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Salute

Chieti – nuovo caso di West Line, scatta il trattamento mirato dei residenti in zona

Allarme West Nile Virus a Chieti! Contagiato un cittadino e positivi due cavalli a San Martino: scatta la maxi-disinfestazione d’urgenza! 🦟 ⚠️ Attenzione massima e protezioni alzate a Chieti contro l’insidia delle zanzare! Nelle scorse ore la Asl 02 (Lanciano-Vasto-Chieti) ha fatto scattare una vera e propria emergenza sanitaria dopo aver individuato un nuovo e preoccupante focolaio del temibile “Virus del Nilo” (il West Nile, malattia infettiva trasmessa dalle zanzare). L’epicentro del contagio è nella zona di San Martino! Oltre a un caso umano accertato (un cittadino residente nel quartiere che ha contratto il pericoloso virus), i veterinari dell’Istituto Zooprofilattico hanno scoperto la clamorosa e contemporanea positività anche in ben DUE CAVALLI ospitati in un vicino allevamento della zona! Il Comune di Chieti, ricevuta l’allerta ufficiale, non ha perso un solo secondo e ha ordinato l’avvio immediato di una DISINFESTAZIONE STRAORDINARIA E A TAPPETO in tutta l’area di San Martino per sterminare insetti adulti e larve! Nessun panico, la Asl e la Regione hanno la situazione totalmente sotto controllo, ma è fondamentale l’aiuto di tutti! Le autorità raccomandano caldamente a tutti i cittadini (specialmente agli anziani) di svuotare i sottovasi sui balconi per evitare ristagni d’acqua e di usare abbondantemente gli spray anti-zanzare in queste calde serate di fine estate! Leggi tutti i dettagli del piano di emergenza nel nostro articolo 👇 🏥 E voi state usando i repellenti contro le punture quest’estate? Condividete il post per avvisare parenti e amici della zona!

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West Nile a Chieti

Chieti – L’estate sta ormai volgendo al termine, ma l’emergenza legata agli insetti infestanti (e ai pericolosi virus che trasportano con le loro punture) non accenna purtroppo a placarsi, costringendo le autorità sanitarie a mantenere altissimo il livello di guardia. Nelle scorse ore è scattato un nuovo, serio e preoccupante allarme sanitario nella città di Chieti, che ha fatto immediatamente mobilitare l’intera macchina della prevenzione regionale.
Il temibile West Nile Virus (noto in Italia come il “Virus del Nilo Occidentale”, una malattia infettiva trasmessa all’uomo attraverso la puntura delle comunissime zanzare) è purtroppo tornato a colpire in modo insidioso il territorio teatino. L’epicentro di questo nuovo focolaio infettivo è stato individuato in modo molto preciso nella vasta zona del quartiere di San Martino, dove si è registrato un pericoloso doppio salto di specie del virus, che ha colpito contemporaneamente sia gli animali che l’essere umano.

Il contagio umano e l’allerta diramata dalla Asl 02

L’emergenza è deflagrata in mattinata, a seguito di una comunicazione ufficiale e formale di grandissima importanza diramata dai vertici della Asl 02 Lanciano-Vasto-Chieti (nello specifico, tramite il congiunto lavoro del Servizio Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica e del Servizio di Sanità Animale).
La nota sanitaria inviata al Comune di Chieti ha segnalato ufficialmente e in via definitiva un nuovo caso umano accertato di positività al West Nile Virus. A contrarre la pericolosa infezione virale è stato un cittadino stabilmente residente proprio nell’area di San Martino. Le autorità stanno ovviamente monitorando minuto dopo minuto il quadro clinico del paziente, assicurandogli tutte le cure del caso e tracciando i suoi recenti spostamenti per mappare la concentrazione degli insetti vettori nella zona interessata.

Focolaio negli allevamenti: positivi due cavalli

Ma l’allerta, come detto, non riguarda esclusivamente la salute umana. La subdola particolarità del Virus del Nilo è infatti la sua formidabile capacità di infettare (attraverso la puntura delle zanzare del genere Culex) anche diverse specie animali.
Contestualmente all’infezione umana, il Dipartimento di Prevenzione di Sanità Animale della Asl 2 ha infatti riscontrato la netta positività al virus anche in due equidi (due cavalli) che si trovavano regolarmente ospitati all’interno di un noto allevamento situato sempre nel cuore della zona di San Martino. Questo doppio ritrovamento (animale e umano) ha confermato l’alta circolazione virale nell’ecosistema del quartiere, imponendo decisioni repentine e drastiche per spezzare immediatamente la catena del contagio ed evitare l’insorgere di una vera e propria e ingestibile epidemia locale.

La reazione del Comune: scatta la disinfestazione a tappeto

L’Amministrazione comunale di Chieti, ricevuta la comunicazione di emergenza, non ha perso neanche un secondo per intervenire in modo massiccio. Da Palazzo di Città fanno sapere di aver immediatamente attivato tutte le rigidissime misure di sicurezza previste dai protocolli di sanità pubblica internazionale.
Per eradicare il problema alla radice e sterminare le zanzare infette, è scattata in queste ore una maxi-disinfestazione straordinaria che batterà a tappeto l’intera area di San Martino e i terreni limitrofi. L’operazione non prevede l’utilizzo di semplici disinfettanti commerciali, ma di potenti agenti abbattenti mirati a distruggere sia gli insetti adulti in volo, sia le larve depositate nei ristagni d’acqua.
Parallelamente, è stato messo in moto il portentoso piano di sorveglianza sanitaria predisposto dalla Regione Abruzzo, che unisce come un orologio svizzero il certosino lavoro del Dipartimento Sanità, delle Asl locali, dell’Istituto Zooprofilattico (per la gestione del contagio sui cavalli) e delle forze operative dei Comuni.

Un appello alla prudenza: niente panico, ma serve attenzione

Mentre i mezzi della disinfestazione bonificano le strade, le autorità sanitarie rivolgono un accorato appello alla popolazione. Non c’è alcun motivo di cedere al panico ingiustificato (nella stragrande maggioranza dei casi il virus si risolve senza grossi problemi), ma è fondamentale proteggersi in modo intelligente in questi ultimi scampoli di fine estate.
Si invitano tutti i cittadini (e in modo particolare le persone anziane, i cardiopatici e i soggetti con un sistema immunitario già debilitato o compromesso) a evitare assolutamente la formazione di dannosi ristagni d’acqua nei sottovasi dei balconi, a installare le zanzariere alle finestre, a indossare pantaloni lunghi nelle ore serali o in prossimità delle campagne umide, e a utilizzare regolarmente i comuni spray repellenti anti-zanzare. La prevenzione quotidiana del singolo cittadino resta l’arma più formidabile che abbiamo per sconfiggere il virus.

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Salute

Disastro sanità, l’Abruzzo è l’ultimo in Italia per le visite specialistiche: solo un paziente su tre riesce a prenotare tramite il CUP

Disastro Sanità: l’Abruzzo è clamorosamente l’ultima regione d’Italia! Solo un paziente su tre riesce a prenotare una visita al CUP! 🏥 📉 Un dramma quotidiano che tocca le tasche e la salute di tutti noi. Ricevi la ricetta dal medico, chiami il CUP per prenotare una visita urgente, e ti senti rispondere: “Non ci sono posti” o “Se ne parla tra un anno”. Ora questo incubo è certificato ufficialmente dai dati nazionali sulle liste d’attesa! L’Abruzzo è sprofondato all’ultimo posto in Italia: solo il 33,7% delle ricette mediche si trasforma in una vera e propria visita nel sistema pubblico (contro il quasi 68% di Bolzano!). Il Partito Democratico (con Marinelli e Paolucci) lancia un grido d’allarme durissimo: la sanità abruzzese è al collasso, mancano medici e i cittadini sono disperati. Chi ha i soldi è costretto a rivolgersi ai privati per curarsi in fretta, ma chi non ha soldi è condannato a restare in lista d’attesa per mesi o a rinunciare del tutto alle cure! Il PD chiede di rivedere subito le esenzioni del ticket per aiutare le famiglie povere, ma serve capire al più presto perché le agende degli ospedali siano sempre perennemente sbarrate! Leggi i numeri di questo disastro nel nostro articolo! 👇 👨‍⚕️ A voi quanto tempo fa è capitato di chiamare il CUP abruzzese e sentirvi dire che non c’era posto per una visita importante?

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Liste di attesa, sanità

Redazione – C’è un incubo silenzioso che accomuna migliaia di famiglie abruzzesi ogni singolo giorno: ricevere una prescrizione medica per una visita specialistica urgente, attaccarsi al telefono per chiamare il Centro Unico di Prenotazione (CUP) e sentirsi rispondere dall’operatore di turno che non ci sono posti disponibili, o che bisogna aspettare mesi, se non addirittura anni. Un dramma umano e sociale che oggi, purtroppo, trova una drammatica conferma ufficiale nei crudi numeri delle statistiche nazionali.
L’Abruzzo è appena sprofondato all’ultimo posto assoluto in Italia per quanto riguarda il rapporto tra le prescrizioni mediche emesse e le effettive prenotazioni di prime visite specialistiche all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). A fotografare questo desolante scenario è la nuova piattaforma nazionale istituita per il monitoraggio delle famigerate liste d’attesa. I dati sono impietosi: nella nostra regione, appena il 33,7% delle impegnative mediche si traduce in un appuntamento effettivo nel sistema pubblico. È la percentuale più bassa e allarmante registrata tra tutte le Regioni e le Province autonome italiane. Basti pensare che la media nazionale si attesta al 50,3%, mentre l’eccellenza della Provincia autonoma di Bolzano vola addirittura al 67,7%.

Il grido d’allarme: “Cittadini spinti verso la sanità privata”

A sollevare prepotentemente il caso politico e sociale sono intervenuti il segretario regionale del Partito Democratico, Daniele Marinelli, e il capogruppo in Consiglio regionale Silvio Paolucci. Per i due esponenti dem, questi numeri non sono semplici statistiche da archiviare, ma rappresentano l’ennesimo e assordante campanello d’allarme sul collasso strutturale della sanità abruzzese.
Un sistema ormai cronico, piegato dalla paurosa carenza di personale medico e infermieristico, da macchinari spesso obsoleti e, soprattutto, dal crescente e forzato ricorso alle prestazioni private. Quando il sistema pubblico chiude le porte, il cittadino disperato e spaventato per la propria salute è costretto a mettere mano al portafogli per curarsi a pagamento, creando una gravissima disuguaglianza sociale tra chi può permettersi una visita privata e chi, purtroppo, è costretto a rinunciare alle cure per mancanza di soldi.

Oltre i numeri: cosa significa davvero quel 33,7%?

Ovviamente, per onestà intellettuale, il dato del 33,7% deve essere interpretato con la dovuta correttezza analitica. Non significa matematicamente che solo un paziente su tre venga curato e che gli altri due vengano abbandonati al loro destino mortale.
Questo specifico indicatore, infatti, fotografa esclusivamente il rapporto tra la “ricetta rossa” (o elettronica) emessa dal medico curante e la successiva telefonata andata a buon fine al CUP. Una parte fisiologica di queste ricette, come stimato dall’AGENAS (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), si perde per strada per motivi assolutamente normali: il paziente potrebbe essere improvvisamente guarito, potrebbe aver cambiato idea, potrebbe essersi accorto di un errore nella prescrizione, o potrebbe aver richiesto la ricetta solo per finalità puramente assicurative e burocratiche. Queste circostanze “fisiologiche” spiegano circa il 25-30% delle prescrizioni non utilizzate.

Il cortocircuito delle agende chiuse e la proposta sui ticket

Tuttavia, anche sottraendo questa percentuale fisiologica, la distanza siderale tra le ricette emesse in Abruzzo e gli appuntamenti realmente fissati rimane un baratro inaccettabile. Dietro queste mancate prenotazioni si nasconde il vero dramma dell’inaccessibilità alle cure.
Quante di queste ricette restano nel cassetto perché il cittadino si scontra contro il muro di gomma delle famigerate “agende chiuse”? Quanti abruzzesi gettano la spugna perché il primo buco libero per una banale visita cardiologica o per un’ecografia è fissato all’anno successivo? È proprio su questo aspetto di disperata attesa che il PD regionale chiede un immediato cambio di rotta.
Tra le proposte avanzate da Marinelli e Paolucci per tamponare l’emorragia e aiutare le fasce più deboli della popolazione, c’è una profonda revisione dei criteri per le esenzioni dal ticket sanitario, affinché si tenga realmente conto delle drammatiche condizioni economiche in cui versano oggi le famiglie abruzzesi a causa dell’inflazione.
Al di là del fisiologico e aspro scontro politico tra maggioranza e opposizione, la vera priorità sarà quella di smontare il sistema CUP pezzo per pezzo, analizzare le agende dei singoli ospedali e capire dove si inceppa questo maledetto ingranaggio che sta negando agli abruzzesi il diritto costituzionale e inviolabile alla Salute pubblica.

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Salute

Ritornare alle Radici: perché rivedere i luoghi dell’infanzia rigenera la mente. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Spesso liquidato come “una semplice vacanza nostalgica”, il viaggio di ritorno alle origini cela in realtà una potente valenza psicologica. Tornare nei luoghi in cui si è nati o cresciuti è molto più di un semplice spostamento geografico: è un vero e proprio tuffo nel passato capace di attivare profonde risonanze emotive.  “Questo percorso a ritroso consente di confrontare il nostro sé attuale con quello del passato, arricchire la propria vita, dare nuovo vigore ai progetti e relazioni” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini. Intervista di Marialuisa Roscino

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Luogo d'infanzia

Lucattini: “Ritornare nei luoghi del cuore riattiva rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mette nuovamente in comunicazione ciò che siamo stati con chi siamo oggi”

Redazione-  Spesso liquidato come “una semplice vacanza nostalgica”, il viaggio di ritorno alle origini cela in realtà una potente valenza psicologica. Tornare nei luoghi in cui si è nati o cresciuti è molto più di un semplice spostamento geografico: è un vero e proprio tuffo nel passato capace di attivare profonde risonanze emotive.  “Questo percorso a ritroso consente di confrontare il nostro sé attuale con quello del passato, arricchire la propria vita, dare nuovo vigore ai progetti e relazioni” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini.

Per esplorare queste specifiche dinamiche emotive e comprendere il significato profondo di questo viaggio interiore, abbiamo approfondito questi aspetti significativi con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Dott.ssa Lucattini, partiamo dai numeri e dalle tendenze attuali che vediamo emergere anche nei trend di viaggio, perché oggi c’è questo forte bisogno di viaggiare, alla riscoperta delle proprie radici?

In una realtà segnata da cambiamenti rapidi, grande mobilità e legami talvolta più fragili, tornare nei luoghi della propria storia può aiutare a ritrovare un senso di continuità e a riconoscersi nel tempo. I luoghi dell’infanzia e della storia familiare non custodiscono soltanto ricordi, trattengono atmosfere, relazioni, emozioni, aspetti di noi che hanno contribuito a costruire la nostra identità. Dal punto di vista psicoanalitico, ritornarvi può riattivare rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mettendo nuovamente in comunicazione ciò che siamo oggi con ciò che siamo stati. Non si tratta quindi soltanto di nostalgia, ma anche del bisogno di ritrovare appartenenza, continuità e senso nella propria storia personale e familiare.

Uno studio sul Journal of Environmental Psychology (2026) mostra che rivivere i luoghi ai quali siamo profondamente legati può rafforzare la percezione di coesione interna, arricchire il significato della propria vita, dare un nuovo senso ai nostri progetti e alle relazioni, questo perché i luoghi partecipano alla costruzione e al mantenimento del nostro senso di identità.

Cosa accade, nello specifico, a livello psicologico, quando decidiamo di tornare nei luoghi della nostra infanzia o giovinezza?

 

Ritrovare i luoghi dell’infanzia o della giovinezza significa spesso incontrare, quasi senza preavviso, una parte di sé che sembrava lontana. Una strada, una casa, un paesaggio, un odore possono riaccendere ricordi ed emozioni rimasti per anni sullo sfondo. In quel momento, il passato non viene semplicemente ricordato, torna ad essere vissuto interiormente, ma attraverso lo sguardo dell’adulto.

È proprio questo incontro tra il Sé di allora e quello di oggi a poter avere un valore trasformativo, poiché permette di percepire quanto siamo cambiati, ma anche di riconoscere ciò che ha mantenuto una continuità profonda nella nostra identità. Talvolta, consente persino di dare un significato nuovo a esperienze che, quando furono vissute, non potevano ancora essere comprese pienamente. Non è soltanto nostalgia, quindi, ma una forma di rilettura affettiva della propria storia (Current Research in Ecological and Social Psychology, 2025).

Quali sono, in particolare, i principali benefici emotivi di questo viaggio nei luoghi del cuore?

 

Ritrovare i luoghi a cui si è stati profondamente legati può avere qualcosa di molto intenso: è come se, tornando lì, si ritrovasse anche una parte di sé che sembrava lontana. Quei luoghi non conservano soltanto ricordi, ma presenze, affetti, momenti felici, separazioni e passaggi difficili che hanno contribuito a costruire l’identità personale. Rivederli può far sentire nuovamente dentro la propria storia, restituendo un senso di appartenenza e di continuità, quasi un filo che unisce ciò che si era a ciò che si è diventati. E proprio per questo, il ritorno non è sempre dolce: può commuovere, sorprendere, talvolta anche ferire. Ma anche la nostalgia, il dolore o l’ambivalenza possono diventare un modo per riconoscere e integrare parti importanti della propria vita (Applied Psychology. Health and Well-Being, 2025).

I profumi, i suoni e i sapori dell’infanzia sono, senz’altro,  una via d’accesso privilegiata al nostro mondo interno. In che modo, nello specifico, gli stimoli sensoriali dei luoghi natali riescono a riattivare parti di noi che credevamo assopite o dimenticate? Secondo Lei, possono rappresentare anche una buona occasione  per disconnetterci dal digitale?

 

Basta a volte un odore, un suono familiare o un sapore perché riaffiori qualcosa che non sapevamo di ricordare, gli stimoli sensoriali hanno infatti un accesso particolarmente immediato alla memoria autobiografica, riattivano non soltanto singoli episodi, ma anche l’atmosfera emotiva che li accompagnava. È come se, per un istante, una parte del nostro passato tornasse vividamente nel presente. Gli odori e i profumi hanno una forza specifica nel facilitare il recupero immagini, episodi e momenti felici, soprattutto quando hanno una forte caratura personale ed emotivamente forte.

Certamente, visitare i luoghi della propria giovinezza, può essere anche un’occasione di disconnessione digitale, certo, è necessario sostare nei luoghi gustandoseli, lasciando che memorie e ricordi riaffiorino liberamente, tenendo a freno l’urgenza di fotografarli con lo smartphone per condividerlo sui social. Il passato e il presente sono condizioni intime che vanno coltivare e scoperte, i devices possono essere di ostacolo, restare disconnessi può riportare l’attenzione all’esperienza sensoriale che verso il proprio mondo interiore (iScience, 2026).

Dal punto di vista dell’elaborazione psichica, qual è secondo Lei la vera differenza, tra il semplice ricordo nostalgico e l’esperienza fisica e immersiva del ritorno sul posto?

 

Il ricordo nostalgico tende a conservare il passato come una rappresentazione interna che può consolare, ma anche idealizzare ciò che è stato. Tornare fisicamente in un luogo, invece, mette quella memoria a confronto con la realtà presente, perché la casa può apparire più piccola, una strada diversa, alcune persone possono non esserci più e ciò che dentro di sé era rimasto quasi immobile viene improvvisamente rimesso in movimento dal tempo trascorso.

Proprio la distanza tra il luogo ricordato e quello ritrovato può favorire un’elaborazione più profonda, poiché il passato si riattiva attraverso sensazioni, affetti e tracce corporee, ma viene osservato e vissuto dalla posizione psichica dell’adulto. È allora possibile che esperienze antiche assumano significati nuovi e che ciò che è stato vissuto acquisti una diversa comprensibilità alla luce delle esperienze successive. Il ritorno, quindi, non serve tanto a recuperare ciò che non c’è più, quanto a riconoscerlo, a misurare la distanza che separa il passato dal presente e, talvolta, a integrare in modo nuovo parti importanti della propria storia (The Psychoanalytic Quarterly, 2020).

Esistono anche dei rischi o degli aspetti critici in questo tipo di viaggi?

Tornare in luoghi molto importanti della propria storia può far riaffiorare non solo ricordi piacevoli, ma anche nostalgia, tristezza, senso di perdita o vecchie ferite che sembravano ormai lontane. Questo può essere destabilizzante, soprattutto quando il luogo mette davanti a ciò che è cambiato o a ciò che non c’è più. Tuttavia, proprio ciò che riemerge, anche emozioni spiacevoli o disagio, può diventare un’occasione per comprendere meglio alcuni vissuti rimasti in sospeso. Vederli oggi, con una maggiore consapevolezza e con gli strumenti emotivi dell’età adulta, può aiutare a dare loro un significato diverso e a integrarli nella propria storia, invece di continuarne a subire gli effetti senza accorgersene. Talvolta, può far pensare anche ad un percorso psicoanalitico come un viaggio alla scoperta proprio di questi aspetti di se stessi, legati alla propria storia, alle origini ai luoghi dove la propria vita anche quella affettiva, ebbe inizio (International Journal of Psychoanalysis, 2020).

 

Quanto è importante, a Suo avviso, condividere il viaggio di ritorno alle proprie origini con il proprio partner o con la famiglia di procreazione? In che modo, in particolare, questa esperienza trasforma i racconti di famiglia in un patrimonio emotivo comune e tangibile da un punto di vista affettivo?

 

Condividere questo viaggio con il partner o con la famiglia che si è costruita può essere molto significativo, perché permette di mostrare concretamente una parte della propria storia che fino a quel momento era esistita soprattutto nei racconti. Vedere insieme una casa, una strada, un paesaggio aiuta gli altri a comprendere meglio le proprie origini, i legami che hanno avuto un peso nella propria crescita e l’ambiente affettivo da cui si proviene. In questo modo i ricordi smettono di appartenere soltanto a chi li ha vissuti e diventano parte di una memoria familiare comune, transgenerazionale, capace di creare continuità tra le generazioni e di rafforzare gli affetti e consolidare il senso di appartenenza (Memory, 2025).

Quali consigli si sente di dare a chi sta pianificando un turismo di ritorno?

 

-Pensare di fare almeno un viaggio nei luoghi del proprio passato aiuta a riscoprire la propria storia personale e familiare;

-Prestare attenzione ai dettagli e lasciarsi trasportare da odori, suoni, sapori e atmosfere che possono fare riaffiorare i ricordi più profondi;

-Accogliere anche le emozioni meno piacevoli, perché nostalgia, tristezza o senso di perdita fanno parte dell’esperienza;

-Cercare di mettere da parte lo smartphone per qualche ora, in modo da vivere il momento senza interferenze;

-Considerare che il passato possa apparire diverso, migliore o peggiore, ma che è proprio questa differenza cha aiuta a capire meglio se stessi;

-I viaggi nel tempo esistono, dentro se stessi e nei luoghi del cuore. Concederseli aiuta a sentirsi meglio, più vicini a se stessi e ai propri affetti, di oggi e di allora, in un abbraccio simbolico, profondo, vitale.

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Salute

Scongeli la carne lasciandola sul lavandino? L’errore gravissimo che mette a rischio la tua salute (e come farlo correttamente)

Lasci la carne a scongelare sul lavandino della cucina? Stai commettendo un errore gravissimo che rovina la tua salute! 🥩 🦠 È un gesto che facciamo tutti da anni: togliere le fettine dal freezer e lasciarle sul bancone della cucina aspettando che si scongelino. Sbagliatissimo! La scienza alimentare ci avverte: lo strato esterno della carne si scongela velocemente e, restando a temperatura ambiente (tra i 20 e i 25 gradi), diventa il “terreno di caccia” perfetto per milioni di batteri pericolosi (come Salmonella ed Escherichia coli), che si moltiplicheranno raddoppiando di numero ogni 20 minuti! Il rischio di prendersi una bruttissima e dolorosa intossicazione alimentare è altissimo. Qual è il modo corretto? Il migliore in assoluto è la programmazione: spostare la carne dal freezer al ripiano basso del frigorifero la sera prima. Se avete fretta, usate la funzione Defrost del microonde (ma cucinate subito dopo!), oppure immergete la carne (chiusa ermeticamente in un sacchetto) in una ciotola di acqua rigorosamente FREDDA. Dite basta alle intossicazioni: leggete la nostra guida completa per salvare i vostri piatti e la vostra pancia! 👇 👨‍🍳 E voi, quale metodo usate solitamente per scongelare gli alimenti quando andate di fretta?

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Carne congelata

Redazione – È un gesto che compiamo in modo quasi automatico, tramandato di generazione in generazione e radicato profondamente nelle nostre abitudini culinarie. Torniamo a casa di fretta, ci ricordiamo di non aver preparato nulla per cena, apriamo il congelatore, prendiamo un bel vassoio di petti di pollo o di bistecche di manzo e lo appoggiamo pigramente sul lavandino della cucina, aspettando che si scongeli a temperatura ambiente per poterlo finalmente cucinare.
Eppure, dietro questa pratica apparentemente innocua e diffusissima si nasconde in realtà uno degli errori alimentari più gravi, subdoli e pericolosi per la nostra salute. Scongelare la carne lasciandola all’aria aperta non è solo un modo sbagliato di trattare il cibo, ma è un vero e proprio attentato biologico al nostro apparato digerente e a quello dei nostri figli.

La “zona di pericolo”: come proliferano i batteri

Per capire il perché di tanto allarmismo, dobbiamo fare un breve viaggio nel mondo della microbiologia. Il congelamento non uccide i batteri patogeni (come Salmonella, Escherichia coli o Campylobacter) eventualmente presenti sulla carne cruda: li mette semplicemente “a nanna”, in uno stato di ibernazione profonda.
Quando tiriamo fuori la carne dal freezer e la lasciamo sul bancone della cucina (dove la temperatura ambiente oscilla solitamente tra i 20°C e i 25°C), lo strato più esterno della carne si scongela molto rapidamente, mentre il cuore interno rimane un blocco di ghiaccio. In quei pochi millimetri di carne esterna scongelata e umida, i batteri si risvegliano bruscamente e si ritrovano nella cosiddetta “Zona di Pericolo” (la fascia termica compresa tra i 4°C e i 60°C). In queste condizioni ideali, i batteri iniziano a moltiplicarsi in modo esponenziale, raddoppiando di numero ogni 20 minuti! Il risultato? Nel giro di un paio d’ore, la vostra bistecca sarà letteralmente ricoperta da una colonia invisibile di agenti patogeni pronti a causarvi dolorosissime intossicazioni alimentari, crampi, nausea e febbre.

Il metodo perfetto (e sicuro) per scongelare la carne

Come dobbiamo comportarci, allora, per tutelare la nostra salute? La scienza alimentare parla chiaro e offre tre, e solo tre, metodi sicuri per scongelare le pietanze senza rischiare l’avvelenamento.
Il primo e miglior metodo in assoluto è la scongelazione in frigorifero. Richiede programmazione: dovete prendere la carne dal freezer la sera prima e riporla sul ripiano più basso del frigorifero (appoggiandola su un piatto per raccogliere i liquidi). A 4°C, il processo sarà lento, dolce e totalmente inibente per i batteri. La carne conserverà intatte le sue fibre, i suoi succhi e, soprattutto, la sua sicurezza igienica.
Il secondo metodo, perfetto se avete estrema fretta, è l’utilizzo della funzione “Defrost” (scongelamento) del vostro forno a microonde. Attenzione però: se usate questo metodo, la carne va cucinata immediatamente dopo, perché il microonde innalza la temperatura e rischia di cuocere i bordi, risvegliando parzialmente i batteri.

Il trucco dell’acqua fredda per le vere emergenze

C’è infine un terzo metodo, poco conosciuto ma approvato dagli esperti di sicurezza alimentare, utilissimo se avete dimenticato di tirare fuori la carne e non amate il microonde. Prendete la vostra carne, chiudetela ermeticamente all’interno di un sacchetto di plastica per alimenti (fate attenzione che non ci siano fori) e immergetela in una ciotola capiente piena di acqua rigorosamente fredda. L’acqua (anche se fredda) scongelerà la carne molto più velocemente dell’aria fredda del frigo, ma impedirà alla superficie di raggiungere la pericolosa temperatura ambiente. L’importante è ricordarsi di cambiare l’acqua ogni 30 minuti.
Da oggi in poi, cancellate definitivamente l’abitudine del “lavandino”: un pizzico di prevenzione e programmazione salverà il sapore dei vostri piatti e proteggerà la salute di tutta la famiglia!

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