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Salute

Cure palliative e cure simultanee in Oncologia: aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Il cancro non è solo una battaglia per la sopravvivenza: la bellissima rivoluzione delle “Cure Simultanee” spiegata dal Prof. Vincenzo Bianco! 🩺 ❤️ Quando riceviamo una terribile diagnosi di tumore, non ha bisogno di cure soltanto il nostro corpo, ma anche (e soprattutto) la nostra anima e quella dei nostri familiari! Per decenni la medicina ha agito in modo “freddo”: prima si bombardava il tumore e solo alla fine, se non c’era più speranza, si attivavano le cure palliative per togliere il dolore. Oggi, per fortuna, non è più così! Sta prendendo finalmente piede il meraviglioso modello clinico delle “Cure Simultanee” (Simultaneous Care). In cosa consiste? Semplice: le cure contro il dolore e il supporto psicologico vengono attivate e garantite FIN DAL PRIMO GIORNO DELLA DIAGNOSI, accompagnando la chemioterapia! Ne abbiamo parlato in un’intervista esclusiva, a cura della giornalista Marialuisa Roscino, con il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma. “In questo modo – spiega il Prof. Bianco – il passaggio tra la fase curativa e quella palliativa non viene vissuto come un tragico ABBANDONO del paziente, perché l’équipe (composta da oncologi, palliativisti e psicologi) è già presente fin dall’inizio! Un sistema che, dati alla mano, migliora l’efficacia stessa delle terapie e riduce gli accessi disperati al Pronto Soccorso!”. Purtroppo, però, la carenza di personale blocca ancora questo sistema in moltissimi ospedali italiani (soprattutto al Sud). Leggi l’intervista integrale nel nostro articolo! 👇 🏥 Voi eravate a conoscenza di questo modello di “Cure Simultanee”? Vi siete mai trovati a dover affrontare il calvario di una malattia tumorale in famiglia sentendovi “abbandonati” dal sistema sanitario? Intervista di Marialuisa Roscino

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Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Roma –  «Cruciale la gestione del paziente oncologico avanzato, non può essere affidata all’improvvisazione o alla sola sensibilità del singolo clinico, ma richiede una vera e propria competenza metodologica e interdisciplinare. È per questo motivo che la formazione avanzata, penso ad esempio all’impostazione di percorsi accademici dedicati come i Master specifici del settore, punta a creare una rete di professionisti capace di parlare lo stesso linguaggio. Oncologi, infermieri specialisti, psicologi, farmacisti e assistenti sociali devono integrarsi in un team multispecialistico in grado di valutare la complessità clinica, relazionale ed etica del malato e della sua famiglia». (Prof. Vincenzo Bianco)

Oltre la sopravvivenza: l’importanza di curare l’anima e il corpo

Salute e Medicina – Quando la parola “cancro” irrompe nella vita di un essere umano, non devasta soltanto le cellule del corpo, ma stravolge l’intero equilibrio psicologico, emotivo e familiare dell’individuo. Per decenni, l’approccio medico tradizionale è stato caratterizzato da una visione rigida e sequenziale: prima si ingaggiava una guerra spietata contro il tumore attraverso terapie aggressive e, soltanto quando ogni speranza di guarigione svaniva, si attivavano le cure palliative per alleviare le sofferenze del “fine vita”.
Oggi, fortunatamente, il cancro non è più vissuto esclusivamente come una fredda battaglia clinica per la nuda sopravvivenza, ma viene affrontato come un percorso complesso e profondamente umano, che richiede di curare e abbracciare la persona prima ancora della malattia.
È questa l’autentica e meravigliosa rivoluzione culturale promossa dal modello delle “cure simultanee” (Simultaneous Care): un approccio multidisciplinare che abbatte definitivamente il vecchio e logorante muro divisorio tra la terapia oncologica attiva e le cure palliative (o di supporto), integrandole in un abbraccio unico e continuo fin dal giorno stesso della diagnosi. Un sistema in cui psicologi, oncologi e palliativisti lavorano fianco a fianco per garantire al malato la migliore qualità di vita possibile, non solo negli ultimi giorni, ma durante tutto l’arduo percorso delle cure.
Per capire a fondo come questa visione rivoluzionaria si traduca nella pratica quotidiana e nella didattica ospedaliera, la giornalista Marialuisa Roscino ha intervistato il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma, un medico da sempre in prima linea nell’affrontare le difficili sfide cliniche, umane e formative legate a questo nuovo approccio.

L’Intervista, di Marialuisa Roscino

Dott. Bianco, oggi si parla sempre più spesso di cure simultanee in oncologia. Qual è il cambio di paradigma fondamentale rispetto al passato?
«Con le cure simultanee in oncologia si supera l’approccio sequenziale, vale a dire: le cure palliative o di supporto venivano attivate soltanto dopo il fallimento o la sospensione dei trattamenti antitumorali come la chemioterapia, immunoterapia, radioterapia o la terapia a bersaglio molecolare. Le cure simultanee in oncologia vengono erogate insieme ai trattamenti oncologici attivi, sin dalle fasi iniziali della diagnosi di malattia avanzata o metastatica. Non dimentichiamoci che nei centri in cui le cure simultanee vengono erogate in concomitanza ai trattamenti attivi, le terapie antiblastiche risultano più efficaci e le sopravvivenze dei pazienti migliorano».

In termini pratici e clinici, cosa significa applicare questo modello nella corsia di un grande ospedale come il Policlinico Umberto I?
«L’attivazione del supporto terapeutico simultaneo ai trattamenti oncologici attivi non dipende più da quanto tempo resta da vivere al paziente, ma dall’intensità dei suoi bisogni fisici, psicologici e sociali. Il controllo della sintomatologia legata al tumore (dolore, nausea, astenia, dispnea) permette al paziente di tollerare meglio le terapie oncologiche, riducendo le interruzioni dei trattamenti e gli accessi impropri al pronto soccorso. Quest’ultimo aspetto consentirebbe, visto l’enorme numero di pazienti oncologici seguiti dal nostro centro e considerato che il nostro Pronto Soccorso risulta punto di riferimento per tutta la parte sud di Roma, di decongestionare e ottimizzare i ricoveri in area oncologica».

Un approccio così complesso richiede competenze che vanno oltre la tradizionale formazione medica specialistica. Qual è il ruolo della formazione in questo settore?
«Purtroppo, spesso i percorsi di specializzazione in oncologia non includono una preparazione strutturata sulle cure simultanee/palliative integrate in campo oncologico. La formazione in questo settore deve garantire la conoscenza delle metodiche di valutazione della qualità della vita, la conoscenza dei bisogni di salute degli individui e delle loro famiglie, l’appropriatezza e l’efficacia degli interventi assistenziali, la conoscenza delle principali tecniche della comunicazione interpersonale. E ancora: la conoscenza e l’acquisizione dei principi dell’etica medica e della bioetica clinica, la fisiopatologia del dolore, le conoscenze teoriche e la pratica clinica necessarie per la diagnosi ed il trattamento delle complicanze. Oggi, per colmare questo gap formativo, basterebbe frequentare un master universitario di II livello dedicato».

Quali sono le principali resistenze culturali che ancora oggi si incontrano nell’applicazione delle cure simultanee?
«Essenzialmente, ci sono tre motivi. A) Culturale: le cure simultanee vengono associate al fine vita soprattutto dai familiari e dai pazienti. B) Professionale: per gli addetti ai lavori spesso si confondono le cure simultanee con la sola terapia del dolore o l’hospice. C) Organizzativa: si cura prima il tumore e, quando non c’è più nulla da fare, i sintomi. Difatti manca un approccio multidisciplinare: il medico oncologo indirizzato verso una formazione super specialistica (patologia d’organo) rischia di tradursi nella pratica clinica nella sottovalutazione delle comorbidità intercorrenti e nella mancata gestione degli effetti collaterali che colpiscono organi fuori dal proprio campo».

In che modo il modello delle cure simultanee ridefinisce il rapporto e la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia, soprattutto nei momenti di scelta più complessi?
«Si passa da una comunicazione a tappe a una comunicazione continuativa. Il passaggio tra intento curativo e palliativo non è più vissuto come un “abbandono” da parte del paziente, poiché il team è già presente (medico oncologo, medico palliativista, psicologo, e via dicendo). Con la pianificazione anticipata del percorso terapeutico, viene migliorata contestualmente la fase di elaborazione della prognosi da parte dei familiari e del paziente».

Quanto incide oggi la carenza di personale o la frammentazione organizzativa nella reale applicazione di questo modello all’interno delle strutture pubbliche italiane?
«La carenza di personale sanitario e la frammentazione organizzativa incidono in modo critico e penalizzante, impedendo a quasi i due terzi dei pazienti oncologici di accedere tempestivamente al modello di Simultaneous Care. Ancora una volta, come purtroppo accade da molti anni, esiste un grosso divario regionale tra Nord-Centro e Sud Italia».

Quali strumenti o scale di valutazione precoce sarebbe importante utilizzare per intercettare il momento ideale in cui affiancare le cure palliative a quelle oncologiche?
«A prescindere dagli strumenti e dalle scale che sono nelle disponibilità degli operatori, l’équipe multidisciplinare deve fin da subito prendere in carico il paziente e pianificare un programma terapeutico che tenga conto dei bisogni del malato di ordine fisico, psicologico e relazionale».

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Salute

Autunno: colori, ombre e gioia. Tra Malinconia, Trasformazione e Riscoperta di Sé. Intervista ad Adelia Lucattini della Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Lucattini: “Il susseguirsi delle stagioni ci ricorda che il cambiamento è una dimensione inevitabile della vita, accompagnata da emozioni diverse, talvolta contrastanti. Accogliere questi ritmi significa riconoscere che anche la nostra vita emotiva attraversa momenti di espansione, raccoglimento, malinconia e gioia”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Autunno

Redazione-  L’autunno è da sempre una stagione di profondo passaggio. Se da un lato, il paesaggio si tinge delle sfumature calde e avvolgenti del foliage, dall’altro, il progressivo accorciarsi delle giornate e la riduzione della luce naturale invitano a un rallentamento, muovendo ad una vera e propria organizzazione interiore nel nostro mondo emotivo. Non si tratta quindi, come documentano gli studi scientifici, solo di un cambio del calendario o del clima, ma di un nuovo riassetto interiore legato proprio al cambiamento di stagione. Il rientro ai ritmi di studio e lavoro, la perdita della spensieratezza estiva e la necessità di riadattarsi alla routine possono risvegliare nostalgia, malinconia o un senso di stanchezza diffusa. Tuttavia, l’autunno possiede anche una straordinaria dimensione generativa. Come la natura si spoglia dell’inutile per prepararsi a nuova vita, così anche noi siamo chiamati ad accogliere le nostre “zone d’ombra”, trasformando la malinconia in uno spazio di ascolto, riflessione e ripartenza. Per comprendere meglio le dinamiche psicologiche legate a questa stagione e scoprire come viverla  al meglio, abbiamo intervistato Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (IPA) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

 

Dott.ssa Lucattini, l’arrivo dell’autunno porta con sé un’evidente trasformazione del paesaggio, ma anche una profonda e silenziosa riorganizzazione del nostro mondo interno. Le giornate che si accorciano e il calo della luce naturale ci confrontano con il tema del passaggio. Cosa accade, in particolare, quali sono le sfaccettature psicologiche dell’umore che caratterizzano questa stagione?

 

L’autunno è una stagione di transizione che coinvolge l’ organismo, la vita emotiva e il mondo interno. La progressiva diminuzione della luce naturale influenza i ritmi circadiani, il sonno e i meccanismi neurobiologici che regolano l’umore. Alcune persone possono avvertire maggiore stanchezza, difficoltà di concentrazione, irritabilità o un bisogno più intenso di riposo e raccoglimento.

L’autunno ci confronta con il tempo che passa, la separazione e la trasformazione. La malinconia stagionale non rappresenta necessariamente una sofferenza psicologica, ma può esprimere la difficoltà di lasciare andare ciò che finisce e, insieme, il desiderio di accogliere qualcosa di nuovo.

L’autunno possiede anche una dimensione vitale e creativa. Il rallentamento dei ritmi può favorire l’ascolto dei propri bisogni, il recupero dei ricordi e la rielaborazione delle esperienze. In termini psicoanalitici, quando la malinconia viene riconosciuta e pensata, può trasformarsi in un’occasione di crescita interiore. L’autunno ci ricorda, infine, che ogni cambiamento comporta anche nuove possibilità, accettare ciò che cambia senza viverlo come una perdita insuperabile permette di conservare dentro di sé ciò che è stato importante e di aprirsi a nuovi desideri ed esperienze (Chronobiology International, 2025).

 

Se da un lato, avvertiamo questo rallentamento, dall’altro, la natura autunnale ci regala la bellezza del foliage e piccoli ritrovi conviviali come la raccolta delle castagne. In che modo, questi elementi naturali possono aiutarci a ritrovare calma e buoni propositi?

La natura autunnale, con i suoi colori intensi, i profumi e i ritmi più lenti, offre un’occasione preziosa per ritrovare un contatto con noi stessi. La bellezza del foliage, ad esempio, suscita emozioni positive, meraviglia e un senso di armonia che possono contribuire ad attenuare le tensioni accumulate nella vita quotidiana. Camminare in un bosco, osservare il cambiamento delle foglie, ascoltare i suoni della natura permette di rallentare il flusso dei pensieri e di recuperare una dimensione di tranquillità, spesso sacrificata agli impegni e alla fretta.

Il paesaggio autunnale possiede anche un importante valore simbolico. Le foglie che cambiano colore e cadono dagli alberi ci ricordano che la trasformazione e la perdita fanno parte della vita, ma non coincidono necessariamente con la fine di qualcosa. La bellezza dell’autunno può aiutarci a trasformare la nostalgia in una disposizione più riflessiva e creativa, nella quale diventa possibile riconoscere nuovi desideri e formulare progetti per il futuro.

La convivialità autunnale permette di contrastare la tendenza all’isolamento che talvolta accompagna la malinconia stagionale. La presenza delle persone care, la condivisione di gesti semplici e il piacere di stare insieme rafforzano i legami affettivi e alimentano quel senso di fiducia che sostiene la capacità di affrontare le trasformazioni della vita. È proprio dall’incontro tra la dimensione contemplativa della natura e quella affettiva delle relazioni che possono nascere nuovi propositi. Non sempre per ripartire è necessario accelerare, talvolta è proprio rallentando che ritroviamo le energie emotive e la libertà interiore per cambiare (Frontiers in Psychology, 2025).

 

Considerando proprio gli aspetti visivi di questo cambio di stagione, in che modo la caduta delle foglie e la diminuzione della luce influiscono sullo stato d’animo, portando talvolta in molte persone, sentimenti di nostalgia e malinconia?

Le trasformazioni del paesaggio possono suscitare emozioni profonde, la caduta delle foglie, gli alberi che si spogliano e la luce più tenue possono evocare, anche inconsciamente, il trascorrere del tempo, la separazione e la perdita, assumendo significati personali legati alla nostra storia.

La caduta delle foglie rappresenta simbolicamente la separazione, i cambiamenti possono riattivare nostalgia e malinconia, soprattutto quando richiamano legami importanti o momenti felici che vorremmo trattenere. La malinconia nasce talvolta proprio dall’intreccio tra ricordo e desiderio, dalla presenza interiore di qualcosa che non appartiene più alla nostra realtà.

La diminuzione della luce naturale influenza anche l’equilibrio emotivo, agendo sui ritmi circadiani, sul sonno e sui meccanismi neurobiologici coinvolti nell’umore. Nelle persone più sensibili ai cambiamenti stagionali può associarsi a stanchezza, sonnolenza, minore vitalità e maggiore vulnerabilità depressiva, con reazioni che variano secondo la sensibilità individuale.

Attraverso la memoria affettiva, la malinconia assume così una tonalità dolceamara, nella quale la tristezza convive con il piacere del ricordo, accogliere ed elaborare questi sentimenti permette di trasformare la nostalgia in una risorsa per comprendere meglio noi stessi (European Psychiatry, 2025).

Secondo Lei, vivere con serenità il ritmo e il cambiamento legato alle  stagioni, può insegnare ad accogliere le emozioni più complesse, anziché combatterle o reprimerle?

 

Il susseguirsi delle stagioni ci ricorda che il cambiamento è una dimensione inevitabile della vita, accompagnata da emozioni diverse, talvolta contrastanti. La primavera può risvegliare entusiasmo, l’estate vitalità, mentre l’autunno e l’inverno possono favorire l’introspezione. Accogliere questi ritmi significa riconoscere che anche la nostra vita emotiva attraversa momenti di espansione, raccoglimento, malinconia e gioia. La maturità emotiva non consiste nell’essere sempre sereni, ma nella capacità di riconoscere, tollerare ed elaborare anche i sentimenti più difficili. Tristezza, nostalgia, paura e rabbia non sono emozioni da reprimere, ma esperienze che seppur non desiderate, possono aiutare a comprendere meglio i nostri bisogni più veri.

L’autunno, in particolare, richiama simbolicamente la  capacità di separarsi da situazioni, aspettative e immagini di sé che appartengono al passato. Accogliere le emozioni non significa subirle passivamente, ma ascoltarle, trovare parole per esprimerle e trasformarle in pensieri. Attraverso questo processo di simbolizzazione, anche un’esperienza difficile può diventare un’occasione di crescita interiore. La serenità non nasce dall’assenza di emozioni spiacevoli, ma dalla capacità di attraversarle, accettando le nostre trasformazioni senza mai perdere la fiducia nella possibilità di affrontarli (Psychological Medicine, 2025).

 

Quali consigli si sente di dare per vivere al meglio questo periodo dell’anno?

-Rispettare i propri ritmi interiori. Concedersi pause, dormire regolarmente e non eccedere negli impegni favorisce il riposo e l’elaborazione delle esperienze emotive;

-Riscoprire il contatto con la natura. Passeggiare nei boschi, ammirare i colori autunnali e raccogliere castagne può rasserenare e favorire una riconciliazione con noi stessi;

-Coltivare il piacere dell’intimità. Il calore della casa, degli affetti, della lettura e delle piccole abitudini rassicuranti offre sicurezza e contenimento emotivo;

-Mantenere viva la capacità di desiderare. Programmare un viaggio o attendere le festività alimenta il piacere dell’attesa, la speranza e l’investimento affettivo nel futuro;

-Il contatto con la natura cura, ma se non sempre bastasse, un percorso psicoanalitico può aiutare a dare ordine ai pensieri e alle emozioni, a stare meglio e vivere bene, in ogni stagione.

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Salute

Stress killer, il caro carburante e i blocchi al Sud fanno impennare il cortisolo: l’allarme degli esperti su ansia cronica, insonnia e microcircolo

Stress killer al Sud, il caro carburante fa impennare il cortisolo: l’allarme medico tra allerta cronica, insonnia, ritenzione idrica e danni al microcircolo 👇

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Camilla Pizzoni - Direttore Generale Pool Pharma

Napoli – Il Mezzogiorno d’Italia è bloccato e la paralisi non investe soltanto la logistica delle merci, ma si sta trasformando rapidamente in una silenziosa emergenza di sanità pubblica. Con la proroga fino al 27 ottobre delle agitazioni degli autotrasportatori contro l’impennata del costo dei carburanti, le code chilometriche ai distributori di benzina – in particolare nel nodo nevralgico di Napoli – e gli scaffali che iniziano a svuotarsi nella grande distribuzione stanno generando una profonda ondata di apprensione collettiva. Uno stato di allerta permanente che logora l’organismo di milioni di cittadini, innescando una produzione anomala di cortisolo, il micidiale “ormone dello stress”.

A lanciare l’allarme clinico è un’approfondita indagine condotta dal centro studi Pool Pharma su un campione di residenti nelle aree più colpite dalla serrata dei trasporti. Dai rilevamenti emerge un quadro psicofisico drammatico: la provincia in cui si registra il più alto picco di agitazione patologica è Cosenza (72% dei residenti), seguita a ruota da Potenza (66%), Foggia e Cagliari a pari merito (62%), Reggio Calabria (59%), Caserta (55%), Palermo (48%), Bari (44%), Napoli (40%) e Isernia (33%). Tra le categorie lavorative a rischio collasso spiccano i camionisti (82%), seguiti da agricoltori (75%), allevatori (73%), gestori di stazioni di servizio (68%) e addetti ai negozi alimentari (63%).

Il cortisolo oltre i livelli di guardia: l’analisi della dottoressa Camilla Pizzoni

Quando l’incertezza economica e l’ansia quotidiana diventano un assedio continuo, la fisiologia umana si disintegra. A spiegare la cascata ormonale che colpisce l’organismo è Camilla Pizzoni, Direttore Generale di Pool Pharma:

«Il cortisolo è la risposta chimica primaria all’angoscia prolungata. Il nostro sistema nervoso autonomo simpatico, programmato dall’evoluzione per attivare la reazione ancestrale di attacco o fuga di fronte a un pericolo mortale, rimane costantemente acceso giorno e notte», illustra l’esperta. «Questa iperproduzione supera i livelli di tolleranza, distrugge il naturale ciclo sonno-veglia ed espone il corpo a un’infiammazione sistemica di basso grado. Lo stress cronico danneggia gravemente il microcircolo sanguigno e altera il metabolismo, portando a insonnia, irritabilità, stanchezza opprimente e pericolosi sbalzi della pressione arteriosa».

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
SALUTE & NEUROSCIENZE

Perché alle zebre non viene l’ulcera – Robert M. Sapolsky

Il saggio medico mondiale di riferimento su stress, cortisolo e salute: come l’ansia prolungata danneggia il corpo umano e quali strategie scientifiche adottare per ritrovare l’equilibrio.

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Drenaggio, microcircolo e ritenzione idrica: la cura del professor Fabrizio Malipiero

Tra le manifestazioni somatiche più immediate e subdole dell’eccesso di cortisolo si colloca la ritenzione idrica acuta, favorita in queste settimane dalla sedentarietà forzata, dal ricorso a cibi più calorici e dalla tendenza a bere meno acqua. Un disturbo che non è affatto un mero inestetismo cutaneo, ma il sintomo manifesto di una sofferenza vascolare e linfatica. A fare chiarezza è il professor Fabrizio Malipiero, docente di Nutraceutica e Nutrigenomica presso l’Università Alma Mater di Bologna:

«La nutraceutica moderna affronta il problema con una visione olistica e clinica», chiarisce Malipiero. «Non ha alcun senso limitarsi a espellere liquidi: l’obiettivo terapeutico è sostenere la barriera del microcircolo, riattivare il drenaggio linfatico naturale, preservare l’equilibrio elettrolitico trattenendo i preziosi sali minerali e supportare la tonicità delle pareti venose, impedendo il ristagno tossico nei tessuti periferici».

Il doppio carico delle donne e l’affaticamento epatico negli uomini

Lo stress economico e logistico colpisce ambo i sessi, ma con risvolti differenti. Nelle donne, la conciliazione tra il lavoro, la gestione della casa e la cura dei figli esaspera il carico cognitivo fino a tarda sera, mantenendo i livelli di cortisolo elevati anche durante le ore destinate al riposo notturno.

Negli uomini, di contro, il cortisolo alto si salda con uno stile di vita sedentario e una dieta disordinata, ricca di sodio o alcolici consumati per stemperare le tensioni: fattori che affaticano il fegato e compromettono la depurazione organica. Imparare a gestire i carichi d’ansia, curare l’alimentazione e ricorrere a un corretto supporto nutraceutico rappresentano le uniche armi efficaci per proteggere la salute del corpo dall’onda d’urto delle crisi contemporanee.

A cura della Redazione Salute e Società di Cavaliere News

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Salute

Costruire la medicina con i LEGO molecolari: a Teramo la lezione magistrale del professor Marco Di Antonio, dall’Istituto «Alessandrini-Marino» ai vertici dell’Imperial College di Londra

Dall’Istituto Alessandrini di Teramo all’Imperial College di Londra: il prof Marco Di Antonio torna a casa per insegnare come costruire farmaci intelligenti con i mattoncini di DNA 👇

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Marco Di Antonio

Teramo – Il DNA non è soltanto il codice sacro della vita biologica, ma un formidabile set di mattoncini intelligenti con cui architettare le biotecnologie e i farmaci salvavita del futuro. A dimostrarlo alla comunità scientifica internazionale è un talento purissimo sbocciato nel nostro territorio: il professor Marco Di Antonio, oggi docente associato presso il prestigioso Imperial College di Londra e scienziato alla guida di un team di ricerca d’avanguardia noto in tutto il mondo.

Martedì 27 ottobre 2026, dalle ore 10:00 alle 11:15, il celebre ricercatore farà ritorno nei luoghi in cui è nata la sua vocazione scientifica per incontrare gli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore «Alessandrini-Marino» di Teramo, nell’Auditorium di via San Marino n. 12. Una lectio magistralis intitolata con felice intuizione «DNA o LEGO? Come costruire materiali funzionali utilizzando piccoli mattoncini di DNA», destinata a segnare una tappa memorabile nel percorso formativo delle classi a indirizzo Chimica e Odontotecnico.

Dall’Istituto Tecnico alle vette della nanomedicina mondiale

L’appuntamento assume un valore pedagogico e umano di rara intensità: il professor Di Antonio ha mosso i suoi primissimi passi nello studio delle scienze esatte proprio tra i banchi dell’Istituto «Alessandrini», dove ha conseguito il diploma in Chimica prima di intraprendere una folgorante carriera accademica tra l’Italia e il Regno Unito. La mattinata si aprirà alle ore 10:00 con i saluti inaugurali della dirigente scolastica del Polo Tecnologico Economico, la professoressa Maria Letizia Fatigati, affiancata da una delegata della professoressa Clara Moschella, dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Teramo, e dai rappresentanti delle istituzioni territoriali.

A seguire, lo scienziato guiderà la platea in una discesa vertiginosa nella scala nanometrica, spiegando come le singole sequenze di acidi nucleici possano essere ripiegate e ingegnerizzate per costruire biopolimeri strutturali. Una branca rivoluzionaria – la cosiddetta nanotecnologia del DNA – che permette di veicolare principi attivi direttamente all’interno delle cellule malate, aprendo frontiere inedite nella medicina personalizzata e nella diagnostica precoce.

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SCIENZA & BIOTECNOLOGIE

La doppia elica – James D. Watson

La storia avvincente e senza filtri della scoperta della struttura del DNA: il libro che ha ispirato generazioni di ricercatori a esplorare i misteri della vita e della genetica molecolare.

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La svolta sul tumore ovarico e la sfida clinica contro la SLA

La curiosità e l’attesa per l’arrivo del professor Di Antonio sono amplificate dai risultati eccezionali ottenuti dai suoi recenti studi all’Imperial College. Il suo laboratorio ha infatti decifrato un meccanismo biochimico cruciale legato alle conformazioni secondarie del DNA – note come strutture G-quadruplex – che regolano lo sviluppo della resistenza alla chemioterapia nelle pazienti colpite da carcinoma ovarico. Una scoperta epocale che offre una chiave di volta terapeutica per scongiurare le recidive tumorali e prolungare significativamente le speranze di sopravvivenza.

Parallelamente, l’équipe guidata dallo scienziato abruzzese sta conducendo sperimentazioni pionieristiche per il contrasto della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), aggredendo i meccanismi degenerativi dei motoneuroni con oligonucleotidi di sintesi. Dalle 10:45 alle 11:15 gli studenti potranno interrogare direttamente il professore durante una sessione aperta di domande e risposte, toccando con mano cosa significhi dedicare la vita all’avanzamento della salute globale.

La scuola pubblica come motore di riscatto: le parole della preside Fatigati

Un plauso commosso giunge dalla preside Maria Letizia Fatigati: «Vedere un nostro ex alunno sedere ai vertici accademici dell’Imperial College di Londra testimonia che la scuola pubblica e la formazione tecnica d’eccellenza sono capaci di abbattere qualsiasi barriera. Ai nostri giovani dico che i confini della conoscenza e del successo sono accessibili a chiunque scelga di coltivare con costanza rigore, curiosità intellettuale e passione civile».

L’intero evento sarà fruibile in diretta streaming globale sul canale YouTube dell’istituto (www.youtube.com/user/IISTeramo), confermando l’«Alessandrini-Marino» quale autentico faro culturale e scientifico per l’intera regione.

A cura della Redazione Scuola, Scienza e Territorio di Cavaliere News

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