Rimani in contatto con noi
#

Lifestyle

L’uomo che ho adorato!

Nella mia vita ho adorato una sola persona. Naturalmente, l’adorazione è una dimensione superlativa del rispetto che l’uomo, in generale, ha attribuito a Dio! In realtà, per me egli aveva assunto davvero una dimensione quasi divina! La sua erudizione era straordinaria! Conosceva diverse lingue che, insieme all’albanese, diventavano davvero molte.

Sapeva parlare con tutti e farli sentire molto bene. Parlava loro di ciò che riguardava la loro professione o una parte importante della loro vita! La sua semplicità assumeva una dimensione divina, in una forma umana sorprendente, mentre non gli mancava la conoscenza di quasi ogni cosa.

Pubblicato

a

Artur Nura in Vaticano

Redazione-  Nella mia vita ho adorato una sola persona. Naturalmente, l’adorazione è una dimensione superlativa del rispetto che l’uomo, in generale, ha attribuito a Dio! In realtà, per me egli aveva assunto davvero una dimensione quasi divina! La sua erudizione era straordinaria! Conosceva diverse lingue che, insieme all’albanese, diventavano davvero molte.

Sapeva parlare con tutti e farli sentire molto bene. Parlava loro di ciò che riguardava la loro professione o una parte importante della loro vita! La sua semplicità assumeva una dimensione divina, in una forma umana sorprendente, mentre non gli mancava la conoscenza di quasi ogni cosa.

Rispettava chiunque ed era un cristiano davvero speciale. In quel periodo, le persone conosciute per la loro dimensione culturale e pubblica tenevano nei loro studi la fotografia del dittatore! Quella presenza era per loro una necessità, ma non per lui! Lui teneva soltanto Cristo e nel suo appartamento c’erano pochi mobili e moltissimi libri! Le persone che entravano lì erano amanti della semplicità e della conoscenza! Nelle case dei suoi colleghi, naturalmente, andavano persone che avevano a cuore l’apparenza e la carriera nel sistema di allora! Da lui, invece, soltanto amici e studenti!

Un giorno lo incontrai per strada, quando qualcuno lo aveva fermato e cercava in qualche modo di offrirgli qualcosa! Da quanto avevo capito, era evidente che lui stesso aveva fatto un favore a quell’altra persona e che quel favore doveva essere stato molto importante per chi lo aveva ricevuto. Ma quella persona non riusciva a capire che colui che l’aveva aiutata tanto non accettava regali per questo motivo!

«Ma perché no?! Lei ha fatto per me ciò che nessun altro avrebbe fatto! Nessuno fa una cosa del genere… semplicemente per aiutare un’altra persona…!» gli diceva quell’uomo, mostrando chiaramente sul volto un’incredibile meraviglia!

«Non ha importanza. Ho fatto qualcosa che era possibile per me. L’importante è che questa cosa ti abbia aiutato, quindi goditi ciò che hai ricevuto…» gli disse, con un sorriso così semplice e nobile da disarmare la sua sorpresa.

A quel punto erano ormai circa vent’anni che, per ragioni oggettive, non lo incontravo più, dai tempi lontani dell’ex sistema comunista! In quel periodo aveva lasciato la Patria, proprio quando le strade verso l’Europa avevano appena iniziato ad aprirsi. Ormai avevo saputo che era tornato e che era lì da quasi un anno… e da quasi un anno non riuscivo a decidere se andare a incontrarlo oppure no!?

Naturalmente, questo drammatico dilemma aveva le sue ragioni. Una riguardava la sua vecchiaia. Mentre lui rimaneva l’unica persona che avessi mai adorato, io avevo imparato a conoscere la vecchiaia, questo fenomeno umano drammatico, dopo aver accompagnato i miei genitori negli ultimi anni della loro vita!

«Meglio non arrivare alla vecchiaia» dice un’antica filosofia popolare, e dopo la mia esperienza con i miei genitori avevo compreso colui o colei che l’aveva pronunciata e tutti quelli che, a seconda delle circostanze e del destino, continuavano a ripeterla! Io stesso, quando facevo gli auguri di compleanno, non usavo mai l’espressione così popolare tra gli albanesi: «Che tu possa arrivare a cent’anni!». Dicevo semplicemente: «Buon compleanno», aggiungendo: «Anche se fosse il tuo centocinquantesimo, ma che tu possa viverlo e godertelo…».

In altre parole, avevo davvero paura che avrei perso l’unica persona che avessi mai adorato nella mia vita, a causa della vecchiaia! Non volevo perderlo! Non avevo adorato né i miei genitori, né me stesso, né nessun altro nella vita, se non lui! Una strana voce dentro di me mi preannunciava una simile paura. La ragione, o quella parte di noi che chiamiamo razionale, mi suggeriva invece di non preoccuparmi! La ragione mi diceva che anche nella vecchiaia sarebbe rimasto una persona degna di adorazione! Non sarebbe stato come gli altri. Sarebbe rimasto altrettanto cristiano, altruista e semplice come un tempo!

Alla fine, Dio o il destino volle che le ragioni e il tempo si combinassero affinché andassi a incontrarlo insieme a una sua conoscente. Anche lei aveva una storia di ammirazione simile alla mia nei suoi confronti. In realtà, la sua ammirazione derivava dai racconti di altri sulle sue imprese multidimensionali, sia dal punto di vista scientifico sia da quello religioso, umano e altruistico. E, naturalmente, anche per la sua unicità nella semplicità!

All’ego personale, che è una caratteristica profondamente umana, generale e onnipresente, nessuno poteva sfuggire, tranne lui! Naturalmente ammettevo che esistessero anche altre persone capaci di andare oltre il proprio io, ma mai e poi mai avrebbero potuto raggiungere la sua dimensione! Io stesso cercavo, almeno in parte, di superare il mio ego per assomigliargli.

Questa sua straordinaria dimensione anti-ego, di tanto in tanto, mi aveva persino spinto alla gelosia quando non mi trattava nello stesso modo in cui trattava suo figlio. Naturalmente, sotto questo aspetto esageravo, ma la responsabilità non era mia: era della sua straordinaria natura altruistica e della sua meravigliosa semplicità, quasi cristiana.

Dopo essere entrati nella sua stanza, vidi che era ancora lo stesso uomo di vent’anni prima e ci salutammo con grande affetto! Lo osservavo con grande emozione e ritrovavo in lui le stesse espressioni e la stessa dinamica di allora. La vecchiaia si manifestava soltanto modestamente, e questo mi diede una potente gioia interiore. Dunque, bisognava ascoltare la ragione: anche nella vecchiaia era una persona davvero speciale…

In realtà era ingrassato e, con ogni probabilità, non gli mancavano i mezzi economici. Sapevo che avevano ricevuto una cospicua eredità. Con lui c’era anche una donna che, a quanto pareva, si prendeva cura di lui e naturalmente veniva pagata per questo. Sembrava una persona molto semplice, forse provata dalla vita! In ogni caso, quella scena e quei pensieri rafforzarono in me l’idea che fosse rimasto quello che era stato vent’anni prima.

«Mi perdoni, non la conosco! Può dirmi chi è?» disse lui.

«Io sono Ardi Nuri e la signorina è Edlira, sua nipote» ci presentammo, e nei suoi occhi percepii una gioia del tutto particolare! Una cosa che mi rese immensamente felice!

Subito la conversazione tra noi si fece calorosa e cominciammo a parlare del tempo trascorso e del presente, naturalmente anche da un punto di vista filosofico, sociale e politico! In quel momento entrò un suo amico, con una camicia bianca, che accompagnò il barbiere nella stanza!

Il barbiere, appena entrato, mi riconobbe e, con grande piacere, manifestò il suo rispetto nei miei confronti. Naturalmente per il modesto lavoro che svolgevo come giornalista nel rapporto con il pubblico. Lui stesso, dopo aver notato attentamente questa cosa, con una curiosità molto benevola volle saperne di più su questa mia dimensione nel rapporto con gli altri!

Gli spiegai con piacere che stavo cercando di costruire il mio modesto modello di controcorrente! In realtà, sebbene non in maniera esplicita, gli stavo dicendo che avevo seguito modestamente il modello che avevo imparato da lui, naturalmente in circostanze diverse dalle sue e molto più modeste.

«Loro, il pubblico, oltre ai modelli pragmatici e abusivi dei politici, così diffusi ovunque, hanno anche la possibilità, qui e ora, di confrontarsi con altri modelli, come il mio…» continuai a dirgli, sottolineando che nel mio lavoro cercavo di rispettare Chiunque come Qualcuno, aggiungendo che nessuno è perfetto, tranne Dio.

In quel momento mi schiarii le idee e pensai, tra me e me, che avevo dimenticato che soltanto lui poteva essere un’eccezione. E giustamente ricordai il filosofo che avevo appena riassunto in poche parole: lo avevo imparato da lui molti anni prima. In quell’istante non riuscii più a trattenermi e gli dissi che lo avevo sempre adorato e che era stata l’unica persona capace di conquistare in me una simile convinzione nel corso della mia vita! Naturalmente questo lo fece molto piacere e fu evidente che si sentì molto bene!

Stava cantando all’uomo semplice che gli stava tagliando i capelli Il barbiere di Siviglia e, quando questi ebbe finito il lavoro, chiese alla donna che lo assisteva di portargli i soldi per pagarlo! Lei gli diede una somma pari a quanto il barbiere meritava, mentre lui la rimproverò scherzosamente, dicendo al parrucchiere che aveva pensato di dargli il triplo di quella cifra…!

«È colpa sua! Questa è la segretaria che ho io!» disse, continuando a ridere con lui.

Io ricordai, in un’immagine completa e nitida, come se stesse accadendo proprio in quel momento, un episodio impressionante di vent’anni prima! Rivedevo con gli occhi della memoria il momento in cui, parlandomi dello spirito della fede in Dio, aveva portato la mano alle labbra, vi aveva soffiato sopra e aveva diretto quel soffio verso il cielo…!

«Niente può ostacolarlo! Esso è libero di andare ovunque, fino al cielo. Il soffio cambierebbe direzione, o si fermerebbe, soltanto nel caso in cui una materia, un oggetto, gli si ponesse davanti» mi aveva detto, spiegandomi filosoficamente l’idea della ricchezza, che tanto quanto ti aiuta, tanto ti sottrae libertà…!

Mentre ricordavo quel momento unico, rimasto così profondamente significativo nella mia memoria, pensai naturalmente con il massimo rispetto possibile che egli rimaneva il professore più competente e migliore della mia vita, ma la mia unica adorazione della vita aveva subito un grande cambiamento…!

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lifestyle

Hai i fari dell’auto ingialliti e opachi? Il trucco geniale e a costo zero per farli tornare nuovi in 5 minuti

Hai la macchina con i fari ingialliti e opachi dal sole e non vuoi spendere centinaia di euro dal carrozziere? 🚗 💡 Abbiamo il trucco geniale e a “costo zero” per farli tornare nuovi e brillanti in soli 5 minuti! Oltre a essere bruttissimi da vedere, i fari opachi riducono la visibilità notturna e ti fanno bocciare immediatamente alla Revisione dell’auto. Il segreto per lucidarli alla perfezione si nasconde nell’armadietto del tuo bagno: è un comunissimo tubetto di dentifricio (a pasta bianca)! Grazie al suo potere leggermente abrasivo e sbiancante, il dentifricio rimuove la patina bruciata senza graffiare la plastica. Basta metterne un po’ sul faro, strofinare con un panno umido in senso circolare per qualche minuto, e poi sciacquare! Il risultato ti lascerà letteralmente senza fiato e avrai salvato il portafogli! Leggi tutti i passaggi nel nostro articolo per non sbagliare! 👇 ✨ E voi avete mai provato questo “rimedio della nonna” per la vostra auto?

Pubblicato

a

Faro dell'auto ingiallito

Redazione  – Con il passare degli anni e la continua e inesorabile esposizione ai raggi solari, alla pioggia acida e agli sbalzi di temperatura, i fari in policarbonato delle nostre automobili tendono inevitabilmente a rovinarsi. Da trasparenti e brillanti, diventano improvvisamente opachi, graffiati e coperti da una sgradevole patina giallastra.
Questo problema, apparentemente solo estetico, nasconde in realtà due gravissime insidie. La prima riguarda la nostra sicurezza: un faro opacizzato riduce drasticamente il fascio di luce notturno, impedendoci di vedere chiaramente la strada. La seconda insidia riguarda il portafogli: se vi presentate al centro collaudi per la Revisione Ministeriale con i fari in quelle condizioni, la vostra auto verrà irrimediabilmente bocciata. Sostituire i fari o farli lucidare da un carrozziere professionista può costare centinaia di euro. Ma esiste un trucco formidabile, a costo zero, che si nasconde proprio nell’armadietto del vostro bagno.

La soluzione magica: il potere del dentifricio

Incredibile ma vero, il segreto per far tornare i fari della vostra auto brillanti come appena usciti dalla concessionaria è una semplice e comunissima pasta dentifricia (preferibilmente quella classica a pasta bianca, non in gel, meglio ancora se contiene micro-granuli o bicarbonato ad azione sbiancante).
Come è possibile? Il dentifricio, per sua stessa natura chimica, è progettato per agire come un leggerissimo abrasivo sulle macchie dello smalto dei nostri denti. Questo stesso identico principio abrasivo e sgrassante funziona alla perfezione sulla plastica ingiallita dei fari dell’automobile, portando via lo strato superficiale ossidato e “bruciato” dal sole senza però rischiare di graffiare la plastica sottostante in profondità.

Come applicare la pasta fatta in casa

Il procedimento per eseguire questo piccolo “miracolo del fai-da-te” è facilissimo e richiede meno di dieci minuti del vostro tempo. Armatevi di un tubetto di dentifricio, nastro adesivo di carta, un panno in microfibra e un vecchio spazzolino da denti morbido.
Per prima cosa, lavate il faro con acqua per togliere la polvere superficiale e asciugatelo. Poi, applicate il nastro di carta tutto intorno al faro per proteggere la carrozzeria e la vernice dell’auto. A questo punto, spremete una generosa dose di dentifricio direttamente sulla plastica opacizzata. Utilizzando il panno umido (o lo spazzolino, per le incrostazioni peggiori), iniziate a strofinare energicamente il dentifricio su tutta la superficie del faro, compiendo movimenti rigorosamente circolari.

Sicurezza stradale e revisione passata a pieni voti

Continuate a frizionare il dentifricio in modo circolare per circa cinque minuti. Noterete che la pasta bianca comincerà a diventare marroncina o giallastra: è lo sporco ossidato che si sta finalmente staccando!
Finito il massaggio, prendete una bottiglia d’acqua pulita e sciacquate abbondantemente l’intero faro, asciugandolo poi con un panno pulito. Il risultato vi lascerà letteralmente senza fiato: la patina gialla sarà del tutto svanita e il faro sarà tornato limpido, trasparente e splendente come il primo giorno! Se il faro era particolarmente disastrato, potete ripetere l’operazione una seconda volta. Con soli due euro di dentifricio avrete risparmiato centinaia di euro dal carrozziere, la vostra visibilità notturna tornerà perfetta e supererete la revisione dell’auto senza battere ciglio. Provare per credere!

Continua a Leggere

Lifestyle

Lasci il finestrino dell’auto abbassato per colpa del caldo estivo? Attenzione, la multa che ti aspetta è salatissima

Lasci il finestrino dell’auto aperto di qualche centimetro per non farla diventare un forno sotto il sole? 🚗 🥵 Attento, perché questa banalissima abitudine estiva può farti recapitare una multa salatissima fino a 173 Euro! Sembra incredibile, ma per l’articolo 158 del Codice della Strada, lasciare i finestrini abbassati quando si parcheggia l’automobile equivale a una vera e propria “istigazione al furto”. In pratica, lo Stato ti punisce perché stai “facilitando” il lavoro dei ladri e dei malintenzionati! E la beffa più grande? Se ti rubano l’auto e scoprono che avevi lasciato uno spiraglio d’aria aperto, la tua Assicurazione (Furto e Incendio) può rifiutarsi categoricamente di rimborsarti il danno perché ti considererà negligente! Meglio patire un po’ di caldo al rientro in macchina, ma salvare il portafogli. Scopri tutti i dettagli legali nel nostro articolo! 👇 🚨 Quanti di voi hanno l’abitudine di lasciare il finestrino aperto d’estate? Lo farete ancora dopo aver letto questa notizia?

Pubblicato

a

Finestrino abbassato

Redazione – L’estate italiana è spesso sinonimo di temperature roventi, asfalto che bolle e abitacoli delle nostre automobili che si trasformano, in pochi minuti passati sotto il sole, in vere e proprie fornaci insopportabili. Per cercare di arginare il problema e non morire di caldo al momento di riprendere la vettura, milioni di automobilisti italiani adottano un’abitudine che ritengono assolutamente normale e innocua: parcheggiano l’auto lasciando i finestrini leggermente abbassati, una fessura di pochi centimetri, per far circolare l’aria ed evitare l’effetto “forno”.
Purtroppo, pochissimi sanno che questo gesto banale, dettato dal puro buon senso climatico, è in realtà severamente vietato dalla legge. Le forze dell’ordine, proprio durante i mesi estivi, elevano decine di multe salatissime agli sfortunati proprietari di veicoli lasciati arieggiare al sole. Ma perché lo Stato punisce un gesto così apparentemente innocente?

L’Articolo 158 del Codice della Strada: l’istigazione al furto

Il motivo legale di questa assurda e crudele sanzione estiva risiede nel rigoroso Articolo 158 del Codice della Strada (comma 4). La legge parla chiaro: “Durante la sosta e la fermata, il conducente deve adottare le opportune cautele atte a evitare incidenti ed impedire l’uso del veicolo senza il suo consenso”.
Cosa significa tutto questo in parole povere? Significa che lasciare il finestrino dell’auto aperto (anche solo di pochissimi centimetri) viene legalmente interpretato dalle forze dell’ordine (Polizia, Carabinieri o Vigili Urbani) come un’istigazione al furto. Secondo il legislatore, lasciando uno spiraglio aperto, state facilitando clamorosamente il “lavoro” dei ladri e dei malintenzionati, che potrebbero facilmente inserire un gancio o un braccio per sbloccare la portiera, rubare la vostra amata vettura o portare via gli oggetti di valore (borse, occhiali, portafogli) lasciati distrattamente sui sedili.

Una sanzione salatissima (e la beffa dell’assicurazione)

Se un agente di polizia in pattuglia nota la vostra auto parcheggiata con il finestrino aperto (magari mentre siete scesi cinque minuti per comprare il giornale o prendere un caffè fresco), ha l’obbligo legale di elevarvi una contravvenzione. E non si tratta di una multa leggera: la sanzione amministrativa prevista varia dai 42 fino a raggiungere i 173 euro. Una vera e propria mazzata estiva che rovina la giornata a chiunque.
Ma il vero dramma (la cosiddetta beffa oltre al danno) si concretizza qualora il furto avvenga realmente. Se i ladri vi rubano l’auto e le forze dell’ordine verbalizzano che il finestrino era rimasto aperto o abbassato (evidenziando la vostra “colpa lieve” o negligenza), la compagnia di assicurazione presso cui avete stipulato la preziosa polizza Furto e Incendio potrebbe legalmente rifiutarsi di risarcirvi il danno o abbassare drasticamente il valore del rimborso. Sarete considerati corresponsabili del furto stesso per non aver messo in sicurezza il vostro bene.

Non solo finestrini: attenzione alle chiavi nel quadro

Questa severa norma non si applica esclusivamente ai finestrini. L’istigazione al furto scatta inesorabilmente anche in altre situazioni di distrazione. Scendere dall’auto lasciando le portiere aperte, il motore acceso per far funzionare l’aria condizionata, o (ancora peggio) lasciare le chiavi inserite nel quadro comandi anche solo per un secondo mentre si scarica la spesa dal bagagliaio, vi espone immediatamente alla stessa, identica multa.
In conclusione, quando parcheggiate sotto il sole d’agosto, la regola d’oro è una sola: chiudete ermeticamente tutto. È preferibile sopportare trenta secondi di caldo infernale quando si risale a bordo, accendendo il climatizzatore al massimo, piuttosto che ritornare e trovare sul parabrezza una multa da 173 euro, o peggio ancora, scoprire che qualche malintenzionato ha approfittato della vostra voglia di “aria fresca” per rubarvi la vettura. La prudenza, sulla strada, salva anche il portafogli.

Continua a Leggere

Lifestyle

Il coraggio di essere sotto l’ombrellone

C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare. Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo. È allora che comincia la mia filosofia dell’anima. Non servono grandi trattati. Non servono cattedre. Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.

Pubblicato

a

Donna sotto l'ombrellone

Redazione-  C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare. Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo. È allora che comincia la mia filosofia dell’anima. Non servono grandi trattati. Non servono cattedre. Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.
Partiamo per riposare, ma portiamo con noi tutto ciò da cui avremmo bisogno di riposare.
Il telefono, le notifiche, le fotografie. Il bisogno di raccontare dove siamo, cosa mangiamo, con chi siamo. La necessità quasi compulsiva di dimostrare agli altri che stiamo bene. Abbiamo trasformato perfino la felicità in qualcosa che deve essere documentato.
Una volta conservavamo i ricordi, oggi, troppo spesso, li produciamo pensando già a chi dovrà guardarli e mentre cerchiamo l’inquadratura perfetta del tramonto, rischiamo di perderci il tramonto. Non è nostalgia del passato e non è una guerra contro la tecnologia; sarebbe una posizione troppo facile e anche poco intelligente. La tecnologia è una straordinaria conquista dell’uomo e l’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il nostro modo di lavorare, conoscere e comunicare.
Il problema comincia quando gli strumenti che abbiamo creato per servirci iniziano a decidere il ritmo delle nostre giornate.
Quando sappiamo essere raggiungibili da chiunque, ma diventiamo irraggiungibili a noi stessi. Quando conosciamo ciò che accade dall’altra parte del mondo e non ci accorgiamo del silenzio della persona seduta accanto a noi. Quando abbiamo migliaia di contatti e sempre meno persone alle quali telefonare alle tre del mattino dicendo semplicemente: “Ho bisogno di te”. Questa estate, allora, provo a farmi una domanda diversa. Che cosa resta di noi quando nessuno ci guarda? È una domanda scomoda, perché viviamo nella società dell’esposizione,il successo deve essere mostrato, il dolore possibilmente nascosto, la fragilità corretta, il corpo filtrato, l’età combattuta, la solitudine mascherata.
Dobbiamo sembrare sempre felici, efficienti, desiderabili, occupati, ma l’anima non conosce filtri. L’anima sa perfettamente quando siamo stanchi. Sa quali assenze continuiamo a chiamare distrazioni. Sa quali ferite abbiamo coperto con il lavoro.
Sa quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché spiegare il contrario sarebbe stato troppo complicato e forse proprio sotto un ombrellone, mentre intorno qualcuno ride, qualcuno legge, qualcuno dorme e qualcuno continua a scorrere uno schermo, possiamo concederci il lusso più rivoluzionario del nostro tempo:
non fare niente, non produrre,
non pubblicare, non rispondere,
non dimostrare,semplicemente essere.
Abbiamo confuso per troppo tempo il valore con la prestazione, se non produciamo ci sentiamo inutili. Se ci fermiamo ci sentiamo in colpa. Se non rispondiamo immediatamente temiamo di perdere qualcosa e invece alcune delle cose più importanti della vita accadono proprio quando apparentemente non sta accadendo nulla.
Un pensiero che finalmente trova spazio. Una paura che riusciamo a chiamare per nome.
Un figlio che comincia a raccontarci qualcosa perché, per una volta, non stiamo guardando altrove.
Due anziani che camminano lentamente sulla battigia tenendosi per mano e ci ricordano, senza saperlo, che forse il vero successo nella vita non è arrivare primi, ma avere ancora qualcuno accanto quando il passo diventa più lento. Queste sono le immagini che mi interessano, non quelle perfette, quelle vere.
Perché siamo entrati in un’epoca capace di costruire macchine sempre più intelligenti, ma la grande sfida del futuro sarà conservare esseri umani capaci di sentire.
Capaci di compassione.
Capaci di indignarsi.
Capaci di aspettare.
Capaci di perdonare.
Capaci perfino di annoiarsi.
Sì, annoiarsi perché dall’infanzia abbiamo quasi cancellato persino la noia. Ogni vuoto deve essere riempito da uno schermo. Ogni attesa anestetizzata. Ogni silenzio occupato, eppure proprio dalla noia sono nate fantasie, domande, giochi, libri, amori, invenzioni. Forse dovremmo restituire ai nostri figli anche il diritto di guardare il mare senza sapere immediatamente cosa fare. Lasciarli costruire un castello destinato a essere distrutto dall’acqua. È una piccola lezione filosofica: impegnarsi profondamente in qualcosa pur sapendo che non durerà per sempre.
In fondo è quello che facciamo tutti, costruiamo, amiamo,
perdiamo, ricominciamo.
La vita non ci promette permanenza, ci offre presenza,
ed è una differenza enorme.
Il mare questo lo insegna da millenni: arriva un’onda, cancella ciò che sembrava definitivo e subito dopo la spiaggia torna disponibile per una nuova storia, forse crescere significa proprio questo.
Non diventare invulnerabili, ma imparare a ricominciare senza trasformare le ferite in muri.
Per questo la mia filosofia dell’anima sotto l’ombrellone non contiene formule per essere felici; diffido profondamente delle ricette della felicità.
La felicità non è un protocollo,
è fatta di frammenti,
una risata improvvisa. Una mano cercata senza pensarci. Un pranzo troppo lungo. Una telefonata inattesa. Il profumo della crema solare che un giorno, tra vent’anni, ci riporterà inspiegabilmente a questa estate e allora forse la domanda non è quanto dureranno le vacanze.
La domanda è quanto di noi riusciremo a riportare a casa,
perché settembre arriverà.
Torneranno gli appuntamenti, il traffico, le responsabilità, le password, le scadenze e quella velocità assurda con cui abbiamo organizzato il mondo,
ma sarebbe bello tornare diversi, non abbronzati, più presenti. Con qualche certezza in meno e qualche domanda in più. Con meno bisogno di essere approvati e maggiore coraggio di essere autentici.
Con la consapevolezza che non tutto ciò che conta può essere fotografato, misurato, archiviato o trasformato in un dato.
Esistono ancora territori dell’essere umano che nessun algoritmo può abitare al nostro posto.
Il dolore di una perdita.
La vertigine di un amore.
La paura davanti a una scelta.
La tenerezza di una madre.
La dignità di chi cade e decide di rialzarsi.
Il bisogno profondissimo di essere guardati da qualcuno non per ciò che rappresentiamo, ma semplicemente perché esistiamo.
Quella è la parte di umanità che dobbiamo difendere, non dalle macchine.
Da noi stessi, quando cominciamo a comportarci come macchine.
Così oggi resto qualche minuto a guardare il mare.
Il telefono può aspettare.
Il mondo continuerà perfettamente anche senza di me. E questa, paradossalmente, è una sensazione bellissima.;
perché quando smettiamo per un momento di voler essere indispensabili al mondo, possiamo finalmente tornare indispensabili alla nostra vita.
Il mare continua ad andare e venire, non chiede attenzione,
non cerca consenso, non conta quanti lo stanno guardando,
esiste e forse, dopo aver trascorso tanto tempo a imparare come apparire, questa estate potremmo provare a imparare qualcosa dal mare: avere il coraggio, semplicemente, di essere.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza