climatica. Ma il calore del sole, il peso della tanica sulle sue piccole mani e le ore sottratte alla sua infanzia raccontano tutto.

Questa non è soltanto la storia della mancanza d’acqua. È la storia di bambini che trascorrono la loro infanzia nelle file d’attesa, di madri che contano ogni goccia e di contadini che guardano un cielo che da troppo tempo porta sempre meno pioggia.

L’Afghanistan ha sete; non solo di acqua, ma di un giorno in cui i suoi bambini possano sedersi tra i banchi di scuola invece di aspettare nelle file per una tanica, e in cui le sue terre possano tornare a respirare.

La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

 

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Mandati di comparizione ai cronisti del New York Times: il caso Air Force One riaccende il conflitto con la Casa Bianca

“Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense.

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Donald Trump e L'Air Force One

Redazione-  “Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense. I cinque giornalisti avevano riportato che l’aereo presidenziale donato dal Qatar a Donald Trump, il nuovo Air Force One, non era sicuro e che il presidente era stato costretto ad usare il velivolo vecchio per ritornare in Inghilterra e poi negli Usa dopo il vertice NATO in Turchia. I giornalisti avevano riportato che il cambiamento di velivolo era dovuto alle preoccupazioni del Secret Service, che vedeva un pericolo data la vicinanza di Ankara all’Iran. Trump, che aveva lodato la bellezza del nuovo aereo presidenziale, ha spiegato il cambiamento con l’idea di farlo vedere ai militari americani in Inghilterra.

Una situazione imbarazzante per Trump perché i giornalisti hanno riportato che il nuovo aereo presidenziale, dopo essere stato rimodellato, non conteneva i sistemi di sicurezza necessari per la protezione. L’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appreso le notizie, ha scatenato un’indagine per scoprire chi fosse il responsabile della fuga di informazioni che lui considera riservate. Gli atti di comparizione potrebbero costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, il che sarebbe una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro, ma quando smentiscono Trump, facendo notare la sua ipocrisia se non le sue menzogne, lui ovviamente va su tutte le furie cercando di trovare un capro espiatorio.

I media sono un bersaglio che a lui piace tanto, anche perché i loro grandi proprietari hanno tanti altri interessi che oscurano quelli giornalistici e vogliono mantenere buoni rapporti con il potere, temendo ritorsioni che Trump non esita ad attuare. Nel mese di dicembre del 2024 la ABC News ha patteggiato con Trump, riconoscendo la colpa del conduttore George Stephanopoulos, che aveva accusato il Tycoon di essere stato condannato per aggressione sessuale nel caso di E. Jean Carroll. L’accordo ha incluso un risarcimento di 15 milioni di dollari destinati alla futura costruzione della biblioteca presidenziale di Trump, 1 milione per le spese legali e una scusa pubblica sul sito della ABC. Tutti gli analisti ritengono che in un eventuale processo la ABC avrebbe prevalso; tuttavia, la Walt Disney Company, proprietaria della rete televisiva, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente potrebbe mettere in pericolo.

Anche le piattaforme social, che dopo gli assalti al Campidoglio del 2021 avevano chiuso gli account di Trump, poco a poco hanno fatto marcia indietro. Facebook, Instagram e X (già Twitter) hanno riaperto le porte a Trump, ma lui ha preferito concentrarsi sull’uso della sua piattaforma Truth Social, anche per ragioni finanziarie. Mark Zuckerberg, padrone di Meta, ha patteggiato con Trump pagandogli 25 milioni di dollari per avergli sospeso l’account nel 2021. Anche X ha risolto una causa intrapresa da Trump per simili ragioni, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. I padroni di questi media temono, anche se non lo ammettono, che il loro business ne soffra, sia perché hanno contratti miliardari con il governo, sia per l’influenza della Federal Communications Commission, agenzia del governo che regola le comunicazioni e che potrebbe revocare le loro concessioni.

Gli ovvi attacchi ai giornalisti del New York Times non avranno successo perché, a differenza degli altri media corporativi, la storica testata americana concentra tutti i suoi sforzi commerciali sull’informazione. Una denuncia di Trump per 15 miliardi di dollari, sostenendo l’esistenza di una diffamazione da parte del New York Times, è stata respinta da un giudice federale, anche se il presidente ha fatto ricorso in appello. Nonostante alcune critiche sulla sua linea editoriale, il giornale ha difeso i diritti dei giornalisti e i principi fondamentali del Primo Emendamento. Lo fa perché ne va della sua sopravvivenza, avvantaggiato dal fatto che non può essere colpito dal presidente in mancanza di attività commerciali extragiornalistiche.

Ma anche i media corporativi con altri interessi di tanto in tanto si comportano con una dose di integrità. La NBC e la ABC si sono recentemente rifiutate di trasmettere il discorso alla nazione di Trump perché si sapeva che avrebbe parlato della bufala dell’elezione rubatagli nel 2024. In effetti, queste reti hanno rifiutato di essere complici e di fare il gioco propagandistico del presidente. Trump lo ha notato e ha dichiarato che queste due reti dovrebbero perdere le loro concessioni: un’ovvia minaccia che fa pensare a un intervento della Federal Communications Commission.

Al momento di scrivere siamo informati proprio da Trump che l’uso dell’aereo donato dal Qatar sarà sospeso e il velivolo sarà sottoposto a manutenzione per una serie di aggiornamenti che dureranno un mese. Il presidente Usa ha aggiunto di essere “il bersaglio numero uno nella lista da uccidere dell’Iran”. In effetti, queste sue dichiarazioni confermano che le notizie dei giornalisti del New York Times sono affidabili. Confermano anche quanto un’informazione libera sia essenziale per il funzionamento della democrazia.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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