Rimani in contatto con noi
#

Attualità

“Qui è morta la speranza”: il commosso e fiero ricordo di Aldo Di Giovanni a 44 anni dalla strage del Generale Dalla Chiesa

“Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. L’Italia non dimentica! A 44 anni dalla strage di mafia, il ricordo da brividi di Aldo Di Giovanni per il Generale Dalla Chiesa 🇮🇹 ⚖️ Ci sono giorni che hanno cambiato per sempre la storia del nostro Paese. Era il 3 settembre del 1982 quando la spietata mafia corleonese trucidò in via Carini a Palermo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la sua giovanissima moglie Emanuela Setti Carraro e il coraggioso agente di scorta Domenico Russo. Oggi, nel giorno dell’anniversario (celebrato a Palermo con la deposizione di una corona di fiori alla presenza del Ministro dell’Interno Piantedosi), vi proponiamo il ricordo intimo, commovente e meraviglioso dell’esperto Aldo Di Giovanni, che quella sera si trovava proprio a Palermo. “Ero affacciato al balcone in cerca di fresco quando arrivò la notizia… e mi misi a piangere di rabbia e di immenso dolore!”, ricorda Di Giovanni. “Avevo conosciuto brevemente il Generale per lavoro, e non dimenticherò mai e poi mai il suo sguardo: fiero, orgoglioso e autorevole! Ancora oggi, ogni volta che mi trovo a passare da Via Carini, mi fermo, mi metto sull’attenti e gli rivolgo il saluto militare, per onorare un grande Uomo e un Ufficiale che ha sacrificato la propria vita per combattere la mafia!”. Il giorno dopo la strage, sul luogo dell’eccidio, apparve un cartello scritto a mano diventato simbolo della disperazione: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Ma il sangue del Generale non è stato versato invano: ha risvegliato le coscienze dell’Italia intera! Leggi lo splendido ricordo istituzionale nel nostro articolo! 👇 🌹 Chi lotta contro la mafia non muore mai davvero, ma continua a camminare sulle gambe delle nuove generazioni! Scrivete nei commenti un pensiero per ricordare il Generale Dalla Chiesa, la moglie Emanuela e l’agente Russo, e condividete questo post affinché i nostri ragazzi non dimentichino mai i veri Eroi della nostra Nazione!

Pubblicato

a

Generale Dalla Chiesa

Redazione – Ci sono date, scolpite nel calendario civile della nostra Nazione, che non rappresentano un semplice scorrere del tempo, ma portano con sé un dolore sordo, una rabbia incancellabile e un sacrosanto dovere di memoria. Il 3 settembre è indubbiamente una di queste.
Esattamente quarantaquattro anni fa, in un caldissimo e maledetto 3 settembre del 1982, la feroce e spietata mafia corleonese trucidò senza pietà, in via Isidoro Carini a Palermo, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la sua giovanissima moglie Emanuela Setti Carraro e il coraggioso agente di scorta Domenico Russo. Un eccidio che decapitò lo Stato e ferì al cuore l’Italia intera.
Oggi, a mantenere viva la fiamma incandescente di quel ricordo, ci pensa la preziosa e toccante testimonianza personale dell’analista Aldo Di Giovanni, che in quelle ore drammatiche viveva in prima persona il clima di una Palermo sotto assedio.

Quella sera sul balcone: le lacrime, la rabbia e il dolore

Il ricordo di Di Giovanni è vivido, nitido e colmo di un’emotività che stringe la gola, restituendoci l’esatta dimensione umana di quella tragedia nazionale.
«Mai dimenticare chi ha lottato fino all’ultimo respiro contro la mafia», esordisce l’analista. «Quella sera del 3 settembre 1982 ero semplicemente affacciato sul balcone di casa mia, a Palermo. Era un momento di ricercata calma, un piccolo respiro di sollievo dal caldo asfissiante della giornata siciliana. Poi, all’improvviso, arrivò quella maledetta notizia. Una notizia che mi fece letteralmente piangere, di rabbia pura e di profondo dolore: avevano appena assassinato il Generale Dalla Chiesa, la sua sposa Emanuela e l’agente Russo».

Un incontro indimenticabile: “Quello sguardo fiero e autorevole”

Per Aldo Di Giovanni, il Generale non era soltanto un altissimo simbolo delle Istituzioni o un volto severo incorniciato dalla divisa in televisione, ma un uomo che aveva avuto l’immenso onore di incontrare e guardare dritto negli occhi.
«Per questioni legate al mio lavoro, nel recente passato avevo avuto l’opportunità di incontrare di persona, seppur brevemente, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa», rivela Di Giovanni. «È un ricordo che custodisco gelosamente nella mia memoria: non potrò mai e poi mai dimenticare il suo sguardo. Era uno sguardo incredibilmente fiero, severo ma giusto, e profondamente autorevole». Lo sguardo di un servitore dello Stato, spedito da solo a Palermo con poteri speciali (rimasti purtroppo solo sulla carta) per sconfiggere il cancro di Cosa Nostra.

“Qui è morta la speranza”: il cartello della disperazione

Il giorno successivo alla strage, Palermo si svegliò immersa in un silenzio di piombo, terrorizzata e orfana del suo unico scudo. «L’indomani, sul luogo esatto del barbaro eccidio, qualcuno trovò la forza di lasciare un cartello di cartone, scritto a mano», ricorda tristemente Di Giovanni. Su quel pezzo di carta vi era incisa una frase che ha fatto la storia, macchiando di vergogna le istituzioni assenti: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Parole intrise di rassegnazione e disperazione, che testimoniavano il crollo della fiducia dei siciliani perbene di fronte allo strapotere sanguinario delle cosche mafiose.

Il saluto militare in Via Carini e le celebrazioni di oggi

Ma se la mafia credeva di aver ucciso la speranza, la Storia ha dimostrato che il sacrificio del Generale ha invece risvegliato le coscienze dell’Italia intera, ponendo le basi per il glorioso pool antimafia di Falcone e Borsellino. E la devozione degli uomini onesti non è mai venuta meno.
«Oggi», confessa con commozione e orgoglio Aldo Di Giovanni, «ogni volta che ritorno nella mia Palermo e mi trovo a passare a piedi da Via Carini, il luogo esatto di quell’eccidio, non posso fare a meno di fermarmi, mettermi sull’attenti e rendere i massimi onori con il saluto militare a quel grande Uomo e formidabile Ufficiale, che ha sacrificato consapevolmente la sua stessa vita per combattere la mafia».
Un tributo silenzioso e solenne che, proprio nella giornata di oggi, 3 settembre 2026, viene amplificato dalle massime Istituzioni dello Stato: a Palermo, infatti, alla presenza del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, si ricorderà l’immenso sacrificio del Generale Dalla Chiesa con una cerimonia ufficiale e con la toccante deposizione di una corona di fiori nel luogo della strage. Perché la speranza dei palermitani onesti, in fondo, non è mai morta davvero.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Esteri

Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Pubblicato

a

Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

=============
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Attualità

L’Elefante di Peter Gomez su Rai 3, ospiti Aldo Cazzullo e Mario Capanna: confronto generazionale, politica e satira con Campi, Francini e Vergassola

Nuovo appuntamento con «L’Elefante» di Peter Gomez sabato sera su Rai 3: faccia a faccia tra Aldo Cazzullo e Mario Capanna, i reportage di Chiara Francini e l’ironia tagliente di Dario Vergassola 👇

Pubblicato

a

Gomez LElefante

Roma – La riflessione critica sulla complessità del presente, l’analisi senza filtri della scena politica e il recupero della memoria storica tornano a essere protagonisti nel fine settimana del servizio pubblico. Sabato 24 ottobre 2026, alle ore 20:15 su Rai 3 e in streaming su RaiPlay, va in onda una nuova e attesissima puntata de L’Elefante, il format di approfondimento culturale, sociale e d’inchiesta ideato e condotto dal giornalista Peter Gomez. Un appuntamento collocato strategicamente nell’access prime time della terza rete che intende scardinare le semplificazioni del dibattito mediatico odierno, offrendo agli spettatori uno spazio di confronto aperto, rigoroso e plurale su scala nazionale e sul territorio.

A fare da solido contrappunto intellettuale alle inchieste e ai temi sollevati da Gomez sarà come di consueto il politologo, saggista e docente universitario Alessandro Campi, compagno di viaggio fidato nel decifrare i mutamenti istituzionali, le fratture ideologiche e le dinamiche sotterranee che agitano la società italiana contemporanea.

Il faccia a faccia: la memoria di Aldo Cazzullo e l’eredità ribelle di Mario Capanna

Il piatto forte della serata sarà rappresentato dall’intenso dialogo incrociato che vedrà attorno al tavolo due protagonisti di primo piano della cultura e della testimonianza civile: Aldo Cazzullo e Mario Capanna. Da un lato la firma di punta e vicedirettore del Corriere della Sera, scrittore capace di scalare costantemente le classifiche editoriali raccontando l’identità profonda dell’Italia, le radici cristiane dell’Occidente e le ferite mai del tutto rimarginate del Novecento; dall’altro il leader storico del movimento studentesco milanese del Sessantotto, saggista e testimone lucido di una stagione che cambiò per sempre i costumi, la politica e le relazioni sociali nel nostro Paese.

Il confronto tra Cazzullo e Capanna offrirà una rilettura di straordinaria attualità sui grandi nodi irrisolti del Paese: dal rinnovato dibattito civile e generazionale che oggi vede le nuove generazioni scendere in piazza tra proteste scolastiche e ansie per la precarietà lavorativa, fino al distacco sempre più marcato tra cittadini e rappresentanza partitica. Un viaggio ideale tra passato e presente per comprendere se l’anelito alla disobbedienza e alla giustizia sociale di mezzo secolo fa possa ancora parlare alle inquietudini dei giovani del ventunesimo secolo.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
SAGGISTICA & STORIA

Il Dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia – Aldo Cazzullo

Uno straordinario viaggio narrativo e storico alla scoperta dei personaggi, dei miti e degli archetipi che hanno plasmato la cultura, l’arte e la morale dell’Occidente.

⭐⭐⭐⭐⭐
4.8 su 5
(1.890 recensioni)

Disponibile anche in versione audiolibro su Audible. Prova gratis Audible per 30 giorni cliccando qui.

Lo sguardo di Chiara Francini sui territori e l’ironia dissacrante di Dario Vergassola

Uno degli elementi distintivi de L’Elefante è la sua capacità di non restare rinchiuso nel perimetro rassicurante dello studio televisivo romano, ma di viaggiare attraverso le pieghe della provincia italiana. In questo percorso gioca un ruolo cruciale la partecipazione di Chiara Francini, attrice e scrittrice poliedrica che con i suoi reportage filmati porta sullo schermo testimonianze autentiche, ritratti inediti e storie di comunità che lottano per preservare le proprie tradizioni o per superare ataviche disuguaglianze. Il suo sguardo curioso, empatico e disincantato regala uno spaccato antropologico prezioso per decifrare le reali priorità dei territori lontano dai palazzi del potere.

A spezzare la liturgia dei talk show tradizionali ci penseranno le immancabili incursioni di Dario Vergassola. Il comico e cantautore ligure, con la sua proverbiale verve sarcastica e il talento nell’assestare domande pungenti sotto l’apparente ingenuità della battuta, metterà alla prova gli ospiti della puntata, smontando ipocrisie e conformismi della classe dirigente con il sorriso disarmante della satira d’autore.

La scommessa di Rai 3: informazione rigorosa e pluralismo nell’access prime time

Con la conduzione asciutta e investigativa di Peter Gomez, L’Elefante si conferma un presidio irrinunciabile per una televisione pubblica che intende fare servizio alla collettività. Nel panorama dell’access prime time del sabato, troppo spesso dominato dall’intrattenimento leggero o da dibattiti urlati e polarizzanti, la trasmissione di Rai 3 sceglie la strada della profondità, del tempo dedicato all’ascolto e della dialettica argomentata.

Il confronto tra voci così autorevoli e distanti come quelle di Aldo Cazzullo, Mario Capanna e Alessandro Campi — arricchito dal tocco cinematografico di Chiara Francini e dalla vivacità di Dario Vergassola — dimostra come sia ancora possibile fare cultura televisiva divulgativa senza abdicare al rigore dell’inchiesta, regalando ai telespettatori gli strumenti conoscitivi indispensabili per comprendere le sfide storiche del nostro tempo.

Riproduzione riservata – Cavaliere News

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Economia

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi 👇

Pubblicato

a

Impiegata

Milano – I grafici e le statistiche ufficiali descrivono un mercato del lavoro italiano apparentemente effervescente, con tassi di occupazione che toccano vertici storici mai raggiunti in passato. Eppure, fuori dai palazzi della macroeconomia, la percezione reale delle famiglie racconta una verità diametralmente opposta: per milioni di cittadini avere un impiego stabile non rappresenta più il passaporto per il benessere economico, né tantomeno una garanzia di emancipazione sociale e serenità finanziaria. Dietro la crescita esponenziale del numero degli occupati si cela infatti un’inquietante anomalia strutturale: gli stipendi reali continuano a perdere terreno rispetto al costo della vita, trasformando il lavoro in un mero strumento di sussistenza anziché di arricchimento.

Il fenomeno investe ogni categoria professionale e tocca da vicino le famiglie in ogni singolo territorio del Paese, dove la distanza tra il dato statistico e la reale capacità di spesa quotidiana genera un senso diffuso di frustrazione e precarietà esistenziale.

Il paradosso italiano: record di occupati ma potere d’acquisto in caduta libera

A certificare la spaccatura sono le stesse rilevazioni previsionali diffuse dall’Istat. Sebbene l’occupazione sia attesa crescere a un ritmo superiore rispetto al Prodotto Interno Lordo, sul fronte delle buste paga si è consumata una vera e propria emorragia. A settembre 2025, le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora dell’8,8% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021. In parole povere: nonostante l’ondata inflazionistica degli ultimi anni e il rincaro vertiginoso di beni di prima necessità, energia, affitti e mutui, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente congelati, erodendo drammaticamente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

Ci troviamo così di fronte al paradosso dei cosiddetti “working poor”, persone che lavorano regolarmente quaranta ore a settimana ma che a fine mese faticano a far quadrare i conti o a far fronte a una spesa medica imprevista. L’ascensore sociale – quel meccanismo che nel secondo dopoguerra garantiva ai figli di raggiungere una condizione economica migliore rispetto a quella dei genitori – sembra essersi definitivamente bloccato, lasciando spazio a una diffusa sensazione di immobilità.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
FINANZA & PSICOLOGIA

La psicologia dei soldi – Morgan Housel

Il bestseller mondiale edito da Sperling & Kupfer: lezioni intramontabili sulla ricchezza, la gestione del denaro, l’avidità e la felicità in un mondo economico che cambia rapidamente.

★★★★★
4.8 su 5
(Bestseller Sperling & Kupfer Economia)

Ascolta tutti i grandi saggi sull’economia, il risparmio e la finanza personale su Audible. Iscriviti ad Amazon Prime con 30 giorni gratis per accedere all’ascolto illimitato.

L’analisi degli esperti: «Il conteggio dei posti non basta, serve qualità»

A fotografare con precisione chirurgica le cause di questa frattura è Carola Adami, CEO di Adami & Associati, primaria realtà nazionale attiva nella ricerca e selezione del personale qualificato: «Il numero puro degli occupati è certamente un indicatore importante, ma da solo non basta più a descrivere la salute economica del Paese. Se lo stipendio non tiene il passo con il costo della vita, la crescita numerica dell’occupazione rischia di non tradursi in sicurezza. Oggi è indispensabile guardare insieme a tre fattori: quantità, qualità e prospettive di carriera».

Il problema investe anche la struttura stessa dei contratti e la stagnazione professionale. Molti lavoratori si trovano intrappolati in mansioni a basso valore aggiunto o con scarse possibilità di avanzamento, al punto che per ottenere un ritocco salariale significativo l’unica via d’uscita rimane il cosiddetto job hopping, ovvero il cambio continuo di azienda. Questa dinamica si riflette pesantemente sul tessuto imprenditoriale: quando il divario tra responsabilità richieste e compenso economico diventa incolmabile, aumentano le dimissioni volontarie, si allungano i tempi per coprire posizioni strategiche e le aziende faticano a trattenere i propri migliori talenti.

Oltre la busta paga: welfare, flessibilità e la sfida per il futuro

Per uscire da questo vicolo cieco, il mondo delle imprese è chiamato a una profonda revisione dei propri modelli organizzativi. La sola remunerazione economica, per quanto primaria, non è più sufficiente a garantire la fedeltà aziendale. Le nuove generazioni di lavoratori valutano l’offerta professionale nel suo complesso, ponendo in cima alle proprie priorità la qualità della leadership, la flessibilità oraria, lo smart working, la formazione continua e il rispetto dell’equilibrio tra vita privata e attività lavorativa.

«Le organizzazioni non possono competere per i talenti limitandosi a rilanciare sullo stipendio all’ultimo minuto, quando il dipendente ha già deciso di andarsene», ammonisce ancora Carola Adami. «Occorre costruire un progetto professionale coerente, credibile e trasparente, nel quale competenze, responsabilità e riconoscimento economico camminino di pari passo». La vera sfida per l’Italia non sarà dunque soltanto contare quanti contratti vengono firmati nei prossimi mesi, ma restituire al lavoro la sua originaria promessa costituzionale: essere il motore primo della prosperità e del miglioramento concreto della vita delle persone.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Articoli di Tendenza