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Salute

Cure palliative e cure simultanee in Oncologia: aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Il cancro non è solo una battaglia per la sopravvivenza: la bellissima rivoluzione delle “Cure Simultanee” spiegata dal Prof. Vincenzo Bianco! 🩺 ❤️ Quando riceviamo una terribile diagnosi di tumore, non ha bisogno di cure soltanto il nostro corpo, ma anche (e soprattutto) la nostra anima e quella dei nostri familiari! Per decenni la medicina ha agito in modo “freddo”: prima si bombardava il tumore e solo alla fine, se non c’era più speranza, si attivavano le cure palliative per togliere il dolore. Oggi, per fortuna, non è più così! Sta prendendo finalmente piede il meraviglioso modello clinico delle “Cure Simultanee” (Simultaneous Care). In cosa consiste? Semplice: le cure contro il dolore e il supporto psicologico vengono attivate e garantite FIN DAL PRIMO GIORNO DELLA DIAGNOSI, accompagnando la chemioterapia! Ne abbiamo parlato in un’intervista esclusiva, a cura della giornalista Marialuisa Roscino, con il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma. “In questo modo – spiega il Prof. Bianco – il passaggio tra la fase curativa e quella palliativa non viene vissuto come un tragico ABBANDONO del paziente, perché l’équipe (composta da oncologi, palliativisti e psicologi) è già presente fin dall’inizio! Un sistema che, dati alla mano, migliora l’efficacia stessa delle terapie e riduce gli accessi disperati al Pronto Soccorso!”. Purtroppo, però, la carenza di personale blocca ancora questo sistema in moltissimi ospedali italiani (soprattutto al Sud). Leggi l’intervista integrale nel nostro articolo! 👇 🏥 Voi eravate a conoscenza di questo modello di “Cure Simultanee”? Vi siete mai trovati a dover affrontare il calvario di una malattia tumorale in famiglia sentendovi “abbandonati” dal sistema sanitario? Intervista di Marialuisa Roscino

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Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma

Roma –  «Cruciale la gestione del paziente oncologico avanzato, non può essere affidata all’improvvisazione o alla sola sensibilità del singolo clinico, ma richiede una vera e propria competenza metodologica e interdisciplinare. È per questo motivo che la formazione avanzata, penso ad esempio all’impostazione di percorsi accademici dedicati come i Master specifici del settore, punta a creare una rete di professionisti capace di parlare lo stesso linguaggio. Oncologi, infermieri specialisti, psicologi, farmacisti e assistenti sociali devono integrarsi in un team multispecialistico in grado di valutare la complessità clinica, relazionale ed etica del malato e della sua famiglia». (Prof. Vincenzo Bianco)

Oltre la sopravvivenza: l’importanza di curare l’anima e il corpo

Salute e Medicina – Quando la parola “cancro” irrompe nella vita di un essere umano, non devasta soltanto le cellule del corpo, ma stravolge l’intero equilibrio psicologico, emotivo e familiare dell’individuo. Per decenni, l’approccio medico tradizionale è stato caratterizzato da una visione rigida e sequenziale: prima si ingaggiava una guerra spietata contro il tumore attraverso terapie aggressive e, soltanto quando ogni speranza di guarigione svaniva, si attivavano le cure palliative per alleviare le sofferenze del “fine vita”.
Oggi, fortunatamente, il cancro non è più vissuto esclusivamente come una fredda battaglia clinica per la nuda sopravvivenza, ma viene affrontato come un percorso complesso e profondamente umano, che richiede di curare e abbracciare la persona prima ancora della malattia.
È questa l’autentica e meravigliosa rivoluzione culturale promossa dal modello delle “cure simultanee” (Simultaneous Care): un approccio multidisciplinare che abbatte definitivamente il vecchio e logorante muro divisorio tra la terapia oncologica attiva e le cure palliative (o di supporto), integrandole in un abbraccio unico e continuo fin dal giorno stesso della diagnosi. Un sistema in cui psicologi, oncologi e palliativisti lavorano fianco a fianco per garantire al malato la migliore qualità di vita possibile, non solo negli ultimi giorni, ma durante tutto l’arduo percorso delle cure.
Per capire a fondo come questa visione rivoluzionaria si traduca nella pratica quotidiana e nella didattica ospedaliera, la giornalista Marialuisa Roscino ha intervistato il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma, un medico da sempre in prima linea nell’affrontare le difficili sfide cliniche, umane e formative legate a questo nuovo approccio.

L’Intervista, di Marialuisa Roscino

Dott. Bianco, oggi si parla sempre più spesso di cure simultanee in oncologia. Qual è il cambio di paradigma fondamentale rispetto al passato?
«Con le cure simultanee in oncologia si supera l’approccio sequenziale, vale a dire: le cure palliative o di supporto venivano attivate soltanto dopo il fallimento o la sospensione dei trattamenti antitumorali come la chemioterapia, immunoterapia, radioterapia o la terapia a bersaglio molecolare. Le cure simultanee in oncologia vengono erogate insieme ai trattamenti oncologici attivi, sin dalle fasi iniziali della diagnosi di malattia avanzata o metastatica. Non dimentichiamoci che nei centri in cui le cure simultanee vengono erogate in concomitanza ai trattamenti attivi, le terapie antiblastiche risultano più efficaci e le sopravvivenze dei pazienti migliorano».

In termini pratici e clinici, cosa significa applicare questo modello nella corsia di un grande ospedale come il Policlinico Umberto I?
«L’attivazione del supporto terapeutico simultaneo ai trattamenti oncologici attivi non dipende più da quanto tempo resta da vivere al paziente, ma dall’intensità dei suoi bisogni fisici, psicologici e sociali. Il controllo della sintomatologia legata al tumore (dolore, nausea, astenia, dispnea) permette al paziente di tollerare meglio le terapie oncologiche, riducendo le interruzioni dei trattamenti e gli accessi impropri al pronto soccorso. Quest’ultimo aspetto consentirebbe, visto l’enorme numero di pazienti oncologici seguiti dal nostro centro e considerato che il nostro Pronto Soccorso risulta punto di riferimento per tutta la parte sud di Roma, di decongestionare e ottimizzare i ricoveri in area oncologica».

Un approccio così complesso richiede competenze che vanno oltre la tradizionale formazione medica specialistica. Qual è il ruolo della formazione in questo settore?
«Purtroppo, spesso i percorsi di specializzazione in oncologia non includono una preparazione strutturata sulle cure simultanee/palliative integrate in campo oncologico. La formazione in questo settore deve garantire la conoscenza delle metodiche di valutazione della qualità della vita, la conoscenza dei bisogni di salute degli individui e delle loro famiglie, l’appropriatezza e l’efficacia degli interventi assistenziali, la conoscenza delle principali tecniche della comunicazione interpersonale. E ancora: la conoscenza e l’acquisizione dei principi dell’etica medica e della bioetica clinica, la fisiopatologia del dolore, le conoscenze teoriche e la pratica clinica necessarie per la diagnosi ed il trattamento delle complicanze. Oggi, per colmare questo gap formativo, basterebbe frequentare un master universitario di II livello dedicato».

Quali sono le principali resistenze culturali che ancora oggi si incontrano nell’applicazione delle cure simultanee?
«Essenzialmente, ci sono tre motivi. A) Culturale: le cure simultanee vengono associate al fine vita soprattutto dai familiari e dai pazienti. B) Professionale: per gli addetti ai lavori spesso si confondono le cure simultanee con la sola terapia del dolore o l’hospice. C) Organizzativa: si cura prima il tumore e, quando non c’è più nulla da fare, i sintomi. Difatti manca un approccio multidisciplinare: il medico oncologo indirizzato verso una formazione super specialistica (patologia d’organo) rischia di tradursi nella pratica clinica nella sottovalutazione delle comorbidità intercorrenti e nella mancata gestione degli effetti collaterali che colpiscono organi fuori dal proprio campo».

In che modo il modello delle cure simultanee ridefinisce il rapporto e la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia, soprattutto nei momenti di scelta più complessi?
«Si passa da una comunicazione a tappe a una comunicazione continuativa. Il passaggio tra intento curativo e palliativo non è più vissuto come un “abbandono” da parte del paziente, poiché il team è già presente (medico oncologo, medico palliativista, psicologo, e via dicendo). Con la pianificazione anticipata del percorso terapeutico, viene migliorata contestualmente la fase di elaborazione della prognosi da parte dei familiari e del paziente».

Quanto incide oggi la carenza di personale o la frammentazione organizzativa nella reale applicazione di questo modello all’interno delle strutture pubbliche italiane?
«La carenza di personale sanitario e la frammentazione organizzativa incidono in modo critico e penalizzante, impedendo a quasi i due terzi dei pazienti oncologici di accedere tempestivamente al modello di Simultaneous Care. Ancora una volta, come purtroppo accade da molti anni, esiste un grosso divario regionale tra Nord-Centro e Sud Italia».

Quali strumenti o scale di valutazione precoce sarebbe importante utilizzare per intercettare il momento ideale in cui affiancare le cure palliative a quelle oncologiche?
«A prescindere dagli strumenti e dalle scale che sono nelle disponibilità degli operatori, l’équipe multidisciplinare deve fin da subito prendere in carico il paziente e pianificare un programma terapeutico che tenga conto dei bisogni del malato di ordine fisico, psicologico e relazionale».

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Salute

Chieti – nuovo caso di West Line, scatta il trattamento mirato dei residenti in zona

Allarme West Nile Virus a Chieti! Contagiato un cittadino e positivi due cavalli a San Martino: scatta la maxi-disinfestazione d’urgenza! 🦟 ⚠️ Attenzione massima e protezioni alzate a Chieti contro l’insidia delle zanzare! Nelle scorse ore la Asl 02 (Lanciano-Vasto-Chieti) ha fatto scattare una vera e propria emergenza sanitaria dopo aver individuato un nuovo e preoccupante focolaio del temibile “Virus del Nilo” (il West Nile, malattia infettiva trasmessa dalle zanzare). L’epicentro del contagio è nella zona di San Martino! Oltre a un caso umano accertato (un cittadino residente nel quartiere che ha contratto il pericoloso virus), i veterinari dell’Istituto Zooprofilattico hanno scoperto la clamorosa e contemporanea positività anche in ben DUE CAVALLI ospitati in un vicino allevamento della zona! Il Comune di Chieti, ricevuta l’allerta ufficiale, non ha perso un solo secondo e ha ordinato l’avvio immediato di una DISINFESTAZIONE STRAORDINARIA E A TAPPETO in tutta l’area di San Martino per sterminare insetti adulti e larve! Nessun panico, la Asl e la Regione hanno la situazione totalmente sotto controllo, ma è fondamentale l’aiuto di tutti! Le autorità raccomandano caldamente a tutti i cittadini (specialmente agli anziani) di svuotare i sottovasi sui balconi per evitare ristagni d’acqua e di usare abbondantemente gli spray anti-zanzare in queste calde serate di fine estate! Leggi tutti i dettagli del piano di emergenza nel nostro articolo 👇 🏥 E voi state usando i repellenti contro le punture quest’estate? Condividete il post per avvisare parenti e amici della zona!

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West Nile a Chieti

Chieti – L’estate sta ormai volgendo al termine, ma l’emergenza legata agli insetti infestanti (e ai pericolosi virus che trasportano con le loro punture) non accenna purtroppo a placarsi, costringendo le autorità sanitarie a mantenere altissimo il livello di guardia. Nelle scorse ore è scattato un nuovo, serio e preoccupante allarme sanitario nella città di Chieti, che ha fatto immediatamente mobilitare l’intera macchina della prevenzione regionale.
Il temibile West Nile Virus (noto in Italia come il “Virus del Nilo Occidentale”, una malattia infettiva trasmessa all’uomo attraverso la puntura delle comunissime zanzare) è purtroppo tornato a colpire in modo insidioso il territorio teatino. L’epicentro di questo nuovo focolaio infettivo è stato individuato in modo molto preciso nella vasta zona del quartiere di San Martino, dove si è registrato un pericoloso doppio salto di specie del virus, che ha colpito contemporaneamente sia gli animali che l’essere umano.

Il contagio umano e l’allerta diramata dalla Asl 02

L’emergenza è deflagrata in mattinata, a seguito di una comunicazione ufficiale e formale di grandissima importanza diramata dai vertici della Asl 02 Lanciano-Vasto-Chieti (nello specifico, tramite il congiunto lavoro del Servizio Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica e del Servizio di Sanità Animale).
La nota sanitaria inviata al Comune di Chieti ha segnalato ufficialmente e in via definitiva un nuovo caso umano accertato di positività al West Nile Virus. A contrarre la pericolosa infezione virale è stato un cittadino stabilmente residente proprio nell’area di San Martino. Le autorità stanno ovviamente monitorando minuto dopo minuto il quadro clinico del paziente, assicurandogli tutte le cure del caso e tracciando i suoi recenti spostamenti per mappare la concentrazione degli insetti vettori nella zona interessata.

Focolaio negli allevamenti: positivi due cavalli

Ma l’allerta, come detto, non riguarda esclusivamente la salute umana. La subdola particolarità del Virus del Nilo è infatti la sua formidabile capacità di infettare (attraverso la puntura delle zanzare del genere Culex) anche diverse specie animali.
Contestualmente all’infezione umana, il Dipartimento di Prevenzione di Sanità Animale della Asl 2 ha infatti riscontrato la netta positività al virus anche in due equidi (due cavalli) che si trovavano regolarmente ospitati all’interno di un noto allevamento situato sempre nel cuore della zona di San Martino. Questo doppio ritrovamento (animale e umano) ha confermato l’alta circolazione virale nell’ecosistema del quartiere, imponendo decisioni repentine e drastiche per spezzare immediatamente la catena del contagio ed evitare l’insorgere di una vera e propria e ingestibile epidemia locale.

La reazione del Comune: scatta la disinfestazione a tappeto

L’Amministrazione comunale di Chieti, ricevuta la comunicazione di emergenza, non ha perso neanche un secondo per intervenire in modo massiccio. Da Palazzo di Città fanno sapere di aver immediatamente attivato tutte le rigidissime misure di sicurezza previste dai protocolli di sanità pubblica internazionale.
Per eradicare il problema alla radice e sterminare le zanzare infette, è scattata in queste ore una maxi-disinfestazione straordinaria che batterà a tappeto l’intera area di San Martino e i terreni limitrofi. L’operazione non prevede l’utilizzo di semplici disinfettanti commerciali, ma di potenti agenti abbattenti mirati a distruggere sia gli insetti adulti in volo, sia le larve depositate nei ristagni d’acqua.
Parallelamente, è stato messo in moto il portentoso piano di sorveglianza sanitaria predisposto dalla Regione Abruzzo, che unisce come un orologio svizzero il certosino lavoro del Dipartimento Sanità, delle Asl locali, dell’Istituto Zooprofilattico (per la gestione del contagio sui cavalli) e delle forze operative dei Comuni.

Un appello alla prudenza: niente panico, ma serve attenzione

Mentre i mezzi della disinfestazione bonificano le strade, le autorità sanitarie rivolgono un accorato appello alla popolazione. Non c’è alcun motivo di cedere al panico ingiustificato (nella stragrande maggioranza dei casi il virus si risolve senza grossi problemi), ma è fondamentale proteggersi in modo intelligente in questi ultimi scampoli di fine estate.
Si invitano tutti i cittadini (e in modo particolare le persone anziane, i cardiopatici e i soggetti con un sistema immunitario già debilitato o compromesso) a evitare assolutamente la formazione di dannosi ristagni d’acqua nei sottovasi dei balconi, a installare le zanzariere alle finestre, a indossare pantaloni lunghi nelle ore serali o in prossimità delle campagne umide, e a utilizzare regolarmente i comuni spray repellenti anti-zanzare. La prevenzione quotidiana del singolo cittadino resta l’arma più formidabile che abbiamo per sconfiggere il virus.

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Salute

Disastro sanità, l’Abruzzo è l’ultimo in Italia per le visite specialistiche: solo un paziente su tre riesce a prenotare tramite il CUP

Disastro Sanità: l’Abruzzo è clamorosamente l’ultima regione d’Italia! Solo un paziente su tre riesce a prenotare una visita al CUP! 🏥 📉 Un dramma quotidiano che tocca le tasche e la salute di tutti noi. Ricevi la ricetta dal medico, chiami il CUP per prenotare una visita urgente, e ti senti rispondere: “Non ci sono posti” o “Se ne parla tra un anno”. Ora questo incubo è certificato ufficialmente dai dati nazionali sulle liste d’attesa! L’Abruzzo è sprofondato all’ultimo posto in Italia: solo il 33,7% delle ricette mediche si trasforma in una vera e propria visita nel sistema pubblico (contro il quasi 68% di Bolzano!). Il Partito Democratico (con Marinelli e Paolucci) lancia un grido d’allarme durissimo: la sanità abruzzese è al collasso, mancano medici e i cittadini sono disperati. Chi ha i soldi è costretto a rivolgersi ai privati per curarsi in fretta, ma chi non ha soldi è condannato a restare in lista d’attesa per mesi o a rinunciare del tutto alle cure! Il PD chiede di rivedere subito le esenzioni del ticket per aiutare le famiglie povere, ma serve capire al più presto perché le agende degli ospedali siano sempre perennemente sbarrate! Leggi i numeri di questo disastro nel nostro articolo! 👇 👨‍⚕️ A voi quanto tempo fa è capitato di chiamare il CUP abruzzese e sentirvi dire che non c’era posto per una visita importante?

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Liste di attesa, sanità

Redazione – C’è un incubo silenzioso che accomuna migliaia di famiglie abruzzesi ogni singolo giorno: ricevere una prescrizione medica per una visita specialistica urgente, attaccarsi al telefono per chiamare il Centro Unico di Prenotazione (CUP) e sentirsi rispondere dall’operatore di turno che non ci sono posti disponibili, o che bisogna aspettare mesi, se non addirittura anni. Un dramma umano e sociale che oggi, purtroppo, trova una drammatica conferma ufficiale nei crudi numeri delle statistiche nazionali.
L’Abruzzo è appena sprofondato all’ultimo posto assoluto in Italia per quanto riguarda il rapporto tra le prescrizioni mediche emesse e le effettive prenotazioni di prime visite specialistiche all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). A fotografare questo desolante scenario è la nuova piattaforma nazionale istituita per il monitoraggio delle famigerate liste d’attesa. I dati sono impietosi: nella nostra regione, appena il 33,7% delle impegnative mediche si traduce in un appuntamento effettivo nel sistema pubblico. È la percentuale più bassa e allarmante registrata tra tutte le Regioni e le Province autonome italiane. Basti pensare che la media nazionale si attesta al 50,3%, mentre l’eccellenza della Provincia autonoma di Bolzano vola addirittura al 67,7%.

Il grido d’allarme: “Cittadini spinti verso la sanità privata”

A sollevare prepotentemente il caso politico e sociale sono intervenuti il segretario regionale del Partito Democratico, Daniele Marinelli, e il capogruppo in Consiglio regionale Silvio Paolucci. Per i due esponenti dem, questi numeri non sono semplici statistiche da archiviare, ma rappresentano l’ennesimo e assordante campanello d’allarme sul collasso strutturale della sanità abruzzese.
Un sistema ormai cronico, piegato dalla paurosa carenza di personale medico e infermieristico, da macchinari spesso obsoleti e, soprattutto, dal crescente e forzato ricorso alle prestazioni private. Quando il sistema pubblico chiude le porte, il cittadino disperato e spaventato per la propria salute è costretto a mettere mano al portafogli per curarsi a pagamento, creando una gravissima disuguaglianza sociale tra chi può permettersi una visita privata e chi, purtroppo, è costretto a rinunciare alle cure per mancanza di soldi.

Oltre i numeri: cosa significa davvero quel 33,7%?

Ovviamente, per onestà intellettuale, il dato del 33,7% deve essere interpretato con la dovuta correttezza analitica. Non significa matematicamente che solo un paziente su tre venga curato e che gli altri due vengano abbandonati al loro destino mortale.
Questo specifico indicatore, infatti, fotografa esclusivamente il rapporto tra la “ricetta rossa” (o elettronica) emessa dal medico curante e la successiva telefonata andata a buon fine al CUP. Una parte fisiologica di queste ricette, come stimato dall’AGENAS (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), si perde per strada per motivi assolutamente normali: il paziente potrebbe essere improvvisamente guarito, potrebbe aver cambiato idea, potrebbe essersi accorto di un errore nella prescrizione, o potrebbe aver richiesto la ricetta solo per finalità puramente assicurative e burocratiche. Queste circostanze “fisiologiche” spiegano circa il 25-30% delle prescrizioni non utilizzate.

Il cortocircuito delle agende chiuse e la proposta sui ticket

Tuttavia, anche sottraendo questa percentuale fisiologica, la distanza siderale tra le ricette emesse in Abruzzo e gli appuntamenti realmente fissati rimane un baratro inaccettabile. Dietro queste mancate prenotazioni si nasconde il vero dramma dell’inaccessibilità alle cure.
Quante di queste ricette restano nel cassetto perché il cittadino si scontra contro il muro di gomma delle famigerate “agende chiuse”? Quanti abruzzesi gettano la spugna perché il primo buco libero per una banale visita cardiologica o per un’ecografia è fissato all’anno successivo? È proprio su questo aspetto di disperata attesa che il PD regionale chiede un immediato cambio di rotta.
Tra le proposte avanzate da Marinelli e Paolucci per tamponare l’emorragia e aiutare le fasce più deboli della popolazione, c’è una profonda revisione dei criteri per le esenzioni dal ticket sanitario, affinché si tenga realmente conto delle drammatiche condizioni economiche in cui versano oggi le famiglie abruzzesi a causa dell’inflazione.
Al di là del fisiologico e aspro scontro politico tra maggioranza e opposizione, la vera priorità sarà quella di smontare il sistema CUP pezzo per pezzo, analizzare le agende dei singoli ospedali e capire dove si inceppa questo maledetto ingranaggio che sta negando agli abruzzesi il diritto costituzionale e inviolabile alla Salute pubblica.

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Salute

Ritornare alle Radici: perché rivedere i luoghi dell’infanzia rigenera la mente. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Spesso liquidato come “una semplice vacanza nostalgica”, il viaggio di ritorno alle origini cela in realtà una potente valenza psicologica. Tornare nei luoghi in cui si è nati o cresciuti è molto più di un semplice spostamento geografico: è un vero e proprio tuffo nel passato capace di attivare profonde risonanze emotive.  “Questo percorso a ritroso consente di confrontare il nostro sé attuale con quello del passato, arricchire la propria vita, dare nuovo vigore ai progetti e relazioni” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini. Intervista di Marialuisa Roscino

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Luogo d'infanzia

Lucattini: “Ritornare nei luoghi del cuore riattiva rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mette nuovamente in comunicazione ciò che siamo stati con chi siamo oggi”

Redazione-  Spesso liquidato come “una semplice vacanza nostalgica”, il viaggio di ritorno alle origini cela in realtà una potente valenza psicologica. Tornare nei luoghi in cui si è nati o cresciuti è molto più di un semplice spostamento geografico: è un vero e proprio tuffo nel passato capace di attivare profonde risonanze emotive.  “Questo percorso a ritroso consente di confrontare il nostro sé attuale con quello del passato, arricchire la propria vita, dare nuovo vigore ai progetti e relazioni” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini.

Per esplorare queste specifiche dinamiche emotive e comprendere il significato profondo di questo viaggio interiore, abbiamo approfondito questi aspetti significativi con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Dott.ssa Lucattini, partiamo dai numeri e dalle tendenze attuali che vediamo emergere anche nei trend di viaggio, perché oggi c’è questo forte bisogno di viaggiare, alla riscoperta delle proprie radici?

In una realtà segnata da cambiamenti rapidi, grande mobilità e legami talvolta più fragili, tornare nei luoghi della propria storia può aiutare a ritrovare un senso di continuità e a riconoscersi nel tempo. I luoghi dell’infanzia e della storia familiare non custodiscono soltanto ricordi, trattengono atmosfere, relazioni, emozioni, aspetti di noi che hanno contribuito a costruire la nostra identità. Dal punto di vista psicoanalitico, ritornarvi può riattivare rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mettendo nuovamente in comunicazione ciò che siamo oggi con ciò che siamo stati. Non si tratta quindi soltanto di nostalgia, ma anche del bisogno di ritrovare appartenenza, continuità e senso nella propria storia personale e familiare.

Uno studio sul Journal of Environmental Psychology (2026) mostra che rivivere i luoghi ai quali siamo profondamente legati può rafforzare la percezione di coesione interna, arricchire il significato della propria vita, dare un nuovo senso ai nostri progetti e alle relazioni, questo perché i luoghi partecipano alla costruzione e al mantenimento del nostro senso di identità.

Cosa accade, nello specifico, a livello psicologico, quando decidiamo di tornare nei luoghi della nostra infanzia o giovinezza?

 

Ritrovare i luoghi dell’infanzia o della giovinezza significa spesso incontrare, quasi senza preavviso, una parte di sé che sembrava lontana. Una strada, una casa, un paesaggio, un odore possono riaccendere ricordi ed emozioni rimasti per anni sullo sfondo. In quel momento, il passato non viene semplicemente ricordato, torna ad essere vissuto interiormente, ma attraverso lo sguardo dell’adulto.

È proprio questo incontro tra il Sé di allora e quello di oggi a poter avere un valore trasformativo, poiché permette di percepire quanto siamo cambiati, ma anche di riconoscere ciò che ha mantenuto una continuità profonda nella nostra identità. Talvolta, consente persino di dare un significato nuovo a esperienze che, quando furono vissute, non potevano ancora essere comprese pienamente. Non è soltanto nostalgia, quindi, ma una forma di rilettura affettiva della propria storia (Current Research in Ecological and Social Psychology, 2025).

Quali sono, in particolare, i principali benefici emotivi di questo viaggio nei luoghi del cuore?

 

Ritrovare i luoghi a cui si è stati profondamente legati può avere qualcosa di molto intenso: è come se, tornando lì, si ritrovasse anche una parte di sé che sembrava lontana. Quei luoghi non conservano soltanto ricordi, ma presenze, affetti, momenti felici, separazioni e passaggi difficili che hanno contribuito a costruire l’identità personale. Rivederli può far sentire nuovamente dentro la propria storia, restituendo un senso di appartenenza e di continuità, quasi un filo che unisce ciò che si era a ciò che si è diventati. E proprio per questo, il ritorno non è sempre dolce: può commuovere, sorprendere, talvolta anche ferire. Ma anche la nostalgia, il dolore o l’ambivalenza possono diventare un modo per riconoscere e integrare parti importanti della propria vita (Applied Psychology. Health and Well-Being, 2025).

I profumi, i suoni e i sapori dell’infanzia sono, senz’altro,  una via d’accesso privilegiata al nostro mondo interno. In che modo, nello specifico, gli stimoli sensoriali dei luoghi natali riescono a riattivare parti di noi che credevamo assopite o dimenticate? Secondo Lei, possono rappresentare anche una buona occasione  per disconnetterci dal digitale?

 

Basta a volte un odore, un suono familiare o un sapore perché riaffiori qualcosa che non sapevamo di ricordare, gli stimoli sensoriali hanno infatti un accesso particolarmente immediato alla memoria autobiografica, riattivano non soltanto singoli episodi, ma anche l’atmosfera emotiva che li accompagnava. È come se, per un istante, una parte del nostro passato tornasse vividamente nel presente. Gli odori e i profumi hanno una forza specifica nel facilitare il recupero immagini, episodi e momenti felici, soprattutto quando hanno una forte caratura personale ed emotivamente forte.

Certamente, visitare i luoghi della propria giovinezza, può essere anche un’occasione di disconnessione digitale, certo, è necessario sostare nei luoghi gustandoseli, lasciando che memorie e ricordi riaffiorino liberamente, tenendo a freno l’urgenza di fotografarli con lo smartphone per condividerlo sui social. Il passato e il presente sono condizioni intime che vanno coltivare e scoperte, i devices possono essere di ostacolo, restare disconnessi può riportare l’attenzione all’esperienza sensoriale che verso il proprio mondo interiore (iScience, 2026).

Dal punto di vista dell’elaborazione psichica, qual è secondo Lei la vera differenza, tra il semplice ricordo nostalgico e l’esperienza fisica e immersiva del ritorno sul posto?

 

Il ricordo nostalgico tende a conservare il passato come una rappresentazione interna che può consolare, ma anche idealizzare ciò che è stato. Tornare fisicamente in un luogo, invece, mette quella memoria a confronto con la realtà presente, perché la casa può apparire più piccola, una strada diversa, alcune persone possono non esserci più e ciò che dentro di sé era rimasto quasi immobile viene improvvisamente rimesso in movimento dal tempo trascorso.

Proprio la distanza tra il luogo ricordato e quello ritrovato può favorire un’elaborazione più profonda, poiché il passato si riattiva attraverso sensazioni, affetti e tracce corporee, ma viene osservato e vissuto dalla posizione psichica dell’adulto. È allora possibile che esperienze antiche assumano significati nuovi e che ciò che è stato vissuto acquisti una diversa comprensibilità alla luce delle esperienze successive. Il ritorno, quindi, non serve tanto a recuperare ciò che non c’è più, quanto a riconoscerlo, a misurare la distanza che separa il passato dal presente e, talvolta, a integrare in modo nuovo parti importanti della propria storia (The Psychoanalytic Quarterly, 2020).

Esistono anche dei rischi o degli aspetti critici in questo tipo di viaggi?

Tornare in luoghi molto importanti della propria storia può far riaffiorare non solo ricordi piacevoli, ma anche nostalgia, tristezza, senso di perdita o vecchie ferite che sembravano ormai lontane. Questo può essere destabilizzante, soprattutto quando il luogo mette davanti a ciò che è cambiato o a ciò che non c’è più. Tuttavia, proprio ciò che riemerge, anche emozioni spiacevoli o disagio, può diventare un’occasione per comprendere meglio alcuni vissuti rimasti in sospeso. Vederli oggi, con una maggiore consapevolezza e con gli strumenti emotivi dell’età adulta, può aiutare a dare loro un significato diverso e a integrarli nella propria storia, invece di continuarne a subire gli effetti senza accorgersene. Talvolta, può far pensare anche ad un percorso psicoanalitico come un viaggio alla scoperta proprio di questi aspetti di se stessi, legati alla propria storia, alle origini ai luoghi dove la propria vita anche quella affettiva, ebbe inizio (International Journal of Psychoanalysis, 2020).

 

Quanto è importante, a Suo avviso, condividere il viaggio di ritorno alle proprie origini con il proprio partner o con la famiglia di procreazione? In che modo, in particolare, questa esperienza trasforma i racconti di famiglia in un patrimonio emotivo comune e tangibile da un punto di vista affettivo?

 

Condividere questo viaggio con il partner o con la famiglia che si è costruita può essere molto significativo, perché permette di mostrare concretamente una parte della propria storia che fino a quel momento era esistita soprattutto nei racconti. Vedere insieme una casa, una strada, un paesaggio aiuta gli altri a comprendere meglio le proprie origini, i legami che hanno avuto un peso nella propria crescita e l’ambiente affettivo da cui si proviene. In questo modo i ricordi smettono di appartenere soltanto a chi li ha vissuti e diventano parte di una memoria familiare comune, transgenerazionale, capace di creare continuità tra le generazioni e di rafforzare gli affetti e consolidare il senso di appartenenza (Memory, 2025).

Quali consigli si sente di dare a chi sta pianificando un turismo di ritorno?

 

-Pensare di fare almeno un viaggio nei luoghi del proprio passato aiuta a riscoprire la propria storia personale e familiare;

-Prestare attenzione ai dettagli e lasciarsi trasportare da odori, suoni, sapori e atmosfere che possono fare riaffiorare i ricordi più profondi;

-Accogliere anche le emozioni meno piacevoli, perché nostalgia, tristezza o senso di perdita fanno parte dell’esperienza;

-Cercare di mettere da parte lo smartphone per qualche ora, in modo da vivere il momento senza interferenze;

-Considerare che il passato possa apparire diverso, migliore o peggiore, ma che è proprio questa differenza cha aiuta a capire meglio se stessi;

-I viaggi nel tempo esistono, dentro se stessi e nei luoghi del cuore. Concederseli aiuta a sentirsi meglio, più vicini a se stessi e ai propri affetti, di oggi e di allora, in un abbraccio simbolico, profondo, vitale.

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