Esteri
Gli americani non hanno dimenticato gli afghani che hanno collaborato con le forze USA
Redazione- Un nuovo sondaggio condotto negli Stati Uniti mostra che una larga maggioranza dell’opinione pubblica americana continua a sostenere la protezione e l’accoglienza degli afghani che hanno collaborato con le forze militari statunitensi durante la missione in Afghanistan.
Il dato più significativo riguarda il cambiamento dell’opinione degli elettori dopo aver conosciuto meglio il ruolo svolto da queste persone. Il sostegno alla loro protezione e accoglienza passa dal 52% al 72% quando agli intervistati viene spiegato che molti di loro hanno lavorato come interpreti, giornalisti, autisti e membri delle forze di sicurezza al fianco degli americani.
Il cambiamento è particolarmente evidente tra gli elettori repubblicani: il consenso passa dal 22% al 54%. Un risultato che suggerisce come la questione superi le tradizionali divisioni politiche quando viene presentata come una responsabilità verso persone che hanno rischiato la propria vita collaborando con gli Stati Uniti.
Ancora più significativo è un altro dato: l’84% dei potenziali elettori alle elezioni del 2026 ritiene che Washington debba rispettare gli impegni assunti nei confronti degli ex collaboratori afghani e delle loro famiglie.
Il 76% chiede inoltre il ripristino dei programmi di protezione per gli afghani che avevano già ricevuto l’approvazione per il reinsediamento. Allo stesso tempo, il 63% si oppone a eventuali piani di espulsione o trasferimento di queste persone verso Paesi terzi.
Secondo Beth Oppenheim, presidente e amministratrice delegata di HIAS, dietro ogni percentuale c’è una famiglia che da anni attende una risposta e un futuro. La vera barriera, sostiene, non sarebbe l’opinione degli americani, ma l’inerzia del governo.
Anche Shawn VanDiver, fondatore di AfghanEvac ed ex veterano della Marina statunitense, sottolinea che gli Stati Uniti avevano promesso protezione agli afghani che avevano lavorato al fianco delle loro forze. Oggi, secondo VanDiver, quella promessa rischia di rimanere incompiuta.
I nuovi dati stanno quindi spingendo le organizzazioni per i diritti umani e i sostenitori dei rifugiati a chiedere al governo e al Congresso statunitense di destinare, nel programma di accoglienza dei rifugiati per l’anno fiscale 2027, una quota specifica agli ex collaboratori afghani e alle loro famiglie ancora in attesa.
Il messaggio del sondaggio appare chiaro: per una parte significativa dell’opinione pubblica americana, quella degli afghani che hanno collaborato con gli Stati Uniti non è soltanto una questione migratoria. È una questione di responsabilità, lealtà e credibilità delle promesse fatte dall’America.
E forse il dato più importante non è semplicemente quel 72%, ma il divario che emerge tra ciò che una parte consistente degli americani chiede e ciò che Washington è ancora disposta a fare.
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Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa
Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.
Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.
Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.
Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.
La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.
La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.
Foto: Instagram/ sara_khaliifa
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L’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai: «Le mie figlie non possono andare a scuola e questo mi rende molto triste»
Redazione- In una recente intervista, l’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai ha parlato della situazione delle sue figlie e del dolore che prova nel vederle private della possibilità di andare a scuola.
Due delle sue tre figlie, ha raccontato Karzai, non possono più frequentare la scuola. Una situazione che, secondo le sue parole, le rende «molto, molto tristi» e che rappresenta anche per lui una profonda fonte di dolore.
Karzai ha spiegato di aver parlato direttamente con i Talebani e di aver espresso con chiarezza la propria posizione: finché alle ragazze non sarà permesso di tornare a scuola, non potrà parlare positivamente del loro governo.
Per Karzai, questa non è soltanto una questione politica. È qualcosa che vive dentro la propria famiglia. Le sue figlie fanno parte della stessa generazione di milioni di ragazze afghane alle quali è stato impedito di continuare gli studi.
«Se riapriranno le scuole alle ragazze, allora potrò parlare anche delle cose positive che fanno», è il senso del messaggio che Karzai ha rivolto ai Talebani.
Oggi l’ex presidente vive a Kabul, lontano dal potere che un tempo esercitava. Ma quando parla delle sue figlie, la politica lascia spazio alle emozioni di un padre.
Due ragazze che vorrebbero andare a scuola, ma non possono.
Ed è proprio questa realtà, semplice e dolorosa, a spiegare perché Karzai continui a considerare l’istruzione delle ragazze una delle questioni più importanti per il futuro dell’Afghanistan.
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Dalle Radici Afghane alla Politica Tedesca: Una Candidatura che Fa Discutere
Una donna di origine afghana candidata in Germania con l’AfD: una scelta politica che fa discutere
Redazione- Negin Mahriar, una donna di origine afghana nata e cresciuta in Germania, si è candidata alle elezioni locali con Alternative für Deutschland (AfD), partito tedesco noto per le sue posizioni molto rigide sull’immigrazione.
Secondo il rapporto, Mahriar è candidata al consiglio comunale di Hannover e al consiglio distrettuale di Kirchrode–Bemerode–Wülferode.
La sua candidatura ha suscitato reazioni, soprattutto all’interno della comunità afghana, proprio perché l’AfD sostiene politiche restrittive nei confronti dell’immigrazione e dell’asilo.
Mahriar, tuttavia, difende la propria scelta e afferma che si tratta di una decisione politica personale. Essendo nata e cresciuta in Germania, considera il Paese la propria casa, pur avendo genitori originari dell’Afghanistan.
La vicenda ha attirato ulteriore attenzione perché Mahriar è figlia dei cantanti afghani Parasto Mahriar e Rahim Mahriar. Lei ha sottolineato che la sua scelta politica non rappresenta necessariamente quella dei suoi genitori.
La storia apre così un dibattito più ampio sull’identità, sull’integrazione, sull’immigrazione e sulla libertà di scelta politica. La candidatura di una donna con radici afghane in un partito fortemente contrario a determinate politiche migratorie rappresenta infatti un caso particolare e controverso nel panorama politico tedesco.
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