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Salute

Venezia, l’ombra oscura del Red Carpet: il Dott. Claudio Belardo svela l’ansia e il dramma psicologico delle grandi star del Cinema

Dietro i sorrisi patinati, gli attacchi di panico: lo psicologo Claudio Belardo svela l’inferno emotivo degli attori sul Red Carpet di Venezia! E il dramma del “giorno dopo”… 📸 💔 Li vediamo sfilare meravigliosi, perfetti, sorridenti e vestiti con abiti costosissimi sul tappeto rosso del Festival di Venezia. Ma cosa si nasconde DAVVERO nella mente e nell’anima dei grandi attori e dei registi in quel momento? A svelare un retroscena crudo, psicologico e profondamente umano della kermesse veneziana è il Dott. Claudio Belardo, stimatissimo psicologo dei VIP e degli sportivi. “Il Red Carpet è uno spietato amplificatore emotivo”, spiega l’esperto. “Dietro l’apparenza pubblica di estrema sicurezza, questi artisti vivono un’ANSIA DA PRESTAZIONE schiacciante! In quel momento vengono giudicati in mondovisione, si giocano il lavoro di anni, e la paura di fallire è enorme. Come psicologi, lavoriamo con loro sulla respirazione e sulla gestione del panico dietro le quinte”. Ma l’aspetto più drammatico raccontato dal Dott. Belardo è il famigerato “Giorno Dopo”. “Quando i flash si spengono e si torna a casa, l’adrenalina crolla a picco! Moltissime star sprofondano in un senso di vuoto, tristezza e depressione, un vero e proprio shock psicologico e ormonale!”. Per sopravvivere a questo “effetto down”, lo psicologo consiglia di rifugiarsi tra gli affetti veri (la famiglia) e di ricordarsi sempre che IL PROPRIO VALORE UMANO non dipende mai dagli incassi di un film! Leggi la bellissima analisi psicologica dei divi di Venezia nel nostro articolo! 👇 🎬 Sapevate che anche le grandissime star di Hollywood e del Cinema Italiano soffrono di attacchi d’ansia e depressione dopo i grandi eventi? Cosa ne pensate del prezzo psicologico del successo? Ditecelo nei commenti!

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Il Dott. Claudio Belardo sul Red Carpet della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (Foto d’archivio 2025)

Venezia – Luci accecanti della ribalta, migliaia di flash dei fotografi che scattano all’unisono, urla entusiaste dei fan, abiti sartoriali da sogno e un’eleganza quasi inarrivabile. Visto dall’esterno, attraverso il filtro patinato delle televisioni e dei social network, il Red Carpet della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (attualmente in pieno svolgimento al Lido) sembra il paradiso terrestre, il luogo magico dove ogni sogno diventa realtà.
Eppure, dietro questa irraggiungibile perfezione estetica e dietro i sorrisi magnetici sfoggiati dai grandi divi, si nasconde troppo spesso un microcosmo emotivo devastante, fatto di fortissime tensioni, paure inconfessabili, altissime aspettative e profonde fragilità umane. A tracciare un inedito e affascinante identikit psicologico degli artisti che in questi giorni stanno solcando il prestigioso tappeto rosso veneziano è il Dott. Claudio Belardo, stimatissimo professionista della salute mentale, da sempre vicinissimo alle dinamiche più intime del mondo dello sport, del cinema e dell’alta televisione.

La “Sindrome del Red Carpet”: quando l’immagine schiaccia l’anima

Cosa accade realmente nella mente di un attore, di un regista o di un interprete quando i riflettori si accendono su di lui? «Il tappeto rosso di Venezia non è affatto solo una sfilata o una banale passerella glamour, ma funziona come un gigantesco e spietato amplificatore emotivo», spiega con precisione clinica il Dott. Claudio Belardo. «Per un attore o un regista, quel preciso istante sotto i flash rappresenta il culmine assoluto di mesi, o addirittura di anni, trascorsi su un set. Sono fatiche immense e investimenti personali enormi. Sottoporsi in quel modo al giudizio immediato della critica internazionale, dei media e del pubblico può inevitabilmente innescare una fortissima e paralizzante ansia da prestazione».
La sfida psicologica principale per questi grandissimi professionisti dell’immagine consiste proprio nel riuscire a gestire la pericolosa discrepanza, la spaccatura interiore, tra un’immagine pubblica (che deve obbligatoriamente apparire come sinonimo di assoluta sicurezza, forza e successo) e un’identità privata che, invece, è spessissimo molto vulnerabile, insicura e fragile.

Il ruolo vitale dello psicologo: centratura e respirazione

In un contesto dove la pressione mediatica è letteralmente schiacciante, il rischio di un esaurimento nervoso o di un attacco di panico a favor di telecamera è altissimo. «Il supporto di uno psicologo preparato, in questi particolarissimi contesti d’élite, è ormai diventato fondamentale», sottolinea il Dott. Belardo. «Dietro le quinte si lavora duramente sulla “centratura” dell’individuo, sulla respirazione diaframmatica per calmare il battito cardiaco e, soprattutto, sulla gestione mentale del giudizio esterno. L’obiettivo primario è quello di permettere all’artista di “abitare” il momento presente, godendoselo appieno, senza farsi letteralmente schiacciare dal peso delle aspettative e delle recensioni».

Il dramma del “Giorno Dopo”: il crollo dell’adrenalina

Ma l’analisi del Dott. Belardo si spinge oltre, esplorando un aspetto ancora più oscuro, crudele e spesso totalmente ignorato dal grande pubblico: il famigerato rientro alla normalità dopo i giorni frenetici della kermesse veneziana.
«Quando le proiezioni finiscono e i riflettori del Lido di Venezia si spengono inesorabilmente, moltissimi artisti sperimentano e confessano un vero e proprio, drammatico crollo emotivo», rivela lo psicologo. «I livelli di dopamina e adrenalina (rimasti altissimi per giorni continui tra première, interviste a raffica e passerelle sul red carpet) precipitano repentinamente e in modo brutale. Questo fortissimo shock psicologico, fisiologico e ormonale può far sprofondare il professionista in un angosciante senso di vuoto, tristezza e totale disorientamento», quella che in gergo clinico post-traumatico viene spesso descritta come l’ombra della depressione post-successo.

La ricetta per sopravvivere alla popolarità

Per contrastare questo pericolosissimo “effetto down”, lo psicologo suggerisce di non lasciare mai nulla al caso e di pianificare la fase post-mostra con estrema cura e attenzione. «È di importanza vitale ristabilire fin da subito una routine quotidiana di benessere psicofisico», consiglia il Dott. Belardo. «Gli attori devono circondarsi di affetti autentici, quelli veri che non giudicano il botteghino, e concedersi il giusto tempo biologico per metabolizzare la folle esperienza appena vissuta. Devono soprattutto ricordare sempre un concetto fondamentale: il proprio inestimabile valore umano prescinde totalmente dal successo o dal fallimento della pellicola presentata».
La salute mentale nel mondo dorato dello spettacolo non è più un tabù da nascondere, ma il vero motore invisibile che si cela dietro a ogni indimenticabile performance cinematografica. Parola di psicologo.

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Salute

Cure palliative e cure simultanee in Oncologia: aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Il cancro non è solo una battaglia per la sopravvivenza: la bellissima rivoluzione delle “Cure Simultanee” spiegata dal Prof. Vincenzo Bianco! 🩺 ❤️ Quando riceviamo una terribile diagnosi di tumore, non ha bisogno di cure soltanto il nostro corpo, ma anche (e soprattutto) la nostra anima e quella dei nostri familiari! Per decenni la medicina ha agito in modo “freddo”: prima si bombardava il tumore e solo alla fine, se non c’era più speranza, si attivavano le cure palliative per togliere il dolore. Oggi, per fortuna, non è più così! Sta prendendo finalmente piede il meraviglioso modello clinico delle “Cure Simultanee” (Simultaneous Care). In cosa consiste? Semplice: le cure contro il dolore e il supporto psicologico vengono attivate e garantite FIN DAL PRIMO GIORNO DELLA DIAGNOSI, accompagnando la chemioterapia! Ne abbiamo parlato in un’intervista esclusiva, a cura della giornalista Marialuisa Roscino, con il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma. “In questo modo – spiega il Prof. Bianco – il passaggio tra la fase curativa e quella palliativa non viene vissuto come un tragico ABBANDONO del paziente, perché l’équipe (composta da oncologi, palliativisti e psicologi) è già presente fin dall’inizio! Un sistema che, dati alla mano, migliora l’efficacia stessa delle terapie e riduce gli accessi disperati al Pronto Soccorso!”. Purtroppo, però, la carenza di personale blocca ancora questo sistema in moltissimi ospedali italiani (soprattutto al Sud). Leggi l’intervista integrale nel nostro articolo! 👇 🏥 Voi eravate a conoscenza di questo modello di “Cure Simultanee”? Vi siete mai trovati a dover affrontare il calvario di una malattia tumorale in famiglia sentendovi “abbandonati” dal sistema sanitario? Intervista di Marialuisa Roscino

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Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Roma –  «Cruciale la gestione del paziente oncologico avanzato, non può essere affidata all’improvvisazione o alla sola sensibilità del singolo clinico, ma richiede una vera e propria competenza metodologica e interdisciplinare. È per questo motivo che la formazione avanzata, penso ad esempio all’impostazione di percorsi accademici dedicati come i Master specifici del settore, punta a creare una rete di professionisti capace di parlare lo stesso linguaggio. Oncologi, infermieri specialisti, psicologi, farmacisti e assistenti sociali devono integrarsi in un team multispecialistico in grado di valutare la complessità clinica, relazionale ed etica del malato e della sua famiglia». (Prof. Vincenzo Bianco)

Oltre la sopravvivenza: l’importanza di curare l’anima e il corpo

Salute e Medicina – Quando la parola “cancro” irrompe nella vita di un essere umano, non devasta soltanto le cellule del corpo, ma stravolge l’intero equilibrio psicologico, emotivo e familiare dell’individuo. Per decenni, l’approccio medico tradizionale è stato caratterizzato da una visione rigida e sequenziale: prima si ingaggiava una guerra spietata contro il tumore attraverso terapie aggressive e, soltanto quando ogni speranza di guarigione svaniva, si attivavano le cure palliative per alleviare le sofferenze del “fine vita”.
Oggi, fortunatamente, il cancro non è più vissuto esclusivamente come una fredda battaglia clinica per la nuda sopravvivenza, ma viene affrontato come un percorso complesso e profondamente umano, che richiede di curare e abbracciare la persona prima ancora della malattia.
È questa l’autentica e meravigliosa rivoluzione culturale promossa dal modello delle “cure simultanee” (Simultaneous Care): un approccio multidisciplinare che abbatte definitivamente il vecchio e logorante muro divisorio tra la terapia oncologica attiva e le cure palliative (o di supporto), integrandole in un abbraccio unico e continuo fin dal giorno stesso della diagnosi. Un sistema in cui psicologi, oncologi e palliativisti lavorano fianco a fianco per garantire al malato la migliore qualità di vita possibile, non solo negli ultimi giorni, ma durante tutto l’arduo percorso delle cure.
Per capire a fondo come questa visione rivoluzionaria si traduca nella pratica quotidiana e nella didattica ospedaliera, la giornalista Marialuisa Roscino ha intervistato il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma, un medico da sempre in prima linea nell’affrontare le difficili sfide cliniche, umane e formative legate a questo nuovo approccio.

L’Intervista, di Marialuisa Roscino

Dott. Bianco, oggi si parla sempre più spesso di cure simultanee in oncologia. Qual è il cambio di paradigma fondamentale rispetto al passato?
«Con le cure simultanee in oncologia si supera l’approccio sequenziale, vale a dire: le cure palliative o di supporto venivano attivate soltanto dopo il fallimento o la sospensione dei trattamenti antitumorali come la chemioterapia, immunoterapia, radioterapia o la terapia a bersaglio molecolare. Le cure simultanee in oncologia vengono erogate insieme ai trattamenti oncologici attivi, sin dalle fasi iniziali della diagnosi di malattia avanzata o metastatica. Non dimentichiamoci che nei centri in cui le cure simultanee vengono erogate in concomitanza ai trattamenti attivi, le terapie antiblastiche risultano più efficaci e le sopravvivenze dei pazienti migliorano».

In termini pratici e clinici, cosa significa applicare questo modello nella corsia di un grande ospedale come il Policlinico Umberto I?
«L’attivazione del supporto terapeutico simultaneo ai trattamenti oncologici attivi non dipende più da quanto tempo resta da vivere al paziente, ma dall’intensità dei suoi bisogni fisici, psicologici e sociali. Il controllo della sintomatologia legata al tumore (dolore, nausea, astenia, dispnea) permette al paziente di tollerare meglio le terapie oncologiche, riducendo le interruzioni dei trattamenti e gli accessi impropri al pronto soccorso. Quest’ultimo aspetto consentirebbe, visto l’enorme numero di pazienti oncologici seguiti dal nostro centro e considerato che il nostro Pronto Soccorso risulta punto di riferimento per tutta la parte sud di Roma, di decongestionare e ottimizzare i ricoveri in area oncologica».

Un approccio così complesso richiede competenze che vanno oltre la tradizionale formazione medica specialistica. Qual è il ruolo della formazione in questo settore?
«Purtroppo, spesso i percorsi di specializzazione in oncologia non includono una preparazione strutturata sulle cure simultanee/palliative integrate in campo oncologico. La formazione in questo settore deve garantire la conoscenza delle metodiche di valutazione della qualità della vita, la conoscenza dei bisogni di salute degli individui e delle loro famiglie, l’appropriatezza e l’efficacia degli interventi assistenziali, la conoscenza delle principali tecniche della comunicazione interpersonale. E ancora: la conoscenza e l’acquisizione dei principi dell’etica medica e della bioetica clinica, la fisiopatologia del dolore, le conoscenze teoriche e la pratica clinica necessarie per la diagnosi ed il trattamento delle complicanze. Oggi, per colmare questo gap formativo, basterebbe frequentare un master universitario di II livello dedicato».

Quali sono le principali resistenze culturali che ancora oggi si incontrano nell’applicazione delle cure simultanee?
«Essenzialmente, ci sono tre motivi. A) Culturale: le cure simultanee vengono associate al fine vita soprattutto dai familiari e dai pazienti. B) Professionale: per gli addetti ai lavori spesso si confondono le cure simultanee con la sola terapia del dolore o l’hospice. C) Organizzativa: si cura prima il tumore e, quando non c’è più nulla da fare, i sintomi. Difatti manca un approccio multidisciplinare: il medico oncologo indirizzato verso una formazione super specialistica (patologia d’organo) rischia di tradursi nella pratica clinica nella sottovalutazione delle comorbidità intercorrenti e nella mancata gestione degli effetti collaterali che colpiscono organi fuori dal proprio campo».

In che modo il modello delle cure simultanee ridefinisce il rapporto e la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia, soprattutto nei momenti di scelta più complessi?
«Si passa da una comunicazione a tappe a una comunicazione continuativa. Il passaggio tra intento curativo e palliativo non è più vissuto come un “abbandono” da parte del paziente, poiché il team è già presente (medico oncologo, medico palliativista, psicologo, e via dicendo). Con la pianificazione anticipata del percorso terapeutico, viene migliorata contestualmente la fase di elaborazione della prognosi da parte dei familiari e del paziente».

Quanto incide oggi la carenza di personale o la frammentazione organizzativa nella reale applicazione di questo modello all’interno delle strutture pubbliche italiane?
«La carenza di personale sanitario e la frammentazione organizzativa incidono in modo critico e penalizzante, impedendo a quasi i due terzi dei pazienti oncologici di accedere tempestivamente al modello di Simultaneous Care. Ancora una volta, come purtroppo accade da molti anni, esiste un grosso divario regionale tra Nord-Centro e Sud Italia».

Quali strumenti o scale di valutazione precoce sarebbe importante utilizzare per intercettare il momento ideale in cui affiancare le cure palliative a quelle oncologiche?
«A prescindere dagli strumenti e dalle scale che sono nelle disponibilità degli operatori, l’équipe multidisciplinare deve fin da subito prendere in carico il paziente e pianificare un programma terapeutico che tenga conto dei bisogni del malato di ordine fisico, psicologico e relazionale».

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Salute

Chieti – nuovo caso di West Line, scatta il trattamento mirato dei residenti in zona

Allarme West Nile Virus a Chieti! Contagiato un cittadino e positivi due cavalli a San Martino: scatta la maxi-disinfestazione d’urgenza! 🦟 ⚠️ Attenzione massima e protezioni alzate a Chieti contro l’insidia delle zanzare! Nelle scorse ore la Asl 02 (Lanciano-Vasto-Chieti) ha fatto scattare una vera e propria emergenza sanitaria dopo aver individuato un nuovo e preoccupante focolaio del temibile “Virus del Nilo” (il West Nile, malattia infettiva trasmessa dalle zanzare). L’epicentro del contagio è nella zona di San Martino! Oltre a un caso umano accertato (un cittadino residente nel quartiere che ha contratto il pericoloso virus), i veterinari dell’Istituto Zooprofilattico hanno scoperto la clamorosa e contemporanea positività anche in ben DUE CAVALLI ospitati in un vicino allevamento della zona! Il Comune di Chieti, ricevuta l’allerta ufficiale, non ha perso un solo secondo e ha ordinato l’avvio immediato di una DISINFESTAZIONE STRAORDINARIA E A TAPPETO in tutta l’area di San Martino per sterminare insetti adulti e larve! Nessun panico, la Asl e la Regione hanno la situazione totalmente sotto controllo, ma è fondamentale l’aiuto di tutti! Le autorità raccomandano caldamente a tutti i cittadini (specialmente agli anziani) di svuotare i sottovasi sui balconi per evitare ristagni d’acqua e di usare abbondantemente gli spray anti-zanzare in queste calde serate di fine estate! Leggi tutti i dettagli del piano di emergenza nel nostro articolo 👇 🏥 E voi state usando i repellenti contro le punture quest’estate? Condividete il post per avvisare parenti e amici della zona!

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West Nile a Chieti

Chieti – L’estate sta ormai volgendo al termine, ma l’emergenza legata agli insetti infestanti (e ai pericolosi virus che trasportano con le loro punture) non accenna purtroppo a placarsi, costringendo le autorità sanitarie a mantenere altissimo il livello di guardia. Nelle scorse ore è scattato un nuovo, serio e preoccupante allarme sanitario nella città di Chieti, che ha fatto immediatamente mobilitare l’intera macchina della prevenzione regionale.
Il temibile West Nile Virus (noto in Italia come il “Virus del Nilo Occidentale”, una malattia infettiva trasmessa all’uomo attraverso la puntura delle comunissime zanzare) è purtroppo tornato a colpire in modo insidioso il territorio teatino. L’epicentro di questo nuovo focolaio infettivo è stato individuato in modo molto preciso nella vasta zona del quartiere di San Martino, dove si è registrato un pericoloso doppio salto di specie del virus, che ha colpito contemporaneamente sia gli animali che l’essere umano.

Il contagio umano e l’allerta diramata dalla Asl 02

L’emergenza è deflagrata in mattinata, a seguito di una comunicazione ufficiale e formale di grandissima importanza diramata dai vertici della Asl 02 Lanciano-Vasto-Chieti (nello specifico, tramite il congiunto lavoro del Servizio Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica e del Servizio di Sanità Animale).
La nota sanitaria inviata al Comune di Chieti ha segnalato ufficialmente e in via definitiva un nuovo caso umano accertato di positività al West Nile Virus. A contrarre la pericolosa infezione virale è stato un cittadino stabilmente residente proprio nell’area di San Martino. Le autorità stanno ovviamente monitorando minuto dopo minuto il quadro clinico del paziente, assicurandogli tutte le cure del caso e tracciando i suoi recenti spostamenti per mappare la concentrazione degli insetti vettori nella zona interessata.

Focolaio negli allevamenti: positivi due cavalli

Ma l’allerta, come detto, non riguarda esclusivamente la salute umana. La subdola particolarità del Virus del Nilo è infatti la sua formidabile capacità di infettare (attraverso la puntura delle zanzare del genere Culex) anche diverse specie animali.
Contestualmente all’infezione umana, il Dipartimento di Prevenzione di Sanità Animale della Asl 2 ha infatti riscontrato la netta positività al virus anche in due equidi (due cavalli) che si trovavano regolarmente ospitati all’interno di un noto allevamento situato sempre nel cuore della zona di San Martino. Questo doppio ritrovamento (animale e umano) ha confermato l’alta circolazione virale nell’ecosistema del quartiere, imponendo decisioni repentine e drastiche per spezzare immediatamente la catena del contagio ed evitare l’insorgere di una vera e propria e ingestibile epidemia locale.

La reazione del Comune: scatta la disinfestazione a tappeto

L’Amministrazione comunale di Chieti, ricevuta la comunicazione di emergenza, non ha perso neanche un secondo per intervenire in modo massiccio. Da Palazzo di Città fanno sapere di aver immediatamente attivato tutte le rigidissime misure di sicurezza previste dai protocolli di sanità pubblica internazionale.
Per eradicare il problema alla radice e sterminare le zanzare infette, è scattata in queste ore una maxi-disinfestazione straordinaria che batterà a tappeto l’intera area di San Martino e i terreni limitrofi. L’operazione non prevede l’utilizzo di semplici disinfettanti commerciali, ma di potenti agenti abbattenti mirati a distruggere sia gli insetti adulti in volo, sia le larve depositate nei ristagni d’acqua.
Parallelamente, è stato messo in moto il portentoso piano di sorveglianza sanitaria predisposto dalla Regione Abruzzo, che unisce come un orologio svizzero il certosino lavoro del Dipartimento Sanità, delle Asl locali, dell’Istituto Zooprofilattico (per la gestione del contagio sui cavalli) e delle forze operative dei Comuni.

Un appello alla prudenza: niente panico, ma serve attenzione

Mentre i mezzi della disinfestazione bonificano le strade, le autorità sanitarie rivolgono un accorato appello alla popolazione. Non c’è alcun motivo di cedere al panico ingiustificato (nella stragrande maggioranza dei casi il virus si risolve senza grossi problemi), ma è fondamentale proteggersi in modo intelligente in questi ultimi scampoli di fine estate.
Si invitano tutti i cittadini (e in modo particolare le persone anziane, i cardiopatici e i soggetti con un sistema immunitario già debilitato o compromesso) a evitare assolutamente la formazione di dannosi ristagni d’acqua nei sottovasi dei balconi, a installare le zanzariere alle finestre, a indossare pantaloni lunghi nelle ore serali o in prossimità delle campagne umide, e a utilizzare regolarmente i comuni spray repellenti anti-zanzare. La prevenzione quotidiana del singolo cittadino resta l’arma più formidabile che abbiamo per sconfiggere il virus.

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Salute

Disastro sanità, l’Abruzzo è l’ultimo in Italia per le visite specialistiche: solo un paziente su tre riesce a prenotare tramite il CUP

Disastro Sanità: l’Abruzzo è clamorosamente l’ultima regione d’Italia! Solo un paziente su tre riesce a prenotare una visita al CUP! 🏥 📉 Un dramma quotidiano che tocca le tasche e la salute di tutti noi. Ricevi la ricetta dal medico, chiami il CUP per prenotare una visita urgente, e ti senti rispondere: “Non ci sono posti” o “Se ne parla tra un anno”. Ora questo incubo è certificato ufficialmente dai dati nazionali sulle liste d’attesa! L’Abruzzo è sprofondato all’ultimo posto in Italia: solo il 33,7% delle ricette mediche si trasforma in una vera e propria visita nel sistema pubblico (contro il quasi 68% di Bolzano!). Il Partito Democratico (con Marinelli e Paolucci) lancia un grido d’allarme durissimo: la sanità abruzzese è al collasso, mancano medici e i cittadini sono disperati. Chi ha i soldi è costretto a rivolgersi ai privati per curarsi in fretta, ma chi non ha soldi è condannato a restare in lista d’attesa per mesi o a rinunciare del tutto alle cure! Il PD chiede di rivedere subito le esenzioni del ticket per aiutare le famiglie povere, ma serve capire al più presto perché le agende degli ospedali siano sempre perennemente sbarrate! Leggi i numeri di questo disastro nel nostro articolo! 👇 👨‍⚕️ A voi quanto tempo fa è capitato di chiamare il CUP abruzzese e sentirvi dire che non c’era posto per una visita importante?

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Liste di attesa, sanità

Redazione – C’è un incubo silenzioso che accomuna migliaia di famiglie abruzzesi ogni singolo giorno: ricevere una prescrizione medica per una visita specialistica urgente, attaccarsi al telefono per chiamare il Centro Unico di Prenotazione (CUP) e sentirsi rispondere dall’operatore di turno che non ci sono posti disponibili, o che bisogna aspettare mesi, se non addirittura anni. Un dramma umano e sociale che oggi, purtroppo, trova una drammatica conferma ufficiale nei crudi numeri delle statistiche nazionali.
L’Abruzzo è appena sprofondato all’ultimo posto assoluto in Italia per quanto riguarda il rapporto tra le prescrizioni mediche emesse e le effettive prenotazioni di prime visite specialistiche all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). A fotografare questo desolante scenario è la nuova piattaforma nazionale istituita per il monitoraggio delle famigerate liste d’attesa. I dati sono impietosi: nella nostra regione, appena il 33,7% delle impegnative mediche si traduce in un appuntamento effettivo nel sistema pubblico. È la percentuale più bassa e allarmante registrata tra tutte le Regioni e le Province autonome italiane. Basti pensare che la media nazionale si attesta al 50,3%, mentre l’eccellenza della Provincia autonoma di Bolzano vola addirittura al 67,7%.

Il grido d’allarme: “Cittadini spinti verso la sanità privata”

A sollevare prepotentemente il caso politico e sociale sono intervenuti il segretario regionale del Partito Democratico, Daniele Marinelli, e il capogruppo in Consiglio regionale Silvio Paolucci. Per i due esponenti dem, questi numeri non sono semplici statistiche da archiviare, ma rappresentano l’ennesimo e assordante campanello d’allarme sul collasso strutturale della sanità abruzzese.
Un sistema ormai cronico, piegato dalla paurosa carenza di personale medico e infermieristico, da macchinari spesso obsoleti e, soprattutto, dal crescente e forzato ricorso alle prestazioni private. Quando il sistema pubblico chiude le porte, il cittadino disperato e spaventato per la propria salute è costretto a mettere mano al portafogli per curarsi a pagamento, creando una gravissima disuguaglianza sociale tra chi può permettersi una visita privata e chi, purtroppo, è costretto a rinunciare alle cure per mancanza di soldi.

Oltre i numeri: cosa significa davvero quel 33,7%?

Ovviamente, per onestà intellettuale, il dato del 33,7% deve essere interpretato con la dovuta correttezza analitica. Non significa matematicamente che solo un paziente su tre venga curato e che gli altri due vengano abbandonati al loro destino mortale.
Questo specifico indicatore, infatti, fotografa esclusivamente il rapporto tra la “ricetta rossa” (o elettronica) emessa dal medico curante e la successiva telefonata andata a buon fine al CUP. Una parte fisiologica di queste ricette, come stimato dall’AGENAS (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), si perde per strada per motivi assolutamente normali: il paziente potrebbe essere improvvisamente guarito, potrebbe aver cambiato idea, potrebbe essersi accorto di un errore nella prescrizione, o potrebbe aver richiesto la ricetta solo per finalità puramente assicurative e burocratiche. Queste circostanze “fisiologiche” spiegano circa il 25-30% delle prescrizioni non utilizzate.

Il cortocircuito delle agende chiuse e la proposta sui ticket

Tuttavia, anche sottraendo questa percentuale fisiologica, la distanza siderale tra le ricette emesse in Abruzzo e gli appuntamenti realmente fissati rimane un baratro inaccettabile. Dietro queste mancate prenotazioni si nasconde il vero dramma dell’inaccessibilità alle cure.
Quante di queste ricette restano nel cassetto perché il cittadino si scontra contro il muro di gomma delle famigerate “agende chiuse”? Quanti abruzzesi gettano la spugna perché il primo buco libero per una banale visita cardiologica o per un’ecografia è fissato all’anno successivo? È proprio su questo aspetto di disperata attesa che il PD regionale chiede un immediato cambio di rotta.
Tra le proposte avanzate da Marinelli e Paolucci per tamponare l’emorragia e aiutare le fasce più deboli della popolazione, c’è una profonda revisione dei criteri per le esenzioni dal ticket sanitario, affinché si tenga realmente conto delle drammatiche condizioni economiche in cui versano oggi le famiglie abruzzesi a causa dell’inflazione.
Al di là del fisiologico e aspro scontro politico tra maggioranza e opposizione, la vera priorità sarà quella di smontare il sistema CUP pezzo per pezzo, analizzare le agende dei singoli ospedali e capire dove si inceppa questo maledetto ingranaggio che sta negando agli abruzzesi il diritto costituzionale e inviolabile alla Salute pubblica.

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