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Esteri

Apocalisse tra Nepal e Tibet: fango e acqua travolgono le valli. 494 morti, 2000 dispersi e 100 intrappolati in un tunnel

Apocalisse tra Nepal e Cina: un’inondazione di fango spazza via le valli! Quasi 500 morti accertati e 2.000 dispersi. 100 persone sepolte vive in un tunnel idroelettrico 😭 🌊 Una tragedia umanitaria di proporzioni immani e spaventose. Il confine tra Nepal e Tibet è stato devastato da un’inondazione mostruosa seguita al crollo di una diga. L’acqua e la colata di fango hanno cancellato interi villaggi! Il bilancio è agghiacciante: la polizia ha confermato 494 morti accertati, ma ci sono circa 2.000 persone disperse, inghiottite dalla furia della natura. Il distretto nepalese di Rasuwa è completamente isolato e distrutto. I militari stanno scavando a mani nude per cercare di salvare circa 100 persone rimaste intrappolate e sepolte vive al buio all’interno del tunnel di una centrale idroelettrica! E poche ore fa è scattato il panico: le autorità hanno ordinato a soccorritori e superstiti di scappare verso le cime delle montagne perché c’è il rischio imminente che crolli una seconda diga a monte! Sul versante cinese, in Tibet, i soccorsi sono riusciti a evacuare miracolosamente 555 turisti rimasti bloccati tra i ghiacciai instabili. Il Presidente cinese Xi Jinping ha chiesto un minuto di silenzio per le vittime e ha inviato aiuti di emergenza. Leggi tutti gli aggiornamenti drammatici di questa apocalisse mondiale nel nostro articolo! 👇 🌍 Un pensiero e una preghiera enorme per queste popolazioni asiatiche devastate dalla furia della natura.

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Inondazione in Nepal

Nepal–Tibet – La forza devastante e incontrollabile della natura ha scatenato un vero e proprio inferno sulla Terra, cancellando in poche ore interi villaggi e spazzando via migliaia di vite umane. Quella che si sta consumando in queste ore al confine tra Nepal e Tibet (Cina) non è una semplice alluvione, ma una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche.
Mercoledì, una massa mostruosa di fango, detriti e acqua ha travolto e inghiottito le valli sottostanti, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che ricorda uno scenario apocalittico. Il bilancio ufficiale delle vittime, purtroppo aggiornato di ora in ora al rialzo, fa letteralmente tremare i polsi: la Polizia nepalese ha confermato la morte di 489 persone, a cui si aggiungono 5 vittime accertate sul versante tibetano. Ma il dato che terrorizza i soccorritori è quello dei dispersi, che sono ormai quasi 2.000 (oltre 1.400 in Nepal e 558 in Tibet). Persone inghiottite dal fango di cui non si ha più alcuna notizia.

Interi distretti isolati e la trappola del tunnel idroelettrico

Il cuore di questa tragedia immane si trova nel distretto di Rasuwa (in Nepal), che è stato letteralmente spazzato via dalla furia degli elementi. Il ministro dell’Informazione nepalese, Bikram Timilsina, ha rilasciato dichiarazioni disperate: “Il distretto è completamente isolato. Non conosciamo i danni reali perché non siamo ancora riusciti ad arrivare sul posto via terra. Solo in elicottero siamo riusciti a compiere i primi disperati soccorsi”.
Ma il dramma nel dramma si sta consumando all’interno dell’impianto idroelettrico Trishuli 3A. Mentre le squadre di soccorso dell’esercito nepalese sono riuscite a estrarre vive e miracolate 350 persone, si calcola che ci siano ancora circa 100 lavoratori intrappolati all’interno di un tunnel sotterraneo. Cento esseri umani sepolti vivi al buio, intrappolati tra l’acqua che sale e il fango che preme, in attesa di un miracolo che i militari stanno cercando di compiere lottando contro il tempo a mani nude.

Il nuovo terrore: “Sta crollando un’altra diga, fuggite in alto!”

Come se l’orrore non fosse già sufficiente, nelle scorse ore è scattato un nuovo, agghiacciante allarme che ha seminato il panico tra i pochi sopravvissuti e i soccorritori. Le autorità nepalesi hanno diramato un ordine di evacuazione immediata dopo aver ricevuto la notizia del possibile crollo di un’altra diga idrica situata a monte, sul versante tibetano.
“Invitiamo tutte le forze dell’ordine, i soccorritori e il pubblico a spostarsi immediatamente in un luogo sicuro e verso le zone più elevate”, ha urlato la Polizia tramite i megafoni. L’incubo di una seconda ondata anomala d’acqua minaccia di cancellare del tutto le flebili speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita sotto le macerie.

La situazione in Tibet: evacuati 555 turisti

Dall’altra parte del confine, sul versante cinese del Tibet, la catastrofe idrogeologica ha costretto le autorità di Pechino a mobilitarsi in forze. La minaccia più grande era rappresentata da un vastissimo bacino d’acqua naturale che minacciava di cedere sotto la pressione della colata di fango. Fortunatamente, i media statali cinesi (Cctv) hanno annunciato che il bacino sta tracimando in modo naturale e il livello dell’acqua è sceso di circa 10 metri, scongiurando per il momento la rottura.
I soccorritori cinesi sono riusciti in un’impresa eroica, portando in salvo ed evacuando ben 555 turisti e 499 residenti rimasti letteralmente bloccati nel nulla cosmico, circondati da ghiacciai e laghi ghiacciati diventati improvvisamente instabili.

La mobilitazione internazionale e il dolore della Cina

La gravità della situazione ha spinto il Presidente cinese Xi Jinping a convocare d’urgenza una riunione con i massimi vertici del Partito Comunista. I lavori si sono aperti con un commovente minuto di silenzio per onorare le centinaia di vite spezzate dal fango.
Pechino ha garantito il massimo sforzo per cercare i dispersi e ha annunciato di voler fornire aiuti di emergenza immediati al vicino Nepal, avviando una massiccia cooperazione internazionale per i soccorsi. Ma la strada è in salita: le frane continue, il ghiaccio e il terreno instabile rendono le operazioni di salvataggio una vera e propria missione suicida. Il mondo intero trattiene il fiato e prega per quelle duemila anime ancora sepolte sotto la furia della montagna.

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Esteri

Bill Clinton cita il Corano: «I musulmani non devono essere discriminati a causa della loro fede»

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Bill Clinton

Florida, Stati Uniti — L’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha condannato gli atteggiamenti discriminatori nei confronti dei musulmani, sottolineando che nessuno dovrebbe essere insultato o disprezzato a causa della propria religione.

Clinton ha pronunciato queste parole il 20 ottobre 2026, durante un incontro interreligioso presso il Koinonia Worship Center, in Florida, nel corso di un evento intitolato “Multiple Faiths, One Florida”.

Nel suo intervento, l’ex presidente ha raccontato che sua figlia Chelsea aveva letto il Corano integralmente all’età di 15 anni e successivamente lo aveva incoraggiato a leggere un passaggio del testo sacro islamico.

Clinton ha richiamato il messaggio della sura Al-Hujurat, versetto 13, secondo cui Dio ha creato gli esseri umani in popoli e tribù affinché possano conoscersi reciprocamente. Nel suo racconto, ha evidenziato che le differenze tra le persone non dovrebbero essere motivo di disprezzo, ma un’occasione per comprendersi e imparare gli uni dagli altri.

L’ex presidente ha inoltre affermato di essere stanco degli atteggiamenti che denigrano i musulmani semplicemente per il fatto di essere musulmani. Ha ricordato che comportamenti negativi possono verificarsi in ogni comunità religiosa, poiché nessun essere umano è perfetto.

Le sue dichiarazioni riportano al centro del dibattito pubblico il tema della libertà religiosa e della convivenza pacifica tra persone di culture e fedi diverse. Il rispetto reciproco, il dialogo interreligioso e il rifiuto dei pregiudizi rappresentano elementi fondamentali per contrastare le divisioni e promuovere una società più inclusiva.

Il messaggio centrale del suo intervento è che la diversità religiosa e culturale non dovrebbe diventare una fonte di ostilità, ma un’opportunità per favorire la conoscenza reciproca, la comprensione e la pace.

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Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

Richard Bennett chiede di fermare i rimpatri degli afghani dall’Europa

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Richard Bennett

Redazione – Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, ha invitato i Paesi europei a fermare i rimpatri dei cittadini afghani verso luoghi in cui rischiano persecuzioni e violazioni dei diritti fondamentali.

Bennett ha sottolineato che gli Stati europei devono rispettare gli obblighi internazionali e non rimandare le persone in territori dove la loro vita e libertà potrebbero essere in pericolo. Ha inoltre espresso preoccupazione per l’intensificazione dei contatti tra l’Unione europea e i talebani, avvertendo che tali rapporti non devono contribuire a normalizzare le violazioni dei diritti umani, soprattutto la repressione delle donne e delle ragazze in Afghanistan.

L’appello arriva mentre la Germania ha ripreso i rimpatri di cittadini afghani e altri Paesi europei hanno avviato colloqui con i talebani per facilitare il ritorno delle persone prive di un regolare permesso di soggiorno. L’Unione europea ha definito questi contatti di natura tecnica, precisando che non costituiscono un riconoscimento ufficiale dei talebani.

Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Afghanistan, ribadendo l’obbligo di rispettare il principio di non-refoulement, che vieta di rimandare le persone in luoghi dove rischiano persecuzioni o gravi violazioni dei diritti fondamentali. Gli esperti hanno inoltre denunciato la grave situazione delle donne e delle ragazze, chiedendo maggiore attenzione ai rischi che gli afghani potrebbero affrontare in caso di rimpatrio.

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