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Esteri

Tra brogli denunciati e restrizioni al voto, i democratici preparano lo scudo legale contro le ingerenze di Trump

“Il SAVE Act è una nuova forma di Jim Crow”. Lo ha detto Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader della minoranza del suo partito alla Camera Alta. Schumer avrà anche esagerato, ma la nuova legge elettorale, fortemente voluta da Donald Trump, imporrebbe severi limiti al diritto di voto degli afro-americani, che durante le leggi di Jim Crow furono sottoposti a segregazione razziale fra il 1876 e gli inizi degli anni Sessanta.

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Donald Trump

Redazione-  “Il SAVE Act è una nuova forma di Jim Crow”. Lo ha detto Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader della minoranza del suo partito alla Camera Alta. Schumer avrà anche esagerato, ma la nuova legge elettorale, fortemente voluta da Donald Trump, imporrebbe severi limiti al diritto di voto degli afro-americani, che durante le leggi di Jim Crow furono sottoposti a segregazione razziale fra il 1876 e gli inizi degli anni Sessanta. La legge tanto voluta da Trump colpirebbe anche altri gruppi minoritari, le donne, gli studenti universitari e tutti quelli che hanno difficoltà a ottenere documenti, come il passaporto, necessari a dimostrare di avere il diritto al voto. Il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility Act) è stato approvato alla Camera con un voto di 218-213, ma il Senato non ha preso in considerazione il disegno di legge. Il presidente del Senato, John Thune, repubblicano del Dakota del Sud, non lo ha portato al voto a causa del filibuster, ossia della soglia di 60 consensi necessari per procedere al voto, dato che i repubblicani hanno solo 53 seggi al Senato.

Trump non avrà dunque questa legge a suo favore, ma ciò non toglie l’insicurezza creata dalle sue frequenti asserzioni secondo cui le elezioni americane sarebbero piene di brogli e che lui accetterà gli esiti solo se saranno giusti e onesti. Sappiamo già che, quando i repubblicani perdono, Trump è solito gridare alla frode. Lo ha fatto in maniera pericolosa a conclusione delle elezioni presidenziali del 2020. Va ricordato che lo stesso giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden, il 6 gennaio 2021, Trump tenne un comizio a Washington durante il quale incitò i suoi sostenitori a opporsi alla cerimonia di certificazione. Le immagini dei disordini e dell’assalto al Campidoglio sono ancora vive nella mente di tutti. Si teme dunque che, in caso di sconfitta alle elezioni di medio termine, Trump non esiterebbe a ripetere gli eventi del 6 gennaio 2021. I democratici, che vengono visti come probabili vincitori della maggioranza alla Camera e potenzialmente anche al Senato, si stanno dunque preparando ad affrontare simili episodi.

Si teme che Trump possa ripetere ripetere il tormentone della frode elettorale in distretti e Stati controllati dai democratici per inviare agenti dell’ICE o del Dipartimento di Giustizia a sequestrare schede elettorali. Questo tipo di azione è già avvenuto nel 2026, quando agenti dell’FBI sono stati inviati a un centro elettorale nello Stato della Georgia e hanno sequestrato le schede elettorali dell’elezione del 2020. Inoltre, c’è stato un caso simile, sempre nel corrente anno, in cui Chad Bianco, lo sceriffo della Contea di Riverside, nel sud della California, ha fatto sequestrare 650 mila schede elettorali sostenendo che vi fossero irregolarità. Si teme anche che Trump potrebbe inviare agenti dell’ICE nelle vicinanze dei seggi per condurre retate di migranti, intimidendo gli elettori, specialmente gli ispanici.

I democratici, ma anche i funzionari di tanti altri Stati, sono preoccupati per la retorica di Trump, che continua a sostenere che le elezioni americane non sono sicure perché voterebbero anche non cittadini. Ciò non è vero, anche se ci sono state delle sviste e pochissimi individui non aventi diritto al voto sono stati identificati. La realtà è che non esistono molti incentivi a votare illegalmente, anche perché si rischiano pene severe, tra cui anni di carcere e ingenti multe. La realtà è invece diversa, come ci conferma l’alto assenteismo al voto in America. Persino nelle elezioni presidenziali, l’affluenza al voto raramente raggiunge il 60 per cento (con il 62% raggiunto nel 2020 e percentuali comprese fra il 52 e il 58% in altre elezioni recenti).

Nonostante tutto, i timori di interventi pericolosi da parte di Trump hanno già spinto i democratici a programmare una strategia di difesa in caso di interferenza. È stata organizzata una fitta rete di avvocati pronti a presentare ricorsi di emergenza ai magistrati, anche se non tutti i piani sono completamente chiari. Ciò che però rimane chiaro è la possibilità di azioni fuori dalle righe da parte di Trump. Nel 2020 Trump non riuscì a far ribaltare l’esito elettorale per il fatto che il vicepresidente Mike Pence fece il suo dovere, così come fecero altri funzionari dei parlamenti statali a maggioranza repubblicana. Inoltre, i collaboratori di Trump nel suo primo mandato hanno dimostrato un minimo di professionalità. Nel suo secondo mandato, i suoi collaboratori sono stati selezionati seguendo il principio della pura fedeltà al presidente. Da ricordare semplicemente che il procuratore generale, recentemente confermato dal Senato, aveva lavorato come avvocato personale di Trump dal 2023 fino al 2025, quando entrò a fare parte del governo come vice procuratore generale.

Per adesso, però, Trump continua a tentare di limitare il voto degli americani. Il presidente ha ordinato al servizio postale di non distribuire schede elettorali a individui i cui nomi non appaiono in liste in possesso del governo federale. Queste liste sono in realtà in possesso delle autorità statali, che per Costituzione hanno il dovere di dirigere le elezioni, con un ruolo limitato del governo federale. Fino al momento, la Corte Suprema non si è pronunciata in maniera definitiva, ma si attende una decisione a breve. Comunque vada, il compito dei democratici non è solo quello di combattere per vincere le elezioni. Devono anche battersi per mantenere la democrazia che Trump vorrebbe secondo questa interpretazione limitare, seguendo la strada di regimi autoritari.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Esteri

Caos e rivolte a Ceuta, il clamoroso fallimento di Sanchez: 5000 irregolari in strada e cittadini esasperati che bruciano gli accampamenti

Il modello socialista spagnolo è un disastro totale! Cittadini esasperati a Ceuta organizzano ronde e bruciano le baracche dei 5.000 irregolari abbandonati dal Governo! 🔥 🇪🇸 Altro che problema risolto in 48 ore come ci voleva far credere la sinistra! Il governo spagnolo di Pedro Sanchez ha letteralmente perso il controllo dell’exclave di Ceuta, costringendo Madrid a decretare lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale. Ci sono almeno 5.000 stranieri irregolari che bivaccano nelle piazze e sulle spiagge, e la sicurezza cittadina è crollata: ieri i militari sono stati vigliaccamente assaltati e presi a pugni, finendo in ospedale! Di fronte all’inazione totale dello Stato, i cittadini di Ceuta (i “caballas”) sono esplosi di rabbia: ogni sera scendono in strada in massa, eludono i cordoni della Polizia (che moralmente sta dalla loro parte) e puntano agli accampamenti sulle spiagge! Ieri decine di residenti hanno appiccato il fuoco e bruciato le baracche abusive degli immigrati tra gli applausi della folla, boicottando anche la distribuzione di cibo della Croce Rossa (definita “una mafia”). “Se loro possono fare i falò sulle nostre spiagge e ridono di noi, lo facciamo anche noi”, urlano esasperati. Leggi tutta l’assurda cronaca di questa guerra sociale nel nostro articolo! 👇 ⚔️ Voi cosa ne pensate? È giusto che i cittadini debbano farsi giustizia da soli quando lo Stato non difende più i propri confini?

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Migranti marocchini a Ceuta

Ceuta – La propaganda politica, spesso e volentieri, si scontra in modo disastroso contro il muro inossidabile della realtà. Solo poche settimane fa, la sinistra italiana e internazionale esaltava a gran voce il presunto “modello” del governo socialista spagnolo di Pedro Sanchez, celebrando la prontezza con cui (secondo la loro narrazione) Madrid avrebbe risolto in sole 48 ore l’epocale invasione migratoria che aveva colpito Ceuta il 30 luglio scorso.
Oggi, a distanza di un mese, la bolla di quella narrazione trionfalistica è clamorosamente esplosa. La realtà della rovente exclave spagnola in terra marocchina è quella di un territorio sfuggito al controllo statale. Per la primissima volta, il governo di Madrid si è visto costretto a decretare lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale. I numeri, peraltro ufficiali e snocciolati dal ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska, parlano di almeno 5.000 immigrati irregolari ancora liberi di bivaccare all’interno dei confini cittadini. E, secondo il sindaco e i residenti disperati, la stima reale sarebbe persino molto più alta.

Il collasso sociale e i militari mandati in ospedale

Il “grande lavoro” del governo socialista ha portato Ceuta sull’orlo del baratro, trasformandola in una miccia pronta a esplodere da un momento all’altro. L’emergenza non è solo umanitaria, ma è diventata un gravissimo e insostenibile problema di ordine pubblico, sanitario e sociale.
Ceuta ha letteralmente perso la sua sicurezza quotidiana. Il senso di impunità tra gli irregolari ha raggiunto livelli intollerabili, culminando in episodi di violenza inaudita contro le divise. Nelle scorse ore, gli immigrati hanno assaltato fisicamente un gruppo di militari spagnoli, spedendoli dritti in ospedale. Subito dopo, un altro nutrito gruppo ha vigliaccamente aggredito due soldati presso il molo Alfau durante un normalissimo e legittimo controllo di identificazione. La reazione? Un violentissimo pugno sferrato in pieno petto a un militare. I due aggressori sono stati arrestati, ma queste fotografie descrivono perfettamente un clima di guerriglia urbana insostenibile.

La rabbia dei “caballas”: giustizia fai-da-te e baracche in fiamme

Di fronte alla drammatica e colpevole inazione del governo centrale, che si limita a inutili appelli pacifisti senza ripristinare la legalità, i cittadini di Ceuta (i fieri “caballas”) hanno deciso di prendere in mano la situazione, esasperati da una convivenza impossibile.
Da giorni, ogni singola sera, colonne di residenti inferociti scendono in strada organizzando vere e proprie ronde. Il loro obiettivo? Puntare le spiagge trasformate in accampamenti abusivi, distruggere le capanne e creare un disturbo sistematico e quotidiano agli irregolari per spingerli, per sfinimento, ad andarsene. La tensione ha raggiunto il suo apice ieri, quando decine di cittadini sono riusciti a eludere lo sbarramento delle forze dell’ordine e hanno raggiunto l’immensa spiaggia di El Trampolin. Qui, tra gli applausi scroscianti della folla, hanno appiccato il fuoco e bruciato le baracche e le tende degli stranieri. “Se loro possono fare i falò e bivaccare sulla nostra spiaggia, allora possiamo farlo anche noi”, ha urlato uno dei residenti. “Guarda come ridono di noi… ci trattano da fessi!”, ha fatto eco un altro cittadino.

L’equilibrio precario tra residenti e Polizia

In questo clima da guerra civile strisciante, si è creato uno stranissimo e precario equilibrio tra i cittadini esasperati e i poliziotti in tenuta antisommossa. I manifestanti, infatti, non odiano le divise: durante le marce intonano cori di totale sostegno alle forze dell’ordine, ringraziandole per il loro lavoro. Ma quando la Polizia, per ovvi ordini superiori, sbarra loro l’accesso alle spiagge, la tensione sale.
Come riportato dai cronisti del quotidiano El Mundo presenti sul posto, i poliziotti “fingevano la carica, ma era chiaramente l’ultima cosa che desideravano fare” contro i loro stessi concittadini. I residenti lanciavano asciugamani e detriti nei falò improvvisati, ma guardando in faccia gli agenti quasi a volerne chiedere il tacito benestare. E la rabbia della piazza si scaglia duramente anche contro chi nutre gli invasori: la distribuzione giornaliera dei pasti caldi da parte della Croce Rossa viene boicottata, e l’organizzazione umanitaria viene apertamente insultata e definita dai cittadini come una “mafia”.
Senza un intervento durissimo per ristabilire i confini e le espulsioni, il rischio è che ogni sera, in questa bomba a orologeria chiamata Ceuta, si consumi un’escalation di violenza da cui sarà impossibile tornare indietro.

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Apocalisse tra Nepal e Tibet: fango e acqua travolgono le valli. 494 morti, 2000 dispersi e 100 intrappolati in un tunnel

Apocalisse tra Nepal e Cina: un’inondazione di fango spazza via le valli! Quasi 500 morti accertati e 2.000 dispersi. 100 persone sepolte vive in un tunnel idroelettrico 😭 🌊 Una tragedia umanitaria di proporzioni immani e spaventose. Il confine tra Nepal e Tibet è stato devastato da un’inondazione mostruosa seguita al crollo di una diga. L’acqua e la colata di fango hanno cancellato interi villaggi! Il bilancio è agghiacciante: la polizia ha confermato 494 morti accertati, ma ci sono circa 2.000 persone disperse, inghiottite dalla furia della natura. Il distretto nepalese di Rasuwa è completamente isolato e distrutto. I militari stanno scavando a mani nude per cercare di salvare circa 100 persone rimaste intrappolate e sepolte vive al buio all’interno del tunnel di una centrale idroelettrica! E poche ore fa è scattato il panico: le autorità hanno ordinato a soccorritori e superstiti di scappare verso le cime delle montagne perché c’è il rischio imminente che crolli una seconda diga a monte! Sul versante cinese, in Tibet, i soccorsi sono riusciti a evacuare miracolosamente 555 turisti rimasti bloccati tra i ghiacciai instabili. Il Presidente cinese Xi Jinping ha chiesto un minuto di silenzio per le vittime e ha inviato aiuti di emergenza. Leggi tutti gli aggiornamenti drammatici di questa apocalisse mondiale nel nostro articolo! 👇 🌍 Un pensiero e una preghiera enorme per queste popolazioni asiatiche devastate dalla furia della natura.

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Inondazione in Nepal

Nepal–Tibet – La forza devastante e incontrollabile della natura ha scatenato un vero e proprio inferno sulla Terra, cancellando in poche ore interi villaggi e spazzando via migliaia di vite umane. Quella che si sta consumando in queste ore al confine tra Nepal e Tibet (Cina) non è una semplice alluvione, ma una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche.
Mercoledì, una massa mostruosa di fango, detriti e acqua ha travolto e inghiottito le valli sottostanti, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che ricorda uno scenario apocalittico. Il bilancio ufficiale delle vittime, purtroppo aggiornato di ora in ora al rialzo, fa letteralmente tremare i polsi: la Polizia nepalese ha confermato la morte di 489 persone, a cui si aggiungono 5 vittime accertate sul versante tibetano. Ma il dato che terrorizza i soccorritori è quello dei dispersi, che sono ormai quasi 2.000 (oltre 1.400 in Nepal e 558 in Tibet). Persone inghiottite dal fango di cui non si ha più alcuna notizia.

Interi distretti isolati e la trappola del tunnel idroelettrico

Il cuore di questa tragedia immane si trova nel distretto di Rasuwa (in Nepal), che è stato letteralmente spazzato via dalla furia degli elementi. Il ministro dell’Informazione nepalese, Bikram Timilsina, ha rilasciato dichiarazioni disperate: “Il distretto è completamente isolato. Non conosciamo i danni reali perché non siamo ancora riusciti ad arrivare sul posto via terra. Solo in elicottero siamo riusciti a compiere i primi disperati soccorsi”.
Ma il dramma nel dramma si sta consumando all’interno dell’impianto idroelettrico Trishuli 3A. Mentre le squadre di soccorso dell’esercito nepalese sono riuscite a estrarre vive e miracolate 350 persone, si calcola che ci siano ancora circa 100 lavoratori intrappolati all’interno di un tunnel sotterraneo. Cento esseri umani sepolti vivi al buio, intrappolati tra l’acqua che sale e il fango che preme, in attesa di un miracolo che i militari stanno cercando di compiere lottando contro il tempo a mani nude.

Il nuovo terrore: “Sta crollando un’altra diga, fuggite in alto!”

Come se l’orrore non fosse già sufficiente, nelle scorse ore è scattato un nuovo, agghiacciante allarme che ha seminato il panico tra i pochi sopravvissuti e i soccorritori. Le autorità nepalesi hanno diramato un ordine di evacuazione immediata dopo aver ricevuto la notizia del possibile crollo di un’altra diga idrica situata a monte, sul versante tibetano.
“Invitiamo tutte le forze dell’ordine, i soccorritori e il pubblico a spostarsi immediatamente in un luogo sicuro e verso le zone più elevate”, ha urlato la Polizia tramite i megafoni. L’incubo di una seconda ondata anomala d’acqua minaccia di cancellare del tutto le flebili speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita sotto le macerie.

La situazione in Tibet: evacuati 555 turisti

Dall’altra parte del confine, sul versante cinese del Tibet, la catastrofe idrogeologica ha costretto le autorità di Pechino a mobilitarsi in forze. La minaccia più grande era rappresentata da un vastissimo bacino d’acqua naturale che minacciava di cedere sotto la pressione della colata di fango. Fortunatamente, i media statali cinesi (Cctv) hanno annunciato che il bacino sta tracimando in modo naturale e il livello dell’acqua è sceso di circa 10 metri, scongiurando per il momento la rottura.
I soccorritori cinesi sono riusciti in un’impresa eroica, portando in salvo ed evacuando ben 555 turisti e 499 residenti rimasti letteralmente bloccati nel nulla cosmico, circondati da ghiacciai e laghi ghiacciati diventati improvvisamente instabili.

La mobilitazione internazionale e il dolore della Cina

La gravità della situazione ha spinto il Presidente cinese Xi Jinping a convocare d’urgenza una riunione con i massimi vertici del Partito Comunista. I lavori si sono aperti con un commovente minuto di silenzio per onorare le centinaia di vite spezzate dal fango.
Pechino ha garantito il massimo sforzo per cercare i dispersi e ha annunciato di voler fornire aiuti di emergenza immediati al vicino Nepal, avviando una massiccia cooperazione internazionale per i soccorsi. Ma la strada è in salita: le frane continue, il ghiaccio e il terreno instabile rendono le operazioni di salvataggio una vera e propria missione suicida. Il mondo intero trattiene il fiato e prega per quelle duemila anime ancora sepolte sotto la furia della montagna.

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L’ombra dell’escalation globale: l’inquietante analisi di Aldo Di Giovanni sul viaggio segreto del capo della CIA a Mosca

Il Direttore della CIA vola segretamente a Mosca per incontrare i Servizi Russi: l’inquietante e lucida analisi geopolitica di Aldo Di Giovanni sul rischio “escalation” 🇺🇸 🇷🇺 🚨 Mentre il mondo guarda ai leader politici, il vero destino del Pianeta si decide nel buio delle stanze dell’intelligence! Ha destato enorme scalpore la notizia (avvenuta lo scorso 25 agosto) di un vertice “faccia a faccia” a Mosca tra il Direttore in carica della CIA americana e i vertici dei Servizi Segreti russi. Ma cosa si nasconde davvero dietro questa clamorosa missione? L’analista Aldo Di Giovanni non ha dubbi: “È un fatto molto singolare. Quando dalla diplomazia politica si passa ai canali riservatissimi dei servizi, significa che c’è qualcosa che non torna”. Nell’era dei telefoni rossi crittografati, se i due grandi Capi sentono il bisogno di vedersi di persona, vuol dire che il rischio di un’escalation militare e globale ha raggiunto il livello d’allarme rosso e bisogna gestire la crisi. Incontrarsi fisicamente, sottolinea l’esperto, serve per “aprire un canale di altissima segretezza per non lasciare alcuna traccia diplomatica ufficiale”. Si stringono insomma accordi inconfessabili per evitare il disastro totale. Leggi tutta l’inquietante analisi nel nostro articolo completo! 👇 🌍 Secondo voi, siamo davvero a un passo da un conflitto irrimediabile tra superpotenze? Come leggete questo incontro segreto?

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John Ratcliffe

Redazione – Ci sono notizie che, pur passando spesso inosservate nel grande frastuono mediatico quotidiano, nascondono al loro interno un peso specifico spaventoso per le sorti dell’intero pianeta. Eventi che non vengono celebrati con strette di mano a favore di telecamera, né con pomposi comunicati stampa governativi, ma che si consumano nel silenzio ovattato e impenetrabile delle stanze del potere mondiale.
Una di queste notizie è senza dubbio il clamoroso blitz avvenuto nelle scorse ore: il 25 agosto, il Direttore in carica della CIA americana si è recato fisicamente (e segretamente) a Mosca per stabilire un contatto diretto e personale con i vertici dei Servizi Segreti della Federazione Russa. A gettare luce e decifrare questo evento straordinario è l’analista Aldo Di Giovanni, che in un suo recente e lucido commento ha tracciato uno scenario a dir poco inquietante su ciò che si nasconde dietro questa manovra.

Quando la diplomazia fallisce, parlano le spie

L’assunto di partenza dell’analisi di Di Giovanni è categorico: la visita del Direttore della CIA nella capitale russa, in un momento storico caratterizzato da fortissime tensioni militari e sanzioni internazionali, è “un fatto molto singolare”.
Nella prassi internazionale, quando due Nazioni si trovano in una situazione di conflitto (diretto o indiretto), le comunicazioni vengono solitamente affidate ai rispettivi ambasciatori, ai Ministri degli Esteri o a mediatori internazionali terzi. Si tratta della cosiddetta diplomazia istituzionale. Ma quando questa via maestra si interrompe e “dalla diplomazia e dai contatti politici si passa a contatti molto riservati, seguendo canali non aperti a tutti”, significa inequivocabilmente che c’è qualcosa di enorme che bolle in pentola. Come sottolinea Di Giovanni: “C’è qualcosa che non torna”.

Il vertice “faccia a faccia” e la gestione del terrore

Perché i due vertici dell’intelligence più potenti (e storicamente rivali) del mondo hanno sentito la necessità di guardarsi negli occhi? Nell’era delle comunicazioni crittografate, dei satelliti e dei telefoni rossi iper-sicuri, uno spostamento fisico e personale del Direttore della CIA rappresenta un segnale di allarme rosso per tutte le cancellerie globali.
“Quando i capi si vedono di persona”, sentenzia lucidamente l’analista, “vuol dire che il livello di rischio di un’escalation militare è altissimo”. I servizi segreti subentrano alla politica estera soltanto quando il tempo delle parole è finito e diventa assolutamente “necessario e opportuno gestire la crisi” prima che la situazione sfugga definitivamente e irreparabilmente di mano. In questi casi, il dialogo non si basa più su alleanze o ideologie, ma sulla pura e cruda sopravvivenza reciproca. Si mettono sul tavolo “linee rosse” invalicabili e si negozia direttamente lo scenario peggiore.

La “Diplomazia Ombra”: nessuna traccia ufficiale

L’aspetto più inquietante e affascinante dell’analisi fornita da Aldo Di Giovanni riguarda proprio le modalità tecniche e legali di un simile vertice ai massimi livelli dell’intelligence. Il contatto fisico e personale tra i due capi dei servizi segreti significa, nei fatti, voler “aprire un canale di altissima segretezza”.
Ma perché è così fondamentale questa segretezza estrema? La risposta fornita da Di Giovanni fa riflettere: “Per non lasciare tracce diplomatiche”. Un accordo firmato da un Ministro degli Esteri è un atto pubblico, vincolante e passibile di ratifica o di linciaggio politico da parte dei rispettivi parlamenti e dell’opinione pubblica. Un patto siglato a fari spenti dai vertici della CIA e dei Servizi Russi, invece, non esiste ufficialmente sulla carta. Non lascia documenti scomodi da dover giustificare, non richiede approvazioni congressuali e, in caso di tradimento, può essere facilmente smentito da ambo le parti.
In conclusione, il viaggio segreto a Mosca rappresenta la punta dell’iceberg di una Guerra Fredda 2.0 arrivata al suo punto di ebollizione critico. Mentre l’opinione pubblica globale viene distratta dalle consuete narrazioni politiche, il vero destino del mondo si sta decidendo nel segreto delle stanze dell’intelligence, lì dove la morale si ferma e inizia il cinico calcolo del rischio globale.

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