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Attualità

L’ombra del metodo mafioso sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Il magistrato Imparato: “La vittima, però, dovrebbe sporgere querela”

Il magistrato Annalisa Imparato fa tremare il caso Ranucci in diretta a “Filorosso”: “C’è l’ombra del metodo mafioso, ma la vittima dovrebbe sporgere querela!” ⚖️ 🚨 L’inquietante caso dell’attentato sventato ai danni di Sigfrido Ranucci (lo storico conduttore della trasmissione d’inchiesta “Report”) torna ad accendere la televisione italiana! Ieri sera, ospite del salotto di “Filorosso” su Rai 3 (condotto da Antonino Monteleone e Adele Grossi), è intervenuta l’autorevole magistrato Annalisa Imparato, che ha analizzato chirurgicamente le dinamiche della tentata aggressione. Il suo primo monito, dal peso giudiziario enorme, è stato rivolto proprio alla vittima: “Se viene messa a rischio l’incolumità mia e della mia famiglia, sarebbe utile sporgere formalmente una querela”. Al momento, infatti, Ranucci non lo avrebbe ancora fatto! Il magistrato ha poi smontato la figura dei sicari incaricati di colpire il giornalista: non professionisti, ma criminali comuni usciti dal carcere, abituati alla malavita e tenuti appositamente all’oscuro dei segreti dei potenti! L’attenzione si sposta così sul ruolo del presunto mandante, Valter Lavitola: “Le vere logiche di potere che stanno alla base della scelta di Lavitola non dovevano essere conosciute dagli esecutori. Il vero movente ce l’ha chi pianifica a tavolino il delitto!”. Un complotto mostruoso, che ha spinto la Procura a contestare la durissima aggravante del “metodo mafioso” (basato proprio sulla forza intimidatrice). Leggi i retroscena choc dell’inchiesta nel nostro articolo di cronaca giudiziaria! 👇 📰 Secondo voi, un giornalista che subisce minacce di questa gravità, non dovrebbe querelare immediatamente i suoi carnefici per far scattare processi più duri?

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Filorosso

Redazione – Pianificare a tavolino un attentato violento contro un giornalista d’inchiesta non rappresenta soltanto una gravissima violazione del codice penale, ma costituisce un attacco diretto, vile e spaventoso al cuore stesso della democrazia e della libertà d’informazione di un intero Paese. È per questo motivo che l’inquietante caso giudiziario legato al progettato (e per fortuna sventato) attentato ai danni di Sigfrido Ranucci, volto storico della trasmissione d’inchiesta televisiva Report, continua a tenere banco sulle prime pagine dei giornali e nei salotti televisivi di tutta Italia.
A gettare nuova luce sui torbidi contorni di questa pesantissima vicenda è intervenuto, nelle scorse ore, un autorevole esponente della magistratura italiana: la dottoressa Annalisa Imparato. Ospite di punta nel salotto della seguitissima trasmissione “Filorosso”, andata in onda nella prima serata di Rai 3 e brillantemente condotta dai giornalisti Antonino Monteleone e Adele Grossi, il magistrato ha sviscerato senza mezzi termini le logiche criminali che si celano dietro le quinte di questo inquietante complotto.

Il paradosso procedurale: la mancanza della querela

Il primo, clamoroso passaggio dell’intervento televisivo del magistrato Imparato ha riguardato un aspetto strettamente giuridico e procedurale, che ha però un peso specifico enorme sullo sviluppo delle indagini e del futuro processo. L’ospite di Filorosso, infatti, ha voluto richiamare con forza l’attenzione sulla posizione dell’attuale “persona offesa” (ovvero lo stesso giornalista Sigfrido Ranucci).
«Se viene messa concretamente a rischio la mia incolumità fisica e quella dei miei familiari», ha sottolineato con grande pragmatismo il magistrato Imparato in diretta nazionale, «sarebbe assolutamente utile e doveroso sporgere formalmente una querela». Un monito precisissimo, dettato dal fatto che, paradossalmente, allo stato attuale delle cose e nonostante la palese e gravissima situazione di cui sarebbe vittima conclamata, il conduttore di Report sembrerebbe non aver ancora provveduto a denunciare formalmente i fatti sporgendo querela alle forze dell’ordine.

I sicari: criminali comuni lontani dalle logiche di potere

L’analisi del magistrato si è poi spostata, con lucidità clinica, sul livello operativo dell’attentato, tracciando un crudo profilo sociologico e criminale di coloro che avrebbero dovuto essere gli spietati esecutori materiali del piano violento contro Ranucci.
Non stiamo parlando di raffinati killer internazionali, ma di “personaggi cresciuti in un contesto ad altissima densità criminale”, pregiudicati usciti da istituti penitenziari dopo aver scontato vecchie pene, ormai lontane nel tempo. Soprattutto, la Imparato ha chiarito un concetto fondamentale: questa manovalanza armata è composta da soggetti abituati ad eseguire ordini per denaro, ma strutturalmente “lontanissimi dalle logiche di potere” che muovono i fili del Paese.

Il mandante Lavitola e il metodo mafioso

Ed è proprio sulla netta separazione tra il “braccio armato” e la “mente” del complotto che si gioca la partita giudiziaria decisiva. Sul movente dell’attentato, la dottoressa Imparato ha rimarcato l’abisso che separa chi preme fisicamente il grilletto da chi ordisce e preordina il delitto nelle stanze segrete. «Le logiche di potere e i ricatti che stanno alla base della scelta criminale compiuta da Valter Lavitola», ha tuonato il magistrato ai microfoni di Rai 3, «non devono e non possono necessariamente essere conosciute in anticipo dagli esecutori materiali. Il movente spetta unicamente a chi preordina il piano a tavolino e sceglie deliberatamente di far commettere quel preciso delitto».
Un’architettura criminale agghiacciante, che ha spinto la Procura della Repubblica a contestare un’aggravante pesantissima per inquadrare il ruolo dei singoli indagati: il famigerato metodo mafioso. Perché, come ha spiegato didatticamente il sostituto procuratore a conclusione del suo formidabile intervento, «l’essenza del metodo mafioso risiede proprio nella sua insita e letale forza intimidatrice».

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Attualità

Il caso Garlasco infiamma “Filorosso”. L’avvocato De Rensis non si piega: “Continuerò a lottare per Alberto Stasi, non mi fanno paura!”

Il “Caso Garlasco” riesplode in diretta TV a Filorosso! L’avvocato di Stasi è un fiume in piena: “Continuerò a lottare per lui, nessuno può farmi paura!” ⚖️ 📺 Il delitto di Garlasco e la figura di Alberto Stasi continuano a infiammare l’opinione pubblica italiana! Ieri sera, ospite in esclusiva su Rai 3 a “Filorosso” (il salotto di Antonino Monteleone e Adele Grossi), l’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis, ha risposto con una rabbia e una determinazione feroci alla pioggia di attacchi mediatici ricevuti in queste ultime, infuocate settimane! “Se pensano che questi attacchi mi intimoriscano o che mi impediscano di lottare per l’innocenza di Alberto Stasi, non hanno capito assolutamente nulla di chi sono io!”, ha tuonato il celebre penalista. “Ho talmente tanto coraggio, energia e risorse per andare avanti a battermi con queste persone per i prossimi dieci anni!”. De Rensis ha rispedito al mittente l’accusa di aver “orchestrato” la scena mediatica di Stefania Cappa (cugina di Chiara Poggi), rivelando che se gli attacchi contro di lui stanno aumentando così tanto, significa solo che sta svolgendo benissimo il suo lavoro difensivo! In chiusura, un toccante accenno alla sua difficile infanzia orfana, passata con i nonni, per spiegare quanto sia difficile “perdonare” chi sta vigliaccamente cercando di fare del male non solo a lui, ma anche alle Istituzioni (come la Procura di Pavia e i Carabinieri di Moscova). Leggi l’intervista integrale e i durissimi retroscena nel nostro articolo esclusivo! 👇 📰 Voi cosa pensate del lunghissimo “Caso Garlasco”? Dopo tanti anni di sentenze, si arriverà mai a mettere davvero la parola “fine” su questa orribile tragedia?

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De Rensis a Filorosso

Redazione – Ci sono vicende di cronaca nera che sembrano non trovare mai la parola fine, destinate a rimanere incise a fuoco nella memoria collettiva del nostro Paese e a scatenare, anche a distanza di decenni, guerre mediatiche e giudiziarie senza esclusioni di colpi. Il delitto di Garlasco (il brutale e tragico omicidio della giovane Chiara Poggi) rientra prepotentemente in questa categoria.
Mentre Alberto Stasi (giudicato colpevole in via definitiva) continua a scontare la sua pena, fuori dal carcere la battaglia legale e mediatica per difendere la sua posizione non si è mai fermata. A tenere alto lo scudo della difesa è l’avvocato Antonio De Rensis, attuale e agguerritissimo legale di Stasi, che ieri sera ha infiammato lo studio televisivo di Filorosso (il fortunato programma di Rai 3 condotto da Antonino Monteleone e Adele Grossi) con dichiarazioni durissime e cariche di sfida contro i suoi sempre più numerosi detrattori.

Il contrattacco di De Rensis: “Pronto a combattere per dieci anni”

Nelle ultime, concitate settimane, la figura del celebre penalista è finita nell’occhio del ciclone, bersaglio di pesanti attacchi incrociati volti a screditare il suo incessante lavoro di ricerca della verità alternativa nel caso Garlasco. Ma la risposta fornita da De Rensis in diretta nazionale è stata glaciale e inequivocabile: «Se le persone che mi attaccano pensano che qualcosa di tutto questo mi possa intimorire, o possa in qualche modo fare in modo che io non lotti più per Alberto Stasi, vuol dire che di me non hanno capito assolutamente nulla!».
Con una sicurezza a tratti disarmante, l’avvocato ha ribadito la sua ferrea intenzione di non fare nemmeno un passo indietro, lanciando un guanto di sfida infinito ai suoi avversari: «Io ho abbastanza energia, abbastanza risorse mentali e abbastanza coraggio per andare avanti a battermi con queste persone anche per i prossimi dieci anni. Ve lo assicuro, io andrò avanti con loro per dieci anni».

Il giallo del “piano mediatico” su Stefania Cappa

Durante la tesa intervista a Filorosso, il legale ha voluto smontare pezzo per pezzo le pesanti accuse che gli sono state mosse di recente, in particolare quella di aver orchestrato a tavolino un cinico piano mediatico per mettere artificiosamente al centro della scena Stefania Cappa (cugina della vittima Chiara Poggi).
Replicando a questa insinuazione velenosa, De Rensis ha rivendicato con orgoglio e sarcasmo il suo ruolo da protagonista scomodo: «Siccome in questa determinata conversazione io sarei l’epicentro fra di loro, e sono il nuovo avvocato che entra nel caso, trovo quantomeno curioso che tu, dopo appena cinque giorni, chiami proprio l’avvocato accusandolo di aver creato tutta questa roba». L’escalation di attacchi personali, tuttavia, non lo preoccupa minimamente, ma anzi lo rassicura: «Se sono aumentati così tanto gli attacchi nei miei confronti, il motivo è uno solo: vuol dire che sto facendo molto bene quello che devo fare per il mio assistito».

Il dramma personale, l’infanzia e il difficile percorso del perdono

Incalzato dai conduttori, De Rensis si è poi lasciato andare a una rarissima e commovente confessione legata alla sua travagliata storia personale, utilizzando il tema del “perdono” come chiave di lettura.
«Se sono cresciuto da solo con mio zio e con mia nonna, vuol dire che da bambino qualcosa di particolarmente gravoso e traumatico l’ho vissuto sulla mia pelle», ha raccontato il penalista a cuore aperto. «Quella dolorosa vicenda della mia infanzia l’ho già lasciata alle spalle, l’ho elaborata e l’ho perdonata. Ma per quanto riguarda la situazione attuale, perdonare è molto più difficile. Se queste persone avessero attaccato soltanto me, sarebbe stato facile».
Secondo l’avvocato, l’accanimento non sta colpendo solo la sua persona, ma un’intera cerchia di innocenti e servitori dello Stato: «Queste persone hanno cercato, cercano e cercheranno sempre di attaccare me, la signora Giada Bocellari, Alberto Stasi, e intere istituzioni come la Procura della Repubblica di Pavia, o professionisti come Alessandro De Giuseppe (che è un assoluto galantuomo), fino ai carabinieri di Moscova, verso i quali nutro una stima e un’ammirazione a dir poco indescrivibile».

“Vogliono fare del male a tanta gente”

L’intervento dell’avvocato Antonio De Rensis si chiude con un monito oscuro e inquietante per il futuro: «Queste persone stanno deliberatamente cercando di fare del male a tantissima gente. Quindi, vi dico sinceramente che sul mio perdono personale nei loro confronti dovrò lavorare ancora molto. Soprattutto dopo quello che è successo venerdì scorso».
La battaglia per Garlasco è ancora aperta e, a giudicare dalla rabbia e dalla fierezza dell’avvocato di Stasi, promette ancora innumerevoli e clamorosi colpi di scena.

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Attualità

“Le idee non hanno gradi”: la rivoluzione culturale e tecnologica dell’Esercito Italiano tra droni, intelligenza artificiale e filosofia

“Le idee non hanno gradi!”: la rivoluzione shock dell’Esercito Italiano. Droni negli zaini dei soldati, Intelligenza Artificiale e filosofia. Il nostro Esercito cambia pelle! 🇮🇹 🪖 La guerra in Ucraina ha spazzato via 80 anni di pace in Europa e ha cambiato per sempre le regole del gioco. L’Italia non sta a guardare: l’Esercito Italiano sta attraversando la più grande e rivoluzionaria trasformazione della sua storia recente! Le nuove direttive dettate dal Capo di Stato Maggiore, il Generale Carmine Masiello, sono pazzesche. La prima grande rivoluzione è CULTURALE: all’interno della rigidissima gerarchia militare entra il motto “Le idee non hanno gradi”! I vertici vogliono ascoltare e premiare le intuizioni dei soldati più giovani, e si abbraccia la “filosofia dell’errore” (sbagliare in addestramento serve a crescere, non solo ad essere puniti). Pensate che in Accademia Ufficiali è stato perfino inserito un indirizzo di studi FILOSOFICO per aiutare i comandanti a decifrare la complessità del mondo moderno. E poi c’è la rivoluzione TECNOLOGICA: l’obiettivo è la totale “dronizzazione” della fanteria! Ogni soldato italiano avrà nel proprio zaino un drone personale per pattugliare e combattere. A questo si aggiunge un massiccio impiego dell’Intelligenza Artificiale, lo scudo della cyber security e perfino lo studio per mandare in battaglia i Robot! Leggi tutti i dettagli di questa affascinante trasformazione militare nel nostro articolo di Geopolitica! 👇 🚁 Siete d’accordo con questa modernizzazione estrema delle nostre Forze Armate? Secondo voi i droni sostituiranno definitivamente il soldato tradizionale?

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Esercito Italiano

Redazione – Il messaggio che trapela dalle stanze dei bottoni della Difesa è tanto chiaro quanto dirompente: l’Esercito Italiano sta cambiando radicalmente pelle. Per comprendere a fondo le motivazioni di questa epocale trasformazione, è necessario allargare lo sguardo alla Storia recente. Il Vecchio Continente, l’Europa, è appena uscito bruscamente da un’illusione durata ben 80 anni: un lunghissimo e prospero periodo di pace che è stato violentemente e definitivamente interrotto nel febbraio del 2022, quando i cingolati dell’invasione russa in Ucraina hanno riportato la guerra convenzionale nel cuore dell’Europa.
Da quel preciso momento, lo scenario geopolitico e militare globale è mutato per sempre. Le vecchie dottrine della Guerra Fredda e gli approcci strategici del passato non sono più sufficienti per garantire la sicurezza nazionale. È partendo da questa drammatica presa di coscienza che il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Carmine Masiello, si è recentemente espresso, dettando le nuove, modernissime e rivoluzionarie direttive per le Forze Armate del nostro Paese.

“Le idee non hanno gradi”: la rivoluzione culturale

Il primo, formidabile pilastro del “nuovo Esercito” immaginato dal Generale Masiello non riguarda i carri armati o i fucili d’assalto, ma la mente umana dei soldati. Si tratta di un vero e proprio cambiamento culturale all’interno di una struttura che, per sua stessa natura, è sempre stata rigidamente gerarchica.
Il motto di questa rivoluzione è potentissimo: “Le idee non hanno gradi”. L’obiettivo strategico dei vertici militari è quello di scardinare il vecchio approccio verticistico (in cui solo i generali pensano e la truppa esegue ciecamente), per far emergere invece le intuizioni, i guizzi geniali e le proposte operative anche dai livelli più giovani e operativi dell’Esercito. I giovani Ufficiali e Sottufficiali, cresciuti nell’era digitale e a diretto contatto con la truppa, possiedono infatti una visione della modernità che deve essere assolutamente valorizzata e ascoltata dai vertici decisionali.

La filosofia dell’errore e il nuovo indirizzo di studi

Strettamente collegata a questa rivoluzione del pensiero c’è un’apertura senza precedenti alla cosiddetta “filosofia dell’errore”. Nella nuova dottrina dell’Esercito Italiano, commettere uno sbaglio (durante l’addestramento, la pianificazione o le simulazioni) non deve essere più visto esclusivamente come una colpa da punire severamente con una sanzione disciplinare, ma deve diventare un momento fondamentale di crescita collettiva, un test per migliorare le procedure.
Non è un caso che la formazione dei futuri comandanti stia subendo un aggiornamento epocale. Presso la prestigiosa Accademia degli Ufficiali, al tradizionale e fondamentale corso di Laurea in Scienze Strategiche (già ampiamente collaudato), è stato affiancato e integrato un inaspettato ma modernissimo indirizzo filosofico. La guerra moderna, asimmetrica e ibrida, richiede infatti comandanti capaci di decodificare la complessità umana e sociale degli scenari in cui operano, non solo macchine da combattimento.

Droni nello zaino e Intelligenza Artificiale

La rivoluzione culturale viaggia però di pari passo con un aggiornamento tecnologico spaventoso, dettato dalle spietate lezioni imparate sui campi di battaglia dell’Ucraina e del Medio Oriente. Il cambiamento materiale più significativo sarà la massiccia dronizzazione dell’Esercito. Nel brevissimo futuro, il drone smetterà di essere un asset esclusivo di reparti iperspecializzati e diventerà un equipaggiamento standard che ogni singolo Soldato di fanteria avrà in dotazione nel proprio zaino, per esplorare il terreno, ingaggiare il nemico a distanza e proteggere la propria squadra.
La guerra del futuro è già arrivata: il massiccio impiego dell’Intelligenza Artificiale per l’analisi dei dati e l’elaborazione degli scenari tattici, il potenziamento ossessivo della cyber security (per difendere le reti di comando dagli attacchi hacker nemici) e, infine, lo studio già avanzato per il futuro impiego di robot terrestri autonomi sui campi di battaglia. L’Esercito Italiano sta cambiando pelle, e lo sta facendo in fretta, per farsi trovare pronto a difendere l’Italia dalle minacce invisibili e letali del nuovo millennio.

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Attualità

Il giornalismo romano piange il suo storico custode della verità: addio a Romano Bartoloni, faro di libertà e tutele sindacali

Il mondo dell’informazione italiana perde uno dei suoi padri nobili e custodi della libertà! 🖤📰 Si è spento a 90 anni lo storico giornalista Romano Bartoloni, figura leggendaria della cronaca capitolina e per decenni guida del Sindacato Cronisti Romani. 🏛️📜 Il coordinamento nazionale di “Pluralismo e Libertà” esprime profondo cordoglio per la scomparsa di un uomo immenso, che per oltre 60 anni ha difeso l’indipendenza della penna e la verità dei fatti contro ogni censura. Un esempio di dignità e amore per i giovani colleghi. Leggi qui per scoprire la sua straordinaria storia, i messaggi dei colleghi e i dettagli del suo impegno civile! 👇

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Romano Bartoloni

Roma – Ci sono voci che per oltre mezzo secolo non si sono limitate a raccontare la cronaca quotidiana di una città, ma hanno saputo edificare un vero e proprio presidio di legalità, trasparenza e dignità professionale attorno alla figura del giornalista. Il mondo dell’informazione capitolina e nazionale si risveglia oggi più povero, privato di uno dei suoi fari più nitidi, fieri e autorevoli. Lunedì 31 agosto 2026, all’età di 90 anni, è venuto a mancare Romano Bartoloni. Cronista di razza, intellettuale colto e instancabile combattente all’interno del sindacato di categoria, Bartoloni ha rappresentato per decenni un punto di riferimento insostituibile per generazioni di colleghi, spendendo ogni briciolo della propria esistenza a difesa della libertà di stampa e della tutela dei diritti dei lavoratori dell’informazione.

Davanti a questa grave perdita, che tocca il cuore pulsante della stampa romana, si leva il coro unanime di cordoglio e commozione da parte di tutto il comparto. I componenti del coordinamento nazionale di Pluralismo e Libertà – sigla sindacale storica e attiva all’interno della Stampa Romana, della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), dell’INPGI e di Casagit – si sono stretti in un ideale e solenne abbraccio attorno alla memoria dell’alto professionista. Bartoloni è stato per lunghi e memorabili anni il presidente e l’anima del Sindacato Cronisti Romani, un’arena complessa in cui ha lottato in prima linea contro il precariato, per l’equo compenso dei giovani pubblicisti e contro ogni forma di bavaglio bavaglio istituzionale o censura editoriale.

Sessant’anni di cronaca rigorosa a difesa della verità dei fatti

La parabola umana e professionale di Romano Bartoloni ha attraversato oltre sessant’anni di storia italiana, documentando con un rigore filologico impeccabile le trasformazioni sociali, politiche e urbanistiche della Capitale. Nelle sue inchieste e nei suoi articoli, il giornalista ha mantenuto sempre saldi e non negoziabili i valori fondanti della professione: l’indipendenza assoluta dai poteri forti, il rispetto incondizionato per la verità oggettiva dei fatti e l’onestà intellettuale nei confronti dei lettori. Valori etici che Bartoloni non ha semplicemente applicato nella solitudine operosa della sua scrivania, ma che ha tradotto in un costante, generoso e trasparente impegno politico all’interno degli organismi di categoria, facendo scudo attorno ai colleghi minacciati o in difficoltà economica.

“La scomparsa di Romano priva il giornalismo romano e nazionale di una delle sue figure più limpide, coraggiose e rappresentative, lasciando un vuoto profondo e incolmabile tra quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo, confrontarsi con lui e apprezzarne la straordinaria determinazione e l’immensa umanità”, ricordano con commozione i vertici di Pluralismo e Libertà nella loro nota ufficiale. In un’epoca dominata dall’isolamento digitale, dalle fake news confezionate dagli algoritmi dei social network e dal consumo frenetico delle notizie a portata di click, la lezione deontologica di Bartoloni si erge come un vero e proprio atto di resistenza civile, ricordando alle nuove generazioni che la notizia è un bene comune di prossimità che richiede studio, verifica sul campo e profondo rispetto delle regole.

L’eredità morale di Romano: una scuola di civiltà per i giovani cronisti

La battaglia intrapresa per tutta la vita da Bartoloni si configura come un prezioso salvagente etico per il futuro dell’intera categoria. Egli ha sempre insegnato che per salvaguardare la democrazia e la libertà dei cittadini è indispensabile proteggere la dignità economica e la stabilità contrattuale del giornalista. Non può esserci una stampa libera in un Paese in cui i cronisti sono ricattabili, precari o sottopagati. L’UGL e tutte le sigle autonome del settore riconoscono a Romano il merito storico di aver unito la professione, superando le barriere ideologiche per fare squadra attorno ai bisogni reali dei colleghi delle redazioni di periferia e delle agenzie di stampa.

Pluralismo e Libertà ha espresso la più sincera, affettuosa e sentita vicinanza alla famiglia, ai figli e a tutti i cari di Romano in questo momento di straziante dolore, garantendo che l’impegno profuso dall’alto ufficiale della penna non andrà perduto nel buio dell’oblio, ma continuerà a camminare sulle gambe dei giovani praticanti che si affacciano oggi alla professione. Roma saluta un uomo fiero e pulito che ha fatto della verità la sua unica e splendida bandiera civile. Finché ci saranno cronisti pronti a consumare le suole delle scarpe per strada nel nome dell’indipendenza, il respiro e l’esempio di Romano Bartoloni continueranno a illuminare il cammino verso un’informazione trasparente, libera da lacci e fiera delle proprie radici costituzionali. 👇

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