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Esteri

Caos e rivolte a Ceuta, il clamoroso fallimento di Sanchez: 5000 irregolari in strada e cittadini esasperati che bruciano gli accampamenti

Il modello socialista spagnolo è un disastro totale! Cittadini esasperati a Ceuta organizzano ronde e bruciano le baracche dei 5.000 irregolari abbandonati dal Governo! 🔥 🇪🇸 Altro che problema risolto in 48 ore come ci voleva far credere la sinistra! Il governo spagnolo di Pedro Sanchez ha letteralmente perso il controllo dell’exclave di Ceuta, costringendo Madrid a decretare lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale. Ci sono almeno 5.000 stranieri irregolari che bivaccano nelle piazze e sulle spiagge, e la sicurezza cittadina è crollata: ieri i militari sono stati vigliaccamente assaltati e presi a pugni, finendo in ospedale! Di fronte all’inazione totale dello Stato, i cittadini di Ceuta (i “caballas”) sono esplosi di rabbia: ogni sera scendono in strada in massa, eludono i cordoni della Polizia (che moralmente sta dalla loro parte) e puntano agli accampamenti sulle spiagge! Ieri decine di residenti hanno appiccato il fuoco e bruciato le baracche abusive degli immigrati tra gli applausi della folla, boicottando anche la distribuzione di cibo della Croce Rossa (definita “una mafia”). “Se loro possono fare i falò sulle nostre spiagge e ridono di noi, lo facciamo anche noi”, urlano esasperati. Leggi tutta l’assurda cronaca di questa guerra sociale nel nostro articolo! 👇 ⚔️ Voi cosa ne pensate? È giusto che i cittadini debbano farsi giustizia da soli quando lo Stato non difende più i propri confini?

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Migranti marocchini a Ceuta

Ceuta – La propaganda politica, spesso e volentieri, si scontra in modo disastroso contro il muro inossidabile della realtà. Solo poche settimane fa, la sinistra italiana e internazionale esaltava a gran voce il presunto “modello” del governo socialista spagnolo di Pedro Sanchez, celebrando la prontezza con cui (secondo la loro narrazione) Madrid avrebbe risolto in sole 48 ore l’epocale invasione migratoria che aveva colpito Ceuta il 30 luglio scorso.
Oggi, a distanza di un mese, la bolla di quella narrazione trionfalistica è clamorosamente esplosa. La realtà della rovente exclave spagnola in terra marocchina è quella di un territorio sfuggito al controllo statale. Per la primissima volta, il governo di Madrid si è visto costretto a decretare lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale. I numeri, peraltro ufficiali e snocciolati dal ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska, parlano di almeno 5.000 immigrati irregolari ancora liberi di bivaccare all’interno dei confini cittadini. E, secondo il sindaco e i residenti disperati, la stima reale sarebbe persino molto più alta.

Il collasso sociale e i militari mandati in ospedale

Il “grande lavoro” del governo socialista ha portato Ceuta sull’orlo del baratro, trasformandola in una miccia pronta a esplodere da un momento all’altro. L’emergenza non è solo umanitaria, ma è diventata un gravissimo e insostenibile problema di ordine pubblico, sanitario e sociale.
Ceuta ha letteralmente perso la sua sicurezza quotidiana. Il senso di impunità tra gli irregolari ha raggiunto livelli intollerabili, culminando in episodi di violenza inaudita contro le divise. Nelle scorse ore, gli immigrati hanno assaltato fisicamente un gruppo di militari spagnoli, spedendoli dritti in ospedale. Subito dopo, un altro nutrito gruppo ha vigliaccamente aggredito due soldati presso il molo Alfau durante un normalissimo e legittimo controllo di identificazione. La reazione? Un violentissimo pugno sferrato in pieno petto a un militare. I due aggressori sono stati arrestati, ma queste fotografie descrivono perfettamente un clima di guerriglia urbana insostenibile.

La rabbia dei “caballas”: giustizia fai-da-te e baracche in fiamme

Di fronte alla drammatica e colpevole inazione del governo centrale, che si limita a inutili appelli pacifisti senza ripristinare la legalità, i cittadini di Ceuta (i fieri “caballas”) hanno deciso di prendere in mano la situazione, esasperati da una convivenza impossibile.
Da giorni, ogni singola sera, colonne di residenti inferociti scendono in strada organizzando vere e proprie ronde. Il loro obiettivo? Puntare le spiagge trasformate in accampamenti abusivi, distruggere le capanne e creare un disturbo sistematico e quotidiano agli irregolari per spingerli, per sfinimento, ad andarsene. La tensione ha raggiunto il suo apice ieri, quando decine di cittadini sono riusciti a eludere lo sbarramento delle forze dell’ordine e hanno raggiunto l’immensa spiaggia di El Trampolin. Qui, tra gli applausi scroscianti della folla, hanno appiccato il fuoco e bruciato le baracche e le tende degli stranieri. “Se loro possono fare i falò e bivaccare sulla nostra spiaggia, allora possiamo farlo anche noi”, ha urlato uno dei residenti. “Guarda come ridono di noi… ci trattano da fessi!”, ha fatto eco un altro cittadino.

L’equilibrio precario tra residenti e Polizia

In questo clima da guerra civile strisciante, si è creato uno stranissimo e precario equilibrio tra i cittadini esasperati e i poliziotti in tenuta antisommossa. I manifestanti, infatti, non odiano le divise: durante le marce intonano cori di totale sostegno alle forze dell’ordine, ringraziandole per il loro lavoro. Ma quando la Polizia, per ovvi ordini superiori, sbarra loro l’accesso alle spiagge, la tensione sale.
Come riportato dai cronisti del quotidiano El Mundo presenti sul posto, i poliziotti “fingevano la carica, ma era chiaramente l’ultima cosa che desideravano fare” contro i loro stessi concittadini. I residenti lanciavano asciugamani e detriti nei falò improvvisati, ma guardando in faccia gli agenti quasi a volerne chiedere il tacito benestare. E la rabbia della piazza si scaglia duramente anche contro chi nutre gli invasori: la distribuzione giornaliera dei pasti caldi da parte della Croce Rossa viene boicottata, e l’organizzazione umanitaria viene apertamente insultata e definita dai cittadini come una “mafia”.
Senza un intervento durissimo per ristabilire i confini e le espulsioni, il rischio è che ogni sera, in questa bomba a orologeria chiamata Ceuta, si consumi un’escalation di violenza da cui sarà impossibile tornare indietro.

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Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

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Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

Redazione- In un Paese segnato da difficoltà e limitazioni, una giovane imprenditrice afghana ha scelto di affidarsi alla tecnologia per rendere più semplice un gesto quotidiano: acquistare un biglietto dell’autobus.

È Sadaf Afghan, giovane imprenditrice che a Kabul ha fondato “Qased”, una piattaforma online che consente ai passeggeri di prenotare i biglietti degli autobus senza doversi recare personalmente al terminal. Il servizio prevede inoltre la consegna del biglietto direttamente a domicilio.

“Qased” è stata fondata circa un anno fa, mentre il servizio di vendita online dei biglietti è entrato ufficialmente in funzione cinque mesi dopo. L’attività, iniziata con appena tre persone, oggi conta un team di otto dipendenti, quattro dei quali sono donne.

In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, Sadaf Afghan ha spiegato che la società si occupa di acquistare online i biglietti richiesti dai passeggeri e di consegnarli direttamente a casa. Ma il suo progetto va oltre la semplice vendita digitale: l’obiettivo è ampliare “Qased” e aprire filiali in altre province dell’Afghanistan, creando nuove opportunità di lavoro sia per le donne sia per gli uomini.

Avviare un’impresa innovativa in un Paese in cui molti servizi vengono ancora gestiti attraverso procedure tradizionali e in presenza non è semplice. Nonostante le difficoltà, però, Sadaf Afghan sostiene che la risposta della popolazione sia incoraggiante.

«Ogni attività è difficile all’inizio, ma non dobbiamo arrenderci. Nel complesso, le persone ci sostengono», ha dichiarato.

Il trasporto su strada continua a rappresentare uno dei principali mezzi di collegamento tra le città afghane. La limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e di sistemi di trasporto pubblico moderni rende gli autobus interurbani essenziali per milioni di persone.

Per molti passeggeri, acquistare un biglietto significa ancora recarsi fisicamente al terminal e pagare in contanti. È proprio su questa necessità che “Qased” ha costruito la propria proposta: utilizzare gli strumenti digitali per rendere il processo più semplice, rapido e accessibile.

Sadaf Afghan auspica inoltre che le autorità talebane possano contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti e sostenere le imprese che cercano di offrire nuovi servizi alla popolazione.

Il progetto, tuttavia, non si ferma ai biglietti degli autobus. In futuro, la giovane imprenditrice vorrebbe estendere l’attività anche al trasporto aereo, permettendo ai clienti di acquistare online i biglietti dei voli e riceverli direttamente a casa.

Accanto alla dimensione tecnologica e imprenditoriale, “Qased” rappresenta anche una possibilità concreta di lavoro per alcune giovani donne afghane.

Tra i dipendenti c’è Mohammadi, 20 anni, che ogni giorno si sposta in motocicletta per le strade di Kabul consegnando ai clienti i biglietti ordinati attraverso la piattaforma. Dopo aver frequentato la scuola fino alla decima classe, racconta che il lavoro fuori casa e la possibilità di svolgere autonomamente le proprie mansioni gli hanno dato un maggiore senso di indipendenza e fiducia nel futuro.

Con l’espansione dell’attività, Mohammadi spera che possano nascere nuove opportunità professionali, soprattutto per le giovani donne.

La storia di “Qased” è, in apparenza, quella di una semplice piattaforma per la vendita online di biglietti. In realtà, racconta qualcosa di più: la scelta di una giovane donna di trasformare una difficoltà quotidiana in un’opportunità, utilizzando la tecnologia per creare un servizio, generare occupazione e aprire nuovi spazi di partecipazione economica.

In un contesto complesso come quello afghano, iniziative di questo tipo mostrano come l’innovazione e l’imprenditorialità possano ancora diventare strumenti capaci di creare opportunità e immaginare nuove possibilità per il futuro.

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Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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L’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai: «Le mie figlie non possono andare a scuola e questo mi rende molto triste»

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Hamid Karzai

Redazione- In una recente intervista, l’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai ha parlato della situazione delle sue figlie e del dolore che prova nel vederle private della possibilità di andare a scuola.

Due delle sue tre figlie, ha raccontato Karzai, non possono più frequentare la scuola. Una situazione che, secondo le sue parole, le rende «molto, molto tristi» e che rappresenta anche per lui una profonda fonte di dolore.

Karzai ha spiegato di aver parlato direttamente con i Talebani e di aver espresso con chiarezza la propria posizione: finché alle ragazze non sarà permesso di tornare a scuola, non potrà parlare positivamente del loro governo.

Per Karzai, questa non è soltanto una questione politica. È qualcosa che vive dentro la propria famiglia. Le sue figlie fanno parte della stessa generazione di milioni di ragazze afghane alle quali è stato impedito di continuare gli studi.

«Se riapriranno le scuole alle ragazze, allora potrò parlare anche delle cose positive che fanno», è il senso del messaggio che Karzai ha rivolto ai Talebani.

Oggi l’ex presidente vive a Kabul, lontano dal potere che un tempo esercitava. Ma quando parla delle sue figlie, la politica lascia spazio alle emozioni di un padre.

Due ragazze che vorrebbero andare a scuola, ma non possono.

Ed è proprio questa realtà, semplice e dolorosa, a spiegare perché Karzai continui a considerare l’istruzione delle ragazze una delle questioni più importanti per il futuro dell’Afghanistan.

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