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Cultura

Chi è Fatmir Terziu: lo scrittore, regista e intellettuale che porta l’anima dell’Albania nel mondo. Il ritratto di un “Grande Maestro”

Dalla scuola in Albania ai dottorati a Londra, fino ai riconoscimenti internazionali della BBC: scopri la straordinaria vita intellettuale di Fatmir Terziu! 🇦🇱 🇬🇧 📚 Oggi vi raccontiamo la storia di un vero e proprio “Grande Maestro” (titolo conferitogli direttamente dal Presidente della Repubblica d’Albania). Scrittore inarrestabile, poeta, regista pluripremiato, giornalista e brillante accademico: Fatmir Terziu è una figura titanica che ha saputo fondere l’antica anima balcanica con la modernità dei media britannici. Autore di innumerevoli romanzi di successo (da “Kojrillat” ai nuovissimi “Gabor” e “La luna di Belsh” del 2026), Terziu ha anche realizzato splendidi documentari e cortometraggi. La critica letteraria lo definisce “il Tempio della conoscenza” per la sua capacità di portare la letteratura e l’analisi albanese a standard accademici di livello globale. Leggi il nostro ritratto esclusivo per scoprire la vita, le opere e i tantissimi premi di questo straordinario ponte umano tra Oriente e Occidente! 👇 🎬

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Fatmir Terziu

Redazione – Esistono figure intellettuali il cui percorso di vita è talmente vasto e sfaccettato da sembrare un intero romanzo, personaggi capaci di abbattere le frontiere geografiche e linguistiche attraverso la sola forza del pensiero e della parola. Una di queste figure di spicco nel panorama culturale europeo contemporaneo è senza dubbio Fatmir Terziu. Scrittore, poeta, giornalista, regista, studioso e accademico pluripremiato: Terziu rappresenta oggi uno dei massimi esponenti della diaspora intellettuale albanese, un ponte vivente e pulsante che unisce i Balcani alla Gran Bretagna, mescolando l’antica e fiera tradizione della Terra delle Aquile con le moderne dinamiche della comunicazione globale.

Dall’Albania a Londra: il viaggio di una mente instancabile

Il viaggio intellettuale di Fatmir Terziu affonda le sue radici nella solida formazione albanese. Dopo aver completato gli studi presso la scuola superiore “Dhaskal Todhri”, si è dedicato con passione alla lingua e alla letteratura albanese, iniziando la sua carriera come insegnante e poi come direttore scolastico. Ma la sua sete di conoscenza lo ha presto spinto oltre i confini patri. Trasferitosi nel Regno Unito, ha intrapreso un impressionante percorso accademico: dagli studi presso l’High Melton College fino alla London South Bank University (LSBU), dove si è specializzato in Media Production e Digital Film. La vetta del suo percorso accademico è stata raggiunta con un Master alla Roehampton University e il prestigioso Dottorato (PhD) in Filosofia, Letteratura, Media, Cultura e Politica conseguito presso la LSBU.

Una vita per il giornalismo e la parola libera

La penna di Terziu non si è mai fermata. Fin dagli esordi ha inondato la stampa albanese con i suoi scritti taglienti e profondi. È stato un giornalista di punta per “RD”, caporedattore del giornale indipendente “Fjala e Lirë” e persino Direttore della Televisione “Dardan”. Trasferitosi oltremanica, ha continuato a essere la voce della sua gente fondando e dirigendo testate come “Albanian Mail”, “Albanian News” e “Albanian Post” nel Regno Unito. Oggi, il suo impegno giornalistico prosegue senza sosta online, dirigendo il rinomato portale culturale e informativo www.fjalaelire.com, una vera e propria agorà virtuale per i liberi pensatori.

La sterminata produzione letteraria: romanzi e poesie

È impossibile riassumere in poche righe l’immenso contributo letterario di Fatmir Terziu. Autore instancabile, ha spaziato con naturalezza dalla poesia alla narrativa breve, fino ai romanzi complessi e strutturati. Tra le sue opere più iconiche, molte delle quali pubblicate anche nel Regno Unito, troviamo raccolte poetiche come “Non tacere” (2000) e “Il mondo del tempo” (2010), affiancate da romanzi di enorme spessore psicologico come “Grykës” (2012), “Il pozzo”, l’acclamato “Kojrillat”

” (2013) e i recentissimi titoli del 2026, “Gabor” e “La luna di Belsh”. Il suo racconto in lingua inglese “Ghost Diamond” ha addirittura vinto un prestigioso concorso indetto dalla BBC britannica, a testimonianza di una versatilità linguistica e narrativa fuori dal comune.

Tra saggistica, critica letteraria e linguaggio cinematografico

Fatmir Terziu non è solo un creatore di mondi, ma anche un finissimo analista. I suoi saggi critici e i suoi libri di studio, come le due monumentali parti di “Critica Diversa: Un’osservazione all’interno della prosa e della poesia albanese” o le affascinanti analisi sull’opera letteraria di Ismail Kadare, sono oggi testi di riferimento. E quando la parola scritta non basta, Terziu impugna la telecamera: la sua produzione cinematografica e documentaristica ha ricevuto plausi internazionali. Cortometraggi come “Pencil and Computer” o documentari intensi come “Clouds of Smoke” (selezionato al New York Independent Film Festival) e “Passi nella vita di uno scrittore”, dimostrano la sua totale padronanza del linguaggio dei media.

I riconoscimenti istituzionali e l’amore della critica

Un simile sforzo titanico non poteva certo passare inosservato. La bacheca di Fatmir Terziu è colma di riconoscimenti assoluti: dal Premio “Uomo dell’Anno” FloartPress, alla prestigiosa Onorificenza di “Grande Maestro” fino alla massima Onorificenza Presidenziale “Gjergj Kastrioti – Skënderbeu”, entrambe conferitegli direttamente dal Presidente della Repubblica d’Albania.

Ma forse, il premio più grande per un autore è il giudizio dei suoi pari. E le parole della critica sono inequivocabili: «La prosa di Terziu scorre come una macchina sull’autostrada globale», afferma Zyba Hysen Hysa. Il Professor Zyhdi Dervishi sottolinea come Terziu porti «standard contemporanei e occidentali avanzati nella critica letteraria albanese». E come chiosa perfettamente lo studioso Xheladin Mjeku, «Fatmir Terziu è il vero Tempio della conoscenza agli occhi della critica letteraria». Un tempio le cui porte, fortunatamente, sono aperte al mondo intero.

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Cultura

La poetica dell’istante in “Pit Stop. Riflessioni da un secondo”: la silloge di Michela Carluccio tra versi brevi, radici e il Salone del Libro di Torino

Michela Carluccio pubblica “Pit Stop. Riflessioni da un secondo”: silloge edita da Aletti Editore che trasforma la quotidianità in versi brevi ed essenziali verso il Salone del Libro di Torino 2027. 👇

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Michela Carluccio

Fonte Nuova – In un’epoca fagocitata dalla fretta digitale, in cui il flusso incessante delle incombenze quotidiane rischia di anestetizzare la sensibilità emotiva, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo primario: quello di oasi di meditazione, atto di resistenza interiore e bussola per l’anima. Si colloca esattamente in questo solco fecondo “Pit Stop. Riflessioni da un secondo”, l’intensa silloge poetica firmata da Michela Carluccio, autrice residente a Tor Lupara, nel territorio comunale di Fonte Nuova alle porte di Roma. Pubblicata all’interno della prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” dalla storica casa editrice Aletti Editore e distribuita sia in formato cartaceo sia in edizione digitale e-book, l’opera si configura come un autentico viaggio attraverso i frammenti della quotidianità, l’insopprimibile ricerca della libertà personale e l’eterna sfida umana di arrestare l’emorragia del tempo attraverso il potere salvifico della parola scritta.

L’opera ha già catalizzato l’interesse degli ambienti letterari per la sua limpidezza espressiva e per la capacità di trasformare la materia viva dell’esperienza ordinaria in universale riflessione lirica. Un riconoscimento che culminerà in una prestigiosa vetrina internazionale: il volume sarà infatti ufficialmente esposto e presentato al pubblico al Salone Internazionale del Libro di Torino, in programma per il mese di maggio 2027, all’interno degli spazi espositivi dedicati di Aletti Editore.

Fermare il tempo con la parola: la genesi e il significato del «Pit Stop»

Il titolo scelto dall’autrice racchiude una metafora di rara efficacia mutuata dall’universo delle corse automobilistiche, dove il pit stop rappresenta quella sosta tecnica, rapida ma decisiva, senza la quale nessun pilota potrebbe portare a termine la propria gara. Trasposto sul piano dell’esistenza umana, il cambio gomme diventa il momento irrinunciabile in cui decelerare, spegnere i motori del frastuono esterno e ascoltare il battito dei propri pensieri più intimi prima di ripartire.

Come racconta la stessa Carluccio con disarmante sincerità, la genesi della raccolta risponde a una duplice urgenza: una necessità individuale di raccoglimento e, al tempo stesso, un dono empatico rivolto a chiunque sfogli le sue pagine.

«Il titolo sottolinea la mia personale necessità di fermarmi per qualche attimo, talvolta, ad ascoltare i miei pensieri più nascosti – chiarisce l’autrice –; ma è altresì l’auspicio accorato che anche gli altri possano fare altrettanto nella propria vita quotidiana. Mettere per iscritto la sensazione che un ricordo o un pensiero producono in me mi restituisce finalmente la padronanza del tempo. Mi sembra quasi di riuscire a fermarlo con parole eterne, strappando l’istante alla sua caducità.»

Consigliato dalla Redazione
Poesia & Letteratura Contemporanea

Michela Carluccio: “Pit Stop. Riflessioni da un secondo”

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La prefazione di Giuseppe Aletti: istantanee di una polaroid contro l’oblio

Ad arricchire il volume è l’autorevole prefazione firmata dal maestro Giuseppe Aletti, poeta, editore e formatore di primo piano nel panorama poetico nazionale. Nel suo testo critico, Aletti coglie con precisione millimetrica la matrice visiva e memoriale della scrittura di Michela Carluccio, definendo la raccolta come «una silloge che distende parole sulla pagina bianca, come istantanee di una polaroid che sente l’urgenza di oggettivare tutto quello che rischia di scivolare nell’oblio».

Proprio come lo scatto chimico di una macchina fotografica analogica cattura la luce di un momento irripetibile fissandola sulla pellicola, così i versi di Carluccio imprimono sulla carta emozioni sfuggenti, sguardi, malinconie e bagliori di consapevolezza che, altrimenti, verrebbero spazzati via dal tumulto del presente. La carta diventa il sacrario dell’anima, un rifugio tangibile difeso con determinazione anche a dispetto dell’imperante smaterializzazione tecnologica.

I temi cardine: radici, calore del focolare, elaborazione del lutto e libertà interiore

La tessitura tematica di “Pit Stop” si articola lungo percorsi emotivi di profonda risonanza universale. Al centro della ricerca lirica emerge con forza il valore sacro della famiglia e delle proprie origini: la casa non viene descritta come semplice involucro murario, bensì come luogo ideale dell’anima, porto franco in cui rifugiarsi dalle tempeste del mondo per ritrovare la propria integrità.

Non mancano tuttavia le ombre e i passaggi dolorosi: Carluccio non teme di esplorare la sofferenza legata ai legami interrotti, alle assenze e al vuoto lasciato da chi non fa più parte della nostra quotidianità. Ma è proprio dalla ferita che germoglia la rinascita: a fare da contrappeso alla malinconia è il tema della libertà, intesa dall’autrice non come fuga dalle responsabilità, bensì come una scintilla interiore, una facoltà innata di auto-illuminarsi capace di rischiarare il cammino anche nelle notti più buie dell’esistenza.

«Sono attimi di vita facilmente condivisibili, perché trattano emozioni comuni e universali – sottolinea Carluccio –. Prendo spunto dalla nuda realtà e crudamente la imprimo sulla carta, un supporto che amo particolarmente nonostante l’era digitale in cui siamo immersi.»

Lo stile: minimalismo, musicalità della parola e l’approdo al Salone di Torino 2027

Dal punto di vista formale, la poetica di Michela Carluccio si contraddistingue per uno stile asciutto, sintetico, privo di orpelli retorici fine a se stessi. I suoi sono versi brevi e taglienti, nei quali la brevitas classica si sposa con un sapiente uso del ritmo, delle assonanze, delle rime e di calibrate contraddizioni concettuali capaci di generare un corto circuito cognitivo immediato nel lettore.

Una scrittura che arriva dritta al punto senza mediazioni intellettualistiche, fedele all’auspicio espresso dall’autrice: «Spero che chi legga riconosca pensieri e riflessioni in cui identificarsi pienamente, nella semplicità della parola». L’appuntamento al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027 consacrerà questa voce poetica autentica nel circuito editoriale di respiro nazionale, offrendo a lettori e critici l’occasione per scoprire una testimonianza lirica di grande intensità umana.

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Cultura

La voce lirica di Ilir Paja tra mare e malinconia: tre poesie del maestro albanese tradotte da Irma Kurti

Dall’Albania la voce lirica di Ilir Paja incanta i lettori: il docente e poeta di Durazzo presenta le tre struggenti liriche “Il dolore”, “In giornate come queste…” e “Il lago delle foglie”, tradotte da Irma Kurti. 👇

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Ilir Paja

Durazzo – Dalle rive storiche dell’Adriatico orientale, dove le vestigia dell’antica Epidamno dialogano incessantemente con il respiro salmastro delle onde e i chiaroscuri della memoria balcanica, giunge una voce lirica di straordinaria purezza e rigore intellettuale. Il panorama letterario contemporaneo dell’Albania trova nel poeta, filologo e docente Ilir Paja un custode autentico della parola essenziale, capace di trasfigurare la malinconia del tempo e la solitudine esistenziale in vertigini metafisiche di rara suggestione. Attraverso la magistrale sensibilità traduttiva della poetessa e scrittrice Irma Kurti, tre liriche emblematiche di Paja – intitolate “Il dolore”, “In giornate come queste…” e “Il lago delle foglie” – si offrono per la prima volta al pubblico italiano, dischiudendo un ponte ideale di dialogo e fratellanza tra le due sponde dell’Adriatico.

Nato a Durazzo il 20 settembre 1971, Ilir Paja ha compiuto gli studi accademici tra il 1991 e il 1995, laureandosi con lode presso la prestigiosa Facoltà di Filologia nel Dipartimento di Linguistica e Letteratura. Dal 1995 il suo nome è indissolubilmente legato alla formazione delle giovani generazioni come stimato docente di lingua e letteratura albanese presso il rinomato liceo “Naim Frashëri” di Durazzo. Autore di diverse raccolte poetiche di grande successo critico e firma assidua delle maggiori riviste culturali albanesi, Paja incarna l’ideale del poeta-educatore: colui che nella severità della metrica e nella trasparenza del verso cerca incessantemente una bussola morale per orientarsi nelle tempeste della modernità.

La poetica di Ilir Paja: il rigore filologico e la nudità del sentimento

La scrittura di Paja si distingue nel panorama poetico post-comunista per una scelta di radicale sottrazione. Lungi dal cedere a facili compiacimenti retorici o a una sentimentalità gridata, il poeta di Durazzo opera come un cesellatore del silenzio. Nei suoi versi, gli elementi della natura – il vento autunnale, la luna che denuda la notte, le foglie secche che danzano sulle acque – non fungono mai da mero sfondo pittoresco, ma diventano specchi interiori in cui si riflette lo sconcerto dell’anima di fronte alla caducità.

«Insegnare letteratura ai ragazzi e scrivere versi appartengono alla medesima vocazione: togliere il superfluo per lasciare spazio alla verità nuda dell’essere umano. La poesia non deve spiegare il mistero della vita, ma custodirne la sacralità, ricordandoci che il dolore e la nostalgia sono le sole prove che abbiamo di essere stati veramente vivi.»

Questo approccio ascetico ed empatico si coglie nitidamente nelle tre poesie proposte, ciascuna delle quali esplora un vertice dell’esperienza umana: l’anatomia del lutto interiore, l’abbraccio dell’ombra autunnale e il dissolversi delle presenze passate nello specchio del tempo.

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Poesia Internazionale e Balcanica

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“Il dolore”: la destrutturazione della sofferenza e la notte senza stelle

Nel componimento d’apertura, “Il dolore”, Ilir Paja compie un formidabile esercizio di teologia negativa applicata alla psicologia dell’essere. La sofferenza non si lascia imprigionare nelle immagini ordinarie del quotidiano – non è l’avanzo frugale della cena, né la languida seduzione della luna che spoglia la notte, e neppure la fame materiale che si riaffaccia dopo l’elemosina. Attraverso una serie di negazioni serrate, il poeta demistifica persino l’illusione letteraria: il dolore non coincide con la metafora artificiosa costruita dal versificatore che rimane arroccato nei suoi castelli verbali senza scendere sul campo di battaglia della vita.

Non è l’ultimo frutto
Avanzato della cena.
Né il fascino della luna che inizia a spogliare
La notte, come l’attesa di una donna.
Né la fame che ritorna dopo l’elemosina.
Nemmeno la metafora del poeta che si incastra
Sui muri di versi come gli alti castelli
Senza passare dall’altra parte della battaglia.
Non è nemmeno il vento.
Questo unico ricordo.
Il dolore è camminare nella miseria
Della notte in cui nessuna stella si accende.

La chiusura è di una potenza disarmante: la sofferenza vera coincide con la solitudine cosmica e radicale, con il procedere a tentoni in una tenebra assoluta in cui non brilla alcun punto cardinale, nessuna luce celeste a indicare il cammino o ad attenuare la miseria dell’abbandono.

“In giornate come queste…”: la mimesi con l’autunno e il frutto della nostalgia

Se ne “Il dolore” domina lo sgomento notturno, nella seconda lirica, “In giornate come queste…”, Paja indossa i panni della stagione autunnale, compiendo una fusione quasi panteistica con il paesaggio crepuscolare. Il poeta diventa ombra tra le ombre, un residuo sfocato di una luce solare ormai declinata.

Nelle giornate autunnali nascondo l’ombra nell’ombra.
Sono un ricordo del sole di giorno.
Sento il vento alle spalle e sorrido
Alle foglie dell’albero.
In giornate come queste, io sono la solitudine.
L’ombra dentro di me.
Il passato arriva laggiù come un frutto maturo
Dalla nostalgia.
Da dietro vedo il frutto maturo
del cielo crepuscolare.
Vedo la notte dentro di me che versa foglie e lacrime.

La bellezza del testo risiede nella morbidezza visiva della nostalgia, paragonata a un “frutto maturo” che cade dal cielo al tramonto. Tuttavia, l’interiorità del poeta si rivela una voragine speculare: non è l’albero a spogliarsi, ma la notte interiore dell’anima che fa piovere, insieme alle foglie ingiallite, lacrime mute di consapevolezza.

“Il lago delle foglie”: l’approdo delle ombre e la memoria degli avi

A suggellare il trittico è “Il lago delle foglie”, una composizione visionaria in cui la superficie dell’acqua diventa il ricettacolo della memoria collettiva. Il lago autunnale accoglie i frammenti della vegetazione smossi dalle raffiche del vento, trasformandosi in una frontiera liminare tra il mondo visibile e l’aldilà.

Le foglie frusciano tra le onde
Del vento.
La sua profondità, questo sole pomeridiano
Dove la terra è tramonto.
La sua riva infinita, questa notte
Dove l’autunno non tocca mai
Una terra così.
Nel lago delle foglie si siedono
I volatili dei rami, che sfiorano
Le radici degli alberi in volo… ovunque.
Sulla riva di questo lago il vento si infrange sulle onde.
Che si incontrano con nostalgia, rimanendo ombre.
Dalla gente di una volta.

Sulla riva di questo specchio infinito, le onde del vento e dell’acqua si fondono con le ombre della “gente di una volta”, gli antenati e le generazioni scomparse che continuano ad aleggiare nella brezza balcanica. Grazie alla cura filologica e all’eleganza stilistica di Irma Kurti, la poesia di Ilir Paja si conferma un patrimonio universale: versi che toccano le corde più profonde dello spirito e invitano il lettore a riscoprire, nella quiete dell’autunno, la voce eterna della dignità umana.

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Cultura

Dall’Abruzzo a Pittsburgh, la voce poetica di Joan Leotta: il legame con Tossicia e i versi de “La trapunta” e “Caffè in mano”

Dalle radici abruzzesi di Tossicia agli Stati Uniti: la poetessa italo-americana Joan Leotta emoziona con le liriche “La trapunta” e “Caffè in mano”, tradotte magnificamente da Irma Kurti. 👇

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Joan Leotta

Tossicia – Un filo invisibile e tenace attraversa l’Oceano Atlantico, unendo le aspre e maestose cime del Gran Sasso d’Italia ai grattacieli industriali e ai ponti d’acciaio della Pennsylvania. La letteratura italo-americana trova nella penna raffinata, intima e luminosa di Joan Leotta una delle sue interpreti più sensibili e autorevoli. Scrittrice, poetessa, giornalista e drammaturga di fama internazionale, Joan Leotta porta nel proprio patrimonio genetico ed emotivo la memoria viva dell’emigrazione abruzzese: suo padre, Gabriele Di Leonardo, nacque proprio nel suggestivo borgo montano di Tossicia, in provincia di Teramo, nel 1910, prima di salpare giovanissimo nel 1920 a bordo del transatlantico “Canada” alla volta dei cancelli di Ellis Island.

Dopo aver servito gli Stati Uniti come ufficiale veterinario durante la Seconda Guerra Mondiale ed essersi affermato come stimato farmacista, Gabriele ha trasmesso alla figlia l’amore incondizionato per le proprie radici, per il focolare domestico e per la narrazione. Quell’eredità ancestrale rivive oggi in due magnifiche liriche – intitolate “La trapunta” e “Caffè in mano” –, proposte al pubblico italiano grazie alla preziosa e musicale traduzione a cura della poetessa e scrittrice Irma Kurti, che ne ha preservato la grazia intimista, il ritmo meditativo e la travolgente carica umana.

Dalle radici teramane al palcoscenico letterario: la carriera di Joan Leotta

Nata a Pittsburgh il 10 gennaio 1948, Joan Leotta ha fatto della parola scritta e recitata la vocazione di un’intera esistenza. Fin dall’infanzia ha esplorato la magia del racconto orale e teatrale, per poi approdare a una ricchissima produzione editoriale che spazia dai romanzi incentrati sulle complesse figure delle donne italo-americane ai libri illustrati per l’infanzia, fino a saggi di costume che celebrano la ritualità del cibo e la sacralità dei legami familiari.

«Raccontare storie è per me un modo per onorare chi è venuto prima di noi. I sacrifici di mio padre, partito da Tossicia con la speranza nel cuore, sono la linfa vitale che nutre ogni mio verso. Scrivo per ricordare che nessun mare è abbastanza profondo da cancellare il calore di una carezza ricevuta nell’infanzia o il profumo delle nostre case d’origine.»

I suoi scritti sono apparsi sulle più prestigiose riviste letterarie del panorama anglosassone, tra cui Gnarled Oak, Red Wolf, A Quiet Courage, Hobart Literary Review e Silver Birch. Nel gennaio del 2017 ha dato alle stampe con l’editore Finishing Line la sua acclamata raccolta poetica (chapbook) “Languid Lusciousness with Lemon” (Languida Delizia con Limone). L’eccellenza e l’originalità del suo percorso le sono valse ben due candidature al celeberrimo Pushcart Prize e la segnalazione per il prestigioso riconoscimento Best of the Net, consacrandola tra le voci più rappresentative della poesia contemporanea d’oltreoceano.

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“La trapunta”: la memoria degli affetti come rifugio dal disordine del mondo

Nella prima lirica, “La trapunta”, Joan Leotta trasforma un manufatto domestico in un vero e proprio reliquiario dell’anima. I ritagli di stoffa ricavati dai vecchi cappotti della nonna non compongono una semplice coperta da salotto, ma una mappa geografica e temporale degli affetti: ogni singolo quadrato di tessuto custodisce il ricordo tangibile di una passeggiata, di una spesa condivisa, di un viaggio in tram o del conforto silenzioso cercato contro la stoffa ruvida di un soprabito protettivo.

Seduta sul mio divano,
mi accoccolo sotto una trapunta
fatta con i cappotti della nonna.
Ogni quadrato è tagliato da un giorno
in cui siamo uscite insieme
a fare la spesa, a pranzo o in chiesa.
Mi appoggiavo a lei
in auto, in tram o in taxi
quando ero stanca di tutto.
La nonna mi abbracciava,
mi tirava vicino, la mia guancia
contro il cappotto di ogni stagione,
mi confortava.
Ora ogni quadrato è
un percorso a ritroso verso l’infanzia
quando la mia guancia
sul cappotto della nonna
poteva placare la discordia
di un mondo troppo affollato.

La poesia si chiude con una straordinaria intuizione lirica: il contatto della guancia sul cappotto della nonna non è solo nostalgia retrospettiva, ma uno scudo metafisico capace di “placare la discordia di un mondo troppo affollato”. Un’immagine che restituisce alla figura matriarcale italo-americana il suo ruolo storico di ancora morale e rifugio sicuro contro il disorientamento della modernità.

“Caffè in mano”: il rito del risveglio e l’alleanza luminosa con il sole

Se ne “La trapunta” domina la dimensione del ricordo, nel componimento “Caffè in mano” Joan Leotta celebra l’epifania del presente quotidiano. La scena ritrae un momento intimo e universale: il risveglio all’alba in una mattina d’autunno, con la pioggia che bussa sui vetri come i sassolini scagliati da un fanciullo dispettoso.

Questa mattina,
prima che il sole potesse affermarsi
sopra l’orizzonte,
ho sentito la pioggia battere sul nostro tetto
e sulle finestre
come un ragazzino che lancia
sassolini.
Una volta alzata dal letto,
con il caffè in mano,
ho sbirciato
dalla finestra sul retro
mentre la luce lottava per
liberarsi dal
groviglio di nuvole e nebbia,
proprio come io, pochi minuti prima,
avevo lottato per
liberarmi dalle lenzuola
e dalle coperte. Così ho alzato
la mia tazza, ho salutato il sole,
un alleato nello sforzo
di scacciare lo spirito umido
di una giornata piovosa.

La tazza di caffè sollevata in segno di saluto verso il sole nascente diventa un brindisi laico e commovente alla vita. Il risveglio faticoso del corpo umano trova un perfetto parallelismo cosmico nello sforzo della luce che squarcia il velo delle nubi e della nebbia. Attraverso la voce limpida di Joan Leotta e l’impeccabile sensibilità traduttiva di Irma Kurti, la poesia riafferma il suo potere originario: fermare l’istante, accendere la gratitudine e ricordarci che le radici d’Abruzzo continuano a fiorire, splendide e generose, in ogni angolo del mondo.

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