Dalla rieducazione alimentare a una nuova rinascita: la storia di Mirela Tataru nella famiglia Snep
Una testimonianza diretta di cambiamento, consapevolezza e benessere. Mirela Tataru è entrata nella grande famiglia Snep nel dicembre 2025 con un obiettivo preciso: perdere peso. Oggi, dopo aver raggiunto il risultato desiderato, è nella fase di mantenimento e racconta il proprio percorso come un’autentica esperienza di rinascita.
Ci sono percorsi che iniziano con un desiderio semplice, quello di ritrovare la propria forma, e che finiscono per trasformarsi in qualcosa di molto più profondo: un nuovo rapporto con se stessi, con l’alimentazione e con il proprio benessere.
Redazione- Una testimonianza diretta di cambiamento, consapevolezza e benessere. Mirela Tataru è entrata nella grande famiglia Snep nel dicembre 2025 con un obiettivo preciso: perdere peso. Oggi, dopo aver raggiunto il risultato desiderato, è nella fase di mantenimento e racconta il proprio percorso come un’autentica esperienza di rinascita.
Ci sono percorsi che iniziano con un desiderio semplice, quello di ritrovare la propria forma, e che finiscono per trasformarsi in qualcosa di molto più profondo: un nuovo rapporto con se stessi, con l’alimentazione e con il proprio benessere.
È questa la storia di Mirela Tataru,
entrata nella realtà Snep nel dicembre 2025. Il suo punto di partenza era chiaro: perdere peso. Ma il risultato raggiunto, oggi, rappresenta per lei molto più di un cambiamento estetico. Mirela Tataru
è infatti diventata una testimone diretta di un percorso che definisce di rieducazione alimentare e che le ha restituito energia, consapevolezza e fiducia.
Dopo aver raggiunto il proprio obiettivo, Mirela Tataru si trova ora nella fase di mantenimento, con la consapevolezza che prendersi cura di sé significa soprattutto imparare ad adottare abitudini più equilibrate e durature.
La sua esperienza si inserisce nella filosofia di Snep, azienda italiana nata nel 2014 da un’intuizione di Giorgio Burgalassi, professionista con una lunga esperienza nel settore del network marketing. L’idea alla base del progetto è quella di costruire una realtà dedicata al benessere della persona a 360 gradi, attraverso prodotti e opportunità professionali.
Snep opera in diversi ambiti: dalla nutrizione, con integratori, sostitutivi di pasto e alimenti, alla cura della persona, attraverso prodotti di bellezza, cosmetica e make-up, fino alla cura dell’ambiente, con soluzioni probiotiche multiuso.
La distribuzione avviene attraverso la vendita diretta, tramite una rete di incaricati indipendenti, secondo quanto previsto dalla normativa italiana. Un modello che affianca alla proposta di prodotti anche un’opportunità di business per chi sceglie di entrare nella rete.
Ed è proprio il valore umano della rete uno degli aspetti sottolineati da Giorgio Burgalassi, CEO di Snep: «Ho creato un ambiente in cui si va avanti in un modo solo, ossia imparando ad aiutare gli altri».
Una frase che sintetizza una filosofia fondata sulla condivisione e sulla crescita collettiva: il successo personale non come punto d’arrivo isolato, ma come possibilità di accompagnare altre persone verso nuovi obiettivi.
Nel corso degli anni Snep ha consolidato la propria presenza nel settore del benessere e della vendita diretta. L’azienda dichiara inoltre di essere iscritta ad AVEDISCO, associazione italiana che rappresenta realtà industriali e commerciali che utilizzano la vendita diretta a domicilio come metodo distributivo.
Nel 2021 e nel 2022, inoltre, l’Istituto Tedesco Qualità (ITQF) ha inserito Snep tra le 600 aziende italiane caratterizzate dal più alto tasso di crescita, secondo le classifiche e le metodologie adottate dall’istituto.
Particolare attenzione viene riservata anche alla formulazione dei prodotti, sottoposti, secondo l’azienda, a processi di validazione e sviluppati con il contributo di professionisti provenienti da diversi ambiti, tra cui medici, nutrizionisti, sportivi e specialisti del settore.
Ma dietro numeri, prodotti e strategie aziendali rimangono soprattutto le persone. E la vicenda di Mirela Tataru ne è un esempio concreto.
Il suo percorso racconta infatti come un cambiamento possa partire da una necessità personale e trasformarsi in una nuova consapevolezza. La rieducazione alimentare, nel suo caso, non viene vissuta soltanto come uno strumento per raggiungere un determinato peso, ma come un’occasione per imparare a prendersi cura di sé con maggiore attenzione.
Oggi Mirela Tataru guarda al risultato raggiunto con la serenità di chi ha concluso una prima parte del proprio viaggio e con la responsabilità di mantenerne i benefici nel tempo.
Un’esperienza che, attraverso la sua testimonianza, vuole incoraggiare anche altre persone a considerare il benessere non come una meta temporanea, ma come un percorso quotidiano fatto di scelte, equilibrio e consapevolezza.
E proprio in questi giorni, i prodotti dedicati al percorso di rieducazione alimentare sono interessati da una promozione valida fino a giovedì, offrendo un’occasione per conoscere più da vicino questa proposta.
La storia di Mirela, dunque, diventa il racconto di una trasformazione che va oltre la bilancia: perdere peso, ritrovare equilibrio e, soprattutto, riscoprire una nuova versione di sé. Una rinascita che parte dall’alimentazione e arriva alla consapevolezza di quanto sia importante imparare, ogni giorno, a volersi bene.
INTERVISTA
Mirela Tataru: «HO IMPARATO A PRENDERMI CURA DI ME E A VIVERE IL BENESSERE CON CONSAPEVOLEZZA»
Mirela Tataru, Lei è entrata nella grande famiglia Snep nel dicembre 2025. Da dove nasce questa scelta?
È nata innanzitutto da un’esigenza personale. Volevo perdere peso e sentivo il bisogno di trovare un percorso che mi aiutasse non soltanto a raggiungere un obiettivo, ma soprattutto a cambiare il mio modo di rapportarmi all’alimentazione e alla cura di me stessa.
Qual è stato il Suo primo approccio con il percorso di rieducazione alimentare?
All’inizio ero semplicemente concentrata sul desiderio di perdere peso. Poi, strada facendo, ho compreso che il vero cambiamento doveva partire dalle mie abitudini. Ho iniziato quindi a vivere l’alimentazione in maniera più consapevole, imparando ad ascoltare maggiormente il mio corpo e le mie necessità.
Oggi Lei ha raggiunto il risultato che desiderava?
Sì, sono riuscita a perdere peso e oggi sono nella fase di mantenimento. È una grande soddisfazione, ma anche una responsabilità: il mantenimento significa continuare a prendersi cura di ciò che si è conquistato.
Che cosa ha rappresentato per Lei questo cambiamento?
Una vera rinascita. Non parlerei soltanto di cambiamento fisico. Quando raggiunge un obiettivo che desiderava da tempo, cambia anche il modo in cui si guarda allo specchio e, soprattutto, il modo in cui ci si sente dentro. Ho ritrovato maggiore fiducia e una nuova consapevolezza.
Lei si considera quindi una testimone diretta dei benefici di questo percorso?
Assolutamente sì. Posso parlare della mia esperienza perché l’ho vissuta in prima persona. Naturalmente ogni persona è diversa e ogni percorso deve essere affrontato con consapevolezza e, quando necessario, con il supporto di professionisti qualificati. Ma per me è stata un’esperienza molto importante.
Qual è stata la difficoltà maggiore?
Sicuramente cambiare alcune abitudini consolidate. Non è sempre semplice modificare il proprio modo di mangiare e di vivere la quotidianità. La differenza, però, la fa la costanza. Quando vede i primi risultati, trova anche la motivazione per continuare.
E cosa Le ha dato maggiormente la forza di andare avanti?
Vedere i progressi. Ogni piccolo risultato mi faceva capire che stavo andando nella direzione giusta. E poi il fatto di sentirmi parte di una realtà, di una famiglia, nella quale ho trovato confronto e motivazione.
Quanto è importante, secondo Lei, il sostegno delle persone che condividono lo stesso percorso?
È fondamentale. Avere accanto persone che comprendono le difficoltà, che incoraggiano e che condividono esperienze aiuta moltissimo. Nessuno dovrebbe sentirsi solo quando decide di cambiare qualcosa nella propria vita.
Giorgio Burgalassi, CEO di Snep, parla spesso dell’importanza di «imparare ad aiutare gli altri». Come interpreta questa filosofia?
La trovo molto significativa. Quando Lei riesce a ottenere un risultato e comprende quanto sia stato importante per Lei, nasce spontaneamente il desiderio di condividere la propria esperienza con gli altri. Aiutare una persona significa anche darle fiducia e farle capire che un cambiamento è possibile.
Oggigiorno che cosa significa per Lei essere nella fase di mantenimento?
Significa non considerare il traguardo come la fine del percorso. Il mantenimento è una nuova fase, nella quale bisogna continuare a essere consapevoli delle proprie scelte. Ho imparato che il benessere non è qualcosa da conquistare una volta per tutte, ma qualcosa di cui occuparsi ogni giorno.
Se potesse parlare alla Mirela di dicembre 2025, cosa Le direbbe?
Le direi di avere fiducia e di non arrendersi davanti alle difficoltà. Le direi anche di non pensare soltanto al numero sulla bilancia, ma a come avrebbe potuto sentirsi una volta ritrovato il proprio equilibrio. Oggi sono felice di aver iniziato quel percorso.
C’è una parola che riassume questa Sua esperienza?
Rinascita. Perché per me è stato proprio questo: non soltanto perdere peso, ma ritrovare una parte di me che avevo trascurato.
E quale messaggio vorrebbe lasciare a chi oggi desidera cambiare ma non trova il coraggio di iniziare?
Di iniziare da piccoli passi, senza pretendere tutto subito. A volte abbiamo paura del cambiamento perché lo immaginiamo enorme. In realtà può cominciare da una scelta quotidiana. E quando quella scelta diventa un’abitudine, ci si accorge di essere già molto più avanti di quanto si pensasse.
Mirela, il Suo percorso con Snep non ha riguardato soltanto il benessere personale. Da casalinga, ha avuto anche la possibilità di costruire una propria indipendenza economica e di assumere un ruolo di leadership. Quanto è importante per Lei questo aspetto?
È stato un cambiamento davvero significativo. Sono entrata in Snep principalmente per prendermi cura di me stessa e del mio benessere, ma nel tempo ho scoperto anche una nuova opportunità professionale. Da casalinga ho potuto costruire un mio reddito, sentendomi valorizzata e protagonista. Oggi sono diventata leader del mio team e questo rappresenta per me una grande soddisfazione. Non è soltanto una questione economica: è la consapevolezza di avere acquisito fiducia nelle mie capacità, di poter crescere e, allo stesso tempo, aiutare altre persone a raggiungere i propri obiettivi. È stata una vera evoluzione personale, oltre che professionale.
Per concludere, cosa rappresenta oggi Snep nella Sua vita?
Rappresenta un percorso che mi ha permesso di raggiungere un obiettivo personale e di acquisire maggiore consapevolezza. Sono entrata con il desiderio di perdere peso e oggi mi ritrovo con qualcosa in più: una nuova attenzione verso me stessa e il desiderio di continuare a stare bene.
Grazie, Mirela. Se dovesse descrivere il Suo percorso con una sola frase?
Direi: «Ho iniziato per cambiare il mio corpo, ma ho scoperto quanto fosse importante cambiare il mio modo di prendermi cura di me». Chi vuole può contattarmi allo 339 290 9124
In fondo, ogni vera rinascita comincia da una scelta: quella di tornare ad ascoltare se stessi. Perché il benessere non è soltanto ciò che vediamo allo specchio, ma l’equilibrio che impariamo a costruire dentro di noi. E quando cambiare significa imparare a volersi bene, ogni passo diventa una nuova forma di libertà.
L’INTERVISTA | La nota attrice albanese Liri Lushi: «L’arte e l’esilio mi hanno insegnato la resilienza. Prima di essere artisti, bisogna essere umani»
“Prima di essere artisti, ricordatevi sempre di essere umani”. La rinascita e le confidenze della grande attrice Liri Lushi in questa intervista a cuore aperto! 🎭 🎙️ Una carriera luminosa nata a 13 anni, i trionfi al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo, il ruolo iconico dell’eroina Shote Galica e poi… l’emigrazione forzata in Svizzera nel 2000. In questa emozionante intervista a cura di Angela Kosta, la nota attrice e docente albanese Liri Lushi si racconta senza filtri. Ci spiega come l’esilio le abbia tolto le parole per poi farla “rinascere”, e come abbia fondato uno Studio Teatrale a Zurigo per aiutare i giovani reduci dalla guerra in Kosovo a ritrovare la fiducia nella vita (scoprendo il vero significato della “resilienza”). Un viaggio affascinante tra cinema, psicologia e il grande sogno di portare in scena Shakespeare. Leggi l’intervista integrale nel nostro nuovo articolo! 👇 📖
Redazion – C’è un filo invisibile e potentissimo che lega il palcoscenico teatrale ai recessi più profondi della mente umana. Un filo che la nota attrice e docente albanese Liri Lushi ha imparato a tessere e riconoscere nel corso di un’intera vita vissuta tra i riflettori, l’emigrazione, il cinema e lo studio dello sviluppo psicosociale. Emigrata in Svizzera nel 2000, Liri ha trasformato l’arte in uno strumento di salvezza, resilienza e rinascita, non solo per sé stessa, ma per i tantissimi giovani sopravvissuti ai traumi della guerra. In questa intensa e affascinante intervista a cura di Angela Kosta, l’artista ripercorre le tappe di una carriera straordinaria, svelandoci il vero segreto del mestiere dell’attore: non smettere mai di amare e indagare il meraviglioso mistero dell’essere umano.
Ricorda il momento in cui, all’età di tredici anni, vinse il suo primo premio artistico con il monologo “Il racconto per i quattro guardiani del confine”?
«Grazie per questa domanda così intrigante, Angela. È una domanda fondamentale, perché mi riporta all’inizio del mio percorso artistico e a una verità che ho compreso nel corso degli anni: la nostra identità affonda le sue radici più profonde proprio nella prima infanzia. Oggi, come attrice e docente nel campo psicosociale, comprendo che non fu un caso se, a tredici anni, scelsi personalmente quella poesia, un testo che parlava della vita e della morte. Forse proprio allora, quando ancora non comprendevo pienamente la vita, nacque dentro di me la domanda che avrebbe accompagnato tutto il mio percorso: che cosa rende l’essere umano veramente umano? Da quel momento, tutto ciò che ho fatto nel teatro, nel cinema, negli studi psicosociali e, oggi, nel desiderio di tornare a Shakespeare, è stato in fondo il tentativo di comprendere più profondamente l’uomo e la sua esistenza».
Dal teatro allo sviluppo psicosociale: quale di questi percorsi le ha regalato le emozioni più intense della sua carriera?
«Per me non sono mai state due strade separate, per questo è difficile scegliere. Le emozioni più forti le ho vissute proprio nel punto in cui arte e sviluppo psicologico si incontrano. In fondo, entrambe nascono dallo stesso bisogno: cercare la verità dell’essere umano. Non le considero due professioni, ma due linguaggi diversi che raccontano lo stesso mistero meraviglioso che mi ha affascinata per tutta la vita».
Il ruolo dell’eroina Shote Galica nel dramma “La treccia delle guerre” l’ha resa molto nota al pubblico albanese. Che cosa rappresenta questo personaggio per lei?
«Shote Galica è stata molto più di un semplice ruolo. È stato un incontro con l’essere umano ai confini dell’esistenza, dove la vita si confronta con la perdita e la paura, ma sceglie di non arrendersi. Come artista, la mia sfida era scoprire la donna nascosta dietro la leggenda: una donna che amava, soffriva e sceglieva la libertà. Questo ruolo mi ha insegnato che non sono soltanto gli artisti a dare forma ai personaggi, ma sono anche i personaggi a formare l’artista. Mi ha aperto la strada verso altre figure che porto nel cuore, come Dila nel film “La strada della libertà” o la Madre in “Qui fa freddo”: esseri umani che si confrontano con i limiti della vita e scelgono di sopravvivere».
Quali sono state le soddisfazioni più grandi durante gli anni di lavoro al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo?
«Spesso dico, con le parole di mia madre: “Sono nata con la camicia!”. Ho avuto la rara fortuna di muovere i primi passi accanto a maestri del pantheon teatrale albanese come Nikolin Xhoja, Haxhi Rama, Kadri Pirro e Bashkim Hoxha. Da loro ho imparato che il palcoscenico non ti appartiene mai veramente: la sua fiducia devi conquistarla ogni sera. Questo leitmotiv mi ha guidata ovunque. E forse, proprio per questo, oggi sento di essere pronta per la sfida artistica più grande: tornare sul palco con Shakespeare, magari con un “Re Lear” letto in chiave femminile, come Regina, o con un “Amleto”. Una naturale continuazione della mia ricerca sull’umano».
In che modo ha influenzato la sua identità artistica l’emigrazione in Svizzera?
«L’emigrazione è stata una scelta obbligata. All’inizio la sfida più grande è stata la perdita della spontaneità: non perdi solo la lingua madre, ma anche l’emozione che accompagna le parole. Ti sembra di perdere una parte di te. Ma mentre acquisisci una nuova lingua, rinasci. L’emigrazione ti offre uno sguardo più profondo su te stessa e ti insegna che l’identità non è solo il luogo da cui provieni, ma la cultura che porti dentro. La Svizzera mi ha insegnato che le radici possono rimanere forti anche quando i rami si estendono verso un altro cielo».
Nel 2004 ha fondato lo Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in Svizzera. Qual era la sua visione?
«Dopo la guerra in Kosovo, molti giovani in Svizzera provenivano da famiglie che avevano vissuto lo sfollamento e le perdite. Credevo che l’arte potesse diventare lo spazio in cui dare un significato a quelle esperienze e costruire un ponte verso una nuova vita. L’obiettivo era far riscoprire loro la fiducia in se stessi. Ben presto, però, ho scoperto che erano loro a insegnarmi la straordinaria forza del sopravvivere. In loro ho scoperto ciò che la psicologia definisce resilienza: la capacità di rialzarsi e ricominciare».
Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai giovani albanesi che sognano la strada dell’arte?
«Un solo messaggio: non perdete mai la curiosità verso l’essere umano. Imparate ad ascoltarlo, osservarlo e amarlo, anche quando è fragile o sbaglia. Perché quanto più conoscerete l’essere umano, tanto più umani diventerete anche voi. Questo è il presupposto di ogni artista: prima di tutto essere uomo, dopodiché artista».
Biografia dell’Artista
Liri Lushi è un’attrice albanese nata a Tirana. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Tirana (dipartimento di recitazione), ha iniziato la sua carriera a 13 anni vincendo un premio con il monologo “Il racconto per i 4 guardiani del confine”. Divenuta celebre in Albania grazie a innumerevoli successi teatrali e cinematografici, tra cui il dramma “La treccia delle guerre” (nel ruolo di Shote Galica) sul palco del Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo. Nel 2000 si trasferisce a Zurigo, in Svizzera, dove continua la carriera in produzioni internazionali come “Strähl”, “Dilemma” e “Ditë e natë”. Dal 2004 è fondatrice e Direttrice Artistica dello Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in terra elvetica.
Don Giulio Dellavite, una voce che sa parlare al cuore: il sacerdote bergamasco amato in tutta Italia
Ci sono sacerdoti che svolgono il proprio ministero nelle comunità e altri che, attraverso la parola, la cultura e la capacità di dialogare con il mondo contemporaneo, riescono a costruire un ponte che va ben oltre i confini della propria diocesi. Don Giulio Dellavite appartiene a questa seconda categoria: una figura capace di coniugare spiritualità, cultura, comunicazione e attenzione all’uomo, diventando nel tempo una presenza apprezzata in numerosi contesti italiani.
Nato nel 1971, sacerdote bergamasco, Don Dellavite ha ricoperto importanti incarichi nella Curia di Bergamo. Dal 2012 è stato Segretario Generale della Curia, occupandosi anche delle relazioni istituzionali e dei rapporti con la stampa. Dal 2022 è inoltre parroco nella periferia di Bergamo.
Redazione- Ci sono sacerdoti che svolgono il proprio ministero nelle comunità e altri che, attraverso la parola, la cultura e la capacità di dialogare con il mondo contemporaneo, riescono a costruire un ponte che va ben oltre i confini della propria diocesi. Don Giulio Dellavite appartiene a questa seconda categoria: una figura capace di coniugare spiritualità, cultura, comunicazione e attenzione all’uomo, diventando nel tempo una presenza apprezzata in numerosi contesti italiani.
Nato nel 1971, sacerdote bergamasco, Don Dellavite ha ricoperto importanti incarichi nella Curia di Bergamo. Dal 2012 è stato Segretario Generale della Curia, occupandosi anche delle relazioni istituzionali e dei rapporti con la stampa. Dal 2022 è inoltre parroco nella periferia di Bergamo.
Ma ridurre la sua esperienza al solo ruolo istituzionale significherebbe raccontarne soltanto una parte. Il suo percorso si sviluppa infatti anche attraverso la formazione, la scrittura, l’insegnamento e gli incontri con realtà professionali e culturali differenti.
Dopo il dottorato in Diritto Canonico alla Pontificia Università Gregoriana, Don Dellavite ha prestato servizio in Santa Sede come Officiale della Congregazione per i Vescovi dal 2002 al 2012. La sua particolare sensibilità lo ha portato a mettere in dialogo il mondo ecclesiale con quello del management, dell’etica e della leadership. Ha collaborato, tra gli altri, con la LUISS di Roma e con la LUM Milano School of Management, affrontando temi legati all’etica d’impresa, alla diplomazia vaticana e alla formazione di manager e professionisti.
È anche autore di libri che testimoniano la sua volontà di confrontarsi con le grandi domande dell’esistenza attraverso linguaggi accessibili e contemporanei. Tra le sue pubblicazioni figurano Benvenuti al ballo della vita, Se ne ride chi abita i cieli: il manager e l’abate, lezioni di leadership all’interno di un monastero e Ribellarsi, la sfida di un’ecologia umana.
Ed è forse proprio questa capacità di parlare a pubblici diversi ad aver contribuito alla sua popolarità. Don Dellavite non propone una spiritualità distante dalla quotidianità, ma cerca Dio nelle esperienze concrete, nelle relazioni, nel lavoro, nelle difficoltà e persino nei piccoli gesti di ogni giorno.
Ne sono un esempio le sue riflessioni dedicate alla preghiera, nella quale invita a creare spazio interiore, silenzio e ascolto, oppure quelle sul Vangelo domenicale, dove immagini apparentemente semplici diventano occasioni per interrogarsi sul significato della propria vita.
La parola “ascolto” è una delle chiavi per comprendere il suo modo di comunicare. In un’intervista dedicata al rapporto tra impresa e persone, Don Dellavite ha sottolineato la necessità di ascoltare non soltanto con le orecchie, ma anche con gli occhi, la mente e il cuore. Una prospettiva che rende il suo messaggio particolarmente attuale in una società nella quale la comunicazione è diventata rapidissima, ma non sempre autenticamente relazionale.
La sua voce è arrivata anche in ambiti apparentemente lontani da quello strettamente religioso. Nel dibattito sulla telemedicina, per esempio, è intervenuto sul tema dell’etica, sottolineando l’importanza di mantenere la persona al centro anche davanti alle trasformazioni tecnologiche.
È questa trasversalità a rendere Don Giulio Dellavite una personalità capace di incontrare sensibilità differenti. Il sacerdote, lo studioso, lo scrittore, il comunicatore e il formatore convivono nella stessa figura, senza che una dimensione cancelli l’altra.
E quando una persona viene percepita come autentica, la sua popolarità non nasce soltanto dagli incarichi ricoperti o dai titoli conquistati. Nasce soprattutto dalla capacità di lasciare qualcosa negli altri.
Don Dellavite sembra aver fatto della parola uno strumento di incontro: una parola che non pretende di dare risposte a tutto, ma che invita a fermarsi, riflettere e guardare la realtà con occhi nuovi. Una parola capace di attraversare le generazioni e di arrivare anche a chi, pur non frequentando abitualmente gli ambienti ecclesiali, sente il bisogno di interrogarsi sul senso delle proprie scelte e delle proprie relazioni.
È forse questo il motivo per cui la sua figura ha superato i confini di Bergamo, diventando conosciuta e apprezzata in diversi ambienti italiani. Perché, in fondo, parlare di Don Giulio Dellavite significa parlare di una Chiesa che prova a stare dentro la contemporaneità senza perdere la propria identità: una Chiesa che ascolta, dialoga, incontra e soprattutto non smette di interrogarsi sull’uomo.
Una presenza, dunque, che va oltre il ruolo. E che trova nella cultura, nella comunicazione e nella spiritualità tre strade diverse per raggiungere la stessa destinazione: il cuore delle persone.
DON GIULIO DELLAVITE: «AI GIOVANI NON SERVONO SOLTANTO REGOLE, MA ADULTI CAPACI DI TESTIMONIARE I VALORI»
Intervistando…
In una società attraversata da cambiamenti profondi, nella quale i più giovani sono continuamente esposti a stimoli, modelli e messaggi differenti, torna centrale una domanda: come educare bambini e ragazzi alla fede e, più in generale, ai valori che possono dare senso alla vita?
Ne parliamo con Don Giulio Dellavite, sacerdote, scrittore e comunicatore, da anni impegnato nel dialogo tra fede, cultura, società e mondo contemporaneo. La sua riflessione parte da un presupposto essenziale: prima ancora di chiedere ai giovani di seguire delle regole, occorre offrire loro testimonianze credibili. In una recente riflessione ha invitato proprio a non limitarsi ad accusare i giovani per la perdita di ideali, ma a domandarsi se gli adulti abbiano davvero saputo trasmettere loro valori e strumenti per affrontare il futuro.
Don, oggi si parla spesso di una generazione di giovani distante dalla fede. È davvero così?
Non credo sia sufficiente dire che i giovani siano lontani dalla fede. Dovremmo chiederci piuttosto che cosa stiano cercando. I giovani hanno ancora bisogno di senso, di relazioni autentiche, di qualcuno che li ascolti e li accompagni. Forse è cambiato il modo di porre le domande, ma le grandi domande dell’uomo rimangono. La fede, infatti, non è semplicemente una risposta già confezionata. È anche la capacità di porsi interrogativi profondi. «Dio chi sei?» può diventare «Dio, chi sei tu per me?» e, contemporaneamente, «io chi sono per te?». È in questa dimensione relazionale che la fede può tornare a parlare al cuore delle persone.
Quanto è importante iniziare a educare i bambini alla fede già nei primi anni?
È fondamentale, ma educare alla fede non significa imporre formule. Significa aiutare un bambino a scoprire che la propria vita ha un valore e che non è solo. Un bambino impara soprattutto attraverso ciò che vede. Se gli parliamo dell’amore di Dio ma poi trova adulti incapaci di amarsi, perdonarsi, ascoltarsi e rispettarsi, il messaggio diventa poco credibile. Per questo l’educazione alla fede deve essere innanzitutto una testimonianza. Un genitore che insegna a dire una preghiera compie un gesto importante; un genitore che sa chiedere scusa, che sa aiutare chi è in difficoltà e che sa rispettare l’altro sta già facendo catechesi con la propria vita.
Qual è allora il ruolo della famiglia?
La famiglia rimane il primo luogo educativo. Prima della scuola, prima della parrocchia e prima dei social network, il bambino incontra il mondo attraverso gli occhi della propria famiglia. La fede non può essere delegata. Non possiamo pensare: «Lo porterò al catechismo e ci penseranno loro». Il catechismo è importante, ma non può sostituire la vita quotidiana. Se in casa si parla, si ascolta, si prega, si condivide, si perdona e si impara a distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è, il bambino riceve una grammatica umana che lo accompagnerà per tutta la vita.
E quando quei bambini diventano adolescenti?
È proprio allora che dobbiamo cambiare il nostro modo di accompagnarli. L’adolescente non vuole soltanto qualcuno che gli dica cosa deve fare. Vuole capire perché.
È l’età delle domande, delle contestazioni, delle contraddizioni. E non dobbiamo avere paura delle domande difficili. Anche una domanda contro Dio può essere una domanda che conduce verso Dio. Il problema non è che un ragazzo faccia domande sulla fede. Il problema sarebbe impedirgli di farle.
Oggi i giovani sono immersi nei social e in una comunicazione velocissima. La fede può ancora parlare attraverso questi linguaggi?
La fede deve parlare il linguaggio dell’uomo, senza perdere la propria verità. Non possiamo pretendere che un giovane spenga il telefono per entrare in un mondo che noi adulti non sappiamo più raccontargli. Dobbiamo essere presenti anche nei luoghi nei quali i giovani vivono, ma senza trasformare il Vangelo in uno slogan. La comunicazione può attirare l’attenzione, ma poi occorre offrire contenuti, relazioni e profondità. Oggi siamo sommersi dalle informazioni, ma non necessariamente più capaci di comprendere. È una delle grandi sfide educative del nostro tempo.
Lei parla spesso di valori. Quali sono quelli che non dovrebbero mai essere smarriti?
La dignità della persona, il rispetto, la responsabilità, la libertà, la solidarietà, la capacità di perdonare, la verità e l’amore. Ma attenzione: i valori non sono parole da mettere su un manifesto. Devono diventare uno stile di vita. Recentemente ho parlato di una vera e propria necessità di tornare a una «alfabetizzazione dei valori»: prima ancora di discutere di etica, dobbiamo capire che cosa significhi costruire la nostra persona e renderla una realtà abitabile anche per gli altri.
Per riportare i giovani ai valori dobbiamo quindi riportarli anche alla responsabilità?
Assolutamente sì. La libertà senza responsabilità diventa semplicemente fare ciò che si vuole.Un giovane deve sentirsi protagonista della propria vita, non spettatore. Dobbiamo offrirgli occasioni nelle quali possa sperimentare la responsabilità: prendersi cura di qualcuno, impegnarsi per una comunità, rispettare una promessa, portare avanti un progetto, accettare anche la fatica. La vita non può essere costruita soltanto attraverso ciò che piace nell’immediato. Bisogna educare anche alla perseveranza.
Che cosa possono fare oggi le parrocchie per avvicinare nuovamente i ragazzi?
Prima di tutto, devono essere luoghi nei quali un giovane abbia voglia di entrare. Non semplicemente perché c’è un’attività organizzata, ma perché trova persone che lo conoscono, lo chiamano per nome, lo ascoltano e gli fanno sentire che la sua presenza conta. Una comunità non può limitarsi a organizzare appuntamenti. Deve costruire relazioni. E deve avere il coraggio di uscire dai propri confini. Se aspettiamo sempre che siano i giovani a venire da noi, rischiamo di incontrare soltanto quelli che sono già vicini.
C’è un errore che gli adulti dovrebbero evitare quando parlano ai giovani?
Quello di giudicarli troppo rapidamente. È molto facile dire: «I giovani non hanno valori». Ma prima dovremmo chiederci: quali valori abbiamo consegnato loro? Quale esempio abbiamo dato? Quanto tempo abbiamo dedicato all’ascolto?
Non possiamo pretendere dai ragazzi ciò che noi adulti non siamo disposti a vivere. L’educazione comincia sempre dalla testimonianza.
Se dovesse lasciare un messaggio a un ragazzo che oggi si sente smarrito, quale sarebbe?
Gli direi: non avere paura delle tue domande. Non devi avere già tutte le risposte. Devi però avere il coraggio di cercarle. E gli direi anche di non pensare che il proprio valore dipenda dai «like», dai risultati, dall’apparenza o dal giudizio degli altri. Tu vali prima di tutto perché sei una persona. La fede può essere proprio questo: scoprire che la nostra vita non è un incidente senza significato, ma una storia dentro la quale siamo chiamati a diventare pienamente noi stessi.
E ai genitori, agli educatori e agli adulti che ci stanno leggendo?
Direi di non smettere di essere adulti. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che vogliono sembrare eternamente giovani. Hanno bisogno di adulti credibili. Qualcuno che sappia dire «non lo so», «ho sbagliato», «ti voglio bene», «puoi contare su di me». E soprattutto hanno bisogno di vedere che i valori di cui parliamo sono realmente vissuti. Se vogliamo riportare i giovani ai valori, dobbiamo prima di tutto tornare noi adulti a quei valori. Perché l’educazione non passa soltanto da ciò che diciamo. Passa soprattutto da ciò che siamo.
UN INVITO ALLA LETTURA
Al termine di questo incontro con Don Giulio Dellavite, resta una certezza: le sue parole invitano a fermarsi, a riflettere e, soprattutto, a riscoprire il valore dell’essere umano e della sua relazione con Dio.
Per questo vale la pena accostarsi anche ai suoi libri, pagine nelle quali fede, vita quotidiana, fragilità, speranza e responsabilità si intrecciano con uno sguardo profondamente umano. In ciascuna delle sue opere è possibile cogliere un messaggio d’amore: amore verso l’uomo, verso la sua capacità di rialzarsi e di cercare un senso, e verso Dio, presenza capace di accompagnare ogni cammino.
Leggere Don Giulio significa, dunque, intraprendere un viaggio dentro le domande più autentiche dell’esistenza. Un viaggio che non pretende di offrire risposte semplici, ma invita a guardare la vita con occhi nuovi, con maggiore consapevolezza e con quella speranza che nasce quando ci si ricorda di non essere mai soli.
Ai nostri lettori rivolgiamo quindi un invito: lasciatevi accompagnare dalle sue pagine. Perché talvolta un libro non è soltanto qualcosa da leggere, ma una voce capace di arrivare al cuore e di ricordarci che l’amore, la fede e la speranza continuano a essere tra i valori più preziosi dell’umanità.
Guidare con le infradito o a piedi scalzi in estate: è vietato? Attenzione, la multa non c’è, ma il vero rischio può rovinarti la vita
Si può guidare la macchina con le infradito o a piedi scalzi d’estate? La verità che nessuno ti dice (e non riguarda le multe!) 🩴 🚗 È il dubbio amletico di ogni estate: torni dalla spiaggia in costume, ti metti al volante e ti chiedi… “ma se mi ferma la Polizia in ciabatte mi fa la multa?”. Sfatiamo subito un grande mito: la legge NON vieta espressamente di guidare in infradito o a piedi nudi, e i Carabinieri non possono multarti solo per questo. Ma c’è una FREGATURA CLAMOROSA che quasi nessuno conosce, e può letteralmente rovinarti la vita! Se fai un incidente e sul verbale c’è scritto che indossavi le ciabatte o eri scalzo, la tua Assicurazione tirerà fuori una clausola terribile: il “Diritto di Rivalsa”. Significa che ti chiederanno di pagare i danni di TASCA TUA accusandoti di “negligenza”! Scopri nel nostro articolo cosa dice il Codice della Strada e come tutelarti in estate per non svuotare il conto in banca. Condividi l’informazione con i tuoi amici vacanzieri! 👇 🚔
Redazione – Con l’estate che impazza e le temperature roventi, mettersi alla guida per raggiungere la spiaggia o per tornare a casa dopo una giornata di mare porta con sé un dubbio che puntualmente assale milioni di italiani: è legale guidare indossando le ciabatte infradito, o peggio ancora, a piedi completamente scalzi? Intorno a questo argomento aleggiano da sempre leggende metropolitane, falsi miti e dicerie da bar. Molti automobilisti sono convinti che basti essere fermati a un posto di blocco in ciabatte per vedersi recapitare una multa salatissima. La verità, come spesso accade con la giurisprudenza italiana, è molto più complessa e nasconde un’insidia economica che potrebbe letteralmente rovinare la vita di un automobilista sbadato.
Cosa dice davvero il Codice della Strada? La sorpresa
Sfatiamo subito il mito più grande: guidare con le ciabatte, con i sandali aperti o persino a piedi nudi non è esplicitamente vietato dalla legge. Fino a molti anni fa (prima del lontano 1993), il Codice della Strada imponeva rigorosamente calzature idonee e chiuse per potersi mettere al volante. Oggi, però, le cose sono cambiate. L’articolo 169 del Codice della Strada, che regola la materia, non vieta specifiche tipologie di scarpe, ma stabilisce un principio generale, sacrosanto e molto più ampio: il conducente deve sempre “conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza”.
In parole povere: le forze dell’ordine a un posto di blocco non possono farvi una multa solo perché indossate le infradito. Se la vostra guida è sicura e non commettete infrazioni, non rischiate alcuna sanzione diretta per la scelta delle calzature. Ma allora, dov’è la fregatura?
La trappola dell’Assicurazione in caso di incidente
Il vero, enorme e devastante rischio di guidare con ciabatte o a piedi nudi non arriva dalla Polizia, ma dalle Compagnie di Assicurazione. Guidare con un’infradito espone al rischio concreto che la calzatura si incastri sotto il pedale del freno o della frizione, impedendo una frenata d’emergenza tempestiva. E se siete coinvolti in un incidente stradale – e magari siete dalla parte del torto – iniziano i guai seri.
Se le Forze dell’Ordine intervenute per i rilievi del sinistro mettono a verbale che il conducente che ha causato l’incidente indossava ciabatte inadeguate o era a piedi nudi, si apre uno scenario da incubo. La vostra Assicurazione, infatti, potrebbe invocare il famoso “Diritto di Rivalsa”. La compagnia pagherà i danni alla persona che avete tamponato, ma poi si rivolgerà a voi, intimandovi di rimborsare di tasca vostra l’intero importo dei danni pagati, accusandovi di negligenza alla guida per non aver indossato calzature idonee (venendo meno proprio a quell’obbligo di controllo del veicolo previsto dall’art. 169). Stiamo parlando di richieste di risarcimento che possono arrivare a decine, se non centinaia di migliaia di euro in caso di feriti gravi.
Il buon senso che salva la vita e il portafoglio
Guidare a piedi nudi, inoltre, riduce drasticamente la forza che si riesce a imprimere sul pedale del freno durante una frenata di emergenza. Insomma, anche se la legge non vi fa la multa, la fisica e la burocrazia assicurativa non vi perdoneranno mai. Il consiglio d’oro per affrontare l’estate in totale tranquillità? Se andate in spiaggia, tenete sempre un paio di scarpe da ginnastica chiuse di riserva nel bagagliaio o sotto il sedile passeggero. Indossatele solo per il viaggio di andata e ritorno: perderete trenta secondi per allacciarle, ma avrete la garanzia di salvare la vostra sicurezza sulla strada e il vostro conto in banca!
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