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Cultura

“Sono impotente, ma non senza speranza”: i versi strazianti di Menda Vreto per un mondo ferito dalla guerra

Quante volte vi siete sentiti schiacciati e inutili di fronte alle tragedie del mondo? Questa poesia meravigliosa è per voi: vi scalderà il cuore! ❤️ 🕊️ Quando guardiamo in TV le immagini terribili delle guerre, delle bombe e dei bambini orfani in fuga, proviamo tutti lo stesso devastante senso di vuoto allo stomaco: l’impotenza. Vorremmo ricostruire le case, fermare i missili e sfamare il mondo intero, ma sappiamo di non poterlo fare, e questo ci schiaccia l’anima. La scrittrice Menda Vreto ha preso questo enorme dolore umano e lo ha trasformato in una poesia che è un vero e proprio capolavoro! S’intitola “Sono impotente, ma non senza speranza”, ed è un manifesto potentissimo contro l’indifferenza. La poetessa ci ricorda che, anche se non possiamo fermare le guerre decise dai potenti, abbiamo un potere rivoluzionario e immenso: “Possiamo scegliere di NON diventare indifferenti. Forse non posso costruire tutte le scuole o sfamare il mondo, ma posso costruire un piccolo gesto d’amore ogni singolo giorno, e quando le forze finiscono rimane la preghiera”. Perché la pace vera non si firma sui tavoli dei politici, ma inizia da una mano che si tende nel quotidiano. Leggi questa stupenda riflessione e il testo integrale della poesia nel nostro articolo, ti commuoverai! 👇 🌹 Condividete queste parole affinché il cinismo e la rassegnazione non abbiano mai la meglio sui nostri cuori.

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Bambino

Redazione – Quante volte, guardando i telegiornali o scorrendo le crudeli e sanguinose immagini che affollano i nostri smartphone, ci siamo sentiti letteralmente schiacciati dal peso del mondo? Quante volte, di fronte alle macerie fumanti di un palazzo sventrato dai missili o agli occhi terrorizzati di un bambino in fuga, abbiamo provato un senso di vuoto allo stomaco e una desolante, profonda inadeguatezza?
La risposta è racchiusa in una parola durissima ma reale: impotenza. L’impossibilità fisica di allungare un braccio oltre lo schermo per fermare una bomba, per dare un tozzo di pane a chi muore di fame o per consolare chi ha perso tutto. Questo dolorosissimo e universale sentimento umano è stato trasformato in pura e sublime poesia dalla scrittrice Menda Vreto, che con la sua lirica intitolata “Sono impotente, ma non senza speranza” ha firmato un vero e proprio manifesto spirituale contro l’indifferenza e il cinismo del nostro tempo.

Il dolore dei bambini e il peso dell’inutilità

L’inizio del componimento di Menda Vreto è un elenco disperato e viscerale di tutto il bene che vorremmo, e dovremmo, fare ma che ci è precluso. Il pensiero primario e straziante va alle vittime più innocenti e insopportabili di ogni conflitto: i bambini. “Quelli che conoscono la guerra prima ancora di conoscere la pace, quelli che hanno imparato a piangere prima ancora di imparare a giocare”.
L’autrice elenca desideri immensi, utopistici e meravigliosi: raccogliere piccole mani dalle macerie, ricostruire gambe, donare acqua ai deserti, pane agli affamati e scuole a chi non ha futuro. Ma la conclusione di questa prima, struggente parte si schianta contro il muro inossidabile della realtà: “Vorrei fare tutto questo. Ma sono impotente. E a volte mi sembra che il mio cuore sia troppo piccolo per contenere tutto il dolore del mondo”.

La ribellione dell’anima: l’antidoto contro l’indifferenza

È proprio nel momento in cui l’oscurità sembra totale e la rassegnazione rischia di divorare l’anima, che la poesia di Menda Vreto compie un capolavoro di resilienza spirituale ed emotiva. Il vuoto dell’impotenza viene riempito dalla luce formidabile della speranza e dell’azione quotidiana.
Non possiamo fermare le guerre decise dai potenti, non possiamo sfamare l’intera umanità e non possiamo costruire case per tutti i rifugiati. Ma abbiamo il potere immenso e rivoluzionario del nostro libero arbitrio: possiamo scegliere di non diventare indifferenti. Possiamo costruire un piccolo, apparentemente insignificante gesto d’amore ogni singolo giorno, condividendo il poco che abbiamo con chi ci sta vicino.

Il rifugio della preghiera e l’amore che accende la luce

E quando le mani non arrivano e le forze fisiche si esauriscono, Menda Vreto ci ricorda l’arma più antica e potente a disposizione del genere umano: la preghiera. Una preghiera che l’autrice descrive in modo laico e universale, capace di abbattere confini geografici, nazioni e religioni diverse, per arrivare dritta al cuore pulsante dell’umanità.
La pace non è un trattato firmato su un pezzo di carta da uomini in giacca e cravatta. La pace, ci insegna questa lirica meravigliosa, comincia dalle piccole cose: “Da un cuore che non si arrende, da una mano che si tende”. Finché esisterà sulla faccia della terra anche una sola persona capace di provare amore, il mondo non sarà mai perduto.
Di seguito vi proponiamo il testo integrale di questo capolavoro poetico, invitandovi a leggerlo nel silenzio e a farne tesoro.

“Sono impotente, ma non senza speranza” di Menda Vreto

“Sono impotente.
Eppure vorrei proteggere tutti i bambini del mondo,
quelli che conoscono la guerra prima ancora di conoscere la pace,
quelli che hanno imparato a piangere prima ancora di imparare a giocare.
Vorrei raccogliere dalle macerie le loro piccole mani,
ridare gambe a chi le ha perdute sotto il fragore delle bombe,
e restituire un abbraccio a chi non ha più le braccia dei genitori intorno al cuore.

Vorrei portare il pane dove oggi c’è fame,
l’acqua dove la terra è arida,
un tetto dove il cielo non basta a proteggere dal freddo e dal caldo.
Vorrei costruire case con porte sempre aperte,
case dove le famiglie possano ritrovarsi,
dove nessun bambino debba più chiedersi dove sia finito il suo mondo.
Vorrei costruire scuole, con finestre grandi sulla vita,
perché ogni bambino possa imparare a leggere, a scrivere,
a sognare un futuro che non abbia il rumore delle armi.
Vorrei scavare pozzi dove oggi manca l’acqua,
costruire strade dove oggi ci sono soltanto ostacoli,
aprire sentieri perché ogni persona possa camminare verso una vita migliore.
Vorrei curare chi soffre, asciugare le lacrime degli ammalati,
tendere la mano agli anziani che non hanno più la forza nemmeno per chiedere aiuto.

Vorrei fare tutto questo.
Ma sono impotente.
E a volte mi sembra che il mio cuore sia troppo piccolo per contenere tutto il dolore del mondo.
Poi guardo un bambino e capisco che anche una piccola luce può vincere il buio.

Forse non posso fermare una guerra, ma posso scegliere di non diventare indifferente.
Forse non posso sfamare il mondo, ma posso condividere ciò che ho.
Forse non posso costruire tutte le case, tutte le scuole, tutti i pozzi,
ma posso costruire un gesto d’amore ogni giorno.
E quando le mie mani non bastano, quando le mie forze finiscono, rimane la preghiera.

Una preghiera che attraversi confini, religioni e nazioni,
e arrivi fino al cuore degli uomini:
che tutte le guerre finiscano, che nessun bambino debba più avere paura,
che la fame lasci posto al pane, che la miseria lasci posto alla dignità,
che ogni casa torni a riempirsi di voci, e che la pace non sia più un sogno, ma la casa di tutti.

Io sono impotente, ma non sono senza speranza.
Perché finché esisterà anche una sola persona capace di amare,
il mondo non sarà mai completamente perduto.
E forse la pace comincia proprio da qui:
da un cuore che non si arrende, da una mano che si tende,
da una preghiera che diventa amore,
e dall’amore che, un giorno, può diventare luce per il mondo.”

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Cultura

«Un piccolo gesto, un grande cuore»: la commovente lezione di Menda Vreto sull’ombrello lasciato sotto la pioggia per uno sconosciuto

La scrittrice Menda Vreto racconta l’incontro sotto un violento diluvio con un uomo che lascia il suo ombrello aperto sul marciapiede per uno sconosciuto: «Ho lavorato nei paesi poveri, voglio restituire il bene ricevuto». Una toccante riflessione sulla gratuità del dono e sulla gentilezza silenziosa. Il racconto completo nell’articolo 👇

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MENDA-VRETO

Roma – Esistono istanti minuscoli, all’apparenza invisibili all’interno della frenesia quotidiana delle nostre città, capaci tuttavia di imprimere nell’anima un solco indelebile che l’usura del tempo non riesce a scalfire. In un’epoca segnata da diffidenze reciproche, porte blindate e sguardi che si incrociano raramente per timore dell’altro, il racconto firmato dalla scrittrice Menda Vreto si impone come una folgorazione etica. Una testimonianza reale e toccante che prende le mosse da una mattina di pioggia torrenziale per trasformarsi in una delle più alte parabole contemporanee sulla gratuità del dono, sul senso autentico della solidarietà e sulla bellezza rivoluzionaria di chi sceglie la gentilezza quando nessuno lo guarda.

La scena sotto la pioggia battente: un ombrello e una pietra sul marciapiede

Ieri pioveva a dirotto: non una pioggia leggera e passeggera, ma uno di quei rovesci violenti d’autunno che trasformano i marciapiedi in distese d’acqua e l’asfalto in fiumi insidiosi, rendendo ogni passo una sfida contro il vento e le pozzanghere. Immersa nei propri pensieri mentre si recava al lavoro, l’autrice nota i movimenti insoliti di un uomo che ha appena terminato di scaricare la spesa e chiudere il proprio garage. Anziché correre al caldo per ripararsi, l’uomo indugia sotto il diluvio con lo sguardo attento, come se stesse cercando qualcosa di vitale tra le siepi e l’erba fradicia.

Senza curarsi dei vestiti ormai zuppi e del freddo pungente, l’uomo si china, scava nel fango e solleva una pietra pesante. Poi compie un gesto inaspettato: apre il suo grande ombrello, lo adagia con cura sul bordo del marciapiede e colloca il sasso sulla stoffa tesa, impedendo alle raffiche di vento di ribaltarlo o trascinarlo via. Un riparo lasciato lì, stabile, aperto e pronto all’uso, sul ciglio della strada.

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La confessione dell’uomo: «Restituire il bene ricevuto nei paesi più poveri»

Vinta dalla curiosità e dallo stupore, Menda Vreto si avvicina all’uomo chiedendogli la ragione di quell’azione così bizzarra: «Mi scusi, perché ha lasciato il suo ombrello qui, aperto, sotto questa pioggia battente?». La risposta dello sconosciuto possiede la forza disarmante delle verità primordiali: «Ho lavorato per molti anni in un Paese del mondo estremamente povero. Lì ho ricevuto tantissimo rispetto, educazione e una generosità commovente da persone che non possedevano nulla eppure sapevano donare tutto. Adesso mi chiedo: cosa posso fare io per restituire tutto il bene che ho ricevuto? Cerco di fare del bene finché posso».

Le parole dell’uomo illuminano il marciapiede grigio con una luce inaspettata: «Vedo passare tante persone sotto questo temporale: bambini con gli zaini che vanno a scuola, anziani con le buste della spesa, lavoratori trafelati che cercano di raggiungere la fermata dell’autobus. Forse qualcuno ne avrà bisogno, forse qualcuno lo prenderà per non bagnarsi e arrivare a casa asciutto. Non è un’impresa straordinaria, lo so bene… ma se può servire ad aiutare anche una sola persona, perché mai non dovrei farlo?».

L’etica del dono anonimo: la grandezza di chi fa del bene senza chiedere nulla in cambio

Davanti a quella disarmante semplicità, ogni parola suona superflua. Quanto vale, dal punto di vista economico, un comune ombrello lasciato su un marciapiede? Probabilmente pochi euro. Ma quanto vale l’intenzione morale di chi rinuncia spontaneamente a un proprio bene, bagnandosi fino alle ossa, al solo scopo di rendere meno amara e fredda la giornata di uno sconosciuto di cui non conoscerà mai né il volto né la voce?

È proprio nell’anonimato che risiede la purezza assoluta della bontà. Nella società contemporanea, dove persino la beneficenza rischia spesso di degradarsi in passerella mediatica o in vanitosa ricerca di consensi digitali, donare senza pretendere ringraziamenti rappresenta un atto di altissima rivoluzione spirituale. Quell’uomo non sapeva se ad afferrare quel manico sarebbe stato un ragazzo, una madre stanca o un mendicante infreddolito. Gli bastava la serena certezza che, da qualche parte, un altro essere umano avrebbe provato sollievo sentendosi, anche solo per un attimo, protetto e pensato.

La lezione di Menda Vreto: il mondo non ha bisogno di chi cerca riparo, ma di cuori capaci di esserlo

Nel riprendere il proprio cammino sotto la pioggia che continua incessante, Menda Vreto consegna ai lettori una meditazione che interroga la coscienza di ciascuno: «Non possiamo fermare tutte le tempeste della vita, né abbiamo il potere di proteggere ogni persona dal dolore e dalle intemperie del destino. Ma possiamo scegliere liberamente di essere, almeno per qualcuno, un piccolo e inatteso riparo». La grandezza autentica di una vita umana non si calcola dalle ricchezze materiali accumulate, ma dal numero di pesi che abbiamo saputo alleviare lungo il cammino di chi ci cammina accanto.

Un sasso raccolto dall’erba fradicia, una cupola di stoffa aperta sul cemento e un cuore capace di vedere il bisogno là dove gli altri scorgono soltanto brutto tempo. «Che non ci manchi mai – conclude la scrittrice – la sensibilità di lasciare un ombrello aperto per chi sta attraversando il proprio temporale. Perché il mondo non ha bisogno soltanto di persone che cercano disperatamente un riparo: ha bisogno di cuori che abbiano il coraggio e la generosità di diventarlo».

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Cultura

Il giornalismo come servizio pubblico e ponte tra i popoli: Angela Kosta intervista Demitrios Kannavos tra sfide investigative e cooperazione europea

Angela Kosta intervista per Cavalier News il Dr. Demitrios Kannavos, membro dell’Associazione Europea dei Giornalisti (Sezione Ellenica): il giornalismo come servizio pubblico, la difesa dei diritti umani, la lotta alle fake news e la cooperazione internazionale. Il messaggio alle nuove generazioni: l’intervista integrale e la biografia completa nell’articolo 👇

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Demitrios Kannavos

Atene – Il giornalismo come presidio irrinunciabile di libertà, argine civile contro le tempeste della disinformazione digitale e ponte etico di cooperazione democratica tra i popoli. In un’epoca segnata da profonde instabilità geopolitiche e dalla rivoluzione tecnologica dei mass media, la giornalista e scrittrice Angela Kosta ha incontrato per Cavalier News il dottor Demitrios Kannavos, autorevole firma del giornalismo investigativo ellenico e membro del Comitato di vigilanza dell’Associazione Europea dei Giornalisti (Sezione Ellenica). Di seguito pubblichiamo integralmente la conversazione, un documento di straordinario valore civico sulla responsabilità sociale dell’informazione.

Il giornalismo come servizio pubblico e baluardo dei diritti umani

A cura di Angela Kosta

Dr. Demitrios Kannavos affronta le sfide del giornalismo investigativo, la tutela dei diritti umani e la cooperazione internazionale nell’era della disinformazione.

Buongiorno, Dr. Demitrios. Può descriverci il suo percorso professionale, soffermandosi sulle tappe che hanno maggiormente contribuito alla sua formazione nel campo del giornalismo internazionale?

«Il mio percorso professionale nel giornalismo è stato caratterizzato da un profondo impegno per l’informazione di interesse pubblico, il dialogo internazionale e il lavoro investigativo. Nel corso degli anni, ho operato in diversi ambiti dei media, tra cui il giornalismo investigativo e internazionale, la diplomazia culturale e le strategie di comunicazione digitale.

Un momento fondamentale della mia carriera è stata la fondazione e la direzione di Hellenic Group Media, un’organizzazione impegnata nel giornalismo responsabile, nella cooperazione internazionale e nella promozione dei valori democratici. Attraverso questo lavoro ho avuto l’opportunità di collaborare con giornalisti, accademici e personalità culturali in tutta Europa e negli Stati Uniti.

Un altro passo importante è stato lo sviluppo di Hellenic Los Angeles Network, che mira a costruire ponti tra la Grecia, la diaspora greca e la comunità creativa internazionale.

Queste iniziative hanno rafforzato la mia convinzione che il giornalismo non sia soltanto una professione, ma anche una responsabilità civica globale».

Lei concepisce il giornalismo come una missione di responsabilità e di servizio alla società. In che modo questa visione orienta il suo lavoro professionale?

«Per me, il giornalismo è essenzialmente un servizio pubblico. Il ruolo e il dovere del giornalista non consistono soltanto nell’informare, ma anche nel difendere i valori democratici, dare voce alla società e contribuire alla trasparenza e alla responsabilità delle istituzioni.

Questa filosofia guida ogni aspetto del mio lavoro. Un giornalismo responsabile richiede indipendenza, integrità etica e rispetto della verità. In un’epoca in cui la disinformazione si diffonde rapidamente, i giornalisti devono agire come custodi dell’informazione attendibile.

Per questo motivo, il mio lavoro mira a promuovere un giornalismo al servizio della società, non del potere. Ciò significa concentrarsi sull’accuratezza, sull’equità e sul contesto sociale più ampio in cui si inseriscono le notizie».

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Le sfide investigative, le crisi umanitarie e la vigilanza etica in Europa

In relazione alle dinamiche internazionali e al giornalismo investigativo, quali ritiene siano oggi le principali sfide in termini di indipendenza, accuratezza e protezione delle fonti?

«Una delle sfide più importanti consiste nel preservare l’indipendenza editoriale in un contesto in cui le pressioni economiche, le influenze politiche e la disinformazione digitale condizionano sempre più il mondo dei media.

Il giornalismo investigativo deve inoltre affrontare rischi crescenti, legati soprattutto alla protezione delle fonti e alla sicurezza delle informazioni. I giornalisti sono chiamati a operare in contesti geopolitici complessi, nei quali le informazioni possono essere manipolate o utilizzate come strumenti di pressione.

Per affrontare queste sfide sono necessari solidi standard etici e giuridici. La protezione dei giornalisti e la cooperazione internazionale tra organi di informazione e organizzazioni sono essenziali e indispensabili».

Quando si affrontano questioni legate agli interventi umanitari e alla protezione civile, quali principi considera fondamentali per garantire un’informazione accurata e responsabile?

«Nelle crisi umanitarie, i giornalisti devono dare priorità all’accuratezza, alla dignità umana e alla comprensione del contesto.

È importante evitare il sensazionalismo e garantire che la narrazione giornalistica rifletta la realtà delle popolazioni colpite. Questo rafforza ulteriormente la nostra responsabilità. Il giornalismo deve mettere in evidenza la dimensione umana delle crisi, offrendo al contempo informazioni verificate ed equilibrate.

I giornalisti devono inoltre essere consapevoli delle proprie responsabilità etiche, che implicano la necessità di riferire correttamente i fatti anche in contesti delicati, soprattutto quando sono coinvolte comunità vulnerabili».

In qualità di membro del Comitato di vigilanza dell’Associazione Europea dei Giornalisti – Sezione Ellenica, quali iniziative ritiene prioritarie per rafforzare l’etica e la qualità dell’informazione in Europa?

«In qualità di membro del Comitato di vigilanza dell’Associazione Europea dei Giornalisti – Sezione Ellenica, il mio ruolo si concentra principalmente sulla supervisione, sulla trasparenza e sulla responsabilità istituzionale.

L’organo di vigilanza e il comitato sono responsabili della revisione e del controllo finanziario, nonché del monitoraggio delle attività e delle procedure amministrative del Consiglio direttivo, al fine di garantire che l’organizzazione operi con integrità, trasparenza e nel rispetto del proprio statuto.

Oltre a questa responsabilità istituzionale, ritengo che il rafforzamento del giornalismo etico in Europa richieda una formazione professionale continua, un sostegno concreto al giornalismo indipendente e solidi meccanismi di trasparenza e responsabilità all’interno delle organizzazioni mediatiche.

Le istituzioni giornalistiche devono inoltre rafforzare le proprie strutture di governance interna e i principi etici. Una buona gestione delle associazioni professionali rappresenta un passaggio fondamentale per consolidare la credibilità del giornalismo europeo».

In qualità di fondatore e membro dell’Unione Internazionale dei Giornalisti di Creta e dei Mass Media, quale ruolo attribuisce alla cooperazione internazionale tra i professionisti dell’informazione?

«In qualità di fondatore e membro dell’Unione Internazionale dei Giornalisti di Creta e dei Mass Media, ritengo che la cooperazione internazionale tra giornalisti sia fondamentale nel mondo interconnesso di oggi.

I professionisti dell’informazione devono lavorare insieme per condividere conoscenze, difendere la libertà di stampa e rafforzare gli standard professionali.

Le organizzazioni che promuovono la cooperazione internazionale creano valori condivisi e reti che consentono ai giornalisti di confrontare le proprie prospettive e affrontare collettivamente le sfide globali.

Una simile collaborazione rafforza anche il ruolo culturale e democratico del giornalismo oltre i confini nazionali».

Il futuro della professione nell’era digitale e il messaggio alle nuove generazioni

In un contesto globale caratterizzato dalla crescente diffusione della disinformazione, quale contributo possono offrire le istituzioni giornalistiche per tutelare l’affidabilità delle informazioni?

«Le istituzioni giornalistiche svolgono un ruolo fondamentale nella tutela dell’affidabilità dell’informazione. Devono promuovere l’etica professionale, sostenere il giornalismo investigativo e rafforzare i meccanismi di verifica dei fatti.

Inoltre, le organizzazioni mediatiche dovrebbero investire nell’educazione ai media e alla comunicazione digitale, affinché i cittadini siano maggiormente preparati a distinguere le informazioni attendibili da quelle false.

In definitiva, la credibilità del giornalismo dipende dalla trasparenza, dalla responsabilità e dal rispetto costante dei principi etici».

A suo giudizio, quale rapporto esiste tra giornalismo investigativo e tutela dei diritti umani nella società contemporanea?

«Il giornalismo investigativo è strettamente legato alla tutela dei diritti umani. Portando alla luce gli abusi di potere, la corruzione e le violazioni delle libertà e dei diritti fondamentali, contribuisce alla costruzione di una democrazia più responsabile.

Spesso i giornalisti agiscono come sentinelle della società, richiamando l’attenzione su questioni che altrimenti potrebbero rimanere nascoste. Questo ruolo è fondamentale per proteggere le libertà civili e la giustizia stessa.

In numerose occasioni, il giornalismo investigativo ha svolto un ruolo decisivo nel denunciare le violazioni dei diritti umani e nel promuovere riforme istituzionali».

Osservando l’evoluzione del panorama mediatico, quali aspetti strutturali e trasformazioni ritiene più significativi per il futuro della sua professione?

«Le trasformazioni più importanti comprendono la rapida digitalizzazione dei media, la comparsa di nuove piattaforme di comunicazione e la circolazione globale delle informazioni in tempo reale.

Sebbene questi sviluppi offrano nuove opportunità al giornalismo, generano anche sfide legate alla disinformazione, alla sostenibilità economica e alla fiducia del pubblico.

Il futuro del giornalismo dipenderà dalla capacità delle istituzioni mediatiche di adattarsi tecnologicamente, preservando al contempo solidi valori etici fondamentali».

Quale messaggio desidera trasmettere alle nuove generazioni di giornalisti che si affacciano a un mondo sempre più complesso?

«Alle nuove generazioni di giornalisti direi che l’integrità è il nostro patrimonio più prezioso.

In un mondo caratterizzato dal rumore mediatico e dalla competizione, la dedizione alla verità e al giornalismo etico deve rimanere il nostro principio guida.

Il giornalismo richiede coraggio, curiosità e responsabilità. I giovani giornalisti devono continuare a ricercare la conoscenza, mantenere la propria indipendenza di pensiero e ricordare sempre che il giornalismo è al servizio della società.

Nonostante le difficoltà, il giornalismo rimane uno dei pilastri più importanti della democrazia».

La ringrazio per questa intervista.

«Ringrazio lei, Angela, e tutti i lettori italiani. Desidero esprimere la mia gratitudine e il mio rispetto a tutta la redazione di Cavaliere News».

Biografia e percorso professionale del Dr. Demitrios Kannavos

Il Dr. Demitrios Kannavos è un giornalista conosciuto e una figura attiva nei settori dell’informazione, della cultura e del servizio pubblico.

È membro del Comitato di revisione contabile dell’Associazione Europea dei Giornalisti – Sezione Ellenica, nonché fondatore e membro dell’Unione Internazionale dei Giornalisti di Creta e dei Mass Media. Nel corso della sua attività ha contribuito allo sviluppo degli standard giornalistici e alla promozione della cooperazione internazionale.

Durante la sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali per il proprio lavoro, il servizio alla comunità e l’impegno nella promozione culturale.

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Cultura

«Mi vendicherò: Vivrò», la poesia catartica di Caroline Rieder: la forza della parola contro il dolore verso il Salone del Libro di Torino

«Mi vendicherò: Vivrò», la nuova raccolta poetica di Caroline Rieder edita da Aletti Editore (collana I Diamanti della Poesia) con prefazione di Giuseppe Aletti. Un’opera multilingue tra francese, giapponese, inglese e tedesco dove la resilienza e la scelta di vivere diventano la cura contro il dolore, in vista del Salone del Libro di Torino 2027. Tutti i dettagli e l’analisi nell’articolo completo 👇

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Caroline Rieder cover

Pomezia – Esistono opere letterarie che nascono non per compiacere canoni accademici o alimentare vuoti esercizi di stile, ma dall’urgenza viscerale di strappare la propria esistenza alle ombre della sofferenza, trasformando le cicatrici del vissuto in un vessillo di libertà interiore. È questo il battito cardiaco che anima «Mi vendicherò: Vivrò», la nuova e intensa silloge poetica firmata da Caroline Rieder, pubblicata all’interno della prestigiosa collana «I Diamanti della Poesia» dalla casa editrice Aletti Editore e disponibile sia nel formato cartaceo che in edizione e-book. Il titolo stesso della raccolta si configura come un programma etico e filosofico dirompente: ribaltare il concetto tradizionale di vendetta, sottraendolo alla distruzione dell’odio o del rancore per elevarlo a supremo atto di rivalsa vitale. La sola e autentica rivalsa contro le ingiustizie e i traumi della vita consiste nel vivere pienamente, nel custodire ogni istante con consapevolezza e nel riconoscere la bellezza nascosta dietro ogni crepa dell’anima.

La poetica della rinascita: la vita come risposta suprema alle ferite dell’anima

Attraverso un dettato lirico limpido, asciutto e privo di orpelli retorici, Caroline Rieder compie un viaggio catartico in cui il dolore personale cessa di essere una prigione per diventare il punto di partenza di una profonda palingenesi. L’autrice, nata a Parigi ma da anni residente a Pomezia, a sud di Roma, mette a nudo le proprie fragilità con una sincerità disarmante, consentendo a ciascun lettore di rispecchiarsi nelle sue inquietudini e di ritrovare nelle sue stanze interiori il coraggio di risollevarsi dopo ogni caduta.

«Per me la poesia è entrare in un altro mondo», confida la poetessa nel riassumere il senso della sua avventura creativa. La pagina bianca si trasforma in un rifugio inviolabile e insieme in un ponte verso l’infinito, dove le memorie più aspre vengono decantate e sublimate attraverso la potenza trasfiguratrice della parola. Non vi è spazio per l’autocommiserazione né per la resa: ogni verso è un passo deciso che rivendica il diritto alla serenità, alla gioia e alla piena riappropriazione del proprio destino.

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Il ponte tra le lingue del mondo: dal francese al giapponese per decodificare il dolore

Uno degli elementi di massima originalità ed eccellenza formale della silloge risiede nella sua raffinata natura poliglotta e cosmopolita. Traduttrice e interprete di professione, Caroline Rieder abbatte i confini linguistici e geografici, intrecciando la musicalità del suo francese natale con l’inglese, il giapponese, il tedesco e lo spagnolo, affiancati puntualmente dalla versione in italiano. La padronanza di idiomi così diversi tra loro non è un mero virtuosismo filologico, ma una scelta espressiva che moltiplica le sfumature emotive del testo.

Ciascuna lingua porta con sé un modo differente di percepire il reale, il tempo, il silenzio e la perdita: la sintesi geometrica e contemplativa dei kanji giapponesi si fonde con la densità concettuale tedesca, la sensualità cadenzata dello spagnolo e l’universalità pragmatica dell’inglese. Per la Rieder la parola tradotta diventa una soglia sacra attraverso cui accedere a nuovi livelli di comprensione umana, ricordando al lettore che le gioie e i dolori appartengono a una sola grande patria comune che non conosce frontiere né dogane linguistiche.

La prefazione di Giuseppe Aletti: «Affrontare il giorno in cerca di nuovi stupori»

Ad arricchire il volume è la profonda ed evocativa Prefazione firmata dal maestro Giuseppe Aletti, figura di riferimento della poesia contemporanea italiana, editore e formatore letterario. Nelle sue riflessioni, Aletti individua con esattezza chirurgica il cuore filosofico della raccolta: «Affrontare il nuovo giorno in cerca di stupori e nuove consapevolezze è un atto preciso che l’autrice si impone in queste pagine, una promessa solenne che fa a sé stessa e agli accadimenti che ha attraversato: vivere è la risposta migliore a qualunque domanda che ricerca il senso della nostra esistenza».

Secondo il prefatore, la poesia di Caroline Rieder possiede la rara dote di non indulgere nel compiacimento della ferita, ma di trasformarsi in un motore propulsivo di speranza operosa. La resilienza cantata nei versi non è una sopportazione passiva o rassegnata del male, ma una decisione cosciente, un moto di ribellione spirituale che sceglie di guardare al futuro con fiducia, trasformando persino l’aridità del deserto interiore in un terreno fecondo pronto a germogliare.

Il cammino editoriale e la vetrina al Salone Internazionale del Libro di Torino

L’approdo di «Mi vendicherò: Vivrò» nella collana «I Diamanti della Poesia» suggella la maturità artistica di un’autrice capace di parlare al cuore della contemporaneità. L’opera è destinata a intraprendere un prestigioso percorso di promozione culturale che la vedrà protagonista al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore, dove la poetessa incontrerà lettori, critici e appassionati da tutta Italia.

Il messaggio finale che la Rieder affida a chiunque si accosti al suo libro racchiude una luce di straordinaria intensità consolatoria: «Al lettore posso solo dire di non lasciarsi sopraffare dal dolore, vivendo con intensità e gratitudine quel che può essere bello nel presente». Un invito limpido a non disperdere il dono prezioso del tempo, ricordando che la vittoria più luminosa contro ogni avversità è continuare ad amare la vita.

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