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L’esilio, l’anima e la “lingua della madre”: la poetessa Ermira D. Ifandi unisce le culture di Albania e Grecia

Il dolore dell’esilio e la battaglia per non perdere le proprie radici. La meravigliosa poesia “Sto Partendo” dell’autrice albanese Ermira D. Ifandi! 📖 🇦🇱 Quando si è costretti a lasciare il proprio Paese, il corpo inizia una nuova vita all’estero, ma una parte dell’anima rimane per sempre incatenata all’ombra degli alberi del nostro giardino d’infanzia! È questa l’emozione straziante che si prova leggendo la bellissima poesia “Sto partendo” della bravissima poetessa Ermira D. Ifandi. Nata in Albania (Fratar të Mallakastrës) e diplomatasi a Gjirokastër, Ermira vive e lavora da 20 anni in Grecia (ad Atene). Ma anziché dimenticare la propria cultura, ha trasformato la sua arte e le sue poesie (tradotte in volumi bilingue) in un indistruttibile “Ponte Culturale” tra le due Nazioni! Nella poesia che vi proponiamo oggi, Ermira parla proprio del trauma del distacco, di quella porta di casa lasciata aperta (come gli “occhi della memoria”) e del famoso “fiore dell’aquila” che aspetta chi deve partire. La chiusura del testo è da brividi, una vera e propria dichiarazione di resistenza contro lo smarrimento dell’identità: la poetessa continua a scrivere “per non dimenticare mai la LINGUA DELLA MADRE!”. Leggi il testo integrale della poesia e l’analisi letteraria nel nostro articolo! 👇 ✍️ Voi (o i vostri cari) avete mai provato il forte e malinconico dolore dell’emigrazione, vivendo lontani dalle vostre radici? Scrivete un pensiero per incoraggiare questa bravissima autrice!

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Ermira D. Ifandi

Redazione – Esiste un dolore silenzioso, intimo e struggente che accomuna milioni di persone in tutto il mondo: il dolore di chi è costretto a lasciare la propria terra d’origine per costruire il proprio futuro altrove. Ma l’emigrazione non è mai soltanto un distacco fisico, un mero attraversamento di confini geografici. È una vera e propria “scissione dell’anima”, una battaglia quotidiana per non perdere le proprie radici, i propri ricordi e, soprattutto, la propria lingua madre.
È esattamente questo il delicatissimo e potente abisso emozionale in cui ci trascina oggi la bravissima poetessa Ermira D. Ifandi. Nata il 3 giugno 1975 a Fratar të Mallakastrës (Albania) e diplomata presso l’Università “Eqrem Çabej” di Gjirokastër (con indirizzo “Insegnante per il ciclo inferiore”), Ermira vive ormai da quasi due decenni con la sua famiglia ad Atene, in Grecia. Lontana fisicamente da casa, ma indissolubilmente legata alla lingua, alla cultura e all’immensa creatività albanese.
Giorno dopo giorno, verso dopo verso, questa straordinaria autrice è riuscita a trasformare la parola scritta e la poesia in un indistruttibile ponte culturale tra le due nazioni.

Il successo letterario di una voce dell’anima

Il talento letterario di Ermira D. Ifandi non è certamente passato inosservato agli occhi dei critici balcanici. Fin dagli esordi ha partecipato a prestigiosi concorsi letterari (come quelli organizzati da Radio Tirana) pubblicando su numerosi giornali locali di Gjirokastër e Tepelenë.
Il culmine del suo percorso artistico-culturale come “ponte” tra due popoli è rappresentato dalla preziosissima pubblicazione del volume poetico bilingue (albanese e greco) dal titolo emblematico: “ÇAST – ΣΤΙΓΜΗ” (Attimo). La sua profonda creatività è stata elogiata e valutata da noti critici letterari del calibro di Robert Martiko, Luan Rama, Agon Halabaku e Margarit Done. Proprio Martiko, inoltre, ha incluso autorevoli studi e critiche sulle poesie di Ermira all’interno del suo celebre libro “Kur toka flet me qiellin”.
La sua voce poetica compare oggi in numerosissime antologie (come “Stina poetike”, selezionata da Pëllumb Troçi, e “NA bashkoi poezia”) e sulle pagine delle principali testate culturali, tra cui Gazeta Destinacioni, Gazeta Letraria, Gazeta Ciceroni, Revista Vlera, Revista Miriade, Qendra Press, Albania Press, Nevvsin.al e VVINDOVV.AL.

“Sto Partendo”: un viaggio nel dolore della memoria

La poesia che vi presentiamo oggi, intitolata “Sto Partendo”, è un capolavoro di malinconia e rassegnazione. I primissimi versi ci descrivono l’istante esatto del distacco. La porta di casa che resta aperta non è una semplice dimenticanza, ma rappresenta “gli occhi della memoria” che scrutano il passato. Il balcone, l’ultimo gradino e l’immancabile “fiore dell’aquila” (simbolo potentissimo dell’identità albanese) diventano i muti testimoni di un addio che non si consuma mai del tutto.
“La mia permanenza non si misura in giorni. È l’anima che non ha imparato ad allontanarsi”, scrive magistralmente l’autrice. Ed è proprio questa la condanna (e al tempo stesso la salvezza) di ogni emigrato: il corpo viaggia, lavora, si sposta in una nazione straniera, ma l’anima rimane incatenata lì, “all’ombra del gelso” del proprio giardino d’infanzia.

La lingua del cielo e la lingua della madre

L’ultima strofa della poesia si eleva verso l’alto, guardando alle nuvole. Le nuvole formano “un’altra vita, un regno”, una metafora della nuova vita all’estero, spesso vissuta con la testa rivolta verso il cielo, in cerca di speranza. Ma è la potentissima chiusura del testo a togliere il fiato al lettore.
La figura femminile (forse un’anima perduta, forse un sogno svanito) se ne va “forse per imparare la lingua del cielo”. La poetessa, invece, oppone una ferma resistenza terrena. Resta ancorata alla vita e alla parola scritta per un unico, sacrosanto motivo: “Per non dimenticare la lingua della madre”. Un grido d’amore struggente per la propria patria, che vince lo spazio, il tempo e l’esilio.

Il testo integrale della poesia

Vi lasciamo ora ai versi bellissimi ed evocativi di questa autrice italo-greco-albanese.

STO PARTENDO
La porta è rimasta aperta,
come gli occhi della memoria
sul balcone,
dove finisce l’ultimo gradino
e il fiore dell’aquila
aspetta e accompagna.
Sto partendo,
la mia permanenza non si misura in giorni.
È l’anima
che non ha imparato ad allontanarsi.
Rimango lì,
silenzio
all’ombra del gelso.
Sto partendo
con il cielo aperto
sopra di me.
Le nuvole
avevano formato
un’altra vita,
un regno.
Una
mi sorrideva.
Il cuore la riconobbe
prima che si posasse
come un agnello mansueto
sul prato bianco.
Lei se ne andò,
forse per imparare
la lingua del cielo.
Io,
per non dimenticare
la lingua della madre.

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Il diritto di cambiare non dovrebbe avere una data di scadenza

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro tempo: diciamo alle persone che possono cambiare, ricominciare, diventare migliori; poi costruiamo una società digitale che conserva tutto ciò che sono state. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia, una frase infelice, una stagione sbagliata della vita possono rimanere sospesi nella rete per anni, talvolta per sempre. Basta digitare un nome e il passato ritorna, non bussa, non domanda permesso, non si preoccupa di sapere quanta vita sia trascorsa nel frattempo. Ed è proprio qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una questione profondamente umana.Quanto passato deve continuare a possedere una persona?È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, perché siamo entrati nell’epoca della memoria assoluta senza domandarci se l’essere umano sia fatto per sopportarla.

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Letizia Bonelli

Redazione-  C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro tempo: diciamo alle persone che possono cambiare, ricominciare, diventare migliori; poi costruiamo una società digitale che conserva tutto ciò che sono state. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia, una frase infelice, una stagione sbagliata della vita possono rimanere sospesi nella rete per anni, talvolta per sempre. Basta digitare un nome e il passato ritorna, non bussa, non domanda permesso, non si preoccupa di sapere quanta vita sia trascorsa nel frattempo. Ed è proprio qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una questione profondamente umana.Quanto passato deve continuare a possedere una persona?È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, perché siamo entrati nell’epoca della memoria assoluta senza domandarci se l’essere umano sia fatto per sopportarla. Per secoli abbiamo affidato al tempo una funzione preziosa: selezionare; alcune cose rimanevano, altre lentamente perdevano forza, non perché la verità dovesse essere cancellata, ma perché la vita continuava. Oggi il digitale ha spezzato questo equilibrio. La rete non conosce il tempo come lo conosciamo noi, per un motore di ricerca, ciò che è accaduto quindici anni fa può trovarsi a pochi millimetri da ciò che è accaduto ieri. Il passato non è più alle nostre spalle: compare davanti a noi su uno schermo e così può accadere qualcosa di paradossale, una persona cambia, mentre la sua identità digitale rimane immobile. L’uomo evolve, l’algoritmo archivia. L’uomo comprende, paga, soffre, ripara, ricostruisce; l’informazione, invece, può continuare a riproporre una fotografia cristallizzata di ciò che egli è stato. È questa sproporzione che dovrebbe interrogarci. Non sto sostenendo che la storia debba essere riscritta o che le responsabilità debbano scomparire, sarebbe pericoloso. La libertà di informazione, il diritto di cronaca, la memoria collettiva e l’interesse pubblico sono pilastri di una società democratica.

Ma proprio una democrazia matura deve essere capace di distinguere tra ricordare ciò che è rilevante e condannare qualcuno a essere ricordato soltanto per ciò che è stato,sono due cose completamente diverse. Il diritto all’oblio nasce dentro questa tensione delicatissima, non è il diritto alla menzogna, non è una gomma con cui cancellare la storia e non dovrebbe mai trasformarsi nello strumento attraverso il quale il potente riscrive il proprio passato. È, piuttosto, il riconoscimento di un principio molto più difficile: il tempo modifica il peso delle informazioni. Una notizia può essere vera e tuttavia, dopo molti anni, non rappresentare più correttamente la persona alla quale continua a essere associata. La verità di un fatto non coincide necessariamente con la verità di una vita,ed è forse questo il punto che la società digitale fatica maggiormente a comprendere. Noi siamo molto più della cosa peggiore che abbiamo fatto, della pagina più dolorosa che ci riguarda, dell’errore che qualcuno ha raccontato di noi. Una biografia non è una sentenza, eppure oggi rischiamo di vivere dentro identità costruite non da ciò che siamo, ma da ciò che viene trovato per primo. La prima pagina di un motore di ricerca è diventata, silenziosamente, una nuova forma di presentazione sociale. Prima ancora di incontrare qualcuno possiamo averlo già “conosciuto” attraverso risultati, fotografie, articoli e frammenti, ma conoscere informazioni su una persona non significa conoscere una persona. Questa distinzione sembra banale, ma non lo è affatto. Perché dietro un risultato di ricerca può esserci qualcuno che nel frattempo ha costruito una famiglia, trovato un lavoro, attraversato un dolore, restituito ciò che doveva restituire, chiesto perdono, ricominciato. C’è una parola antica che il mondo digitale dovrebbe tornare a frequentare: possibilità. La possibilità di non coincidere eternamente con il proprio passato. La possibilità di essere giudicati anche per ciò che siamo diventati. La possibilità che il tempo non sia soltanto una successione di giorni, ma abbia realmente il potere di trasformare l’uomo, perché altrimenti dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: predichiamo la riabilitazione, ma pratichiamo la condanna permanente.

E una società che non concede seconde possibilità diventa inevitabilmente una società più crudele. C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa, stiamo consegnando agli algoritmi una parte sempre maggiore della costruzione della reputazione umana. Non perché gli algoritmi abbiano intenzioni morali, non ne hanno, ma perché ordinano, selezionano, rendono visibile. Ciò che appare per primo acquista peso. Ciò che viene ripetuto sembra più importante. Ciò che rimane accessibile sembra ancora presente e lentamente rischiamo di confondere visibilità con verità. È qui che il diritto deve continuare a fare il proprio mestiere: mettere l’essere umano al centro della tecnologia, e non il contrario. Non possiamo pretendere che la rete abbia coscienza. Possiamo però pretendere che la società che la governa ne abbia una. Significa trovare equilibri difficili, certamente. Significa valutare l’interesse pubblico, il tempo trascorso, il ruolo della persona, la natura dei fatti, il diritto dei cittadini a essere informati. I Non esistono formule automatiche e forse è proprio questo il punto: quando si parla di dignità umana, l’automatismo è quasi sempre una cattiva soluzione. Dietro ogni richiesta di oblio esiste una storia diversa a volte deve prevalere la memoria.

Altre volte deve prevalere il diritto della persona a non essere inseguita per sempre da qualcosa che non rappresenta più il suo presente. La civiltà sta nella capacità di distinguere. Mi domando spesso che cosa resterà di questa nostra epoca. Probabilmente saremo la prima generazione ad aver lasciato dietro di sé una quantità quasi infinita di tracce: parole, immagini, commenti, errori, entusiasmi, ingenuità. Forse proprio per questo dovremo imparare una nuova forma di misericordia laica: non dimenticare necessariamente i fatti, ma permettere alle persone di superarli. Non tutto ciò che tecnicamente può essere conservato deve necessariamente governare per sempre la vita di qualcuno. La memoria è indispensabile alla civiltà, ma anche l’oblio, quando è giusto, ha una funzione civile, perché dimenticare non significa sempre cancellare. A volte significa semplicemente rimettere il passato al suo posto, dietro di noi, non davanti alla porta di ogni futuro possibile. E forse il grado di umanità della società digitale si misurerà proprio da questo, non da quanto saremo diventati capaci di ricordare, ma da quanto saremo ancora capaci di riconoscere che un essere umano può cambiare. Perché nessuno dovrebbe essere obbligato a trascorrere tutta la propria vita chiedendo perdono a Internet per essere stato, un giorno, una persona diversa da quella che è diventato.

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Il notaio nell’albero e il ladro redento: la magica fiaba di Marzia Sottero che insegna ai bambini il valore dell’amicizia e della tolleranza

La magia delle favole d’autore si accende per insegnare ai bambini il valore dell’amicizia e della solidarietà! 📖🌳 Esce nelle librerie “Notar Tasso e Muffa il re della truffa” (Hever Edizioni), la straordinaria e divertente opera di Marzia Sottero illustrata da Art Élysée. Un viaggio viscerale e mozzafiato all’interno di uno studio-albero, dove i colpi di scena e la redenzione di un ladro strambo guariscono il cuore e aiutano lo sviluppo cognitivo dei piccoli lettori. ✨❤️ Splendida la dedica agli alunni di quinta elementare che hanno aiutato a creare i personaggi sotto i rami di una grande quercia. Leggi qui per scoprire i dettagli della trama, il prezzo e come farsi rapire da questa favola indimenticabile! 👇

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libro Marzia Sottero

Torino – Ci sono libri per l’infanzia che rifiutano la narrazione didascalica o la morale preconfezionata per farsi veri e propri dispositivi poetici, mappe d’orientamento interiore capaci di stimolare l’immaginazione dei più piccoli e curare, al contempo, le solitudini e le fragilità dell’uomo contemporaneo. Il panorama della letteratura favolistica italiana si arricchisce di una gemma preziosa, densa di pathos, bizzarria e straordinaria energia espressiva. Arriva nelle librerie e nei circuiti editoriali nazionali la nuova, attesissima ed esuberante avventura scritta da Marzia Sottero, intitolata significativamente “Notar Tasso e Muffa il re della truffa” . Il volume, impreziosito e reso unico dai suggestivi, dinamici e magnetici disegni firmati da Art Élysée, si propone di scompigliare radicalmente il canone della fiaba tradizionale, trasportando i lettori all’interno di un microcosmo fantastico dove la scaltrezza si scontra con l’onestà e i tranelli della vita si superano solo facendo squadra.

La trama, fluida e ricca di colpi di scena inaspettati, ruota attorno alla figura metodica, riflessiva e trasparente di Notar Tasso, un saggio notaio che si trova a dover fronteggiare le incursioni malandrine di Muffa, un ladro acrobata ed enigmatico. Imboscato con destrezza all’interno dello studio del professionista – ricavato poeticamente nel tronco cavo di un grande albero secolare –, Muffa tenta di depredare l’ufficio e di impossessarsi di ricchi bottini. Da questo scontro di intelligenze, Marzia Sottero edifica una serrata e macchinosa caccia agli indizi. Attraverso peripezie spericolate e perlustrazioni sotterranee, il racconto analizza le sfumature dell’animo umano, dimostrando come un ingegno brillante, se orientato verso fini più nobili e protetti, possa trasformarsi nella scintilla ideale per un’impresa formativa in grado di modificare il carattere e rendere migliori le persone.

La redenzione di Muffa e il risveglio psicofisico attraverso la natura

Lontano dalle vuote trappole degli algoritmi digitali e dei social network che anestetizzano la crescita dei teenager, l’opera di Marzia Sottero si pone come un presidio di prossimità e di ecologia profonda. L’autrice ambienta in uno scenario fantastico la superficie visibile dei sentimenti, descrivendo la saggia riservatezza di un incantesimo morale mirato al superamento dei sogni tormentosi e angosciosi da cui il re della truffa Muffa è perseguitato. Il sollievo e il conforto finale non arriveranno dal possesso di beni materiali o di oro accumulato, bensì dal recupero del patrimonio più importante della nostra civiltà: quello delle relazioni umane autentiche, della tolleranza reciproca e della condivisione pacifica del rispetto per la natura incontaminata.

Le allegoriche descrizioni adagiate su una fatidica e commovente redenzione offrono uno strumento di sviluppo cognitivo formidabile per i piccoli lettori delle scuole elementari. La Sottero gestisce amabilmente la propria espressione artistica, dimostrando una profonda e fertile conoscenza del mondo leggendario dell’incredibile. La scrittrice sa bene che la qualità benefica e risolutiva dell’invisibile tensione emotiva è l’unica forza capace di plasmare la realtà e simulare le possibilità di riscatto civile contro l’isolamento. Il significato profetico delle sue fiabe manifesta un solido principio d’identità, in cui il disegno della fantasticheria contribuisce a dilatare la residenza del cuore e a infondere nelle nuove generazioni una rinnovata fiducia nel futuro e nella solidarietà intergenerazionale.

La dedica solenne agli ex alunni e il segreto della grande quercia nel cortile

A rendere questo libro un autentico manifesto di pedagogia sociale e di sussidiarietà orizzontale interviene una retroscena editoriale di straordinaria e struggente dolcezza umana. Il volume reca infatti una solenne e commovente dedica agli ex alunni di una classe quinta elementare. I bambini, insieme alle loro maestre, hanno attivamente disegnato, colorato e immaginato i personaggi di Notar Tasso e di Muffa sul panno dei loro banchi, quando la fiaba era ancora in via di formazione nella mente dell’autrice. Questo laboratorio creativo sul campo ha goduto del sostegno carezzevole, magico e protettivo di una grande e monumentale quercia che svetta nel cortile della scrittrice, un guardiano verde che ha ispirato le trame e i profumi di un testo che farà innamorare le famiglie italiane.

Acquistare e leggere “Notar Tasso e Muffa il re della truffa” significa compiere un vero e proprio gesto d’amore verso la cultura libera, sostenendo un’editoria di qualità che mette la tecnologia dell’immaginazione al servizio del benessere psicofisico dei minori. Il volume di Hever Edizioni si conferma come un regalo di Natale o di inizio anno scolastico ideale, un salotto di parole pulite in cui genitori e figli possono incontrarsi per riscoprire la bellezza della lettura ad alta voce. Marzia Sottero ci ricorda che la provincia e i piccoli borghi italiani sono fucine inesauribili di storie e di talenti capaci di conquistare l’Europa con le armi della fantasia, dimostrando che finché ci saranno maestre e scrittori pronti a far sognare un bambino, la speranza di un mondo migliore non smetterà mai di essere scritta. 👇

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I versi che salvano dall’anoressia sul podio della solidarietà: a Roma Alberto Dionisi presenta “Gli Sport di Greg” contro i disturbi alimentari

La poesia dello sport si unisce alla lotta contro i disturbi alimentari nel cuore di Roma! 🏛️📚 Lunedì 14 settembre alle 19:00, l’Arena Cinema Cinevillage di Piazza Vittorio Emanuele ospita la presentazione del libro candidato allo Strega Poesia “Gli Sport di Greg” del giornalista Alberto Dionisi. 🏅✨ Un viaggio viscerale e gratuito in versi che trasforma la fatica dell’atleta nella metafora del percorso di guarigione dall’anoressia. L’evento, moderato da Lara Di Carlo con firme come Luigi Ferrajolo e Alvaro Moretti, sosterrà direttamente l’Associazione Donna Donna Onlus con l’intero ricavato delle vendite. Leggi qui per scoprire i dettagli della trama, gli orari dell’incontro e come fare squadra per sostenere chi soffre! 👇

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Locandina evento Roma

Roma – Ci sono libri che non si limitano a riempire gli scaffali delle biblioteche con parole allineate sul foglio, ma che possiedono la forza dirompente di un raggio di sole, capace di squarciare il buio della sofferenza e dell’isolamento per farsi scudo sociale, presidio di legalità e balsamo per le ferite invisibili dell’anima. La storica e monumentale cornice di Piazza Vittorio Emanuele, trasformata nel cuore dell’Estate Romana in un avamposto di cultura diffusa grazie all’Arena Cinema del Cinevillage, si prepara a ospitare un appuntamento letterario e civile di straordinaria e commovente intensità emotiva. Lunedì 14 settembre 2026, a partire dalle ore 19:00, i riflettori si accenderanno sulla presentazione ufficiale del volume “Gli Sport di Greg. Quando lo sport è poesia”. L’opera, magistralmente scritta dal giornalista Alberto Dionisi e data alle stampe dalla raffinata casa editrice Pan di Lettere, si offre alla cittadinanza come un manifesto di speranza contro i disturbi del comportamento alimentare (DCA).

L’evento, inserito con orgoglio all’interno del prestigioso cartellone della rassegna culturale “Voci di Libri Estate” (promossa nell’ambito del format di prossimità #arteallaperto – Libri & Spritz), vedrà l’autore confrontarsi a viso aperto con tre firme illustri, colte e autorevoli del giornalismo e dello sport italiano: Luigi Ferrajolo, Alvaro Moretti e Alessio Maldini. Il dibattito, moderato con eleganza e tempi giornalistici impeccabili da Lara Di Carlo, sarà arricchito da un momento di profonda suggestione acustica. La lettura interpretativa dei versi più toccanti e graffianti della raccolta sarà infatti affidata alla voce e alla sensibilità degli attori Nunzia G. Plastino e Francesco Petibon, capaci di dare un corpo e un respiro sonoro al silenzio da cui l’opera stessa ha avuto origine.

La metafora dell’atleta e la lotta quotidiana contro lo specchio

Composta da sessantatré pagine di istantanee in versi liberi e fluidi, la raccolta di Alberto Dionisi ha già calamitato l’attenzione della critica letteraria nazionale, ottenendo le prestigiose candidature ufficiali al Premio Strega Poesia 2026 e al Festival del Calcio Italiano & Festival della Letteratura Sportiva 2026. L’opera nasce da un percorso di fortissima empatia umana e civile, ed è interamente dedicata a “Greg”, lo pseudonimo poetico dietro cui si nasconde una ragazza reale impegnata nell’affrontare il duro, complesso e tortuoso percorso di guarigione dall’anoressia. Dionisi edifica un parallelismo coraggioso e geniale tra lo sforzo fisico, la disciplina e la fatica dell’atleta in gara sul campo e la quotidiana, logorante lotta interiore condotta da chi soffre di disturbi alimentari, trasformando la pratica sportiva nella metafora perfetta del riscatto sociale e della rinascita psicofisica.

I disturbi del comportamento alimentare, come l’anoressia nervosa e la bulimia, rappresentano patologie complesse che affondano le radici in fattori biologici, psicologici e sociali, colpendo duramente la salute e l’identità di migliaia di giovani nel nostro Paese. I sintomi, che si manifestano attraverso una dolorosa alterazione del rapporto con il cibo e con il proprio corpo, richiedono un approccio di cura multidisciplinare guidato da medici esperti, psicologi e nutrizionisti. In questa ottica di solidarietà e trasparenza, l’opera di Dionisi rifiuta le vuote trappole degli algoritmi digitali e dei social network per farsi strumento di sensibilizzazione attiva: l’intero ricavato delle vendite del volume sarà infatti integralmente devoluto all’Associazione Donna Donna Onlus (visibile sul portale www.donnadonnaonlus.org), una realtà preziosa e trasparente impegnata quotidianamente nel supporto, nell’ascolto protetto e nella cura di chi combatte per riappropriarsi della propria vita.

La poesia come atto di resistenza civile contro la solitudine dei nostri giorni

La presentazione a Piazza Vittorio Emanuele dimostra la vitalità delle politiche culturali di prossimità portate avanti dall’amministrazione e dall’associazionismo romano, capaci di trasformare una serata di fine estate in un laboratorio di cittadinanza attiva e di welfare integrato. Quando la poesia si sposa con la beneficenza e con la tutela della salute dei più fragili, cessa di essere una fredda esercitazione accademica per farsi patrimonio comune, un luogo in cui le diverse generazioni possono incontrarsi, dialogare e fare squadra contro l’indifferenza. La forza dei versi di Dionisi risiede nella capacità di dimostrare che nessuna persona che attraversa il tunnel dei DCA deve essere lasciata sola o invisibile sul ciglio della strada.

Partecipare all’incontro di lunedì 14 settembre significa compiere un vero e proprio gesto d’amore e di solidarietà nei confronti del proprio territorio, sostenendo con trasparenza la battaglia di Donna Donna Onlus per l’accesso universale a cure dignitose e tempestive. Roma vi aspetta a braccia aperte all’ombra dei pini del Cinevillage per una notte densa di emozioni pure, dove la cronaca dello sport si fa poesia dell’anima e la fragilità si tramuta nella scintilla per un futuro di reale progresso civile e uguaglianza sociale. Non fatevi raccontare questo evento dai social il giorno dopo: prendete posto in platea, stringete il libro tra le mani e lasciatevi spettinare la coscienza da una storia che ha scelto la bellezza come unica e splendida bandiera di riscatto. 👇

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