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Cultura

“Il Faraone e il peso del potere eterno”: la profonda novella filosofica di Safet Sadiku. La libertà d’Albania contro le piramidi della politica

“La Democrazia non conosce padroni, il potere non è eterno”. La meravigliosa novella filosofica di Safet Sadiku sulle sponde del mare d’Albania! 🌊 🇦🇱 Oggi vi invitiamo a leggere un testo che fa riflettere profondamente sull’essenza della Politica, della Giustizia e della nostra Libertà! Si intitola “Il Faraone e il peso dell’eredità del potere eterno”, scritto magistralmente dalla penna di Safet Sadiku. Chi è il Faraone oggi? Non è un re dell’antico Egitto, ma rappresenta la “Malattia del Potere” che contagia le nostre democrazie moderne! È quel leader politico in giacca e cravatta che a un certo punto inizia a credersi al di sopra della Legge, e costruisce una “nuova piramide” fatta di propaganda, manipolazione, giustizia selettiva e paura! La paura, scrive l’autore, “diventa la lingua ufficiale, e l’obbedienza cieca al capo viene presentata come una virtù”. Ma questo delirio di onnipotenza è destinato a infrangersi miseramente contro il vero padrone del mondo: il Tempo. L’autore ci porta sulle incantevoli rive dell’Albania, dove il mare (davanti al volo maestoso dei fenicotteri) giudica i regimi umani: “Nessuno è più grande della riva che lo accoglie. Le onde dell’Adriatico hanno visto passare le navi illiriche e le galee romane. Tutto è passato. Solo lo Stato e i cittadini liberi devono restare”. Un inno meraviglioso all’Europa e allo Stato di Diritto! Leggete il testo integrale della novella nel nostro articolo! 👇 📖 Cosa ne pensate della “Sindrome del Faraone”? Anche voi credete che alcuni politici moderni finiscano per convincersi di essere i “padroni” eterni delle Istituzioni? Ditecelo nei commenti!

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Safet SADIKU

Redazione – Ci sono testi che, pur non citando nomi e cognomi legati alla stretta cronaca parlamentare, riescono a scattare una fotografia spietata, lucida e universale della natura stessa del potere. Quando un uomo politico, nel chiuso dei palazzi istituzionali, si convince di essere diventato padrone del tempo e dell’orizzonte, smette di essere un “servitore dello Stato” e si trasforma in un despota.
È questa l’affascinante e cruda tematica esplorata dalla penna magistrale di Safet Sadiku nella sua ultima, toccante novella intitolata “Il Faraone e il peso dell’eredità del potere eterno”. Attraverso una prosa che mescola dolcemente i ricordi accademici di filosofia politica con la sconfinata bellezza della natura, l’autore ci accompagna in un viaggio catartico sulle rive del Mare d’Albania, lì dove le onde giudicano silenziosamente il passaggio dei secoli e l’arroganza degli uomini.

La “Sindrome del Faraone” nelle democrazie moderne

La metafora centrale dell’opera di Sadiku è tanto semplice quanto dirompente: il “Faraone” non è una figura storicamente confinata alle sabbie dell’antico Egitto. È, piuttosto, una vera e propria “malattia del potere”. Un virus che infetta le democrazie moderne ogni qualvolta un leader (che non indossa più la corona, ma abiti firmati a favore di telecamera) inizia a identificare le istituzioni pubbliche con la propria stessa identità.
Quando il governante cade in questa tragica illusione di onnipotenza, la sua unica ossessione diventa la costruzione di una “nuova piramide”. Non più eretta con giganteschi e pesantissimi blocchi di pietra, come accadeva nella Valle dei Re, ma innalzata sfruttando subdolamente la propaganda martellante, l’annientamento del pensiero critico, la giustizia selettiva, il silenzio e la paura dei cittadini. La paura, come sottolinea magistralmente l’autore, si trasforma lentamente nella lingua ufficiale dello Stato, e l’obbedienza cieca al “capo” viene spacciata per virtù civica.

Il mare d’Albania: l’orologio eterno che cancella i troni

In netto, meraviglioso contrasto con la presunzione umana dei Faraoni della politica moderna, l’autore innalza la figura solenne e immortale del mare, al cui cospetto i fenicotteri attendono messaggi silenziosi. Le onde dell’Adriatico e dello Ionio, che bagnano le coste dell’Albania, non conoscono padroni. Hanno visto sfilare navi illiriche, galee romane e potenti flotte ottomane: tutto è passato, divorato dalla risacca del tempo, mentre il mare è rimasto.
“L’uomo è di passaggio, lo Stato deve rimanere” è il grido di libertà che si leva tra le righe di questa novella. Un inno potentissimo allo Stato di Diritto (il modello verso cui aspira oggi l’Albania, con lo sguardo fisso verso l’Unione Europea), in cui il Referendum e la coscienza libera del popolo sovrano restano l’unico, vero argine contro le pericolose derive autoritarie.

Il testo integrale della novella di Safet Sadiku

Vi lasciamo, per poterne assaporare ogni sfumatura, al testo integrale della profonda riflessione scritta dall’autore.

Novella: I. IL FARAONE E IL PESO DELL’EREDITÀ DEL POTERE ETERNO
Di Safet SADIKU

Il professore iniziò la lezione senza aprire il libro. Posò una mano sulla cattedra e disse che la storia non cammina sempre con le proprie gambe. Talvolta avanza sulle spalle delle illusioni. «Guardatevi», disse, «da coloro che credono che il tempo sia il servitore del potere.»
Quelle parole mi accompagnarono per anni. Una sera le udii di nuovo, non nell’aula dell’università, ma sulla riva del mare d’Albania. Le onde si infrangevano contro gli scogli con un ritmo antico, come se recitassero i nomi dei regni caduti. Il sole scendeva lentamente sull’acqua e i suoi raggi si frantumavano in migliaia di piccoli specchi. I fenicotteri, raccolti nella laguna, sollevavano il capo verso l’orizzonte, come se attendessero un messaggio proveniente dal mare. Il mare non parlava con le parole. Parlava con il fragore delle onde. «Questa è l’Albania», sembrava sussurrare ogni flutto. «Questo è il mare. Nessuno è più grande della riva che lo accoglie, né più duraturo del tempo che lo consuma.»

Nelle democrazie moderne, il referendum è il momento in cui la voce del cittadino si leva al di sopra della voce del potere. Non è semplicemente una consultazione elettorale, ma il richiamo costante che il sovrano non abita nei palazzi né negli uffici blindati, bensì nella libera coscienza del popolo. Il nostro professore di filosofia politica ci ripeteva spesso che ogni regime che teme la parola del cittadino, in realtà, teme il tempo stesso. La storia conosce molti sovrani che innalzarono monumenti a se stessi, ma ben pochi che accettarono di lasciare la decisione al popolo. È proprio qui che ha inizio il racconto del Faraone: nell’istante in cui il potere tenta di sostituire la volontà dei cittadini con la propria ombra, dimenticando che perfino le piramidi più imponenti non riescono a oscurare l’orizzonte della libertà.

Per un attimo mi tornò alla mente il professore. «In ogni epoca», ci aveva detto, «nasce un Faraone. Non necessariamente con una corona sul capo. A volte indossa un abito elegante, sale su un podio, si circonda di telecamere e applausi. Non costruisce soltanto palazzi. Costruisce la convinzione che senza di lui l’alba non possa sorgere.»
Fu allora che compresi che i faraoni non abitano soltanto i deserti. Possono nascere anche sulle rive del mare, là dove il vento conserva ancora il profumo del sale e della libertà. Il mare non si è mai piegato davanti agli imperatori, né ai re, né ai segretari di partito, né ai primi ministri. Le sue onde hanno visto passare le navi illiriche, le galee romane, le flotte ottomane e i moderni piroscafi. Tutto è passato. Solo il rumore dell’acqua è rimasto immutato. I fenicotteri si levarono in volo. Per un istante sembrò che il cielo stesse scrivendo, con piume color rosa, una frase che nessuno avrebbe mai potuto cancellare: «L’uomo è di passaggio. Lo Stato deve rimanere.»

Ed è proprio qui che comincia la storia del Faraone. Egli non è un nome. È una malattia del potere. È l’istante in cui il servizio si trasforma in possesso, quando l’istituzione diventa una semplice scenografia e la legge attende il permesso del governante per poter parlare. Nasce allora quella che ho chiamato la nuova piramide: non costruita con blocchi di pietra, ma con la propaganda, il silenzio e la paura. Ma il mare non conosce piramidi. Bagna tutte le pietre allo stesso modo. Cancella i nomi di coloro che hanno creduto di poter imprigionare il tempo. E ogni sera, quando il sole scende sull’Adriatico e sullo Ionio, le onde continuano a ripetere la stessa testimonianza davanti ai fenicotteri, alle città e ai faraoni della politica: «Questo è il mare d’Albania. Non conosce alcun potere eterno.»

In una delle sue lezioni di filosofia sul capitalismo, il professore ci spiegava che la storia dell’umanità ha conosciuto molti sovrani convinti che il loro potere fosse più forte del tempo. Essi innalzarono palazzi, costruirono monumenti e ordinarono che il proprio nome fosse inciso nella pietra, nella speranza di vivere per sempre. Il Faraone rappresenta la logica più estrema di questa illusione: l’uomo che considera se stesso immortale e il popolo come uno strumento destinato ad alimentare la propria gloria. Il Faraone non appartiene soltanto all’antico Egitto. Può nascere in qualsiasi epoca, ogni volta che il potere si trasforma in proprietà personale e lo Stato viene identificato con un solo uomo. In quel momento la legge perde la propria autorevolezza, le istituzioni si riducono a una semplice scenografia e i cittadini imparano a tacere. La paura diventa la lingua ufficiale, mentre l’obbedienza viene presentata come una virtù.

Il potere eterno è un paradosso. Quanto più cerca di prolungare la propria esistenza politica, tanto più restringe lo spazio della libertà della società. Il Faraone costruisce piramidi simboliche: monumenti alla propria grandezza, una propaganda che esalta la figura del governante e un sistema che presenta ogni cambiamento come una minaccia. Eppure nessuna piramide può arrestare il tempo. La storia ha dimostrato che ogni potere che si considera eterno porta già dentro di sé il seme della propria caduta.

Ma oggi, le civiltà hanno davvero bisogno di simili faraoni? Certamente no. All’inizio il nostro popolo poteva lasciarsi affascinare dalla loro grandiosità. Con il passare degli anni, però, ha iniziato a comprenderne il vero prezzo: l’assenza della libertà di parola, una giustizia selettiva e una speranza lentamente affievolita. Quando una società è costretta a vivere soltanto all’ombra di un uomo, perde la capacità di sognare il futuro. La forza del Faraone ci ricorda che il potere non è una corona eterna, ma una responsabilità temporanea. Un leader non si misura dalla durata del tempo trascorso sul trono, bensì dalla solidità delle istituzioni che lascia in eredità e dalla libertà che garantisce ai cittadini.

Quando un governante si convince di essere al di sopra della legge e del tempo, non costruisce l’immortalità. Costruisce soltanto l’illusione di essa. Alla fine, la storia non conserva soltanto il ricordo della grandiosità delle piramidi, ma anche il silenzio di coloro che le hanno innalzate. Ed è questa la più grande ironia del Faraone: egli desidera vivere per sempre nel potere, ma finisce per diventare la testimonianza che nessun trono è più forte del tempo, della verità e del desiderio di libertà degli uomini.

In fondo, né il mare prende parte per qualcuno, né la storia concede privilegi eterni. Le onde che si infrangono sulle coste dell’Albania non chiedono chi abbia governato, ma misurano soltanto quanto libero sia stato il respiro di una nazione. Le democrazie dell’Unione Europea sono state costruite sul principio secondo cui la legge e le istituzioni devono essere superiori all’individuo, indipendentemente dal suo nome, dalla sua carica o dalla sua influenza. È questo il modello verso il quale aspira anche l’Albania: un ordinamento nel quale nessuno sia al di sopra della Costituzione, un sistema nel quale l’eredità di un governo venga misurata dalla forza delle istituzioni e non dalla durata del potere, un Paese nel quale anche i faraoni della politica comprendano che la democrazia non conosce troni eterni, ma soltanto cittadini liberi e responsabilità davanti alla legge.

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Cultura

La lettera arrivata troppo tardi

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Lettera

La lettera arrivata troppo tardi

Redazione- Oggi era la Giornata della Lettera, e quelle poche parole mi hanno trascinata lontano, in luoghi remoti che ancora profumano di carta, di fiori e di memoria. Ho ricordi strani delle lettere: alcune le ho scritte io, alcune le ho conservate, altre invece erano state scritte per me molti anni fa, senza che io ne sapessi nulla. Anch’io, una volta, ho scritto una lettera; una di quelle lettere d’altri tempi, scritta a mano, con pause tra una parola e l’altra e con tutta la cura che si mette quando si affida il proprio cuore alla carta. Ho scelto lentamente ogni parola, ho scritto ciò che avevo dentro, ho messo un fiore tra le pagine e ho profumato la lettera con il suo aroma, come se volessi che qualcosa dei miei sentimenti arrivasse a destinazione prima ancora delle parole. A volte, ripensando a quella lettera, mi dico: «È stato bene scriverla». È stato bene lasciare, almeno una volta, che i miei sentimenti uscissero dal petto e si affidassero alla carta, anche se oggi penso che forse quella lettera l’avevo scritta per qualcuno che non ne era degno. Eppure, a volte, una domanda torna silenziosa: perché non sono mai riuscita a scrivere una lettera così a qualcuno che ne fosse davvero degno? Ed è proprio allora che riaffiora il ricordo di un’altra lettera, una lettera della cui esistenza non sapevo nulla. C’era un ragazzo che si era innamorato di me. Io, allora, non sapevo cosa accadesse nel suo cuore, non sapevo cosa scrivesse nelle sue notti, non sapevo in quali righe avesse lasciato il mio nome. Non sapevo che mi aveva scritto una lettera, affidando alla carta quelle parole che forse non avrebbe mai avuto il coraggio di dirmi guardandomi negli occhi. Poi, durante una manifestazione a Dehmazang, venne ucciso. Passò del tempo, e un giorno fu un suo amico a mandarmi quella lettera. Una lettera che avrebbe dovuto arrivare dalle sue mani, arrivò invece dalle mani di un altro, quando lui non era più in vita. Non so come si possa leggere una lettera così. Come si leggono le parole di un uomo che non c’è più, sapendo che dopo averle lette non potrai mai dirgli: «Le ho lette»? Come si guarda la grafia di qualcuno sapendo che quella mano non impugnerà mai più una penna? Ho letto la lettera e ho avuto la sensazione che qualcuno avesse aperto dentro di me la porta di una stanza antica. Era piena di dolore e di nostalgia, di quel dolore che non sai se chiamare ferita o cura; era ferita e rimedio, dolore e medicina allo stesso tempo. Le sue parole sono arrivate fino a me, ma lui no. E forse questa è la forma più crudele del ritardo: una lettera riesce finalmente a trovare la sua destinazione, ma chi l’ha scritta non è più lì per sapere che è arrivata. Da allora, per me, una lettera non è mai soltanto una lettera. Ogni volta che ne vedo una vecchia, è come se si aprisse una porta verso un luogo lontanissimo: verso persone che non ci sono più, case che forse non esistono più, giorni in cui credevamo di avere ancora tutto il tempo del mondo. Le lettere mi trascinano lontano, in un luogo dove alcune voci sembrano ancora vive, i fiori sono ancora freschi e nessuno sa ancora cosa il giorno dopo porterà via. Forse è per questo che amo le lettere. Perché una lettera è la memoria di una persona: conserva qualcosa di noi che il tempo non riesce a cancellare facilmente. Una grafia, un profumo familiare, un fiore ormai secco, poche frasi d’amore… e all’improvviso gli anni crollano. Oggi era la Giornata della Lettera e io ho ripensato ancora una volta a quelle due lettere: una l’ho scritta io, con tutto ciò che avevo nel cuore, forse per la persona sbagliata; l’altra l’ha scritta qualcuno per me, qualcuno che non c’era più per vedere che, alla fine, la sua lettera era arrivata. Che storia strana è la vita: a volte affidiamo tutto il nostro cuore a qualcuno che non sa riconoscerne il valore; altre volte qualcuno affida tutto il suo cuore a noi e noi possiamo leggerlo soltanto quando quella persona non c’è più. Forse alcune lettere arrivano troppo tardi, così tardi che non è più possibile rispondere. Eppure arrivano. E bastano poche pagine perché, anni dopo, una persona possa sedersi in silenzio, posare la mano sulla carta e dire piano, a qualcuno che non appartiene più a questo mondo: «Avrei voluto che arrivassi prima… avrei voluto che fossi qui  per vedere che ho letto la tua lettera.

La lettera arrivata troppo tardi

 

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Cultura

L’amore, il tormento e l’intimità femminile nelle meravigliose poesie dell’autrice albanese Nexhi Baushi

“Ti amo a modo mio”. Nelle meravigliose poesie di Nexhi Baushi c’è tutta l’intimità, il fuoco e il dolore nascosto dell’animo femminile! 📜 💔 L’amore può essere davvero senza confini ed egoismo? A questa domanda risponde, con versi di una potenza e di una maturità sconvolgente, la bravissima poetessa albanese Nexhi Baushi! Oggi vi portiamo alla scoperta di quattro sue meravigliose liriche, che esplorano le tappe fondamentali del sentimento. La scoperta di sé stesse (“Corpuscoli d’autunno”), il fuoco della passione (“Il Bacio”), la solitudine (“Li hai visti?”) e infine il capolavoro assoluto della raccolta: “Ti amo a modo mio”. In questa poesia straziante, Nexhi Baushi ribalta tutti i classici schemi della gelosia! La protagonista, infatti, ama così tanto un uomo da farsi da parte, accettando che lui ormai viva e dorma nel letto di un’altra donna! Un amore talmente disinteressato e maturo che spinge la poetessa a voler diventare “amica” dell’attuale moglie del suo ex, bevendo con lei un bicchiere di vino solo per capire se in quella nuova casa lui si senta davvero felice, e se ogni tanto, quando la bacia, si ricorda ancora del suo amore. “Mai la ferirò”, scrive la poetessa, “io la tua nostalgia, allontanandomi… via porterò!”. Una poesia da pelle d’oca! Leggi i testi integrali nel nostro articolo! 👇 📖 Voi sareste mai capaci di amare una persona a tal punto da augurarle la felicità tra le braccia di qualcun altro?

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Nexhi Baushi

Redazione– L’amore, nella sua sterminata e insondabile complessità, è stato cantato in tutte le lingue del mondo, ma ci sono voci poetiche che riescono a declinarlo in modo così puro, disarmante e originale da lasciare il lettore letteralmente senza fiato. È questo il caso della poetessa albanese Nexhi Baushi, che attraverso la sua ultima, preziosissima silloge ci regala un viaggio indimenticabile all’interno dell’animo e dell’intimità femminile.
Le quattro liriche che vi proponiamo oggi (Corpuscoli d’autunno, Il Bacio, Li hai visti? e la struggente Ti amo a modo mio) formano un mosaico emotivo perfetto, in cui la passione bruciante, la malinconia dell’abbandono e l’erotismo dell’anima si fondono per dare vita a una riflessione altissima sul significato più profondo del sentimento amoroso.

Dal risveglio dell’anima al fuoco del bacio

Il viaggio poetico di Nexhi Baushi si apre con “Corpuscoli d’autunno”, una lirica che racconta la scoperta (o forse la riscoperta) della propria femminilità. L’autrice gioca con il dubbio (“Forse nemmeno è così… Forse anche se in ritardo, donna mi hai resa”), tratteggiando l’immagine di un sentimento che non ha bisogno di essere etichettato o ricambiato a tutti i costi per essere salvifico. L’amore basta a se stesso, perché si trasforma nel “primo respiro” che riaccende la vita.
La tensione emotiva subisce un’accelerazione improvvisa e verticale in “Il Bacio”. Qui la poetessa abbandona i dubbi per celebrare la fisicità del sentimento. Il bacio non è un semplice gesto, ma diventa una “soglia”, una porta mistica capace di divorare persino l’alba del sole, il confine esatto in cui l’amore spirituale e quello carnale si fondono in un unico respiro.

Il dolore silenzioso e un capolavoro di maturità

Ma l’amore, si sa, è fatto anche di assenze e di dolore. La brevissima ma lancinante poesia “Li hai visti?” è una fotografia sfocata dalle lacrime: occhi di cristallo che si riempiono di pianto fino a dissolversi nell’anima, per non risvegliarsi mai più. Un lutto interiore che prepara il lettore al vero, assoluto capolavoro di questa raccolta: “Ti amo a modo mio”.
In quest’ultima lirica, Nexhi Baushi compie un miracolo letterario e psicologico, ribaltando completamente i classici stereotipi della gelosia femminile. La protagonista ama un uomo che ormai è tra le braccia (e nel letto) di un’altra donna. Ma invece di maledire la rivale, la poetessa esprime un amore talmente puro, incondizionato e disinteressato da arrivare a voler diventare “grande amica” dell’attuale consorte dell’uomo amato. Bere un caffè o un bicchiere di vino con la rivale non per ferirla (“Mai a lei ferirò, purché il mondo intero mi donassero”), ma solo per guardarla negli occhi e capire se l’uomo che ama è felice come lo era con lei. Un livello di maturità emotiva, rassegnazione e devozione assoluta che strappa le lacrime, chiudendosi con l’immagine della poetessa che porta via la sua stessa nostalgia nel silenzio.

I testi integrali delle poesie di Nexhi Baushi

Vi invitiamo a leggere e ad assaporare ogni singola parola di queste quattro meravigliose opere della letteratura albanese.

CORPUSCOLI D’AUTUNNO
Forse stavo cercando un soggetto,
Proprio come un tatuaggio inciso sulla pelle,
Poiché mi piace così tanto quando dicono:
Codesta di quell’uomo si è innamorata.
Forse gli altri diventano invidiosi di me,
Quando durante le sere d’autunno brindiamo,
Questo, veramente mi piace ancora di più,
Mi trasforma in aria,
ed in te, in silenzio, entro.
Forse gli altri non ti hanno mai conosciuto,
Forse non hanno saputo leggere
Che anima tu hai,
Non rattristarti!
Ti leggerò io ad ogni lettera…
Mio Dio! Parlo con te
Come se fossi innamorata.
Forse nemmeno è così,
Forse ciò che sento
Non ha nulla a che fare con l’amore,
Forse anche se in ritardo, donna mi hai resa,
Forse semplicemente ti sto facendo notare, ciò.
Ma tu non preoccuparti,
Tropo non pensarci,
E non importa se ami me, oppure no.
Sii felice anche se ti amasse un’anima sola,
Sei il primo respiro
Che con me, ardendo si accende.

IL BACIO
Il bacio,
è la soglia
dove si incontrano tutti gli amori,
quei più sublimi,
i più ferventi.
Il bacio china i cuori,
è la fiamma impetuosa dei sentimenti.
Nel bacio tutto ciò si trasforma in respiro.
Il bacio sulle labbra, è il margine,
l’inizio e la fine.
Le labbra unite
sono le porte serrate dell’arcano.
Il bacio ha languore,
divora persino l’alba del sole.

LI HAI VISTI?
Li hai visti,
i nidi di cristallo
dei miei occhi,
quando lacrime salate
riempirono la coppa
e si dissolsero nell’anima?
E si riversarono
si asciugarono,
si chiusero,
e non si risvegliarono più?
Li hai visti?

TI AMO A MODO MIO
Amo te, ma io ti amo a modo mio.
Amo, forse differentemente da tutte le altre donne.
Anche se l’uomo che amo
è tra le braccia di un’altra,
lo avvolge con il suo ardore,
come una luna sventurata.
Ti amo!
Ti amo come nelle mie prime luci d’alba.
Ti amo! Anche se adesso indubbiamente
qualcun’altra baci,
perché dentro l’uomo
che tutt’ora così tanto amo
è rimasto qualcosa
che taciturno mi implora.
Ora che a letto con un’altra ci sei,
nessuna colpa ti darei
e quella donna che a te appartiene
ovviamente nessuna menda ha.
Non temere!
Di notte a infilarmi nel tuo letto, mai verrò,
se mi senti,
semplicemente in un sogno triste sarò.
E la tua consorte
mia amica, grande amica farò,
a bere un caffè la inviterò, o un bicchiere di vino.
Vorrei sapere
se con lei ti senti felice
così com’eri con me,
o quando baci le sue labbra,
se qualche volta ti ricordi di me.
Mai a lei ferirò,
purché il mondo intero mi donassero.
Vorrei solo sapere se in lei,
ritrovi pure me.
Amo te, ma ti amo a modo mio,
purché in questo mondo
non sarei l’unica donna.
Mi ubriacherò con lei,
con quell’altra donna,
e forse, a vicenda,
qualche segreto sveleremmo.
Non preoccuparti!
Mai le dirò quanto ti amo.
Io, la tua nostalgia,
allontanandomi… via porterò…

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Cultura

“Il Perdono nutre il Mondo”: a L’Aquila il Summit che interroga gli adulti sul futuro dei giovani. Il plauso di Giorgia Meloni

“Il Perdono apre al futuro?”. Straordinario successo per il 4° Summit Nazionale a L’Aquila: da Cacciari a Fusaro, la grande filosofia interroga il mondo degli adulti! Il plauso di Giorgia Meloni! 🕊️ 🦅 Il vero spirito della Perdonanza Celestiniana non è rivolto solo al passato, ma è una sfida per il nostro futuro! Lo ha dimostrato in modo magistrale il grandissimo successo della IV edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo” (ideato da Francesca Pompa e organizzato da One Group e L’Aquila Made In), andato in scena sabato al Teatro San Filippo de L’Aquila! Un evento di caratura altissima, che ha ricevuto l’elogio e il plauso istituzionale direttamente dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nel suo messaggio ha definito L’Aquila un vero e proprio “laboratorio di rinascita e futuro”, invitando la città a portare avanti la missione affidatale da Papa Francesco! Al centro del dibattito, una domanda cruciale: gli adulti di oggi che mondo stanno consegnando ai giovani? Sono in grado di lasciarli liberi di scegliere (e di sbagliare) senza giudicarli? A rispondere sono saliti sul palco i giganti della cultura e del giornalismo italiano: da Massimo Cacciari a Diego Fusaro, passando per Francesco Giorgino e Michelangelo Tagliaferri! E poi tantissime testimonianze da brividi, come quella di Davide Simone Cavallo, che ha spiegato come si fa a “non lasciare all’odio l’ultima parola sulla propria vita”. Il Perdono non cancella il passato, ma ci impedisce di restarne prigionieri per sempre! Leggi il resoconto del meraviglioso convegno nel nostro articolo! 👇 📖 Secondo voi la società di oggi (e il mondo degli adulti) sta negando il futuro e la libertà di scelta alle nuove generazioni?

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Il Perdono nutre il Mondo, summit L'Aquila

L’Aquila – Il vero, profondo significato del “Perdono” non si esaurisce nell’assoluzione religiosa di un peccato o nella semplice archiviazione di un torto subìto. Interpretare autenticamente lo spirito immortale della Perdonanza Celestiniana significa custodirne gelosamente le radici storiche e, al tempo stesso, avere il coraggio di proiettarne il messaggio nel presente, facendolo dialogare con le paure, i dubbi e le complesse sfide della nostra epoca contemporanea.
È esattamente questa l’ambiziosa e nobilissima direzione tracciata dalla IV edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”, un evento straordinario (promosso e organizzato impeccabilmente da One Group e L’Aquila Made In) che lo scorso sabato 29 agosto ha fatto registrare un eccezionale successo di pubblico presso il Teatro San Filippo de L’Aquila. Il tema scelto per quest’anno, “Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di scegliere”, ha trasformato la rassegna in un vero e proprio laboratorio del pensiero, riunendo sul palco i più brillanti filosofi, sociologi, educatori e professionisti del panorama italiano.

Il plauso istituzionale di Giorgia Meloni

L’incontro, nato dalla visione della brillante art director Francesca Pompa, è stato introdotto da Angelo De Nicola e moderato dalla stessa Pompa. Ad aprire ufficialmente i lavori sono intervenuti Manuela Tursini (assessore alle Politiche sociali del Comune), il Prefetto dell’Aquila Vito Cusumano e Goffredo Palmerini (presidente di L’Aquila Made In).
A certificare l’assoluto prestigio nazionale dell’evento è giunto, attesissimo, il messaggio ufficiale della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel suo saluto istituzionale, la Premier ha sottolineato con forza come questo Summit “impreziosisca il programma della 732ª Perdonanza Celestiniana”, richiamando l’incredibile e tenace percorso de L’Aquila, diventata a tutti gli effetti un laboratorio nazionale di rinascita, innovazione e futuro. La Meloni ha inoltre ricordato la “missione speciale” affidata alla città dal Santo Padre: tenere vivo il dono di Papa Celestino V e promuovere, in un mondo tragicamente lacerato da guerre e polarizzazioni estreme, la forza universale della riconciliazione.

I giovani al centro: l’esame di coscienza per gli adulti

Il cuore pulsante del dibattito è stato dedicato alle nuove generazioni, ma attraverso una prospettiva capovolta e spiazzante: usare i giovani per interrogare severamente il mondo degli adulti. Quale mondo stiamo realmente consegnando ai nostri figli? Quali esempi e modelli di vita proponiamo loro? Ma soprattutto, quanto spazio e quanta fiducia siamo disposti a lasciare alla loro sacrosanta libertà di sbagliare e di scegliere?
A sviscerare questi interrogativi epocali sono saliti in cattedra giganti del pensiero contemporaneo. Il giornalista e docente Francesco Giorgino ha analizzato il concetto di perdono all’interno di una società sempre più fredda e individualizzata; Michelangelo Tagliaferri ha indagato il rapporto sottile tra verità, etica e memoria. Molto attesi gli interventi filosofici: Massimo Cacciari ha esplorato il legame indissolubile tra perdono, libertà e futuro, mentre Diego Fusaro ha sviscerato il concetto di “dono” come unica ancora di salvezza per liberare l’uomo dalla cinica logica del profitto e dello scambio commerciale.

Testimonianze di vita: non lasciare all’odio l’ultima parola

Ma il Summit non si è limitato alla pura speculazione filosofica. Alla riflessione accademica si sono affiancate testimonianze di vita vissuta dalla potenza emotiva devastante. Davide Simone Cavallo, autore di “Non odio”, ha raccontato al pubblico la coraggiosissima scelta di non permettere all’odio di avere l’ultima parola sulla propria storia personale, confrontandosi direttamente sul palco con un ragazzo di quindici anni.
Carmina Gallucci ha affrontato il tema del “dubbio” (inteso come ponte necessario verso il perdono), affidando il suo messaggio anche alla musica con il brano “Sospesi ma vivi”. Valeria Pompili ha indagato il perdono come possibilità di trasformazione interiore. Remo Lucchi ha strigliato il mondo degli adulti sulla loro responsabilità educativa, mentre Dario Bolis ha lanciato un monito: non dobbiamo scegliere il futuro al posto dei giovani, ma metterli nelle condizioni materiali ed emotive di poterlo costruire da soli.

Un seme gettato nel futuro

Il grande merito di questa quarta edizione de “Il Perdono Nutre il Mondo” (sostenuta da Regione, Comune, Fondazione Carispaq, SODIFA, SE.RA. e LAQTV) è stato quello di non cercare risposte prefabbricate, ma di stimolare consapevolezza. Il perdono non è una gomma magica che cancella il passato, ma è l’unico strumento umano capace di impedire che il passato, con il suo carico di rancore, ci impedisca di guardare al domani. Un successo su tutta la linea, che riconferma L’Aquila come capitale morale e culturale dell’intero Paese.

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