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Il diritto di cambiare non dovrebbe avere una data di scadenza

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro tempo: diciamo alle persone che possono cambiare, ricominciare, diventare migliori; poi costruiamo una società digitale che conserva tutto ciò che sono state. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia, una frase infelice, una stagione sbagliata della vita possono rimanere sospesi nella rete per anni, talvolta per sempre. Basta digitare un nome e il passato ritorna, non bussa, non domanda permesso, non si preoccupa di sapere quanta vita sia trascorsa nel frattempo. Ed è proprio qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una questione profondamente umana.Quanto passato deve continuare a possedere una persona?È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, perché siamo entrati nell’epoca della memoria assoluta senza domandarci se l’essere umano sia fatto per sopportarla.

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Letizia Bonelli

Redazione-  C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro tempo: diciamo alle persone che possono cambiare, ricominciare, diventare migliori; poi costruiamo una società digitale che conserva tutto ciò che sono state. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia, una frase infelice, una stagione sbagliata della vita possono rimanere sospesi nella rete per anni, talvolta per sempre. Basta digitare un nome e il passato ritorna, non bussa, non domanda permesso, non si preoccupa di sapere quanta vita sia trascorsa nel frattempo. Ed è proprio qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una questione profondamente umana.Quanto passato deve continuare a possedere una persona?È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, perché siamo entrati nell’epoca della memoria assoluta senza domandarci se l’essere umano sia fatto per sopportarla. Per secoli abbiamo affidato al tempo una funzione preziosa: selezionare; alcune cose rimanevano, altre lentamente perdevano forza, non perché la verità dovesse essere cancellata, ma perché la vita continuava. Oggi il digitale ha spezzato questo equilibrio. La rete non conosce il tempo come lo conosciamo noi, per un motore di ricerca, ciò che è accaduto quindici anni fa può trovarsi a pochi millimetri da ciò che è accaduto ieri. Il passato non è più alle nostre spalle: compare davanti a noi su uno schermo e così può accadere qualcosa di paradossale, una persona cambia, mentre la sua identità digitale rimane immobile. L’uomo evolve, l’algoritmo archivia. L’uomo comprende, paga, soffre, ripara, ricostruisce; l’informazione, invece, può continuare a riproporre una fotografia cristallizzata di ciò che egli è stato. È questa sproporzione che dovrebbe interrogarci. Non sto sostenendo che la storia debba essere riscritta o che le responsabilità debbano scomparire, sarebbe pericoloso. La libertà di informazione, il diritto di cronaca, la memoria collettiva e l’interesse pubblico sono pilastri di una società democratica.

Ma proprio una democrazia matura deve essere capace di distinguere tra ricordare ciò che è rilevante e condannare qualcuno a essere ricordato soltanto per ciò che è stato,sono due cose completamente diverse. Il diritto all’oblio nasce dentro questa tensione delicatissima, non è il diritto alla menzogna, non è una gomma con cui cancellare la storia e non dovrebbe mai trasformarsi nello strumento attraverso il quale il potente riscrive il proprio passato. È, piuttosto, il riconoscimento di un principio molto più difficile: il tempo modifica il peso delle informazioni. Una notizia può essere vera e tuttavia, dopo molti anni, non rappresentare più correttamente la persona alla quale continua a essere associata. La verità di un fatto non coincide necessariamente con la verità di una vita,ed è forse questo il punto che la società digitale fatica maggiormente a comprendere. Noi siamo molto più della cosa peggiore che abbiamo fatto, della pagina più dolorosa che ci riguarda, dell’errore che qualcuno ha raccontato di noi. Una biografia non è una sentenza, eppure oggi rischiamo di vivere dentro identità costruite non da ciò che siamo, ma da ciò che viene trovato per primo. La prima pagina di un motore di ricerca è diventata, silenziosamente, una nuova forma di presentazione sociale. Prima ancora di incontrare qualcuno possiamo averlo già “conosciuto” attraverso risultati, fotografie, articoli e frammenti, ma conoscere informazioni su una persona non significa conoscere una persona. Questa distinzione sembra banale, ma non lo è affatto. Perché dietro un risultato di ricerca può esserci qualcuno che nel frattempo ha costruito una famiglia, trovato un lavoro, attraversato un dolore, restituito ciò che doveva restituire, chiesto perdono, ricominciato. C’è una parola antica che il mondo digitale dovrebbe tornare a frequentare: possibilità. La possibilità di non coincidere eternamente con il proprio passato. La possibilità di essere giudicati anche per ciò che siamo diventati. La possibilità che il tempo non sia soltanto una successione di giorni, ma abbia realmente il potere di trasformare l’uomo, perché altrimenti dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: predichiamo la riabilitazione, ma pratichiamo la condanna permanente.

E una società che non concede seconde possibilità diventa inevitabilmente una società più crudele. C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa, stiamo consegnando agli algoritmi una parte sempre maggiore della costruzione della reputazione umana. Non perché gli algoritmi abbiano intenzioni morali, non ne hanno, ma perché ordinano, selezionano, rendono visibile. Ciò che appare per primo acquista peso. Ciò che viene ripetuto sembra più importante. Ciò che rimane accessibile sembra ancora presente e lentamente rischiamo di confondere visibilità con verità. È qui che il diritto deve continuare a fare il proprio mestiere: mettere l’essere umano al centro della tecnologia, e non il contrario. Non possiamo pretendere che la rete abbia coscienza. Possiamo però pretendere che la società che la governa ne abbia una. Significa trovare equilibri difficili, certamente. Significa valutare l’interesse pubblico, il tempo trascorso, il ruolo della persona, la natura dei fatti, il diritto dei cittadini a essere informati. I Non esistono formule automatiche e forse è proprio questo il punto: quando si parla di dignità umana, l’automatismo è quasi sempre una cattiva soluzione. Dietro ogni richiesta di oblio esiste una storia diversa a volte deve prevalere la memoria.

Altre volte deve prevalere il diritto della persona a non essere inseguita per sempre da qualcosa che non rappresenta più il suo presente. La civiltà sta nella capacità di distinguere. Mi domando spesso che cosa resterà di questa nostra epoca. Probabilmente saremo la prima generazione ad aver lasciato dietro di sé una quantità quasi infinita di tracce: parole, immagini, commenti, errori, entusiasmi, ingenuità. Forse proprio per questo dovremo imparare una nuova forma di misericordia laica: non dimenticare necessariamente i fatti, ma permettere alle persone di superarli. Non tutto ciò che tecnicamente può essere conservato deve necessariamente governare per sempre la vita di qualcuno. La memoria è indispensabile alla civiltà, ma anche l’oblio, quando è giusto, ha una funzione civile, perché dimenticare non significa sempre cancellare. A volte significa semplicemente rimettere il passato al suo posto, dietro di noi, non davanti alla porta di ogni futuro possibile. E forse il grado di umanità della società digitale si misurerà proprio da questo, non da quanto saremo diventati capaci di ricordare, ma da quanto saremo ancora capaci di riconoscere che un essere umano può cambiare. Perché nessuno dovrebbe essere obbligato a trascorrere tutta la propria vita chiedendo perdono a Internet per essere stato, un giorno, una persona diversa da quella che è diventato.

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Lifestyle

“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Lifestyle

Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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