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Lifestyle

L’uomo che ho adorato!

Nella mia vita ho adorato una sola persona. Naturalmente, l’adorazione è una dimensione superlativa del rispetto che l’uomo, in generale, ha attribuito a Dio! In realtà, per me egli aveva assunto davvero una dimensione quasi divina! La sua erudizione era straordinaria! Conosceva diverse lingue che, insieme all’albanese, diventavano davvero molte.

Sapeva parlare con tutti e farli sentire molto bene. Parlava loro di ciò che riguardava la loro professione o una parte importante della loro vita! La sua semplicità assumeva una dimensione divina, in una forma umana sorprendente, mentre non gli mancava la conoscenza di quasi ogni cosa.

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Artur Nura in Vaticano

Redazione-  Nella mia vita ho adorato una sola persona. Naturalmente, l’adorazione è una dimensione superlativa del rispetto che l’uomo, in generale, ha attribuito a Dio! In realtà, per me egli aveva assunto davvero una dimensione quasi divina! La sua erudizione era straordinaria! Conosceva diverse lingue che, insieme all’albanese, diventavano davvero molte.

Sapeva parlare con tutti e farli sentire molto bene. Parlava loro di ciò che riguardava la loro professione o una parte importante della loro vita! La sua semplicità assumeva una dimensione divina, in una forma umana sorprendente, mentre non gli mancava la conoscenza di quasi ogni cosa.

Rispettava chiunque ed era un cristiano davvero speciale. In quel periodo, le persone conosciute per la loro dimensione culturale e pubblica tenevano nei loro studi la fotografia del dittatore! Quella presenza era per loro una necessità, ma non per lui! Lui teneva soltanto Cristo e nel suo appartamento c’erano pochi mobili e moltissimi libri! Le persone che entravano lì erano amanti della semplicità e della conoscenza! Nelle case dei suoi colleghi, naturalmente, andavano persone che avevano a cuore l’apparenza e la carriera nel sistema di allora! Da lui, invece, soltanto amici e studenti!

Un giorno lo incontrai per strada, quando qualcuno lo aveva fermato e cercava in qualche modo di offrirgli qualcosa! Da quanto avevo capito, era evidente che lui stesso aveva fatto un favore a quell’altra persona e che quel favore doveva essere stato molto importante per chi lo aveva ricevuto. Ma quella persona non riusciva a capire che colui che l’aveva aiutata tanto non accettava regali per questo motivo!

«Ma perché no?! Lei ha fatto per me ciò che nessun altro avrebbe fatto! Nessuno fa una cosa del genere… semplicemente per aiutare un’altra persona…!» gli diceva quell’uomo, mostrando chiaramente sul volto un’incredibile meraviglia!

«Non ha importanza. Ho fatto qualcosa che era possibile per me. L’importante è che questa cosa ti abbia aiutato, quindi goditi ciò che hai ricevuto…» gli disse, con un sorriso così semplice e nobile da disarmare la sua sorpresa.

A quel punto erano ormai circa vent’anni che, per ragioni oggettive, non lo incontravo più, dai tempi lontani dell’ex sistema comunista! In quel periodo aveva lasciato la Patria, proprio quando le strade verso l’Europa avevano appena iniziato ad aprirsi. Ormai avevo saputo che era tornato e che era lì da quasi un anno… e da quasi un anno non riuscivo a decidere se andare a incontrarlo oppure no!?

Naturalmente, questo drammatico dilemma aveva le sue ragioni. Una riguardava la sua vecchiaia. Mentre lui rimaneva l’unica persona che avessi mai adorato, io avevo imparato a conoscere la vecchiaia, questo fenomeno umano drammatico, dopo aver accompagnato i miei genitori negli ultimi anni della loro vita!

«Meglio non arrivare alla vecchiaia» dice un’antica filosofia popolare, e dopo la mia esperienza con i miei genitori avevo compreso colui o colei che l’aveva pronunciata e tutti quelli che, a seconda delle circostanze e del destino, continuavano a ripeterla! Io stesso, quando facevo gli auguri di compleanno, non usavo mai l’espressione così popolare tra gli albanesi: «Che tu possa arrivare a cent’anni!». Dicevo semplicemente: «Buon compleanno», aggiungendo: «Anche se fosse il tuo centocinquantesimo, ma che tu possa viverlo e godertelo…».

In altre parole, avevo davvero paura che avrei perso l’unica persona che avessi mai adorato nella mia vita, a causa della vecchiaia! Non volevo perderlo! Non avevo adorato né i miei genitori, né me stesso, né nessun altro nella vita, se non lui! Una strana voce dentro di me mi preannunciava una simile paura. La ragione, o quella parte di noi che chiamiamo razionale, mi suggeriva invece di non preoccuparmi! La ragione mi diceva che anche nella vecchiaia sarebbe rimasto una persona degna di adorazione! Non sarebbe stato come gli altri. Sarebbe rimasto altrettanto cristiano, altruista e semplice come un tempo!

Alla fine, Dio o il destino volle che le ragioni e il tempo si combinassero affinché andassi a incontrarlo insieme a una sua conoscente. Anche lei aveva una storia di ammirazione simile alla mia nei suoi confronti. In realtà, la sua ammirazione derivava dai racconti di altri sulle sue imprese multidimensionali, sia dal punto di vista scientifico sia da quello religioso, umano e altruistico. E, naturalmente, anche per la sua unicità nella semplicità!

All’ego personale, che è una caratteristica profondamente umana, generale e onnipresente, nessuno poteva sfuggire, tranne lui! Naturalmente ammettevo che esistessero anche altre persone capaci di andare oltre il proprio io, ma mai e poi mai avrebbero potuto raggiungere la sua dimensione! Io stesso cercavo, almeno in parte, di superare il mio ego per assomigliargli.

Questa sua straordinaria dimensione anti-ego, di tanto in tanto, mi aveva persino spinto alla gelosia quando non mi trattava nello stesso modo in cui trattava suo figlio. Naturalmente, sotto questo aspetto esageravo, ma la responsabilità non era mia: era della sua straordinaria natura altruistica e della sua meravigliosa semplicità, quasi cristiana.

Dopo essere entrati nella sua stanza, vidi che era ancora lo stesso uomo di vent’anni prima e ci salutammo con grande affetto! Lo osservavo con grande emozione e ritrovavo in lui le stesse espressioni e la stessa dinamica di allora. La vecchiaia si manifestava soltanto modestamente, e questo mi diede una potente gioia interiore. Dunque, bisognava ascoltare la ragione: anche nella vecchiaia era una persona davvero speciale…

In realtà era ingrassato e, con ogni probabilità, non gli mancavano i mezzi economici. Sapevo che avevano ricevuto una cospicua eredità. Con lui c’era anche una donna che, a quanto pareva, si prendeva cura di lui e naturalmente veniva pagata per questo. Sembrava una persona molto semplice, forse provata dalla vita! In ogni caso, quella scena e quei pensieri rafforzarono in me l’idea che fosse rimasto quello che era stato vent’anni prima.

«Mi perdoni, non la conosco! Può dirmi chi è?» disse lui.

«Io sono Ardi Nuri e la signorina è Edlira, sua nipote» ci presentammo, e nei suoi occhi percepii una gioia del tutto particolare! Una cosa che mi rese immensamente felice!

Subito la conversazione tra noi si fece calorosa e cominciammo a parlare del tempo trascorso e del presente, naturalmente anche da un punto di vista filosofico, sociale e politico! In quel momento entrò un suo amico, con una camicia bianca, che accompagnò il barbiere nella stanza!

Il barbiere, appena entrato, mi riconobbe e, con grande piacere, manifestò il suo rispetto nei miei confronti. Naturalmente per il modesto lavoro che svolgevo come giornalista nel rapporto con il pubblico. Lui stesso, dopo aver notato attentamente questa cosa, con una curiosità molto benevola volle saperne di più su questa mia dimensione nel rapporto con gli altri!

Gli spiegai con piacere che stavo cercando di costruire il mio modesto modello di controcorrente! In realtà, sebbene non in maniera esplicita, gli stavo dicendo che avevo seguito modestamente il modello che avevo imparato da lui, naturalmente in circostanze diverse dalle sue e molto più modeste.

«Loro, il pubblico, oltre ai modelli pragmatici e abusivi dei politici, così diffusi ovunque, hanno anche la possibilità, qui e ora, di confrontarsi con altri modelli, come il mio…» continuai a dirgli, sottolineando che nel mio lavoro cercavo di rispettare Chiunque come Qualcuno, aggiungendo che nessuno è perfetto, tranne Dio.

In quel momento mi schiarii le idee e pensai, tra me e me, che avevo dimenticato che soltanto lui poteva essere un’eccezione. E giustamente ricordai il filosofo che avevo appena riassunto in poche parole: lo avevo imparato da lui molti anni prima. In quell’istante non riuscii più a trattenermi e gli dissi che lo avevo sempre adorato e che era stata l’unica persona capace di conquistare in me una simile convinzione nel corso della mia vita! Naturalmente questo lo fece molto piacere e fu evidente che si sentì molto bene!

Stava cantando all’uomo semplice che gli stava tagliando i capelli Il barbiere di Siviglia e, quando questi ebbe finito il lavoro, chiese alla donna che lo assisteva di portargli i soldi per pagarlo! Lei gli diede una somma pari a quanto il barbiere meritava, mentre lui la rimproverò scherzosamente, dicendo al parrucchiere che aveva pensato di dargli il triplo di quella cifra…!

«È colpa sua! Questa è la segretaria che ho io!» disse, continuando a ridere con lui.

Io ricordai, in un’immagine completa e nitida, come se stesse accadendo proprio in quel momento, un episodio impressionante di vent’anni prima! Rivedevo con gli occhi della memoria il momento in cui, parlandomi dello spirito della fede in Dio, aveva portato la mano alle labbra, vi aveva soffiato sopra e aveva diretto quel soffio verso il cielo…!

«Niente può ostacolarlo! Esso è libero di andare ovunque, fino al cielo. Il soffio cambierebbe direzione, o si fermerebbe, soltanto nel caso in cui una materia, un oggetto, gli si ponesse davanti» mi aveva detto, spiegandomi filosoficamente l’idea della ricchezza, che tanto quanto ti aiuta, tanto ti sottrae libertà…!

Mentre ricordavo quel momento unico, rimasto così profondamente significativo nella mia memoria, pensai naturalmente con il massimo rispetto possibile che egli rimaneva il professore più competente e migliore della mia vita, ma la mia unica adorazione della vita aveva subito un grande cambiamento…!

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Lifestyle

“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Lifestyle

Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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