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Cultura

“Il Faraone e il peso del potere eterno”: la profonda novella filosofica di Safet Sadiku. La libertà d’Albania contro le piramidi della politica

“La Democrazia non conosce padroni, il potere non è eterno”. La meravigliosa novella filosofica di Safet Sadiku sulle sponde del mare d’Albania! 🌊 🇦🇱 Oggi vi invitiamo a leggere un testo che fa riflettere profondamente sull’essenza della Politica, della Giustizia e della nostra Libertà! Si intitola “Il Faraone e il peso dell’eredità del potere eterno”, scritto magistralmente dalla penna di Safet Sadiku. Chi è il Faraone oggi? Non è un re dell’antico Egitto, ma rappresenta la “Malattia del Potere” che contagia le nostre democrazie moderne! È quel leader politico in giacca e cravatta che a un certo punto inizia a credersi al di sopra della Legge, e costruisce una “nuova piramide” fatta di propaganda, manipolazione, giustizia selettiva e paura! La paura, scrive l’autore, “diventa la lingua ufficiale, e l’obbedienza cieca al capo viene presentata come una virtù”. Ma questo delirio di onnipotenza è destinato a infrangersi miseramente contro il vero padrone del mondo: il Tempo. L’autore ci porta sulle incantevoli rive dell’Albania, dove il mare (davanti al volo maestoso dei fenicotteri) giudica i regimi umani: “Nessuno è più grande della riva che lo accoglie. Le onde dell’Adriatico hanno visto passare le navi illiriche e le galee romane. Tutto è passato. Solo lo Stato e i cittadini liberi devono restare”. Un inno meraviglioso all’Europa e allo Stato di Diritto! Leggete il testo integrale della novella nel nostro articolo! 👇 📖 Cosa ne pensate della “Sindrome del Faraone”? Anche voi credete che alcuni politici moderni finiscano per convincersi di essere i “padroni” eterni delle Istituzioni? Ditecelo nei commenti!

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Safet SADIKU

Redazione – Ci sono testi che, pur non citando nomi e cognomi legati alla stretta cronaca parlamentare, riescono a scattare una fotografia spietata, lucida e universale della natura stessa del potere. Quando un uomo politico, nel chiuso dei palazzi istituzionali, si convince di essere diventato padrone del tempo e dell’orizzonte, smette di essere un “servitore dello Stato” e si trasforma in un despota.
È questa l’affascinante e cruda tematica esplorata dalla penna magistrale di Safet Sadiku nella sua ultima, toccante novella intitolata “Il Faraone e il peso dell’eredità del potere eterno”. Attraverso una prosa che mescola dolcemente i ricordi accademici di filosofia politica con la sconfinata bellezza della natura, l’autore ci accompagna in un viaggio catartico sulle rive del Mare d’Albania, lì dove le onde giudicano silenziosamente il passaggio dei secoli e l’arroganza degli uomini.

La “Sindrome del Faraone” nelle democrazie moderne

La metafora centrale dell’opera di Sadiku è tanto semplice quanto dirompente: il “Faraone” non è una figura storicamente confinata alle sabbie dell’antico Egitto. È, piuttosto, una vera e propria “malattia del potere”. Un virus che infetta le democrazie moderne ogni qualvolta un leader (che non indossa più la corona, ma abiti firmati a favore di telecamera) inizia a identificare le istituzioni pubbliche con la propria stessa identità.
Quando il governante cade in questa tragica illusione di onnipotenza, la sua unica ossessione diventa la costruzione di una “nuova piramide”. Non più eretta con giganteschi e pesantissimi blocchi di pietra, come accadeva nella Valle dei Re, ma innalzata sfruttando subdolamente la propaganda martellante, l’annientamento del pensiero critico, la giustizia selettiva, il silenzio e la paura dei cittadini. La paura, come sottolinea magistralmente l’autore, si trasforma lentamente nella lingua ufficiale dello Stato, e l’obbedienza cieca al “capo” viene spacciata per virtù civica.

Il mare d’Albania: l’orologio eterno che cancella i troni

In netto, meraviglioso contrasto con la presunzione umana dei Faraoni della politica moderna, l’autore innalza la figura solenne e immortale del mare, al cui cospetto i fenicotteri attendono messaggi silenziosi. Le onde dell’Adriatico e dello Ionio, che bagnano le coste dell’Albania, non conoscono padroni. Hanno visto sfilare navi illiriche, galee romane e potenti flotte ottomane: tutto è passato, divorato dalla risacca del tempo, mentre il mare è rimasto.
“L’uomo è di passaggio, lo Stato deve rimanere” è il grido di libertà che si leva tra le righe di questa novella. Un inno potentissimo allo Stato di Diritto (il modello verso cui aspira oggi l’Albania, con lo sguardo fisso verso l’Unione Europea), in cui il Referendum e la coscienza libera del popolo sovrano restano l’unico, vero argine contro le pericolose derive autoritarie.

Il testo integrale della novella di Safet Sadiku

Vi lasciamo, per poterne assaporare ogni sfumatura, al testo integrale della profonda riflessione scritta dall’autore.

Novella: I. IL FARAONE E IL PESO DELL’EREDITÀ DEL POTERE ETERNO
Di Safet SADIKU

Il professore iniziò la lezione senza aprire il libro. Posò una mano sulla cattedra e disse che la storia non cammina sempre con le proprie gambe. Talvolta avanza sulle spalle delle illusioni. «Guardatevi», disse, «da coloro che credono che il tempo sia il servitore del potere.»
Quelle parole mi accompagnarono per anni. Una sera le udii di nuovo, non nell’aula dell’università, ma sulla riva del mare d’Albania. Le onde si infrangevano contro gli scogli con un ritmo antico, come se recitassero i nomi dei regni caduti. Il sole scendeva lentamente sull’acqua e i suoi raggi si frantumavano in migliaia di piccoli specchi. I fenicotteri, raccolti nella laguna, sollevavano il capo verso l’orizzonte, come se attendessero un messaggio proveniente dal mare. Il mare non parlava con le parole. Parlava con il fragore delle onde. «Questa è l’Albania», sembrava sussurrare ogni flutto. «Questo è il mare. Nessuno è più grande della riva che lo accoglie, né più duraturo del tempo che lo consuma.»

Nelle democrazie moderne, il referendum è il momento in cui la voce del cittadino si leva al di sopra della voce del potere. Non è semplicemente una consultazione elettorale, ma il richiamo costante che il sovrano non abita nei palazzi né negli uffici blindati, bensì nella libera coscienza del popolo. Il nostro professore di filosofia politica ci ripeteva spesso che ogni regime che teme la parola del cittadino, in realtà, teme il tempo stesso. La storia conosce molti sovrani che innalzarono monumenti a se stessi, ma ben pochi che accettarono di lasciare la decisione al popolo. È proprio qui che ha inizio il racconto del Faraone: nell’istante in cui il potere tenta di sostituire la volontà dei cittadini con la propria ombra, dimenticando che perfino le piramidi più imponenti non riescono a oscurare l’orizzonte della libertà.

Per un attimo mi tornò alla mente il professore. «In ogni epoca», ci aveva detto, «nasce un Faraone. Non necessariamente con una corona sul capo. A volte indossa un abito elegante, sale su un podio, si circonda di telecamere e applausi. Non costruisce soltanto palazzi. Costruisce la convinzione che senza di lui l’alba non possa sorgere.»
Fu allora che compresi che i faraoni non abitano soltanto i deserti. Possono nascere anche sulle rive del mare, là dove il vento conserva ancora il profumo del sale e della libertà. Il mare non si è mai piegato davanti agli imperatori, né ai re, né ai segretari di partito, né ai primi ministri. Le sue onde hanno visto passare le navi illiriche, le galee romane, le flotte ottomane e i moderni piroscafi. Tutto è passato. Solo il rumore dell’acqua è rimasto immutato. I fenicotteri si levarono in volo. Per un istante sembrò che il cielo stesse scrivendo, con piume color rosa, una frase che nessuno avrebbe mai potuto cancellare: «L’uomo è di passaggio. Lo Stato deve rimanere.»

Ed è proprio qui che comincia la storia del Faraone. Egli non è un nome. È una malattia del potere. È l’istante in cui il servizio si trasforma in possesso, quando l’istituzione diventa una semplice scenografia e la legge attende il permesso del governante per poter parlare. Nasce allora quella che ho chiamato la nuova piramide: non costruita con blocchi di pietra, ma con la propaganda, il silenzio e la paura. Ma il mare non conosce piramidi. Bagna tutte le pietre allo stesso modo. Cancella i nomi di coloro che hanno creduto di poter imprigionare il tempo. E ogni sera, quando il sole scende sull’Adriatico e sullo Ionio, le onde continuano a ripetere la stessa testimonianza davanti ai fenicotteri, alle città e ai faraoni della politica: «Questo è il mare d’Albania. Non conosce alcun potere eterno.»

In una delle sue lezioni di filosofia sul capitalismo, il professore ci spiegava che la storia dell’umanità ha conosciuto molti sovrani convinti che il loro potere fosse più forte del tempo. Essi innalzarono palazzi, costruirono monumenti e ordinarono che il proprio nome fosse inciso nella pietra, nella speranza di vivere per sempre. Il Faraone rappresenta la logica più estrema di questa illusione: l’uomo che considera se stesso immortale e il popolo come uno strumento destinato ad alimentare la propria gloria. Il Faraone non appartiene soltanto all’antico Egitto. Può nascere in qualsiasi epoca, ogni volta che il potere si trasforma in proprietà personale e lo Stato viene identificato con un solo uomo. In quel momento la legge perde la propria autorevolezza, le istituzioni si riducono a una semplice scenografia e i cittadini imparano a tacere. La paura diventa la lingua ufficiale, mentre l’obbedienza viene presentata come una virtù.

Il potere eterno è un paradosso. Quanto più cerca di prolungare la propria esistenza politica, tanto più restringe lo spazio della libertà della società. Il Faraone costruisce piramidi simboliche: monumenti alla propria grandezza, una propaganda che esalta la figura del governante e un sistema che presenta ogni cambiamento come una minaccia. Eppure nessuna piramide può arrestare il tempo. La storia ha dimostrato che ogni potere che si considera eterno porta già dentro di sé il seme della propria caduta.

Ma oggi, le civiltà hanno davvero bisogno di simili faraoni? Certamente no. All’inizio il nostro popolo poteva lasciarsi affascinare dalla loro grandiosità. Con il passare degli anni, però, ha iniziato a comprenderne il vero prezzo: l’assenza della libertà di parola, una giustizia selettiva e una speranza lentamente affievolita. Quando una società è costretta a vivere soltanto all’ombra di un uomo, perde la capacità di sognare il futuro. La forza del Faraone ci ricorda che il potere non è una corona eterna, ma una responsabilità temporanea. Un leader non si misura dalla durata del tempo trascorso sul trono, bensì dalla solidità delle istituzioni che lascia in eredità e dalla libertà che garantisce ai cittadini.

Quando un governante si convince di essere al di sopra della legge e del tempo, non costruisce l’immortalità. Costruisce soltanto l’illusione di essa. Alla fine, la storia non conserva soltanto il ricordo della grandiosità delle piramidi, ma anche il silenzio di coloro che le hanno innalzate. Ed è questa la più grande ironia del Faraone: egli desidera vivere per sempre nel potere, ma finisce per diventare la testimonianza che nessun trono è più forte del tempo, della verità e del desiderio di libertà degli uomini.

In fondo, né il mare prende parte per qualcuno, né la storia concede privilegi eterni. Le onde che si infrangono sulle coste dell’Albania non chiedono chi abbia governato, ma misurano soltanto quanto libero sia stato il respiro di una nazione. Le democrazie dell’Unione Europea sono state costruite sul principio secondo cui la legge e le istituzioni devono essere superiori all’individuo, indipendentemente dal suo nome, dalla sua carica o dalla sua influenza. È questo il modello verso il quale aspira anche l’Albania: un ordinamento nel quale nessuno sia al di sopra della Costituzione, un sistema nel quale l’eredità di un governo venga misurata dalla forza delle istituzioni e non dalla durata del potere, un Paese nel quale anche i faraoni della politica comprendano che la democrazia non conosce troni eterni, ma soltanto cittadini liberi e responsabilità davanti alla legge.

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Cultura

Lingua arbëreshë, un patrimonio storico a rischio scomparsa: l’appello di Caterina Adduci a Radio Radicale per salvare l’identità italo-albanese

Ai microfoni di Radio Radicale, la studiosa Caterina Adduci, delegata culturale del Comune di Frascineto, lancia l’allarme sulla lingua arbëreshë: un patrimonio a rischio estinzione che richiede la riscoperta dell’uso in famiglia, docenti qualificati a scuola secondo la legge 482 e la definizione di una koinè comune senza snaturare l’identità italo-albanese. 👇

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Caterina Adduci

Frascineto (Cosenza) – Custode silenziosa di oltre cinque secoli di storia, ponte vivente tra le due sponde dell’Adriatico e monumento immateriale di straordinaria ricchezza etnica: la lingua arbëreshë rappresenta una delle gemme più preziose e originali del mosaico culturale italiano. Eppure, nonostante la secolare resilienza che ha consentito a decine di comunità del Mezzogiorno di preservare le proprie radici dopo l’epopea di Giorgio Castriota Scanderbeg nel XV secolo, questo patrimonio linguistico si trova oggi ad affrontare la sfida più ardua della sua esistenza: quella della sopravvivenza nell’era digitale e della trasmissione alle nuove generazioni.

A lanciare un accorato e documentato grido d’allarme è stata la dottoressa Caterina Adduci, studiosa della cultura italo-albanese e delegata alle politiche culturali, alle minoranze linguistiche e al patrimonio museale del Comune di Frascineto, incantevole borgo calabrese ai piedi del Pollino. Intervenuta ai microfoni della storica rubrica «Albania italianofona» di Radio Radicale, la studiosa ha tracciato un quadro lucido e senza sconti sulle criticità attuali, indicando le direttrici operative irrinunciabili per scongiurare l’estinzione di un idioma che definisce l’anima di intere comunità.

Il valore storico di Frascineto e la ferita della trasmissione familiare

Frascineto costituisce da sempre uno dei cuori pulsanti dell’Arberia: una comunità dove la lingua della tradizione si intreccia a una secolare spiritualità bizantina di rito greco, a costumi tradizionali intessuti d’oro e a una raffinata produzione letteraria che nei secoli ha formato docenti universitari, poeti e ricercatori. Tuttavia, come ha spiegato Caterina Adduci — cresciuta parlando arbëreshë in famiglia prima di laurearsi in albanese all’Università della Calabria —, il meccanismo naturale di passaggio generazionale ha subito un brusco rallentamento anche nelle roccaforti storiche.

Nel corso del secondo Novecento, complici i modelli omologanti della televisione di massa e un diffuso quanto errato pregiudizio pedagogico, molte famiglie hanno progressivamente smesso di parlare la lingua natia ai propri figli. Si temeva falsamente che il bilinguismo precoce potesse compromettere la padronanza della lingua italiana e penalizzare il percorso scolastico dei ragazzi. Il risultato di questa scelta è stato drammatico: una frattura comunicativa che oggi porta molti adolescenti a percepire l’arbëreshë quasi come una lingua straniera, privandosi di un capitale cognitivo ed identitario inestimabile.

Consigliato dalla Redazione
Linguistica & Tradizioni Storiche

Storia degli Arbëreshë: Lingua, Tradizioni e Identità delle Comunità Italo-Albanesi

Un viaggio affascinante tra documenti storici, canti popolari, rito bizantino e strutture grammaticali: il volume fondamentale per comprendere e tutelare l’eredità degli italo-albanesi.

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Scuola e legge 482/1999: il bisogno di docenti qualificati e continuità

Se la prima linea di difesa resta il focolare domestico — dove genitori e nonni hanno il dovere morale di continuare a parlare l’arbëreshë con orgoglio —, l’istituzione scolastica è il perno su cui deve fondarsi la rinascita dell’idioma. La studiosa ha richiamato l’importanza della Legge quadro n. 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche storiche, evidenziando tuttavia i limiti con cui è stata spesso recepita sul territorio.

Adduci ha ricordato l’esperienza virtuosa dei primi anni Duemila con il progetto interregionale «Le quattro stelle del carro minore», che vide Frascineto lavorare a stretto contatto con altre storiche minoranze italiane quali i friulani, i griki del Salento e i walser della Valle d’Aosta. Quell’iniziativa pionieristica dimostrò la forza del dialogo interculturale, ma venne bruscamente interrotta con l’avvicendamento delle dirigenze scolastiche, evidenziando il tallone d’Achille della frammentazione progettuale.

Un nodo centrale riguarda l’assenza di una specifica classe di concorso e di un profilo professionale dedicato all’insegnamento dell’arbëreshë. «Conoscere la lingua materna non significa automaticamente saperla insegnare», ha ribadito la studiosa, sollecitando percorsi di formazione didattica universitaria specialistica, libri di testo moderni e risorse economiche stabili per garantire corsi continuativi fin dalla scuola dell’infanzia.

La sfida della standardizzazione e il divario con l’albanese di Tirana

Un capitolo di straordinario interesse scientifico affrontato nell’intervista riguarda la dialettologia interna dell’Arberia e il rapporto con l’albanese standard. L’arbëreshë è frammentato in decine di varianti locali distribuite tra Calabria, Sicilia, Basilicata, Puglia, Molise e Campania. Questa polifonia è una ricchezza antropologica, ma complica la redazione di manuali scolastici uniformi e la comunicazione nei media.

La proposta di Caterina Adduci è l’istituzione di una commissione autorevole di linguisti incaricata di definire una koinè condivisa per i testi didattici e per le trasmissioni radiotelevisive (come quelle curate dalla sede regionale di Rai Calabria), salvaguardando al contempo le sfumature vernacolari dei singoli paesi.

Altrettanto netta è la distinzione tracciata rispetto all’albanese standard dei Balcani. Sebbene condividano il medesimo ceppo tosco arcaico, le due lingue hanno imboccato binari evolutivi profondamente diversi: mentre l’albanese contemporaneo ha subito le stratificazioni dell’occupazione ottomana e le riforme dell’Accademia delle Scienze di Tirana del 1972, l’arbëreshë ha conservato arcaismi fonetici unici, innestando su di essi prestiti dai dialetti romanzi e dall’italiano. Insegnare la lingua standard d’Oltreoceano non equivale quindi a tramandare l’arbëreshë, la cui unicità risiede precisamente in questa contaminazione secolare.

La responsabilità condivisa tra Italia e Albania per il futuro

In chiusura dell’intervista, Caterina Adduci ha rivolto un appello corale alle istituzioni repubblicane, al Ministero dell’Istruzione e della Cultura e alla diplomazia albanese per coordinare una strategia di cooperazione accademica e finanziaria permanente. La tutela delle minoranze linguistiche non può ridursi a mere celebrazioni folkloristiche o sagre di paese una volta all’anno, ma deve tradursi in politiche pubbliche coraggiose.

Salvare l’arbëreshë significa scongiurare la perdita irrimediabile di un patrimonio che appartiene a tutti gli italiani, testimonianza vivente di un’accoglienza che nel Rinascimento seppe trasformare l’esilio in una splendida e feconda civiltà dell’incontro.

 

Intervista di Artur Nura

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Cultura

«Scriviamo più che mai, ma stiamo ancora leggendo?»: la riflessione di Menda Vreto sull’illusione dei social e la riscoperta della lentezza

Nell’era dei social e dell’attenzione frammentata, Menda Vreto si interroga sul valore della lettura profonda: il piacere di fermarsi e seguire un pensiero fino in fondo oltre le metriche dei like, riscoprendo il legame vitale tra chi scrive con verità e chi legge in silenzio. 👇

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Libro

Roma – C’è stato un tempo non troppo lontano in cui salire su un treno per un viaggio di lavoro o passeggiare tra i viali alberati di un parco cittadino significava imbattersi in un paesaggio umano profondamente diverso da quello odierno. Bastava volgere lo sguardo intorno per scorgere decine di viaggiatori con un libro aperto tra le mani, assorti tra le pagine di un romanzo, intenti a sfogliare le colonne di un quotidiano cartaceo o seduti su una panchina a contemplare la quiete circostante. Ognuno appariva custodito all’interno del proprio universo interiore, momentaneamente al riparo dalla fretta, dai rumori della città e dall’ansia della prestazione quotidiana.

Oggi quel paesaggio si è radicalmente metamorfizzato. Nelle carrozze ferroviarie come nei giardini pubblici, gli sguardi sono quasi monopolizzati dai bagliori degli schermi retroilluminati degli smartphone: c’è chi ascolta musica con le cuffie, chi scrolla compulsivamente la bacheca di un social network, chi risponde a raffiche di notifiche e chi consuma brevi frammenti testuali in pochi secondi. Da questo contrasto visivo ed esistenziale nasce la densa riflessione firmata da Menda Vreto, che pone un interrogativo scomodo e necessario per il nostro tempo: «Mentre scriviamo e condividiamo continuamente pensieri sui social, troviamo ancora il tempo di leggere davvero?». Un tema che interpella direttamente il dibattito contemporaneo su cultura, libri e trasformazioni sociali.

La dittatura dell’istante contro la pazienza della pagina scritta

L’analisi di Vreto rifugge con intelligenza dalla trappola della nostalgia fine a se stessa: il passato non era necessariamente migliore, né chi legge pochi volumi possiede per definizione minore sensibilità o intelligenza. La rivoluzione digitale ha democraticizzato l’accesso al sapere: oggi è possibile scaricare un’opera classica in un istante, consultare saggi internazionali o ascoltare audiolibri durante gli spostamenti quotidiani. Il vero mutamento ontologico non risiede nel supporto materiale (carta o pixel), bensì nel tempo qualitativo che concediamo alle parole.

Sulle piattaforme social la fruizione è guidata dalla frenesia: l’attenzione salta in una frazione di secondo da un’immagine a un commento sarcastico, da un flash d’agenzia a un video virale. Si consumano frasi isolate, slogan e sentenze perentorie. Al contrario, un libro impone un patto radicale con il lettore: esige la sospensione della fretta, richiede la disponibilità a seguire un ragionamento articolato dall’inizio alla fine, accetta il dubbio e costringe a fare i conti con la complessità del reale, recuperando quel valore della riflessione e del silenzio interiore che la velocità tecnologica tende costantemente a erodere.

Consigliato dalla Redazione
Sociologia & Cultura Digitale

La Civiltà della Fretta: Sociologia del Tempo e Lettura Profonda

Un saggio illuminante sull’era dell’attenzione frammentata: come ritrovare la concentrazione, difendere lo spazio del pensiero critico e riscoprire il valore della lettura lenta.

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L’inganno delle metriche: il valore segreto dei lettori silenziosi

Uno dei passaggi più profondi e fecondi del testo riguarda l’illusione ottica creata dagli algoritmi dei social media. Quando pubblichiamo una riflessione online, siamo immediatamente bombardati da contatori numerici: visualizzazioni, condivisioni, cuori e commenti. Ma questi numeri descrivono soltanto la superficie quantitativa dell’interazione, non la sua risonanza emotiva o intellettuale:

«Una persona può lasciare un like superficiale dopo aver scorso distrattamente due righe, mentre un’altra può leggere ogni singola parola in silenzio, senza lasciare alcun commento pubblico, e custodire quel pensiero dentro di sé per l’intera giornata. Il valore di ciò che scriviamo non può essere ridotto a una metrica di vanità: un testo letto da pochi può seminare una trasformazione indelebile, mentre un post ultra-condiviso viene spesso inghiottito dall’oblio dopo pochi minuti».

Scrivere, osserva Vreto, non dovrebbe mai trasformarsi in una caccia affannosa al consenso o alla visibilità algoritmica, bensì rimanere un atto di sincerità e responsabilità etica. Nello stesso tempo, anche la reattività emotiva con cui oggi si interviene nel dibattito pubblico merita una pausa: basta una provocazione o una notizia non verificata per scatenare reazioni furiose. Eppure, sentire un’emozione istintiva e comprendere la dinamica profonda di un evento sono due processi cognitivi radicalmente diversi.

Leggere per cambiare idea: il patto indispensabile tra scrittura e ascolto

In questo scenario di sovraccarico informativo continuo, la lettura assume la funzione civile di un antidoto democratico. Leggere ci costringe a decentralizzarci, a guardare il mondo attraverso gli occhi di chi ha vissuto in epoche remote o proviene da contesti opposti ai nostri. Non si legge per esibire un’erudizione posticcia o per certificare un presunto status culturale, ma per coltivare la virtù più preziosa: la curiosità instancabile e la disponibilità ad ammettere i propri limiti intellettuali, fino ad avere il coraggio di cambiare opinione.

In conclusione, scrittura e lettura si confermano due polarità inscindibili della stessa esperienza umana: affidiamo alle parole le nostre inquietudini e le nostre speranze affinché, attraverso lo sguardo generoso e paziente del lettore, esse possano assumere significati inediti e fecondi. Fermarsi, aprire un libro o dedicarsi a un testo fino in fondo non è un nostalgico ritorno al passato, ma l’unico modo autentico per abitare il presente con consapevolezza e libertà interiore.

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Cultura

«I custodi del potere», a Roma il sequestro di un politico scatena il caos: l’Italia travolta dal nuovo political thriller di G. L. Barone

Un commando armato rapisce un deputato a Trastevere e l’Italia scivola nel caos: esce «I custodi del potere», l’atteso political thriller di G. L. Barone per Indomitus Publishing. Intrighi di palazzo, servizi segreti e le oscure trame dell’élite dei Tredici. 👇

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I custodi del potere,cover

Roma – Un commando armato che fa irruzione in un affollato ristorante di Trastevere, sparatorie nel cuore della Capitale e il rapimento fulmineo di un influente parlamentare della Repubblica. Si apre con un ritmo cinematografico e mozzafiato «I custodi del potere», il nuovo attesissimo political thriller di G. L. Barone pubblicato da Indomitus Publishing. Con questa nuova opera, l’autore riporta i lettori nell’universo narrativo de «I Tredici», la fortunata saga geopolitica tra le più seguite del panorama cospirazionista italiano, capace di intrecciare fantapolitica, spionaggio istituzionale e le ombre inquietanti del Deep State.

La vicenda prende il via quando l’onorevole Roberto Canova viene strappato alla vita civile sotto gli occhi attoniti della giornalista d’inchiesta Allegra Leone, proprio nell’istante in cui l’uomo stava per chiederle di sposarlo. Miracolosamente scampata all’agguato, la donna rientra nel proprio appartamento trovandolo completamente devastato: chi ha ordinato il sequestro di una figura chiave del Parlamento? E soprattutto, che cosa stanno cercando con tanta spietata determinazione proprio tra gli effetti personali della reporter?

Dal cuore di Roma alle ville del Gargano: la caccia a un nemico invisibile

Mentre il Paese precipita in una crisi istituzionale senza precedenti e l’opinione pubblica invoca a gran voce l’uomo della provvidenza per scongiurare il collasso democratico, Allegra si ritrova completamente isolata di fronte a una cospirazione di scala internazionale. Per tentare di salvare l’onorevole Canova, la giornalista è costretta a riallacciare i rapporti con Lorenzo Fossati, l’ex magistrato che riteneva di aver chiuso per sempre i conti con il proprio passato, e con Eva, una figura enigmatica depositaria di segreti indicibili.

Il rapimento del politico non è infatti un fatto isolato, bensì la prima mossa di un domino globale destinato a stravolgere gli equilibri dell’intera Europa. Dalle stanze ovattate dei palazzi romani fino ai bunker blindati sulle scogliere del Gargano, il cammino dei protagonisti si incrocia con quello dell’enigmatico agente dei servizi segreti Modigliani. In un labirinto di specchi dove ogni alleato può rivelarsi un traditore e ogni certezza nasconde una trappola mortale, il nemico da abbattere porta un nome che evoca i vertici di una cupola invisibile: i Tredici, un’oligarchia senza volto pronta a riscrivere il destino dell’Italia, arricchendo il dibattito sulle novità editoriali e grandi uscite letterarie del panorama contemporaneo.

Consigliato dalla Redazione
Bestseller Thriller & Spionaggio

I custodi del potere – G. L. Barone (Indomitus Publishing)

Il nuovo avvincente political thriller della saga “I Tredici”: intrighi di palazzo, servizi segreti e una crisi di governo che tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Disponibile in formato Kindle, Kindle Unlimited e copertina flessibile.

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Novità Editoriale Ottobre 2026

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L’interrogativo dell’autore: «Chi governa davvero chi ci governa?»

A spiegare la genesi e il retroterra concettuale dell’opera è lo stesso scrittore G. L. Barone, che affonda le radici della trama nelle inquietudini della contemporaneità: «L’idea da cui nasce “I custodi del potere” è una domanda che, negli ultimi anni, mi sono posto sempre più spesso. Vediamo quasi ogni giorno decisioni che ricadono sulla vita quotidiana di milioni di persone e che non sempre è facile comprendere fino in fondo: le scelte sulle armi e sui conflitti bellici, le sanzioni internazionali, le oscillazioni dei costi energetici e le recenti ripercussioni legate alla crisi dello Stretto di Hormuz».

«Da scrittore mi sono fatto la domanda più scomoda: e se non capissimo certe decisioni semplicemente perché chi le prende non risponde soltanto agli interessi del proprio Paese e dei propri cittadini, ma anche a quelli di qualcun altro?», prosegue Barone. «Nel romanzo immagino l’esistenza di un potere economico e finanziario gigantesco, che non si presenta alle elezioni, non compare nei notiziari e non occupa poltrone istituzionali, ma è capace di influenzare la politica senza mai apparire. Con gli ingredienti amati dai lettori – sparatorie, omicidi, rapimenti e indagini serrate – ho cercato di raccontare chi muove i fili dietro le quinte».

Sulla medesima linea si colloca il commento dell’editore Davide Radice di Indomitus Publishing: «La saga ha costruito il proprio fedele pubblico su un ritmo serrato, paragonabile al binge-watching delle grandi serie tv, e su intrecci di poteri forti e minacce globali sulla scia di maestri internazionali come Dan Brown, Tom Clancy e James Rollins, ma conservando un’ambientazione geografica italiana ed europea rigorosa, minuziosa e credibile. Questo nuovo capitolo spinge la tensione al massimo livello sul terreno dello spionaggio istituzionale».

Dati tecnici e profilo dell’autore G. L. Barone

Il romanzo, composto da 334 pagine ricche di colpi di scena, è disponibile dal 15 ottobre 2026 sia in formato digitale eBook (incluso nel catalogo Kindle Unlimited) sia in versione cartacea in libreria e su tutti i principali store online.

Nato a Varese nel 1974 e laureato in Giurisprudenza, G. L. Barone è una delle firme più solide e apprezzate della narrativa d’avventura italiana. Nel corso della sua carriera ha firmato numerosi bestseller per Newton Compton, tra cui «La cospirazione degli Illuminati», «Il sigillo dei tredici massoni», «La chiave di Dante» e la celebre saga del «Codice Fenice», oltre a «Il falso Messia» con AltreVoci. Tradotte in inglese, spagnolo e portoghese e distribuite in oltre venti Paesi, le sue storie continuano a conquistare migliaia di appassionati grazie alla perfetta fusione tra rigore documentale, mistero e pura adrenalina narrativa.

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