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L’INTERVISTA | La nota attrice albanese Liri Lushi: «L’arte e l’esilio mi hanno insegnato la resilienza. Prima di essere artisti, bisogna essere umani»

“Prima di essere artisti, ricordatevi sempre di essere umani”. La rinascita e le confidenze della grande attrice Liri Lushi in questa intervista a cuore aperto! 🎭 🎙️ Una carriera luminosa nata a 13 anni, i trionfi al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo, il ruolo iconico dell’eroina Shote Galica e poi… l’emigrazione forzata in Svizzera nel 2000. In questa emozionante intervista a cura di Angela Kosta, la nota attrice e docente albanese Liri Lushi si racconta senza filtri. Ci spiega come l’esilio le abbia tolto le parole per poi farla “rinascere”, e come abbia fondato uno Studio Teatrale a Zurigo per aiutare i giovani reduci dalla guerra in Kosovo a ritrovare la fiducia nella vita (scoprendo il vero significato della “resilienza”). Un viaggio affascinante tra cinema, psicologia e il grande sogno di portare in scena Shakespeare. Leggi l’intervista integrale nel nostro nuovo articolo! 👇 📖

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Liri Lushi

Redazion – C’è un filo invisibile e potentissimo che lega il palcoscenico teatrale ai recessi più profondi della mente umana. Un filo che la nota attrice e docente albanese Liri Lushi ha imparato a tessere e riconoscere nel corso di un’intera vita vissuta tra i riflettori, l’emigrazione, il cinema e lo studio dello sviluppo psicosociale. Emigrata in Svizzera nel 2000, Liri ha trasformato l’arte in uno strumento di salvezza, resilienza e rinascita, non solo per sé stessa, ma per i tantissimi giovani sopravvissuti ai traumi della guerra. In questa intensa e affascinante intervista a cura di Angela Kosta, l’artista ripercorre le tappe di una carriera straordinaria, svelandoci il vero segreto del mestiere dell’attore: non smettere mai di amare e indagare il meraviglioso mistero dell’essere umano.


Ricorda il momento in cui, all’età di tredici anni, vinse il suo primo premio artistico con il monologo “Il racconto per i quattro guardiani del confine”?

«Grazie per questa domanda così intrigante, Angela. È una domanda fondamentale, perché mi riporta all’inizio del mio percorso artistico e a una verità che ho compreso nel corso degli anni: la nostra identità affonda le sue radici più profonde proprio nella prima infanzia. Oggi, come attrice e docente nel campo psicosociale, comprendo che non fu un caso se, a tredici anni, scelsi personalmente quella poesia, un testo che parlava della vita e della morte. Forse proprio allora, quando ancora non comprendevo pienamente la vita, nacque dentro di me la domanda che avrebbe accompagnato tutto il mio percorso: che cosa rende l’essere umano veramente umano? Da quel momento, tutto ciò che ho fatto nel teatro, nel cinema, negli studi psicosociali e, oggi, nel desiderio di tornare a Shakespeare, è stato in fondo il tentativo di comprendere più profondamente l’uomo e la sua esistenza».

Dal teatro allo sviluppo psicosociale: quale di questi percorsi le ha regalato le emozioni più intense della sua carriera?

«Per me non sono mai state due strade separate, per questo è difficile scegliere. Le emozioni più forti le ho vissute proprio nel punto in cui arte e sviluppo psicologico si incontrano. In fondo, entrambe nascono dallo stesso bisogno: cercare la verità dell’essere umano. Non le considero due professioni, ma due linguaggi diversi che raccontano lo stesso mistero meraviglioso che mi ha affascinata per tutta la vita».

Il ruolo dell’eroina Shote Galica nel dramma “La treccia delle guerre” l’ha resa molto nota al pubblico albanese. Che cosa rappresenta questo personaggio per lei?

«Shote Galica è stata molto più di un semplice ruolo. È stato un incontro con l’essere umano ai confini dell’esistenza, dove la vita si confronta con la perdita e la paura, ma sceglie di non arrendersi. Come artista, la mia sfida era scoprire la donna nascosta dietro la leggenda: una donna che amava, soffriva e sceglieva la libertà. Questo ruolo mi ha insegnato che non sono soltanto gli artisti a dare forma ai personaggi, ma sono anche i personaggi a formare l’artista. Mi ha aperto la strada verso altre figure che porto nel cuore, come Dila nel film “La strada della libertà” o la Madre in “Qui fa freddo”: esseri umani che si confrontano con i limiti della vita e scelgono di sopravvivere».

Quali sono state le soddisfazioni più grandi durante gli anni di lavoro al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo?

«Spesso dico, con le parole di mia madre: “Sono nata con la camicia!”. Ho avuto la rara fortuna di muovere i primi passi accanto a maestri del pantheon teatrale albanese come Nikolin Xhoja, Haxhi Rama, Kadri Pirro e Bashkim Hoxha. Da loro ho imparato che il palcoscenico non ti appartiene mai veramente: la sua fiducia devi conquistarla ogni sera. Questo leitmotiv mi ha guidata ovunque. E forse, proprio per questo, oggi sento di essere pronta per la sfida artistica più grande: tornare sul palco con Shakespeare, magari con un “Re Lear” letto in chiave femminile, come Regina, o con un “Amleto”. Una naturale continuazione della mia ricerca sull’umano».

In che modo ha influenzato la sua identità artistica l’emigrazione in Svizzera?

«L’emigrazione è stata una scelta obbligata. All’inizio la sfida più grande è stata la perdita della spontaneità: non perdi solo la lingua madre, ma anche l’emozione che accompagna le parole. Ti sembra di perdere una parte di te. Ma mentre acquisisci una nuova lingua, rinasci. L’emigrazione ti offre uno sguardo più profondo su te stessa e ti insegna che l’identità non è solo il luogo da cui provieni, ma la cultura che porti dentro. La Svizzera mi ha insegnato che le radici possono rimanere forti anche quando i rami si estendono verso un altro cielo».

Nel 2004 ha fondato lo Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in Svizzera. Qual era la sua visione?

«Dopo la guerra in Kosovo, molti giovani in Svizzera provenivano da famiglie che avevano vissuto lo sfollamento e le perdite. Credevo che l’arte potesse diventare lo spazio in cui dare un significato a quelle esperienze e costruire un ponte verso una nuova vita. L’obiettivo era far riscoprire loro la fiducia in se stessi. Ben presto, però, ho scoperto che erano loro a insegnarmi la straordinaria forza del sopravvivere. In loro ho scoperto ciò che la psicologia definisce resilienza: la capacità di rialzarsi e ricominciare».

Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai giovani albanesi che sognano la strada dell’arte?

«Un solo messaggio: non perdete mai la curiosità verso l’essere umano. Imparate ad ascoltarlo, osservarlo e amarlo, anche quando è fragile o sbaglia. Perché quanto più conoscerete l’essere umano, tanto più umani diventerete anche voi. Questo è il presupposto di ogni artista: prima di tutto essere uomo, dopodiché artista».


Biografia dell’Artista

Liri Lushi è un’attrice albanese nata a Tirana. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Tirana (dipartimento di recitazione), ha iniziato la sua carriera a 13 anni vincendo un premio con il monologo “Il racconto per i 4 guardiani del confine”. Divenuta celebre in Albania grazie a innumerevoli successi teatrali e cinematografici, tra cui il dramma “La treccia delle guerre” (nel ruolo di Shote Galica) sul palco del Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo. Nel 2000 si trasferisce a Zurigo, in Svizzera, dove continua la carriera in produzioni internazionali come “Strähl”, “Dilemma” e “Ditë e natë”. Dal 2004 è fondatrice e Direttrice Artistica dello Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu” in terra elvetica.

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“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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