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“La stazione di Carnate è diventata una discarica”: la denuncia shock del lettore-runner. “Basta gettare i rifiuti di casa nei cestini pubblici”

“La stazione è un disastro: non usate i cestini di strada per gettare la spazzatura di casa vostra!”. 🏃‍♂️ 🗑️ Arriva una durissima e amara segnalazione da un nostro lettore, Roberto, che praticando regolarmente “plogging” (corsa con raccolta di rifiuti) si è trovato davanti a uno spettacolo indecoroso alla stazione di Carnate (Monza e Brianza). Cestini gettacarte soffocati da sacchi neri domestici, cartoni e bottiglie sparsi ovunque sui marciapiedi! “I cestini pubblici servono per un fazzoletto o una carta, non per eludere la raccolta differenziata di casa creando discariche a cielo aperto!”, è l’appello indignato del runner. Voi cosa ne pensate? Capita anche nella vostra città? Leggete la testimonianza e l’appello integrale nel nostro articolo! 👇 📢

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Cesto dei rifiuti strapieno alla stazione di Carnate

Carnate – Ci sono cittadini che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Cittadini che, anziché limitarsi a protestare sui social network, decidono di rimboccarsi le maniche in prima persona per fare la differenza, dedicando il proprio tempo libero alla cura dell’ambiente e del bene comune. È il caso di Roberto Manzato, un nostro affezionato lettore che ha voluto condividere con la nostra redazione uno sfogo amaro, corredato da inequivocabili testimonianze fotografiche, sullo stato di grave degrado e incuria che affligge le stazioni ferroviarie del territorio, a partire da quella di Carnate (in provincia di Monza e Brianza).

La corsa contro il degrado: la testimonianza di chi fa “plogging”

Roberto pratica regolarmente il plogging, la lodevole e sempre più diffusa disciplina nata nel Nord Europa che unisce la corsa e l’attività motoria all’aria aperta alla raccolta dei rifiuti abbandonati lungo marciapiedi, parchi e sentieri. Un gesto di profondo civismo che, tuttavia, si scontra quotidianamente con un muro di maleducazione e incuria difficile da scalfire. Nel suo percorso di allenamento e pulizia, il lettore si è trovato di fronte a uno scenario desolante proprio nei pressi dello scalo ferroviario di Carnate, un nodo di interscambio fondamentale per migliaia di pendolari e studenti brianzoli.

Le immagini inviate alla redazione parlano con una chiarezza disarmante: cestini pubblici letteralmente traboccanti di immondizia, sacchi neri e buste della spesa stracolme accatastate sull’asfalto, scatoloni di cartone abbandonati lungo i marciapiedi e flaconi di plastica sparsi alla base degli alberi. Una vera e propria discarica a cielo aperto a due passi dai binari e dalle aree di passaggio pedonale.

La piaga dei rifiuti domestici: “I cestini pubblici non sono cassonetti”

Il cuore dell’appello lanciato da Roberto tocca una cattiva abitudine purtroppo diffusissima e profondamente incivile: l’utilizzo improprio dei piccoli cestini gettacarte stradali per smaltire l’immondizia di casa. «Vorrei segnalare il degrado che trovo nelle stazioni dove giro facendo plogging, in particolare la stazione di Carnate è diventata un disastro», scrive il nostro lettore nel suo accorato messaggio. «Il mio impegno è dare un obiettivo e un esempio concreto: se hai qualcosa in mano per strada usa i cestini, ma i cestini vanno usati esclusivamente per i piccoli rifiuti da passeggio, non per sbarazzarsi dei rifiuti domestici, altrimenti si trasformano in discariche a cielo aperto nel giro di poche ore».

Un’analisi tanto semplice quanto lucida. I contenitori urbani, dimensionati per accogliere scontrini, fazzoletti di carta o bottigliette vuote consumate durante gli spostamenti, collassano inevitabilmente se stipati con interi sacchi della spazzatura indifferenziata. Il risultato? L’immondizia deborda, viene dispersa dal vento o dagli animali randagi, generando cattivi odori, problemi igienico-sanitari e una sensazione generale di abbandono che dequalifica l’intera area urbana.

L’appello alla comunità: difendiamo insieme la bellezza del nostro territorio

Quello di Roberto non vuole essere solo un grido di denuncia fine a se stesso, ma una vera e propria chiamata alla responsabilità collettiva. «Vorrei lanciare un appello a tutti i cittadini: cerchiamo di rispettare il nostro territorio e non facciamolo diventare una discarica», conclude il lettore con parole che meritano di essere condivise e amplificate.

La pulizia e la vivibilità di un paese o di un quartiere non dipendono unicamente dalla frequenza dei passaggi degli operatori ecologici o dagli interventi delle amministrazioni comunali, pur doverosi e sempre sollecitati: passano innanzitutto attraverso la coscienza civica, il rispetto delle regole minime di convivenza e l’educazione di ciascuno di noi. La nostra redazione ringrazia Roberto per la preziosa segnalazione e per il suo straordinario esempio sul campo, con l’auspicio che il suo messaggio possa risvegliare il senso civico di chi continua a deturpare gli spazi di tutti.

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Il sesso, come lo vivono gli italiani ? | Filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Carissima Alessandra Hropich,so di farti una domanda imbarazzante, ma mi permetto di farlo solo perché hai scritto un meraviglioso libro sulle avances degli italiani, che intendo leggere presto.
Ora ti chiedo: gli uomini italiani sono tutti corteggiatori oppure no? L’altissimo tasso di infedeltà di cui scrivi sempre riguarda tutti o soltanto certi uomini dediti ai vizi, oppure portati a essere infedeli?
Perché la società sembra voler sempre nascondere il tradimento e fare tutto segretamente. Ma poi, che famiglie sono quelle in cui tanti fingono di non sapere, di non vedere, di non capire mai che la maggior parte vive una vita finta, fatta di racconti che non esistono?

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Carissima Alessandra Hropich,so di farti una domanda imbarazzante, ma mi permetto di farlo solo perché hai scritto un meraviglioso libro sulle avances degli italiani, che intendo leggere presto.
Ora ti chiedo: gli uomini italiani sono tutti corteggiatori oppure no? L’altissimo tasso di infedeltà di cui scrivi sempre riguarda tutti o soltanto certi uomini dediti ai vizi, oppure portati a essere infedeli?
Perché la società sembra voler sempre nascondere il tradimento e fare tutto segretamente. Ma poi, che famiglie sono quelle in cui tanti fingono di non sapere, di non vedere, di non capire mai che la maggior parte vive una vita finta, fatta di racconti che non esistono?
Prima ancora che mi arrivi il tuo libro, ti chiedo se i ricchi e famosi, i cosiddetti «rispettabili», abbiano uno stile di vita corretto, ordinato e fedele oppure se non sia affatto così.
E poi ci sono quelli come me, i comuni mortali, quelli che mostrano di essere casa e famiglia. Poi, vai a capire quanti passano le ore a cercare donne, a chattare, complici i social e certe piattaforme che forniscono immagini erotiche per morti di… fame, li chiamo così.
Che avances hai ricevuto quando organizzavi eventi a stretto contatto con i pezzi da novanta? Erano e sono tutti seri? Si buttano a pesce oppure cercano anche loro l’avventura?
Infine, arriviamo a oggi: tutti sono cambiati. Le donne vorrebbero la parità, gli uomini, so che si sentono impauriti, intimiditi, poco intraprendenti con le donne. Non avverti questo cambiamento? Come consideri gli uomini di un tempo e quelli di oggi?
Come vivono il sesso gli italiani?
Esiste ancora il mito del maschio seduttore?
Gianfranco da Alcamo.

Il mito del maschio seduttore? Io lo metterei in cantina, ma da tanto tempo ormai!
Di corteggiatori, ne ho incontrati abbastanza da riempire interi comuni tra quelli più popolati in assoluto. Peccato che molti avessero del seduttore soltanto la presunzione. Altro che fascino e galanteria! Alcuni sembravano più interessati ad addentare un boccone prelibato che a conquistare davvero una donna.
Ho conosciuto anche uomini capaci di corteggiare, naturalmente, ma tra quelli che mi hanno avvicinata ce n’ erano parecchi, soprattutto sposati, che cominciavano con un lungo monologo su quanto fosse infelice il loro matrimonio. Mogli che non li capivano, famiglie che li soffocavano, vite sentimentali disastrose. Una litania interminabile!
In pratica, mi ritrovavo a fare la psicologa gratis. E, dopo avermi raccontato tutte le loro disgrazie, alcuni speravano pure di essere premiati con un’avventura. Ma da quando un matrimonio infelice costituisce un titolo preferenziale per conquistare un’ altra donna?
Ho conosciuto anche molti personaggi famosi, dirigenti di altissimo livello e uomini abituati a frequentare ambienti prestigiosi. E ho imparato una lezione: la rispettabilità pubblica non è assolutamente sinonimo di correttezza privata. C’è chi sa parlare magnificamente di famiglia, valori e dignità, ma poi, lontano dagli occhi degli altri, si comporta in maniera vergognosa.
Un medico, parlando della figlia che lavorava in uno dei più prestigiosi ospedali romani, mi raccontò di essere preoccupato per i troppi uomini che le ronzavano intorno. Li chiamò «mosconi». Un termine che ho trovato perfetto!
Ne ho incontrati tantissimi anch’ io. Molti non sapevano accettare un no, come se il rifiuto di una donna fosse un’offesa personale o un affronto alla loro posizione sociale. Altro che seduttori: molti uomini sono semplicemente abituati a non sentirsi mai rifiutare.
E che dire dei tradimenti nascosti, delle chat segrete e delle piattaforme erotiche tanto in voga oggi? Basta uno smartphone per coltivare una seconda vita, mentre in casa si continua a recitare la parte del marito e del padre esemplare.
È una commedia nella quale molti recitano, altri sospettano e parecchi preferiscono fingere di non vedere.
Quanto agli uomini di oggi, credo che il cambiamento sia evidente. Le donne chiedono autonomia, rispetto e parità, e non sono più disposte ad accettare certi comportamenti soltanto perché un tempo venivano considerati normali.
Alcuni uomini si sono adattati, altri sembrano aver perso il vecchio copione e non sapere più come comportarsi. Vedo uomini in giro molto insicuri e per niente virili.
Il vero seduttore non è quello che colleziona conquiste, insiste fino allo sfinimento o racconta per ore quanto sia infelice con la moglie. È l’uomo che sa interessare senza invadere, corteggiare senza pretendere e accettare un rifiuto senza trasformarlo in una guerra personale (molto idealista è questa visione).
La vera questione non è quanti uomini tradiscano, ma quanti siano disposti a essere sinceri con gli altri e, prima ancora, con se stessi.
Perché puoi anche indossare una giacca elegante, occupare una posizione importante e presentarti al mondo come un uomo rispettabile ma, la vita privata non segue mai quello che viene mostrato in pubblico!

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La paura di raccontarsi. | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Carissima, so che ascolti tutti da una vita, come fanno le persone a raccontarsi a te e soltanto a te (probabilmente)?
E cosa senti di aver imparato dai tanti casi ascoltati? Ti è utile aver sentito di tutto anche come esperienza o materiale per rispondere ai tanti casi che ti propongono?
Te lo chiedo perché io ascolto tanti casi umani ma non perché si raccontano con me ma perché tratto le pratiche di tanti disgraziati che si vergognano di raccontarsi a me ma di cui io leggo sulle carte fatti e misfatti.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Carissima, so che ascolti tutti da una vita, come fanno le persone a raccontarsi a te e soltanto a te (probabilmente)?
E cosa senti di aver imparato dai tanti casi ascoltati? Ti è utile aver sentito di tutto anche come esperienza o materiale per rispondere ai tanti casi che ti propongono?
Te lo chiedo perché io ascolto tanti casi umani ma non perché si raccontano con me ma perché tratto le pratiche di tanti disgraziati che si vergognano di raccontarsi a me ma di cui io leggo sulle carte fatti e misfatti.
Ti chiedo se esiste un motivo particolare per cui delle persone (tante persone in realtà) hanno il terrore di raccontarsi per poi spiattellare su una denuncia o un atto legale tutti i loro fatti più incresciosi. Raccontare o scrivere non è la stessa cosa?
Certo, io sono un funzionario di un commissariato, leggo veramente episodi stomachevoli ma nulla mi viene mai raccontato a voce quando provo a fare domande. Ti è mai capitato di avere di fronte a te persone chiuse? Ma credo, nel tuo caso, valga il contrario, forse, tu avresti voluto chiudere la bocca a qualcuno perché, con te, forse, in tanti si sono aperti, anche troppo (da come ho letto in una tua intervista).
Lavinia da Martina Franca

Si tratta di avere empatia, ti confesso che è (spesso) pesante, le persone mi hanno sempre affidato segreti non facili da digerire.
Fin da giovanissima, dai personaggi famosi agli uomini potenti, dai ricchi alle persone comuni, quasi tutti tendevano ad abbassare spontaneamente le proprie difese e ad affidarmi, già al primo incontro, confidenze profondamente intime.
Non ho mai cercato io quelle rivelazioni, accadeva naturalmente, come se gli altri percepissero in me ( quasi sempre) uno spazio sicuro in cui potersi mostrare senza maschere. In tanti anni, ho ascoltato e custodito nella memoria migliaia di storie, segreti, paure e fragilità, spesso mai condivisi prima con nessun altro.
Non importavano notorietà, ricchezza o potere: davanti a me, le differenze sembravano svanire. Anche chi era abituato a essere ammirato o temuto sentiva di poter essere semplicemente se stesso raccontandosi a me.
Proprio questo straordinario patrimonio di esperienze umane, raccolto attraverso le confidenze di mezza Italia, ha contribuito a formare il bagaglio culturale che possiedo oggi. Un sapere maturato non attraverso lo studio, ma solo ascoltando la vita reale, le sue contraddizioni e le sue verità più nascoste. È anche grazie a questo patrimonio molto ampio di confidenze se oggi rispondo ai lettori nelle mie rubriche e intervengo come relatrice nei convegni, portando con me una conoscenza
dell’ animo umano costruita attraverso migliaia di storie vissute e confidate.
Ho studiato tanto ben oltre la laurea ma, quello che le persone ti insegnano con le loro confidenze private, rappresenta un enorme bagaglio culturale che nessun libro mi avrebbe mai potuto dare.
Cara Lavinia, non ti risentire però se tanti non ti riversano addosso la loro vita nascosta, non è (te lo assicuro) per nulla distensivo ascoltare cose che la gente normalmente non racconta mai in pubblico, ringrazia anzi la tua mancanza di empatia.
Ciò che non accade, talvolta può rivelarsi come la nostra salvezza!

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Campidoglio: il premio della discordia ! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.
Come considera, quindi, una premiazione assegnata a due signore non solo protagoniste di fatti di cronaca conosciuti da tutti, ma anche apparentemente lontane dal mondo della cultura?
Si è fatta, sia pure vagamente, un’opinione su quanto è accaduto?
Vorrei il suo illuminato punto di vista. Grazie infinite, perché so che lei, pur essendo una persona critica, detesta le polemiche.
Federico da Silandro

Le signore premiate non hanno ricevuto alcun premio dal Campidoglio. Il Comune di Roma affitta delle sale per gli eventi. Io stessa ho ricevuto premi per la scrittura che mi sono stati consegnati nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, ma questo non significa affatto che sia stato il Comune a premiarmi.
Credo quindi che questo sia il primo punto da chiarire, prima ancora di indignarsi e, soprattutto, prima di trasformare una vicenda in un processo sui social.
Non entro nel merito delle due persone premiate, né voglio stabilire se abbiano meritato o meno quel riconoscimento. Quello che mi interessa è piuttosto ciò che questa vicenda ha nuovamente messo in evidenza: il modo in cui discutiamo sui social.
Per giorni abbiamo assistito a un diluvio di commenti, insulti, giudizi e sentenze. E forse sarebbe utile domandarsi se questo rappresenti davvero un modo sano di difendere la cultura, il merito o il buon gusto.
Si può criticare una scelta, anche duramente. Si può ritenere inopportuno un premio e discutere pubblicamente dei criteri con cui vengono assegnati certi riconoscimenti. Ma c’è una differenza enorme tra esprimere un’opinione e trasformare delle persone nel bersaglio di una gogna collettiva.
È un meccanismo che vediamo continuamente. Siamo diventati molto rapidi nel giudicare, spesso senza conoscere davvero le persone o le circostanze, e ancora più rapidi nel trasformare il dissenso in un attacco personale.
Lo stesso atteggiamento, con modalità diverse, lo vediamo spesso nei confronti di chi emerge o torna alla ribalta. È accaduto e accade anche nei confronti della nuova compagna di Totti (tanto per citarne una) bersaglio di giudizi, ironie e condanne che spesso sembrano avere ben poco a che fare con ciò che quella persona è realmente.
Facciamo fatica ad accettare chi è esposto, chi ricomincia, chi sceglie di mostrarsi e di occupare nuovamente uno spazio pubblico. E sui social questo atteggiamento viene amplificato enormemente.
Forse dovremmo imparare a distinguere una critica da una condanna, un’opinione da un insulto e soprattutto una discussione sul merito di una scelta dall’esigenza di demolire le persone che quella scelta riguarda.
Non credo che il problema sia stabilire chi abbia il diritto di ricevere un premio o chi debba essere escluso dalla vita pubblica. Il problema, semmai, è capire se abbiamo ancora la capacità di discutere senza trasformare ogni episodio in una guerra di tutti contro tutti.
E soprattutto, prima di chiederci quanto sia caduta in basso la Cultura italiana, dovremmo chiederci anche quanto sia caduto in basso il livello mentale e culturale di una grandissima fetta di italiani che non legge più, di che cultura si parla?

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