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L’urlo di dolore per i negozi di quartiere: “Stanno scomparendo, divorati dai centri commerciali. La politica ci aiuti a resistere”

Il commovente grido di dolore di un nostro lettore: “I negozi di quartiere stanno morendo divorati dai centri commerciali. Salviamo i nostri fornai!” 🥖 ❤️ Le nostre piazze e le nostre strade si stanno svuotando, e fa malissimo al cuore! Abbiamo ricevuto una lettera bellissima e amara da parte di Roberto Manzato (Villasanta), che lancia un appello disperato per salvare le piccole botteghe. “Dal calzolaio, alla ferramenta fino al piccolo fornaio: i negozi di quartiere stanno scomparendo, inesorabilmente sostituiti dai giganteschi e freddi centri commerciali! Ma ci servono davvero tutti questi immensi poli della grande distribuzione?”. Dietro un piccolo negozietto c’è sempre la storia di una famiglia, c’è un sorriso, c’è un presidio di sicurezza che illumina la strada e c’è una socialità insostituibile, specie per gli anziani. “È ora che la politica dia incentivi concreti a chi fa sacrifici immensi per resistere e tenere aperta la serranda!”, tuona il nostro lettore. L’immagine simbolo? Il pane fresco, che racchiude tutto l’amore, la tradizione e le notti insonni dei nostri meravigliosi artigiani fornai. Leggi questa lettera stupenda e profonda nel nostro articolo completo! 👇 🏡 E voi fate ancora la spesa nei piccoli negozi sotto casa per aiutarli, oppure andate solo nei grandi ipermercati? Difendiamo le nostre radici!

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Pane

Redazione  – Riceviamo e pubblichiamo con immenso piacere l’accorata, nostalgica e profondamente vera riflessione di un nostro affezionato lettore, Roberto Manzato da Villasanta. Le sue parole, inviate alla nostra redazione, non sono un semplice sfogo personale, ma rappresentano il grido d’allarme di un’intera nazione che sta lentamente, e forse inesorabilmente, smarrendo la propria identità più intima e preziosa.
Il tema sollevato da Manzato è dolorosamente attuale: la lenta, tragica agonia dei piccoli negozi di quartiere. Le nostre piazze, le nostre vie e i nostri storici rioni si stanno svuotando. Le serrande si abbassano una dopo l’altra e al loro posto non subentra nessuno, lasciando le strade al buio e i cuori della gente un po’ più soli.

Non solo commercio: il negozio di quartiere è famiglia e sicurezza

Il lettore centra perfettamente il punto nevralgico della questione, che va ben oltre la semplice transazione economica. “Il negozio di quartiere è molto importante per le nostre città, perché rappresenta la vera socialità e garantisce sicurezza nel rione”, scrive giustamente Manzato.
Una bottega illuminata, con la porta aperta, è un presidio naturale contro la criminalità e il degrado urbano. Ma è soprattutto un punto di ritrovo umano. Dietro al bancone di un piccolo negozio di alimentari, di un calzolaio o di una vecchia ferramenta, non c’è una multinazionale senza volto, ma c’è una storia. “C’è una famiglia”, ci ricorda il lettore. C’è il sorriso di chi ti conosce per nome, c’è il consiglio sincero, c’è lo spazio per due chiacchiere che, per le tante persone anziane che vivono sole, rappresentano spesso l’unica voce amica dell’intera giornata.

L’invasione alienante dei mega centri commerciali

L’assassino silenzioso di questa meraviglia sociale ha un nome e un cognome ben preciso. “Purtroppo il negozio di quartiere è stato inesorabilmente sostituito dai grandi centri commerciali”, denuncia l’autore della lettera.
Poli commerciali giganteschi, cattedrali nel deserto fatte di luci al neon e casse automatiche, dove tutto è veloce, freddo, omologato e impersonale. La provocazione lanciata da Manzato è sacrosanta e ci obbliga a fare un esame di coscienza collettivo: “Ce ne sono ormai tantissimi… anzi, facciamoci una domanda: ci servono davvero tutti questi enormi centri commerciali?”. La risposta, osservando lo svuotamento dei nostri centri storici e la standardizzazione dei consumi, è purtroppo racchiusa in questa amara e lucida domanda.

L’appello alla politica: incentivi per chi decide di resistere

Di fronte a questo deserto commerciale e umano, il cittadino di Villasanta rivolge un appello disperato a chi governa la cosa pubblica. “Sarebbe ora che la classe politica incentivasse concretamente chi vuole resistere, aiutandolo a tenere aperto il suo storico negozio di quartiere e favorendo l’apertura di nuove, piccole attività”.
Servirebbe una defiscalizzazione seria, aiuti per l’affitto dei locali storici e una burocrazia meno asfissiante. Perché salvare una bottega non significa salvare solo il fatturato di un commerciante, ma significa salvare l’anima stessa del quartiere, impedendogli di trasformarsi in un dormitorio privo di vita e di servizi di prossimità.

Il simbolo immortale del pane e il sacrificio del fornaio

La lettera di Roberto Manzato si chiude con un’immagine potentissima, poetica e carica di significato. Il lettore ci invita a guardare la fotografia di un semplice pezzo di pane, “un simbolo assoluto della nostra tradizione millenaria”.
Il pane fresco, col suo profumo inebriante che inonda le strade al mattino presto, è la metafora perfetta del sacrificio che c’è dietro al lavoro massacrante del fornaio. Artigiani straordinari che si svegliano in piena notte, sfidando la stanchezza e il buio, per impastare e non farci mai mancare sulla tavola il sapore genuino della nostra terra. Quel profumo di pane appena sfornato è un patrimonio inestimabile che nessun centro commerciale, con i suoi prodotti surgelati e pre-cotti, potrà mai restituirci. Difendiamo i nostri negozi, prima che sia troppo tardi.

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Meglio trattenere o lasciare andare? | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Ciao dottoressa, mi capita di lasciare delle cose in sospeso nella vita ma, nel momento in cui poi debbo intraprendere una nuova iniziativa, percorso o anche relazione, mi capita di riaggrapparmi alle vecchie cose, come se temessi sempre di trascurare ciò che già avevo.
Mi sento in colpa se lascio qualcosa che da tempo avevo lasciato incompiuto e, talvolta, mi è successo che mi sono pentita di non aver iniziato un qualcosa che mi faceva stare meglio.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Ciao dottoressa, mi capita di lasciare delle cose in sospeso nella vita ma, nel momento in cui poi debbo intraprendere una nuova iniziativa, percorso o anche relazione, mi capita di riaggrapparmi alle vecchie cose, come se temessi sempre di trascurare ciò che già avevo.
Mi sento in colpa se lascio qualcosa che da tempo avevo lasciato incompiuto e, talvolta, mi è successo che mi sono pentita di non aver iniziato un qualcosa che mi faceva stare meglio.
Lo ripeto: mi è successo di aver perso il famoso treno sia con un nuovo lavoro molto più soddisfacente di quello che stavo facendo, sia con un uomo che non ho voluto seguire perché ero ancora abituata al precedente da cui non volevo staccarmi anche se non mi faceva più stare bene.
Ho passato anni a spiegarmi inutilmente, a tentare di primeggiare, di farmi ascoltare ad ogni costo ma poi? Mi accorgevo di aver buttato via solo anni preziosi rinunciando a situazioni migliori.
Mi sono sempre pentito quando ho rinunciato senza nemmeno tentare il nuovo mentre volevo ancora conservare le vecchie situazioni.
Francesco da Noto

Trattenere non crea mai le basi per ciò che deve arrivare.
Quando lasci qualcosa, fai spazio.
Ci sono momenti in cui la vita ti insegna, lentamente, a lasciare andare.
Dopo troppe delusioni, discussioni inutili e parole consumate nel tentativo di farti comprendere da chi non ha mai avuto davvero intenzione di farlo.
Poi arriva un momento in cui non senti più il bisogno di dimostrare di avere ragione.
Non rincorri più chi sceglie di non ascoltarti e smetti di spendere energie dove trovi solo muri.
Impari che non tutto merita una risposta.
Che certe situazioni è meglio lasciarle nel silenzio e che non tutte le persone vanno trattenute, soprattutto quando portano solo confusione e tormento.
Perché diventare forti significa anche riconoscere i luoghi, le persone e le situazioni da cui è necessario allontanarsi.
E forse la forma più autentica di ricchezza è proprio questa: poter vivere senza sentirsi costantemente in guerra.
Scegliere la serenità.
Proteggere la propria tranquillità.
E finalmente, vivere in pace con se stessi.

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Ridere senza chiedere il permesso? Finalmente….| filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Dottoressa, ogni cosa che faccio, la faccio bene, con impegno e senza contare troppo su tutto e, soprattutto, su tutti.
Mentre sono fidanzato con una ragazza che sembra prendere tutto troppo sul serio, ogni errore, per lei, è una tragedia nazionale: mancano solo i titoli di apertura del telegiornale e la banda musicale.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Dottoressa, ogni cosa che faccio, la faccio bene, con impegno e senza contare troppo su tutto e, soprattutto, su tutti.
Mentre sono fidanzato con una ragazza che sembra prendere tutto troppo sul serio, ogni errore, per lei, è una tragedia nazionale: mancano solo i titoli di apertura del telegiornale e la banda musicale.
Andando molto d’accordo io e lei, vivo questa diversa visione degli errori con grande sofferenza. Io, se faccio qualcosa che non avrei dovuto fare, rido di me stesso perché mi piace sdrammatizzare. La mia ragazza, invece, è capace di stare in silenzio per un giorno intero anche quando sbaglia lei. Un errore diventa praticamente un lutto con tanto di minuto di raccoglimento.
Ridiamo quanto basta, io e lei, ma ho il terrore di sbagliare io e, soprattutto, che sbagli lei: il malumore è sempre dietro l’angolo, pronto a presentarsi senza neppure aver ricevuto l’invito.
Non le chiedo se ho ragione io o se ha ragione lei. Le chiedo soltanto se farsi una grassa risata su qualche scemenza sia una buona pratica, visto che la mia ragazza dice che sono un folle giocherellone e basta.
Lei non riconosce alcun potere terapeutico alla risata. Mai. Infatti ride molto raramente e, quando le capita, sembra quasi che debba compilare prima una richiesta in triplice copia per ottenere l’autorizzazione.
Che mi dice al riguardo?
Dobbiamo essere tutti sempre in modalità “tragedia” per ogni cosa che va storta o diversamente dai nostri piani?
Grazie,
Stefano da Orvieto

“La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto!”
— A. Sordi

La citazione di Sordi, in questo caso, arriva come un estintore in una casa piena di benzina.
La risata non risolve tutto, naturalmente. Però aiuta moltissimo a non trasformare ogni piccolo incidente della vita in una commissione parlamentare d’inchiesta.
Lei fa un errore? Si può ridere.
Lei sbaglia qualcosa? Si può addirittura sopravvivere.
E, udite udite, nessuno dei presenti deve necessariamente convocare il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU.
Lei dice di avere paura di sbagliare perché sa già che potrebbe arrivare il gelo. E questo, più della differenza tra una persona seria e una persona giocherellona, mi sembra il vero problema.
Perché una cosa è la sensibilità: “Questa battuta mi ha ferito”.
Un’ altra è vivere ogni contrattempo come se qualcuno avesse appena annunciato la fine della civiltà occidentale.
L’ ironia, quando non è cattiveria né scherno, è anche un modo per ridimensionare le nostre piccole catastrofi quotidiane. Ci permette di guardarci da fuori e dirci: “Va bene, abbiamo combinato una stupidaggine. Ma almeno non abbiamo fatto saltare il pianeta.”
E c’è di più.
Secondo me, è molto sano riuscire a ridere anche di se stessi. Anzi, spesso è una delle forme più belle di sicurezza personale: se riesco a prendermi bonariamente in giro, significa che non devo difendere la mia immagine ogni trenta secondi come una guardia del corpo.
Il problema nasce quando una persona pretende che anche gli altri debbano vivere le emozioni esattamente come lei.
Se io sono triste, devi essere triste.
Se io sono arrabbiato, devi essere arrabbiato.
Se io ho sbagliato, devi rispettare il mio dramma.
Se tu ridi, invece, sei un folle giocherellone.
Ecco, magari no.
Magari sei semplicemente uno che, davanti a una giornata storta, preferisce non aggiungerci sopra anche il funerale.
Mi preoccupa maggiormente, quindi, non il fatto che lei rida e la sua ragazza no, ma il fatto che lei senta di dover chiedere il permesso per ridere.
Una coppia non dovrebbe diventare un ufficio ministeriale per l’autorizzazione degli stati d’ animo.
Naturalmente, attenzione: l’ironia non deve essere usata come una ruspa per demolire quello che l’ altro sente. Se la sua ragazza è realmente ferita da qualcosa, ascoltarla è doveroso. E se una battuta colpisce un punto sensibile, ogni tanto si può anche dire: “Scusa, non volevo ferirti”.
Ma altra cosa è pretendere che lei rinunci al suo modo di affrontare la vita perché l’altra persona non lo condivide.
Lei ride per sdrammatizzare.
La sua ragazza, evidentemente, sdrammatizza facendo il contrario: aggrava.
Ognuno ha i suoi talenti.
Il suo, però, mi sembra decisamente più divertente.
E le dirò una cosa: non vedo di buon occhio chi mette continuamente freni al modo di essere del partner. Un conto è chiedere rispetto, un altro è cercare di regolamentare persino il volume della sua allegria.
Perché domani potrebbe arrivare anche il modulo:
“Gentile Stefano, la informiamo che la risata spontanea da lei emessa alle ore 17.43 non è stata preventivamente concordata. La invitiamo a non ripetere l’increscioso episodio.”
No, grazie.
La vita è già abbastanza seria da sola.
Ci sono errori che vanno riparati, problemi che vanno affrontati e momenti in cui bisogna certamente smettere di scherzare.
Ma ci sono anche
un’ infinità di stupidaggini sulle quali una bella risata è semplicemente la risposta più intelligente.
Quindi continui pure a ridere, Stefano.
Non di tutto.
Ma di molto sì.
E soprattutto, non si vergogni di essere un po’ giocherellone.
In un mondo nel quale molti adulti passano metà della giornata a spiegare perché hanno ragione e l’ altra metà a offendersi perché qualcuno non gliel’ ha riconosciuto, qualche “cretino” che ride può essere persino una risorsa sociale.
Con moderazione, naturalmente.
Ma anche la moderazione, se presa troppo sul serio, diventa una malattia.
E questa, per fortuna, possiamo curarla, con una risata.

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“La stazione di Carnate è diventata una discarica”: la denuncia shock del lettore-runner. “Basta gettare i rifiuti di casa nei cestini pubblici”

“La stazione è un disastro: non usate i cestini di strada per gettare la spazzatura di casa vostra!”. 🏃‍♂️ 🗑️ Arriva una durissima e amara segnalazione da un nostro lettore, Roberto, che praticando regolarmente “plogging” (corsa con raccolta di rifiuti) si è trovato davanti a uno spettacolo indecoroso alla stazione di Carnate (Monza e Brianza). Cestini gettacarte soffocati da sacchi neri domestici, cartoni e bottiglie sparsi ovunque sui marciapiedi! “I cestini pubblici servono per un fazzoletto o una carta, non per eludere la raccolta differenziata di casa creando discariche a cielo aperto!”, è l’appello indignato del runner. Voi cosa ne pensate? Capita anche nella vostra città? Leggete la testimonianza e l’appello integrale nel nostro articolo! 👇 📢

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Cesto dei rifiuti strapieno alla stazione di Carnate

Carnate – Ci sono cittadini che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Cittadini che, anziché limitarsi a protestare sui social network, decidono di rimboccarsi le maniche in prima persona per fare la differenza, dedicando il proprio tempo libero alla cura dell’ambiente e del bene comune. È il caso di Roberto Manzato, un nostro affezionato lettore che ha voluto condividere con la nostra redazione uno sfogo amaro, corredato da inequivocabili testimonianze fotografiche, sullo stato di grave degrado e incuria che affligge le stazioni ferroviarie del territorio, a partire da quella di Carnate (in provincia di Monza e Brianza).

La corsa contro il degrado: la testimonianza di chi fa “plogging”

Roberto pratica regolarmente il plogging, la lodevole e sempre più diffusa disciplina nata nel Nord Europa che unisce la corsa e l’attività motoria all’aria aperta alla raccolta dei rifiuti abbandonati lungo marciapiedi, parchi e sentieri. Un gesto di profondo civismo che, tuttavia, si scontra quotidianamente con un muro di maleducazione e incuria difficile da scalfire. Nel suo percorso di allenamento e pulizia, il lettore si è trovato di fronte a uno scenario desolante proprio nei pressi dello scalo ferroviario di Carnate, un nodo di interscambio fondamentale per migliaia di pendolari e studenti brianzoli.

Le immagini inviate alla redazione parlano con una chiarezza disarmante: cestini pubblici letteralmente traboccanti di immondizia, sacchi neri e buste della spesa stracolme accatastate sull’asfalto, scatoloni di cartone abbandonati lungo i marciapiedi e flaconi di plastica sparsi alla base degli alberi. Una vera e propria discarica a cielo aperto a due passi dai binari e dalle aree di passaggio pedonale.

La piaga dei rifiuti domestici: “I cestini pubblici non sono cassonetti”

Il cuore dell’appello lanciato da Roberto tocca una cattiva abitudine purtroppo diffusissima e profondamente incivile: l’utilizzo improprio dei piccoli cestini gettacarte stradali per smaltire l’immondizia di casa. «Vorrei segnalare il degrado che trovo nelle stazioni dove giro facendo plogging, in particolare la stazione di Carnate è diventata un disastro», scrive il nostro lettore nel suo accorato messaggio. «Il mio impegno è dare un obiettivo e un esempio concreto: se hai qualcosa in mano per strada usa i cestini, ma i cestini vanno usati esclusivamente per i piccoli rifiuti da passeggio, non per sbarazzarsi dei rifiuti domestici, altrimenti si trasformano in discariche a cielo aperto nel giro di poche ore».

Un’analisi tanto semplice quanto lucida. I contenitori urbani, dimensionati per accogliere scontrini, fazzoletti di carta o bottigliette vuote consumate durante gli spostamenti, collassano inevitabilmente se stipati con interi sacchi della spazzatura indifferenziata. Il risultato? L’immondizia deborda, viene dispersa dal vento o dagli animali randagi, generando cattivi odori, problemi igienico-sanitari e una sensazione generale di abbandono che dequalifica l’intera area urbana.

L’appello alla comunità: difendiamo insieme la bellezza del nostro territorio

Quello di Roberto non vuole essere solo un grido di denuncia fine a se stesso, ma una vera e propria chiamata alla responsabilità collettiva. «Vorrei lanciare un appello a tutti i cittadini: cerchiamo di rispettare il nostro territorio e non facciamolo diventare una discarica», conclude il lettore con parole che meritano di essere condivise e amplificate.

La pulizia e la vivibilità di un paese o di un quartiere non dipendono unicamente dalla frequenza dei passaggi degli operatori ecologici o dagli interventi delle amministrazioni comunali, pur doverosi e sempre sollecitati: passano innanzitutto attraverso la coscienza civica, il rispetto delle regole minime di convivenza e l’educazione di ciascuno di noi. La nostra redazione ringrazia Roberto per la preziosa segnalazione e per il suo straordinario esempio sul campo, con l’auspicio che il suo messaggio possa risvegliare il senso civico di chi continua a deturpare gli spazi di tutti.

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