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Attualità

Santa Monica e Sant’Agostino: quando amare significa non smettere di aspettare

Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro. Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono. E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.
La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.
Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati. Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori. Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso. Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro. Non lo salva con la forza, non può.

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Santa Monica e Sant’Agostino

Redazione-  Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro. Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono. E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.
La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.
Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati. Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori. Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso. Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro. Non lo salva con la forza, non può.
Non lo converte con un ordine, non potrebbe. Non gli sottrae la libertà per evitargli di sbagliare.
Lo accompagna con quella forma altissima dell’amore che è la presenza, prega, soffre, attende e soprattutto resta.
Quanto abbiamo bisogno, oggi, di riscoprire il verbo restare.
Viviamo in un tempo velocissimo; cambiamo immagini, relazioni, opinioni, amicizie. Basta un gesto sullo schermo per cancellare qualcuno dalla nostra vista, ma un essere umano non è un profilo da bloccare quando diventa complicato. Un ragazzo non è il suo errore. Un adolescente non coincide con la sua ribellione. Una caduta non è una sentenza. Lo imparo continuamente nell’oratorio, stando in mezzo ai giovani.
Chi entra in un oratorio vede palloni, voci, corse, confusione, risate. Io, invece, sempre più spesso penso di vedere domande che camminano.
Dietro un ragazzo apparentemente distratto può esserci una solitudine che nessuno ha ancora riconosciuto. Dietro l’arroganza può nascondersi la paura di non essere abbastanza. Dietro una provocazione può esserci una richiesta disperata: qualcuno si accorge di me? Ed è qui che Monica diventa straordinariamente moderna.
Lei ci insegna che educare non significa fabbricare figli a nostra immagine. Significa custodire una libertà anche quando quella libertà ci fa paura. Agostino deve attraversare la propria notte.
Monica non può attraversarla al posto suo, questa è una verità che ogni genitore, ogni sacerdote, ogni educatore prima o poi deve accettare: possiamo indicare una strada, ma non possiamo camminarla al posto di un altro. Possiamo però lasciare una luce accesa.
L’oratorio, per me, dovrebbe essere proprio questo: una luce accesa. Non una fabbrica di ragazzi perfetti. Non un luogo nel quale si entra soltanto se si possiede già la fede. Non uno spazio riservato ai “bravi”. Al contrario: deve esserci posto anche per chi dubita, per chi contesta, per chi non sa pregare, per chi arriva soltanto per giocare a pallone e magari, senza saperlo, sta cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo. Cristo non ha mai avuto paura dell’inquietudine dell’uomo, perché dovremmo averne noi? Agostino, del resto, arriva a Dio attraversando le proprie domande. La sua conversione non cancella l’uomo inquieto che è stato: gli permette finalmente di comprenderlo. Quella sete che lo aveva portato lontano diventa sete dell’Assoluto e qui la sua vicenda incontra profondamente i nostri giovani.
Abbiamo forse commesso l’errore di giudicarli troppo e ascoltarli troppo poco. Diciamo che sono distratti, dipendenti dai telefoni, fragili, incapaci di sacrificio. Qualche volta è vero, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui.
Questa generazione porta addosso anche le contraddizioni che noi adulti le abbiamo consegnato.
Abbiamo costruito una società nella quale bisogna apparire felici mentre molti sono terribilmente soli. Abbiamo moltiplicato le connessioni e impoverito, talvolta, la relazione. Abbiamo insegnato a competere prima ancora che a comprendere. Abbiamo dato ai ragazzi strumenti potentissimi senza sempre offrire loro una ragione per usarli e poi ci stupiamo della loro inquietudine.
Forse dovremmo imparare da Monica, Lei non domanda ad Agostino di essere immediatamente diverso. Continua a vedere in lui qualcosa che il presente ancora non mostra, è questa, in fondo, la pedagogia di Dio.
Dio guarda l’uomo non soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che può diventare,
per questo credo che ogni ragazzo incontrato nei nostri oratori debba trovare almeno un adulto capace di guardarlo così. Non qualcuno pronto a catalogarlo, ma qualcuno disposto a scommettere sul bene che ancora non si vede.
Educare significa avere memoria del futuro di un altro.
È sapere che dentro una vita confusa può esistere una grande vocazione; che dietro un adolescente difficile può maturare un uomo straordinario; che una domanda apparentemente insolente può essere l’inizio di una ricerca autentica. Se Monica avesse guardato soltanto il presente di Agostino, avrebbe avuto molte ragioni per disperare.
Lei invece guarda oltre e
Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana, l’uomo che comprenderà come pochi la profondità del desiderio umano. Non perché non abbia conosciuto lo smarrimento, ma forse proprio perché lo ha conosciuto. C’è una lezione immensa in tutto questo,
non sempre chi si perde è perduto, a volte sta cercando,
e noi adulti dobbiamo imparare la differenza.Quando guardo i ragazzi dell’oratorio penso spesso che il nostro compito non sia riempire le loro teste di risposte, ma creare luoghi nei quali non abbiano paura di pronunciare le domande.
Una Chiesa che sa ascoltare i giovani non deve temere le loro inquietudini. Deve temere piuttosto la propria incapacità di accoglierle. Monica e Agostino ci consegnano allora due responsabilità. Ai giovani Agostino dice: non abbiate paura di cercare, ma abbiate il coraggio di chiedervi se ciò che state inseguendo vi rende davvero liberi. A noi adulti Monica dice qualcosa di ancora più difficile: non stancatevi troppo presto dei vostri ragazzi;
quando sbagliano, restate,
quando si chiudono, restate.
Quando sembrano lontanissimi da ciò che avete sperato per loro, continuate ad amarli senza trasformare l’amore in possesso. Perché nessuno conosce il momento segreto nel quale una parola ascoltata anni prima tornerà improvvisamente a bussare al cuore. Forse è questo il miracolo più bello dell’educazione cristiana: seminare senza pretendere di assistere immediatamente al raccolto. Santa Monica morì dopo aver visto ciò per cui aveva pregato tanto a lungo. Ma la grandezza della sua vita non sta semplicemente nell’avere ottenuto la conversione del figlio. Sta nell’averlo amato durante il tempo dell’attesa,
è lì che Monica parla alle madri di oggi, ai padri, agli educatori,
ai sacerdoti, a chiunque abbia davanti un giovane che sembra essersi smarrito. Non chiedetegli soltanto: dove stai andando? Ogni tanto abbiate il coraggio di dirgli:
“Qualunque strada tu stia attraversando, qui troverai ancora qualcuno che crede nel bene che porti dentro.”
Questo vorrei fosse ogni nostro oratorio, una porta aperta,
una casa nella quale tornare.
Una comunità che non domanda anzitutto quanto sei stato bravo, ma quanto bisogno hai di essere ascoltato.
Perché forse, da qualche parte, esiste ancora un Agostino inquieto che cerca senza sapere esattamente cosa e forse esiste una Monica che continua a pregare per lui nel silenzio.
Tra quei due cuori c’è lo spazio della Grazia, ed è proprio lì che noi siamo chiamati a stare.

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Quanto costa la guerra: l’inchiesta di Leonardo Masella sui miliardi per le armi sottratti a sanità, scuola e asili

Quanto costa la guerra: l’inchiesta di Leonardo Masella sui miliardi per le armi sottratti a sanità, scuola e asili 👇

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Guerra

Roma – Quando si analizzano i conflitti armati che insanguinano lo scacchiere internazionale, l’attenzione dell’opinione pubblica viene quasi sempre assorbita dagli effetti immediati e tangibili: l’impennata del prezzo del greggio, l’aumento insostenibile dei carburanti, le bollette energetiche alle stelle che mettono in ginocchio le famiglie e costringono alla chiusura migliaia di aziende energivore su tutto il territorio nazionale. Ma accanto a questi costi diretti, drammatici e visibili ogni volta che facciamo il pieno all’automobile o paghiamo le utenze domestiche, esiste una voragine finanziaria ben più profonda e spesso taciuta: l’impatto economico, sociale e ambientale dei bilanci militari.

Si tratta di somme astronomiche, cifre talmente gigantesche da risultare astratte e quasi inimmaginabili per noi comuni mortali, abituati a far quadrare i conti dello stipendio a fine mese per fare la spesa alimentare, pagare l’affitto di casa o acquistare un regalo per i propri figli. Per comprendere la reale entità delle risorse che i Paesi della Nato, compresa l’Italia, continuano a stanziare e a inviare al fronte ucraino, occorre abbandonare la retorica geopolitica e guardare da vicino il listino prezzi della guerra moderna.

Un singolo cacciabombardiere di quinta generazione come l’F-35 oscilla tra i 78 e gli 89 milioni di dollari. Un carro armato pesante M1 Abrams costa tra i 6 e gli 8 milioni di dollari a esemplare. Un elicottero da combattimento o da trasporto tattico come il Blackhawk comporta un esborso che varia dai 6 ai 25 milioni di dollari. Persino un missile anticarro portatile a spalla come il Javelin, consumato in pochi secondi sul campo di battaglia per distruggere una postazione, costa tra i 200.000 e i 250.000 dollari: un quarto di milione di dollari per un singolo colpo. E persino un fucile d’assalto standard come l’M4 si aggira intorno ai 750 dollari. Soldi, fiumi ininterrotti di denaro pubblico sottratti al benessere collettivo.

Il confronto impietoso: ambulanze, asili e medici al posto dei missili

La portata di questa follia finanziaria diventa limpida e disarmante soltanto quando si mettono a confronto gli strumenti di distruzione con i servizi essenziali negati quotidianamente ai cittadini. Un’ambulanza moderna e perfettamente attrezzata per il soccorso d’emergenza costa circa 60.000 euro: questo significa che al prezzo di un solo cacciabombardiere F-35 si potrebbero acquistare e mettere in strada quasi 1.300 ambulanze, potenziando in modo capillare l’assistenza medica d’urgenza in centinaia di province italiane.

La retta media per un asilo nido a carico di una famiglia lavoratrice è di circa 300 euro al mese. Il costo di un singolo carro armato Abrams basterebbe da solo a garantire un intero anno di asilo nido completamente gratuito a quasi 1.700 bambini, offrendo un sostegno concreto alla natalità e alle giovani coppie. La mensa scolastica di un alunno incide per circa 80 euro al mese sul bilancio familiare: con il prezzo di un solo elicottero Blackhawk si potrebbero pagare i pasti scolastici per un anno intero a oltre 6.250 studenti, cancellando la vergogna delle disparità infantili tra i banchi.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
ATTUALITÀ, DIRITTI E SANITÀ PUBBLICA

Una persona alla volta – Gino Strada

Il testamento morale del fondatore di Emergency: una riflessione radicale contro la follia delle armi e per il diritto universale alla salute, alla cura e all’istruzione.

★★★★★
4.9 su 5
(12.450 recensioni certificate)

Disponibile anche in versione audiolibro su Audible. Prova gratis Audible per 30 giorni cliccando qui.

Lo scandalo dei medici ospedalieri e la retorica del «non ci sono soldi»

L’esempio più lacerante riguarda il cuore pulsante del nostro servizio sanitario, da anni al collasso per carenza cronica di organico e fughe nei reparti di pronto soccorso. Lo stipendio medio lordo annuo di un medico ospedaliero si attesta intorno ai 75.000 euro: ciò significa che con il costo di un singolo missile anticarro Javelin si potrebbe retribuire per dodici mesi il lavoro salvavita di tre medici ospedalieri. Un’arma che brucia in un istante vale quanto tre professionisti della sanità dedicati a curare centinaia di malati.

Eppure, la litania che la politica ripete ossessivamente ai cittadini è sempre la medesima: «Non ci sono soldi». Non ci sono risorse per riaprire i reparti chiusi o abbattere le interminabili liste d’attesa negli ospedali; non ci sono fondi per trasferire risorse ai Comuni strangolati dai tagli; non ci sono coperture per sostenere le famiglie povere o mettere in sicurezza le aule scolastiche fatiscenti; non ci sono stanziamenti per ridurre la pressione fiscale che soffoca il lavoro e l’impresa sul territorio.

Investire sulla morte anziché sulla vita: la scelta che condanna il futuro

La verità è che non si trovano i denari necessari per assumere forze dell’ordine e magistrati a presidio della legalità contro la criminalità dilagante. Non ci sono fondi per la manutenzione idrogeologica del territorio, mentre il Paese continua a contare i morti e i miliardi di danni a ogni pioggia torrenziale, tra alluvioni, frane ed esondazioni provocate dall’incuria e dal dissesto climatico. Non ci sono risorse per investimenti produttivi capaci di rilanciare l’economia reale e generare occupazione stabile, né per finanziare la ricerca scientifica contro le malattie più gravi.

I soldi mancano per tutte le voci che custodiscono e promuovono la vita. Perché quelle risorse – milioni, decine di milioni, centinaia di miliardi di euro – vengono drenate senza esitazione verso gli arsenali, le commesse belliche e la distruzione. Si sceglie consapevolmente di finanziare l’industria della morte a discapito della tutela della vita. È questo il conto più salato e inaccettabile che la guerra presenta ogni giorno ai cittadini: un furto di futuro mascherato da necessità strategica.

A cura di Leonardo Masella per Cavaliere News

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Politica

Politica, nuovo scontro di fuoco Vannacci-Sforzini: «Grazie per la citazione, fuffaguru. Il tempo è galantuomo»

Politica, nuovo scontro di fuoco Vannacci-Sforzini: «Grazie per la citazione, fuffaguru. Il tempo è galantuomo» 👇

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Roberto Vannacci

Roma – Si infiamma nuovamente lo scontro politico e mediatico tra il generale Roberto Vannacci e Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Nelle ultime ore è andato in scena un durissimo botta e risposta a mezzo social che certifica la frattura ormai insanabile all’interno dell’area culturale e sovranista della destra italiana. Un confronto a distanza dai toni al vetriolo, destinato a far discutere a lungo gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica su tutto il territorio nazionale.

La miccia è stata accesa dalle dichiarazioni trionfali diffuse dall’europarlamentare della Lega in occasione del traguardo dei 160mila iscritti registrati dalla sua associazione, Futuro Nazionale. Nel celebrare la crescita esponenziale del movimento, Vannacci ha voluto lanciare un messaggio netto e perentorio, rivendicando con orgoglio la linea dura adottata negli ultimi mesi e l’epurazione interna di «chi non meritava di stare con noi». Un chiaro e mirato riferimento a quanti hanno preso le distanze dal suo corso o sono stati allontanati dopo frizioni e divergenze strategiche.

La replica non si è fatta attendere. Chiamato indirettamente in causa, Luca Sforzini ha raccolto la sfida e ha risposto per le rime sul proprio profilo con una bordata carica di sarcasmo e determinazione: «Grazie per la citazione, fuffaguru. Vedo che non l’hai ancora digerita». Una definizione al fulmicotone che testimonia come le recenti polemiche abbiano lasciato ferite profonde e conti ancora aperti all’interno del dibattito politico e culturale.

Il traguardo di Futuro Nazionale e l’affondo sulle espulsioni

Per Roberto Vannacci il raggiungimento dei 160mila tesserati con Futuro Nazionale rappresentava l’occasione perfetta per dimostrare la solidità della propria leadership e la capacità di mobilitazione popolare al di fuori delle dinamiche partitiche tradizionali. Tuttavia, l’insistenza nel rivendicare l’allontanamento dei dissidenti interni ha rivelato come l’eurodeputato senta ancora il peso delle critiche provenienti da quegli intellettuali e dirigenti che, fin dall’inizio, ne avevano messo in discussione l’approccio organizzativo e comunicativo.

L’uscita del generale puntava a compattare le fila e a presentare l’associazione come un blocco monolitico e disciplinato. Ma l’effetto ottenuto è stato quello di riaprire una faglia polemica mai sopita con il Centro Studi Rinascimento Nazionale, che continua a rappresentare una spina nel fianco per la narrazione vannacciana, denunciando improvvisazione strategica e derive autoreferenziali.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
SAGGISTICA POLITICA E ATTUALITÀ

Il mondo al contrario – Roberto Vannacci

Il saggio politico che ha scosso il panorama istituzionale italiano, innescando dibattiti accesi sui temi dell’identità, della sovranità e del buonsenso.

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(9.850 recensioni certificate)

Disponibile anche in versione audiolibro su Audible. Prova gratis Audible per 30 giorni cliccando qui.

La replica tagliente di Sforzini: «Guerriglia, pazienza e timing»

Nel suo intervento, Sforzini ha alzato ulteriormente il tiro, utilizzando metafore mutuate proprio dal gergo tattico e militare per colpire il generale sul suo stesso terreno: «Ho memoria selettiva, molta pazienza e una certa cura nella scelta del momento. Guerriglia, strategic patience, timing. Ti ricordano qualcosa? Non preoccuparti. Non ho fretta. Il tempo è galantuomo».

Parole pesanti come pietre che delineano una strategia di lungo periodo: nessuna reazione impulsiva, ma l’attesa metodica del momento propizio per tirare le somme di una traiettoria politica giudicata effimera. Il richiamo alla «pazienza strategica» e al «timing» suona come un avvertimento chiaro a chi pensa di aver chiuso definitivamente la partita con una semplice battuta liquidatoria sui social.

Lo scontro per l’egemonia culturale e gli scenari futuri

Dietro il duello rusticano tra Vannacci e Sforzini si cela in realtà una contesa ben più profonda per la leadership culturale dell’area identitaria italiana. Da una parte vi è il populismo d’assalto del generale, forte del consenso di piazza e di numeri imponenti registrati sul web; dall’altra il richiamo a una visione strutturata, radicata nei centri studi e nella formazione teorica di una classe dirigente preparata.

La sensazione è che questo nuovo capitolo sia solo l’anticamera di un confronto destinato a intensificarsi nei prossimi mesi, quando gli equilibri politici interni alla maggioranza e le sfide elettorali metteranno alla prova la tenuta reale di movimenti nati sull’onda dell’emotività. Nel frattempo, la replica di Sforzini ha fissato il punto: la partita è apertissima e il tempo, come sempre, sarà l’unico giudice inappellabile.

A cura della Redazione Politica di Cavaliere News

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Il Mattutino dal Castello Sforzini: la pioggia nel vino, la fotografia dimenticata e l’arte di ritrovare se stessi

Il Mattutino dal Castello Sforzini: la pioggia nel vino, la fotografia dimenticata e l’arte di ritrovare se stessi 👇

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il mattutino del 24 ottobre 2026

Castellar Ponzano – Ci sono mattine d’autunno in cui l’aria tersa che scende dalle colline piemontesi sembra invitare al raccoglimento, a rallentare il passo e a guardare con occhi nuovi i frammenti apparentemente insignificanti del quotidiano. Dalle antiche mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano si leva puntuale la voce del Mattutino di questo sabato 24 ottobre, una bussola spirituale e filosofica che da tempo accompagna i lettori sul territorio nazionale, offrendo un’oasi di respiro e profondità in un’epoca schiacciata dall’ansia della prestazione e dal rumore incessante delle notifiche digitali.

La meditazione odierna si apre con un’immagine di struggente semplicità poetica, capace di racchiudere in soli due versi il senso stesso della vulnerabilità umana e dell’imprevedibilità dell’esistenza: «Nel bicchiere dimenticato sul davanzale / la pioggia ha aggiunto acqua al vino». Un calice lasciato all’aperto, forse la testimonianza di una serata trascorsa in meditazione o di una conversazione sospesa nella notte, diventa il teatro in cui la natura interviene silenziosa a modificare ciò che l’uomo credeva compiuto e inalterabile. Non è una rovina, non è un guasto: è la vita stessa che, con la grazia implacabile della pioggia, allunga e stempera le nostre certezze più dense, ricordandoci che nulla di ciò che esponiamo al mondo resta immune al tocco del tempo e degli eventi.

In quella miscela involontaria tra il succo d’uva fermentato e l’acqua del cielo c’è tutta la metafora dei nostri piani infranti o rimodellati dal destino. Quante volte abbiamo creduto di possedere una verità pura, forte, inebriante come vino schietto, per poi vederla mitigata dalle lacrime, dalle piogge improvvise della sorte o dagli incontri inattesi? Accettare l’acqua nel vino non significa rassegnarsi alla sconfitta, ma imparare la sapienza dell’adattamento, comprendere che la dolcezza dell’esperienza umana nasce spesso proprio da quelle diluzioni impreviste che tolgono spocchia alle nostre convinzioni.

La pioggia nel bicchiere: quando la vita corregge i nostri piani

Il secondo passaggio del Mattutino sposta lo sguardo dalla finestra a un oggetto intimo e carico di memoria: «Sul retro della fotografia / c’è scritto soltanto: / “Eravamo già arrivati”». È una folgorazione filosofica di rara potenza emotiva. Quante immagini del passato conserviamo nei cassetti, quanti volti immortalati in un istante di spensieratezza testimoniano viaggi, traguardi o semplici pomeriggi di sole? Eppure, quasi sempre, mentre scattavamo quella foto eravamo convinti che la vera vita, la meta autentica, dovesse ancora venire. Eravamo proiettati in avanti, divorati dalla brama di raggiungere un porto sicuro, ciechi di fronte al miracolo che si stava compiendo sotto i nostri occhi.

Quell’annotazione a matita, vergata chissà quando da una mano consapevole, suona come una tenera e spietata lezione di vita: «Eravamo già arrivati». Ci svela che la felicità non è un trofeo posto al termine di una corsa estenuante, ma coincide esattamente con il tragitto stesso, con quel sorriso catturato sul litorale, con quell’abbraccio dato per scontato, con quella cena consumata ridendo senza sapere che quello era già il paradiso. Riconoscere di essere «già arrivati» significa guarire dalla nevrosi del futuro, smettere di posticipare la gratitudine e imparare ad abitare la pienezza dell’istante presente prima che si trasformi in nostalgia indelebile.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
LETTERATURA E GRANDI CLASSICI

Quattro quartetti – T.S. Eliot

Il capolavoro poetico e filosofico del Novecento che esplora il mistero del tempo, la memoria, il viaggio dell’anima e l’eterno ritorno alle radici dell’essere.

★★★★★
4.9 su 5
(1.120 recensioni certificate)

Disponibile anche in versione audiolibro su Audible. Prova gratis Audible per 30 giorni cliccando qui.

Il retro della fotografia: l’illusione di dover sempre arrivare altrove

La riflessione culmina quindi nella solenne citazione dei celeberrimi versi di Thomas Stearns Eliot tratti dai suoi immortali Quattro quartetti: «Non cesseremo di esplorare, / e alla fine di tutto il nostro andare / ritorneremo al punto di partenza / per conoscerlo per la prima volta». È la quadratura del cerchio, il manifesto esistenziale dell’essere umano viandante. Tutta la nostra esistenza è un’avventura errabonda: partiamo giovani, affamati di novità, vogliosi di conquistare terre sconosciute, fuggendo spesso dai nostri borghi, dalle nostre famiglie e dalle nostre radici, convinti che la sapienza risieda altrove.

Eppure, dopo aver navigato mari tempestosi, dopo aver accumulato titoli, vittorie e cocenti delusioni, il grande viaggio della consapevolezza ci riconduce inevitabilmente a casa. Ma il ritorno non è un regresso, non è una sconfitta circolare. Come ammoniva Eliot, torniamo al punto di partenza non con gli occhi ingenui e distratti della giovinezza, ma con lo sguardo purificato di chi ha compreso. Vediamo il focolare domestico, la terra dei padri, la bellezza austera di un borgo antico o la semplicità di un affetto quotidiano e, finalmente, lo comprendiamo «per la prima volta».

L’esplorazione infinita di Eliot: tornare all’inizio per capire chi siamo

Questo insegnamento risuona oggi con una forza straordinaria tra i bastioni del Castello Sforzini. Ci ricorda che l’esplorazione è un dovere morale dell’intelletto e dello spirito, ma che il senso ultimo del nostro navigare è la riscoperta dell’essenziale. Non serve fuggire all’infinito se non sappiamo abitare il luogo da cui proveniamo; non ha senso accumulare esperienze se non siamo capaci di trasfigurarle in saggezza interiore.

La chiosa del Mattutino suggella questo percorso con il tradizionale, luminoso augurio che è ormai un faro per migliaia di lettori: «Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. “Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio”». Tre parole scolpite nella pietra: libertà di esplorare senza catene mentali, responsabilità di accogliere la pioggia nel vino e custodire le memorie già arrivate, e coraggio di tornare al punto di partenza per abbracciare la vita nella sua autentica, meravigliosa verità.

A cura della Redazione Cultura di Cavaliere News

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