Rimani in contatto con noi
#

Lifestyle

Squilla il telefono e mettono subito giù: non richiamare MAI questo prefisso o ti svuotano il credito in pochi secondi

Vi squilla il cellulare, non fate in tempo a rispondere e mettono giù? NON RICHIAMATE MAI QUESTI PREFISSI O VI SVUOTANO IL CONTO! 📱 😱 Sta mietendo migliaia di vittime in tutta Italia, si chiama “Wangiri” ed è la subdola e diabolica truffa dello squillo telefonico. Il meccanismo degli hacker internazionali è spietato: fanno suonare il vostro cellulare per un solo secondo e poi riagganciano, lasciandovi la notifica di chiamata persa sul display. Lo fanno per far leva sulla vostra curiosità o sulla preoccupazione (magari pensate che sia un parente o un ospedale che vi cerca d’urgenza!). Ma ATTENZIONE: se premete per richiamare il numero sconosciuto, finirete per chiamare linee satellitari a pagamento estero costosissime! Dall’altra parte sentirete finti rumori di fondo per non farvi attaccare, e nel frattempo vi prosciugheranno fino a 15 euro per ogni secondo di telefonata, azzerandovi il credito in un attimo! La Polizia Postale raccomanda di non richiamare MAI numeri sconosciuti dopo un solo squillo. Fate grandissima attenzione in modo particolare a questi prefissi truffa: Tunisia (+216), Moldavia (+373), Kosovo (+383) e Regno Unito (+44). Se li vedete, metteteli subito nella blacklist! Leggi nel nostro articolo come difenderti per sempre! 👇 🚨 Avvisate subito mamme e nonni condividendo questo articolo, sono loro le prede più vulnerabili e cadono spesso nella trappola telefonica!

Pubblicato

a

Telefono che squilla

Redazione – Negli ultimi mesi, i telefoni cellulari di milioni di italiani sono finiti sotto un vero e proprio bombardamento. Un attacco massiccio, subdolo e silenzioso, orchestrato da abili hacker internazionali che stanno svuotando i conti telefonici e le carte di credito dei cittadini con una velocità disarmante.
La dinamica di questo furto digitale è tanto geniale quanto meschina, perché non sfrutta virus informatici complicatissimi, ma gioca esclusivamente sulla psicologia, sull’educazione e sulla curiosità innata della mente umana. Immaginate la scena: siete al lavoro, in auto o sul divano. Improvvisamente il vostro smartphone inizia a squillare. Guardate il display, ma non fate nemmeno in tempo ad allungare la mano per rispondere o per scorrere il dito sullo schermo: lo squillo dura sì e no due secondi, dopodiché la chiamata si interrompe bruscamente e cade nel nulla. Sullo schermo vi resta impressa una notifica di “Chiamata persa” da un numero apparentemente sconosciuto. Quello che deciderete di fare nei successivi tre secondi determinerà la salvezza o la fine del vostro credito telefonico.

Il diabolico sistema del “Wangiri”: la trappola psicologica

Se, spinti dalla curiosità o dalla preoccupazione (pensando che possa essere una telefonata urgente da parte di un ospedale, di una scuola o di un lontano parente in difficoltà), decidete di premere il tasto per richiamare quel numero misterioso, siete appena finiti dritti in trappola.
Questa raffinatissima e spietata tecnica truffaldina ha origini asiatiche e nel gergo della sicurezza informatica viene chiamata Wangiri (che in giapponese significa letteralmente “uno squillo e stacco”). Il meccanismo studiato dai criminali informatici, spesso basati all’estero, è diabolico: dei potentissimi computer automatizzati vengono programmati per chiamare a raffica e contemporaneamente migliaia di numeri di cellulare italiani, facendo squillare il telefono una volta sola per poi riagganciare all’istante.

Come i truffatori ti prosciugano il conto in bolletta

L’obiettivo dei criminali non è parlarvi (nessuno risponderà mai dall’altra parte della cornetta), ma costringervi a richiamarli. I numeri sconosciuti che vi hanno appena squillato non sono numeri normali, ma sono speciali linee telefoniche satellitari o numerazioni internazionali a pagamento maggiorato altissimo (una sorta di costosissimi numeri verdi al contrario).
Nel preciso istante in cui voi richiamate, la linea aggancia la vostra chiamata e il vostro gestore telefonico inizia a fatturarvi costi esorbitanti. E per trattenervi il più a lungo possibile in linea, dall’altra parte sentirete dei rumori finti e pre-registrati (come passi in lontananza, un finto squillo a vuoto, voci di bambini, rumore di traffico o interferenze di linea). Mentre voi restate all’ascolto cercando di capire chi vi abbia cercato, il contatore dei soldi gira all’impazzata, arrivando a prosciugare dal vostro traffico residuo (o peggio, addebitandolo sulla carta di credito collegata all’abbonamento mensile) cifre che possono raggiungere anche i 10 o 15 euro per ogni singolo secondo di conversazione!

I prefissi maledetti: a quali numeri non rispondere mai

Difendersi da questa truffa spietata e svuota-conto è facile, a patto di conoscere i prefissi utilizzati dai pirati informatici. La regola d’oro impartita dalla Polizia Postale non ammette deroghe: non bisogna mai e poi mai richiamare un numero sconosciuto che fa un solo squillo. Se qualcuno ha un’urgenza reale, vi richiamerà una seconda volta o vi manderà un messaggio.
Inoltre, dovete prestare la massima attenzione alle primissime tre cifre del numero che appare sul display. Le segnalazioni recenti delle autorità indicano che i truffatori utilizzano quasi sempre prefissi internazionali per camuffarsi. I prefissi “maledetti” dai quali tenersi assolutamente alla larga sono quelli provenienti da Moldavia (+373), Kosovo (+383), Tunisia (+216) e persino dalla Gran Bretagna (+44). Se vedete una chiamata persa che inizia con questi numeri, bloccatela immediatamente dal vostro smartphone tramite le impostazioni di sicurezza. Ignorare la curiosità è l’unica arma per salvare i vostri sudati risparmi.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lifestyle

A cosa serve davvero la misteriosa levetta sotto lo specchietto retrovisore? Il “tasto segreto” che ti salverà la vita guidando di notte

Vi accecano sempre con i fari da dietro quando guidate di notte? C’è un “tasto segreto” sotto il vostro specchietto retrovisore che quasi nessuno conosce: vi salverà la vita! 🚗 💡 A chi non è capitato l’incubo di guidare su una strada buia ed essere improvvisamente accecato dai fari abbaglianti (o regolati malissimo) dell’automobilista che ci sta attaccato dietro? Quel fastidiosissimo riflesso nello specchietto centrale ci acceca letteralmente per alcuni secondi, mettendo in grave pericolo la nostra sicurezza! Eppure, in tantissimi ignorano che le case automobilistiche hanno inserito una soluzione geniale proprio sotto il nostro naso. Avete presente quella piccola levetta nera posizionata sotto lo specchietto retrovisore (che spesso usate per appendere gli “Arbre Magique”)? Purtroppo nessuna scuola guida lo insegna, ma quella levetta serve esattamente per bloccare i fari! Quando un’auto vi abbaglia da dietro, vi basterà tirare la levetta verso di voi: il vetro si inclinerà meccanicamente verso l’alto e devierà la luce violenta verso il tettuccio! Voi potrete continuare a guardare comodamente nello specchietto vedendo le auto dietro di voi nitide, ma la luce diventerà tenue e scura e non vi accecherà più! Un trucco magico basato sulla forma a “prisma” del vetro. Leggi come funziona questo formidabile salvavita notturno nel nostro articolo! 👇 🌚 E voi conoscevate già la vera utilità di questo tastino segreto o lo state scoprendo solo ora?

Pubblicato

a

Levetta specchietto retrovisore

Redazione – Mettetevi comodi e fate mente locale, perché stiamo per svelarvi un segreto che lascerà a bocca aperta migliaia di automobilisti. Tutti noi, fin dal giorno in cui abbiamo preso la patente, guidiamo la nostra automobile compiendo dei gesti ormai automatici: allacciamo la cintura, sistemiamo il sedile, accendiamo i fari e controlliamo la visuale.
Tra gli strumenti più vitali per la nostra sicurezza c’è indubbiamente lo specchietto retrovisore interno, quello posizionato al centro del parabrezza. Se lo osservate con attenzione (a meno che non abbiate un’auto di lusso di ultimissima generazione dotata di sensori digitali) noterete che, proprio sul bordo inferiore della cornice di plastica, è presente una piccola e misteriosa levetta meccanica. L’avrete toccata e guardata mille volte senza darci peso, magari usandola per appenderci il classico “Arbre Magique” o un rosario. Ma vi siete mai chiesti a cosa serva realmente quel minuscolo interruttore? La sua funzione è a dir poco vitale e potrebbe letteralmente salvarvi la vita durante la guida notturna.

L’incubo della guida di notte: i fari negli occhi

Per comprendere l’utilità geniale di questa levetta, dobbiamo immaginare uno scenario che tutti noi automobilisti conosciamo fin troppo bene e che odiamo profondamente. Siete alla guida di notte, magari su una strada extraurbana buia, o in autostrada, e siete già stanchi dopo una lunga giornata di lavoro.
Improvvisamente, dallo specchietto retrovisore centrale arriva una sciabolata di luce violentissima: l’automobilista o il camionista che vi sta tallonando alle spalle ha i fari abbaglianti accesi, oppure ha i fari anabbaglianti montati malissimo e sparati verso l’alto. Quel fascio di luce fortissimo rimbalza sullo specchietto e vi colpisce direttamente negli occhi, accecandovi per alcuni, interminabili secondi. In quei momenti di totale cecità temporanea (chiamata abbagliamento), guidare diventa un autentico e spaventoso pericolo mortale.

Il trucco che le scuole guida dimenticano di insegnare

È proprio in queste situazioni di puro terrore stradale che entra in gioco la nostra “misteriosa” levetta nera. Purtroppo, durante i corsi pratici di scuola guida, pochissimi istruttori si ricordano di spiegarne il funzionamento ai neo-patentati, lasciando che milioni di guidatori continuino a soffrire l’abbagliamento notturno stringendo i denti e strizzando gli occhi.
Quando vi trovate con i fari di un’altra auto puntati negli occhi, vi basterà spingere (o tirare verso di voi) quella piccola levetta posizionata sotto lo specchietto. Come per magia, la violenta luce bianca che vi stava accecando scomparirà all’istante, trasformandosi in un riflesso tenue, opaco e per nulla fastidioso, permettendovi però di continuare a vedere perfettamente la sagoma dell’auto dietro di voi!

Come funziona il geniale meccanismo anti-riflesso?

Nessuna magia elettronica, ma pura e semplice ottica geometrica. Il vetro dello specchietto retrovisore interno non è piatto e normale come quello del bagno di casa, ma è a forma di prisma o cuneo (è più spesso in alto e più sottile in basso), e solo la superficie posteriore del vetro è argentata e riflettente.
Di giorno, la levetta è impostata in modo tale che voi vediate l’immagine nitida riflessa dalla parte argentata posteriore. Di notte, quando tirate la levetta verso di voi, andate a inclinare fisicamente lo specchio verso l’alto. La luce fortissima degli abbaglianti di chi vi segue viene quindi deviata verso il tettuccio della vostra auto! Voi, invece, guardando nello specchietto inclinato, vedrete il riflesso della superficie anteriore del vetro (che riflette solo il 4% della luce). Risultato? Vedrete l’auto dietro di voi senza essere accecati.
Un trucco meccanico inventato decenni fa ma che, ancora oggi, resta un vero e proprio salvavita ignorato da tantissimi automobilisti. Da stasera, la guida notturna non sarà più un incubo!

Continua a Leggere

Lifestyle

Schiavi dei social e affamati di “Like”: il vuoto esistenziale e disperato che si nasconde dietro le folli tendenze virali

Fila per ore in montagna per un krapfen o immobili in discoteca per filmare un Dj: perché siamo diventati così affamati di “Like”? 📱 🧟‍♀️ Viviamo in un’epoca in cui i nostri desideri non sono più nostri, ma ci vengono suggeriti in segreto dagli algoritmi dei social! Quest’estate centinaia di persone hanno fatto la fila per ore a 2000 metri di quota solo per comprare un bombolone alla crema. Il motivo? Non era la fame, ma il disperato bisogno di mostrare su Instagram di aver vissuto quell'”esperienza”. Bob Sinclar, famoso Dj, ha definito il suo recente concerto a Mykonos “il peggiore della mia carriera”, perché i giovani in pista erano tutti immobili con lo smartphone in mano per registrare un video, invece di ballare e divertirsi! La scienza ci dice che questa è una vera e propria malattia: la risonanza magnetica dimostra che ricevere “Like” sui social attiva nel nostro cervello gli stessi identici recettori della ricompensa che si attivano con l’assunzione di DROGHE. Siamo diventati tossicodipendenti dall’approvazione degli sconosciuti: le donne cercando l’approvazione estetica o relazionale, gli uomini cercando lo status o la competizione prestazionale. Ma alla fine, la vera domanda è: quale spaventoso vuoto interiore stiamo cercando disperatamente di anestetizzare a colpi di notifiche? Leggi il nostro profondo approfondimento sociologico e psicologico! 👇 🧠 E voi quanto vi sentite dipendenti dal vostro smartphone e dai “mi piace”? Sinceramente!

Pubblicato

a

Facebook like

Redazione – Viviamo nell’epoca dell’iper-connessione, un’era in cui i desideri non nascono più spontaneamente dal nostro io più profondo, ma ci vengono subdolamente indotti dagli algoritmi. Le esperienze non vengono più vissute con il cuore, ma vengono “condivise” in vetrina, e l’approvazione del prossimo viene inseguita con una compulsione che rasenta la vera e propria tossicodipendenza.
C’è un bisogno travisato, urlato e disperato di attenzioni che sta letteralmente esplodendo nella nostra società, portando psicologi e sociologi a interrogarsi non tanto sul significato di queste azioni, quanto sulla totale e desolante mancanza di significato che cerchiamo ossessivamente di colmare.
Prendiamo ad esempio una delle «tendenze virali» più assurde di quest’estate: la fila per i bomboloni alla crema in alta quota. Centinaia di persone disposte a mettersi in coda, magari per ore e a duemila metri sul livello del mare, pur di addentare un krapfen fuori da un rifugio alpino. La domanda sorge spontanea: ma quei dolci sono davvero così ineguagliabili da meritare un simile pellegrinaggio? Probabilmente no, non sono tanto diversi da quelli di moltissime ottime pasticcerie italiane. E allora, che senso ha questo fenomeno di massa?

Non compriamo l’oggetto, compriamo l’approvazione

Una prima, diffusa lettura in chiave filosofico-moralista spiega che le persone non fanno tutta quella fatica per il krapfen in sé, ma per vivere “l’esperienza” da raccontare. Noi non compriamo più oggetti, ma acquistiamo il soddisfacimento di un desiderio. Il dramma, però, è che questi desideri non sono nostri: sono indotti dai social media e dettati da un algoritmo. In sostanza, stiamo permettendo a un computer di costruire la nostra vita, i nostri futuri ricordi e la nostra personalità. Viviamo esistenze inautentiche, manipolate come burattini.
Ma c’è di peggio. Il punto non è nemmeno vivere l’esperienza, ma dover dimostrare di averla vissuta. Emblematica, in tal senso, è la dura denuncia fatta dal celebre dj Bob Sinclar. Durante un’esibizione a Mykonos, l’artista ha espresso una frustrazione enorme definendo la serata come “il peggior gig della mia carriera”. Il motivo? La folla in pista era letteralmente immobile, paralizzata, intenta esclusivamente a filmare la consolle con gli smartphone anziché ballare, sudare e divertirsi.
Questo episodio certifica una triste verità: non ci interessa la musica, ci interessa solo il video della musica da postare sui social. È la ricerca spasmodica dell’attenzione altrui, usata esattamente come una droga.

Il cervello e i Like: la dopamina digitale

A confermare questa deriva non ci sono solo le opinioni, ma fior fior di evidenze scientifiche. Uno studio condotto dai ricercatori della UCLA (Università della California di Los Angeles) e pubblicato su Psychological Science, ha dimostrato attraverso la risonanza magnetica che negli adolescenti la vista di proprie fotografie associate a un alto numero di «like» attiva prepotentemente le aree cerebrali coinvolte nei meccanismi della ricompensa (quelle della dopamina).
L’approvazione sociale funziona chimicamente come una droga: trasforma patologicamente una normale gratificazione in un bisogno vitale. Questo meccanismo di dipendenza viene rafforzato dal cosiddetto rinforzo variabile: il non sapere mai esattamente quando arriverà una nuova notifica o un nuovo mi piace sul nostro profilo, mantiene il cervello in uno stato di attesa perenne, costringendoci a controllare compulsivamente lo schermo del telefono centinaia di volte al giorno.

Differenze di genere: come uomini e donne cercano la “dose”

Le modalità con cui ricerchiamo questa approvazione cambiano però tra i sessi. Una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour (condotta in collaborazione col Max Planck Institute) ha individuato chiare differenze nel modo in cui il sistema cerebrale risponde alle ricompense “prosociali”.
Le donne tendono ad avere un sistema cerebrale mediamente più sensibile alla dimensione relazionale e all’approvazione estetica: cercano attenzioni orientate alla convalida del proprio aspetto, delle proprie relazioni o del proprio stile di vita.
Per gli uomini, invece, risultano neurologicamente più rilevanti le forme di ricompensa legate allo status, alla competizione e alla prestazione. Un uomo si gratifica maggiormente per il raggiungimento di un obiettivo, per la vittoria schiacciante in un videogioco competitivo o per la dimostrazione pubblica del proprio “sapere/saper fare”.

La vera domanda: quale vuoto stiamo lenendo?

Pur con modalità diverse, il risultato finale è identico: stiamo assistendo a un’esplosione collettiva e inarrestabile del bisogno di attenzioni. Una tossicodipendenza da validazione digitale che sta svuotando di senso le nostre vite reali.
E allora, giunti alla fine di questa analisi, la vera e unica domanda che dobbiamo avere il coraggio di porci guardandoci allo specchio è una sola: perché abbiamo tutti così disperatamente bisogno di questa droga? Quale dolore inconfessabile, quale angosciante vuoto interiore o quale lancinante mancanza di significato stiamo cercando di anestetizzare a colpi di Like?

Continua a Leggere

Lifestyle

Quando l’intelligenza artificiale riempie gli scaffali: il futuro del libro sarà sempre più legato all’autenticità

Il libro del futuro potrebbe avere una nuova etichetta: “scritto da un essere umano”. Non è una provocazione, ma una possibilità che sta prendendo forma nel dibattito internazionale sull’evoluzione dell’editoria. Negli Stati Uniti, infatti, la crescita dei libri realizzati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (IA) sta imponendo al mondo editoriale una domanda destinata a diventare sempre più centrale: chi ha realmente scritto il libro che abbiamo tra le mani?

Il fenomeno è particolarmente evidente nel mercato dell’autopubblicazione. Una recente ricerca condotta su oltre 14.000 ebook autopubblicati e venduti su Amazon tra il 2023 e il 2026 ha rilevato una forte crescita dei titoli nei quali è stata individuata una consistente presenza di testo generato dall’IA. Lo studio evidenzia anche un effetto di saturazione: il numero dei libri che riescono a ottenere vendite è cresciuto molto più rapidamente dei ricavi complessivi, riducendo di conseguenza il valore medio generato dai singoli titoli.

Pubblicato

a

PROF. ALBERTO RAFFAELLI

Redazione-  Il libro del futuro potrebbe avere una nuova etichetta: “scritto da un essere umano”. Non è una provocazione, ma una possibilità che sta prendendo forma nel dibattito internazionale sull’evoluzione dell’editoria. Negli Stati Uniti, infatti, la crescita dei libri realizzati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (IA) sta imponendo al mondo editoriale una domanda destinata a diventare sempre più centrale: chi ha realmente scritto il libro che abbiamo tra le mani?

Il fenomeno è particolarmente evidente nel mercato dell’autopubblicazione. Una recente ricerca condotta su oltre 14.000 ebook autopubblicati e venduti su Amazon tra il 2023 e il 2026 ha rilevato una forte crescita dei titoli nei quali è stata individuata una consistente presenza di testo generato dall’IA. Lo studio evidenzia anche un effetto di saturazione: il numero dei libri che riescono a ottenere vendite è cresciuto molto più rapidamente dei ricavi complessivi, riducendo di conseguenza il valore medio generato dai singoli titoli.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto la tecnologia. Concerne il mercato, la concorrenza e soprattutto la fiducia del lettore.

Negli Stati Uniti alcuni casi recentissimi hanno acceso ulteriormente i riflettori. Il mondo editoriale si è trovato a confrontarsi con libri sospettati di essere stati prodotti, almeno in parte, attraverso l’IA e con contratti editoriali messi in discussione proprio per l’incertezza sull’effettiva paternità dei testi. La vicenda ha aperto una riflessione sulla necessità di stabilire criteri più chiari per distinguere l’utilizzo dell’IA come semplice strumento di supporto dalla produzione sostanziale di un’opera.

E la risposta non sta necessariamente nel proibire la tecnologia.

Una delle strade che stanno emergendo è quella della trasparenza. La Society of Authors ha lanciato nel 2026 un’iniziativa denominata “Human Authored”, pensata per identificare le opere scritte da esseri umani in un mercato nel quale i contenuti generati dall’IA sono sempre più presenti.

Il concetto potrebbe sembrare sorprendente: fino a pochi anni fa un autore non aveva certo bisogno di dimostrare di essere umano. Oggi, invece, l’autore umano potrebbe doverlo dichiarare.

Anche il mondo delle librerie sta affrontando la questione. Barnes & Noble, per esempio, ha chiarito nel 2026 di adottare misure per escludere dai propri cataloghi online i libri generati dall’IA e di non ordinarli per i propri punti vendita, pur lasciando aperta la possibilità di valutare titoli dichiaratamente generati dall’IA qualora esistesse una domanda specifica del pubblico.

Ma cosa potrebbe significare tutto questo?

Secondo il Prof. Alberto Raffaelli, esperto di cultura editoriale e ideatore della community social Segnalazioni Letterarie (https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks: quasi 48.000 i membri), il punto non sarà soltanto stabilire se un libro sia stato scritto con l’IA, ma comprendere quanto dell’autore rimanga realmente dentro quelle pagine.

“L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario – osserva Raffaelli –, ma non dovrebbe cancellare la centralità dell’autore. Un libro non è soltanto una successione corretta di parole: è esperienza, sensibilità, memoria, visione, emozione. Il lettore cerca una voce, non semplicemente un testo”.

Tale riflessione apre un’altra prospettiva interessante. Potremmo assistere, nei prossimi anni, alla nascita di nuove forme di certificazione o dichiarazione della provenienza del contenuto: “Human Authored”, “AI Assisted”, “AI Generated”. Non necessariamente come marchi di qualità, ma come strumenti di informazione per permettere al lettore di sapere in quale modo è stata realizzata l’opera che sta acquistando.

“La trasparenza – aggiunge Raffaelli – potrebbe diventare un valore commerciale oltre che etico. Se il lettore saprà che dietro quelle pagine esiste una persona che ha vissuto, studiato, sofferto, osservato e trasformato la propria esperienza in racconto, tale consapevolezza potrebbe diventare parte stessa del valore del libro”.

È una sfida che coinvolgerà anche gli editori. Negli Stati Uniti si discute già della necessità di stabilire pratiche condivise tra autori, agenti ed editori, mentre l’Authors Guild ha aggiornato nel 2026 le proprie linee guida sull’utilizzo dell’IA da parte degli scrittori.

Il futuro, quindi, potrebbe portarci davanti a una situazione apparentemente paradossale: più l’IA sarà capace di scrivere, più il mercato potrebbe sentire il bisogno di valorizzare chi scrive senza delegare alla macchina la propria voce.

E qui il ruolo delle librerie potrebbe diventare decisivo. In mezzo a migliaia di titoli disponibili, il lettore potrebbe cercare non soltanto il genere, la trama o il prezzo, ma anche una garanzia di autenticità. Potrebbe voler sapere chi c’è dietro quella storia. E addirittura ci potrebbero essere scaffalature divise secondo questi nuovi criteri (idem dicasi per i bookstore on line).

Perché nell’epoca dei contenuti generati in pochi secondi, il vero lusso potrebbe diventare una cosa apparentemente antica: una voce umana riconoscibile. È questa, forse, la grande rivoluzione che dall’America potrebbe arrivare anche nelle librerie italiane: non la scomparsa dell’autore, ma la sua rivalutazione.

E il libro del futuro potrebbe dunque avere una nuova domanda sulla copertina, invisibile ma fondamentale: “Chi parla davvero attraverso queste pagine?”

Libro Intelligenza Artificiale

INTERVISTA AL PROF. ALBERTO RAFFAELLI: QUANDO L’IA SCRIVE, CHI RESTA DIETRO LE PAGINE?

Professor Raffaelli, negli Stati Uniti si discute sempre più del rischio che il mercato venga invaso da libri generati dall’IA. Dobbiamo davvero preoccuparci?

Credo che dobbiamo soprattutto essere consapevoli. L’IA non è nemico della letteratura, ma uno strumento potentissimo che può essere utilizzato bene oppure male. Il vero rischio nasce quando la tecnologia viene impiegata per produrre quantità enormi di libri privi di una reale identità autoriale. In quel caso non abbiamo più soltanto un’evoluzione tecnologica: abbiamo una trasformazione profonda del concetto stesso di libro.

 

Potremmo arrivare al punto in cui un lettore, entrando in libreria, vorrà sapere se il libro è stato scritto da un essere umano?

È assolutamente possibile. Anzi, credo che la trasparenza diventerà sempre più importante. Potremmo vedere indicazioni come “scritto da autore umano”, “realizzato con assistenza dell’IA” oppure “generato dall’IA”. Non necessariamente per creare una graduatoria tra libri buoni e cattivi, ma per consentire al lettore di compiere una scelta consapevole. Sapere come nasce un’opera potrebbe perciò diventare parte dell’esperienza stessa dell’acquisto.

Ma un libro scritto con l’aiuto dell’IA può essere considerato autentico?

Dipende da quanto spazio lasciamo alla macchina e quanto all’autore. Se l’IA viene utilizzata per correggere, organizzare, suggerire o supportare un processo creativo che rimane profondamente umano, siamo davanti a uno strumento. Se invece la macchina concepisce, sviluppa e scrive praticamente tutto, allora dobbiamo porci una domanda diversa: chi è realmente l’autore? L’autenticità non consiste nell’assenza assoluta di tecnologia, ma nella presenza riconoscibile di una persona dietro ciò che leggiamo.

 

Lei parla spesso del rapporto tra autore e lettore. L’IA rischia di spezzarlo?

Potrebbe, se dimenticassimo che la letteratura nasce anche da un incontro. Quando leggiamo un romanzo, una poesia o un’autobiografia, non incontriamo soltanto delle parole: incontriamo una sensibilità. Pensiamo a ciò che può trasmetterci una pagina scritta dopo un’esperienza realmente vissuta. Una macchina può imitare uno stile, costruire una frase perfetta, persino suscitare emozioni. Ma l’esperienza umana che ha generato quella pagina appartiene a qualcun altro. E questa differenza, secondo me, continuerà ad avere un peso enorme.

Secondo Lei le librerie italiane dovranno cambiare il modo di presentare i libri?

Probabilmente sì. La libreria del futuro potrebbe diventare anche un luogo nel quale il lettore viene aiutato a comprendere la storia editoriale del libro. Non soltanto “questo è un bestseller”, ma anche “questo è un libro nato da un’esperienza personale”, “questo autore ha utilizzato determinati strumenti tecnologici”, “questa opera è frutto di una collaborazione tra uomo e macchina”. Il libraio dal canto suo potrebbe assumere ancora maggiore importanza come figura capace di orientare il pubblico in un mercato sempre più affollato.

 

C’è però un paradosso: più l’IA diventa brava a scrivere, più potrebbe aumentare il desiderio di leggere qualcosa di autenticamente umano. È così?

È proprio questo il fenomeno che trovo più affascinante. Quando tutto diventa facilmente riproducibile, ciò che è autentico acquista valore. In futuro potremmo assistere a una vera rivalutazione dell’autore, della sua storia, della sua voce e persino delle sue imperfezioni. Una frase non perfetta, ma profondamente vissuta, potrebbe emozionare più di un testo tecnicamente impeccabile. L’IA potrebbe quindi ottenere un risultato inatteso: ricordarci quanto abbiamo bisogno degli esseri umani.

Allora quale sarà il vero valore di un libro nell’era dell’IA?

Credo che il valore sarà sempre meno legato alla semplice quantità di contenuti e sempre più alla loro autenticità. In un mondo nel quale possiamo generare migliaia di pagine in pochi istanti, ciò che farà la differenza sarà la capacità di dire qualcosa che abbia una voce, una memoria, un pensiero e un’anima. Il lettore non comprerà soltanto una storia: comprerà la possibilità di entrare in contatto con qualcuno attraverso quella storia. E finché esisterà questo incontro, il libro avrà ancora un futuro straordinario.

Libro etica intelligenza artificiale

La rivoluzione dell’IA non sembra dunque destinata a decretare la fine del libro, ma potrebbe cambiare profondamente il modo in cui lo scegliamo, lo acquistiamo e, soprattutto, lo consideriamo.

Dalle riflessioni del Prof. Alberto Raffaelli emerge una certezza: in un mercato sempre più affollato di contenuti, l’autenticità potrebbe diventare il nuovo valore aggiunto della letteratura. Sapere che dietro una pagina esiste una persona, con la propria esperienza, la propria sensibilità e il proprio universo emotivo, potrebbe tornare a essere un elemento decisivo per il lettore.

Forse nelle librerie di domani non cercheremo soltanto il bestseller, il titolo più pubblicizzato o quello diventato virale sui social. Cercheremo anche una voce nella quale riconoscerci. Perché una macchina può scrivere una storia, e anche bene. Ma una vita, con le sue ferite, le sue conquiste, i suoi ricordi e le sue emozioni, non può essere semplicemente generata con un comando.

Ed è proprio qui che potrebbe nascere la nuova sfida dell’editoria: in un futuro sempre più tecnologico, restituire al lettore il piacere di riconoscere, tra milioni di parole, quelle che hanno davvero qualcosa di umano da raccontare.

Libro Intelligenza Artificiale

 

Libreria

Libreria

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza