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Barbara Zanni, l’anima creativa di Zanni Made in Italy: quando l’artigianato diventa stile, identità e passione

Nel panorama del Made in Italy, dove la qualità non è soltanto un marchio ma una vera espressione culturale, la storia di Barbara Zanni rappresenta un esempio significativo di come tradizione, creatività e innovazione possano convivere e dare vita a un prodotto capace di raccontare l’identità italiana nel mondo.

Barbara Zanni è la Creative Director e CEO di Zanni Made in Italy, realtà nata dal suo talento, dalla sua esperienza e dalla collaborazione con il padre Teresino Zanni, figura legata alla storia familiare dell’artigianato. Un percorso iniziato molto presto: Barbara, infatti, si avvicina al lavoro nel settore già all’età di 15 anni, entrando nel mondo delle boutique di famiglia a Roma e maturando successivamente esperienze nel settore della moda e dello spettacolo anche in importanti capitali europee.

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Barbara Zanni con il padre

Redazione-  Nel panorama del Made in Italy, dove la qualità non è soltanto un marchio ma una vera espressione culturale, la storia di Barbara Zanni rappresenta un esempio significativo di come tradizione, creatività e innovazione possano convivere e dare vita a un prodotto capace di raccontare l’identità italiana nel mondo.

Barbara Zanni è la Creative Director e CEO di Zanni Made in Italy, realtà nata dal suo talento, dalla sua esperienza e dalla collaborazione con il padre Teresino Zanni, figura legata alla storia familiare dell’artigianato. Un percorso iniziato molto presto: Barbara, infatti, si avvicina al lavoro nel settore già all’età di 15 anni, entrando nel mondo delle boutique di famiglia a Roma e maturando successivamente esperienze nel settore della moda e dello spettacolo anche in importanti capitali europee.

Quella di Barbara non è però soltanto una storia professionale. È soprattutto una storia di passione per la bellezza e per il dettaglio. Colori, forme, materiali, eleganza e personalità diventano elementi attraverso i quali la designer costruisce una propria idea di stile: una moda che non vuole omologare, ma valorizzare l’individualità di chi la indossa.

Il cuore del progetto Zanni è l’artigianalità italiana. Le calzature vengono realizzate attraverso numerosi passaggi di lavorazione, con pellami italiani selezionati e affidando la produzione alle mani di artigiani del territorio marchigiano. La filosofia è quella di recuperare il sapere della tradizione senza rinunciare alla ricerca e all’innovazione.

Ed è proprio nel rapporto tra passato e futuro che si trova uno degli aspetti più interessanti della visione di Barbara Zanni. Da una parte c’è il valore della lavorazione artigianale, fatta di esperienza, pazienza e manualità; dall’altra c’è la tecnologia, utilizzata anche attraverso un sistema di configurazione che permette al cliente di personalizzare la propria calzatura scegliendo colori e pellami e arrivando così a un prodotto unico e costruito secondo il proprio gusto.

La personalizzazione diventa quindi una forma di dialogo tra il designer e il cliente. La scarpa non è più semplicemente un accessorio, ma diventa una sorta di firma personale, un oggetto nel quale riconoscersi.

La filosofia Zanni si estende inoltre al mondo sartoriale, con capi uomo e donna realizzati secondo i principi della tradizione sartoriale italiana, attraverso lavorazioni manuali e l’impiego di tessuti provenienti da importanti produttori italiani.

Un’identità che ha trovato spazio anche oltre i confini nazionali. Barbara Zanni e il suo brand hanno partecipato a eventi e appuntamenti dedicati alla moda negli Stati Uniti, arrivando anche a presentare il proprio lavoro attraverso importanti occasioni di visibilità internazionale. Tra queste figura la partecipazione a una trasmissione di Fox 2 in Michigan, dove Barbara è stata ospite per raccontare l’eccellenza artigianale italiana.

Il successo internazionale, tuttavia, non sembra aver modificato la radice del progetto: restare fedeli all’autenticità del prodotto italiano.

In un’epoca nella quale la velocità spesso prevale sulla qualità, Barbara Zanni sceglie una strada diversa. La sua idea di lusso non coincide semplicemente con il prezzo o con l’apparenza, ma con la possibilità di possedere qualcosa realizzato con competenza, attenzione e identità.

Zanni Made in Italy diventa così il racconto di una famiglia, di una professione tramandata e reinterpretata, ma anche di una donna che ha saputo trasformare una passione giovanile in una precisa visione imprenditoriale e creativa.

Perché il vero Made in Italy, prima ancora di essere scritto su un’etichetta, nasce dalle mani, dalla conoscenza e dalla capacità di dare un’anima alle cose. E Barbara Zanni, attraverso le sue creazioni, sembra aver fatto proprio questo: trasformare l’artigianato in linguaggio, la tradizione in innovazione e l’eleganza in una forma autentica di identità italiana.

BARBARA ZANNI

“Tutta questa nostra realtà e impero, costruito dal 1970, esiste e mantiene ogni aspetto grazie a tutto il supporto della mia famiglia, soprattutto grazie all’insostituibile mio papà, Zanni Teresino: un uomo sempre stato, e tuttora, eclettico, poliedrico, che con la sua incomparabile semplicità è colonna portante e leader in ogni evenienza. Io ho imparato tutto da lui, sin da piccola. Lui mi spinse nell’oceano dell’avventura americana, tra fiere di New York e Las Vegas e contatti diretti con retailers americani, nonostante le mie scarse conoscenze del territorio stesso e le mie perplessità, rivelandosi poi il tutto”, Barbara Zanni.

BARBARA ZANNI

BARBARA ZANNI: “IL MADE IN ITALY NON È SOLO UN’ETICHETTA, È UN’ANIMA DA CUSTODIRE”

 

Intervistando…

Barbara, partirei da una parola che racchiude gran parte del Suo percorso: passione. Quanto conta la passione quando si decide di trasformare un talento in una professione?

La passione è il punto da cui tutto comincia. Senza passione anche il talento rischia di rimanere soltanto una possibilità inespressa. Io credo che il lavoro, quando nasce dall’amore per ciò che si fa, smetta in qualche modo di essere soltanto lavoro e diventi un percorso di vita. La passione ci insegna anche a non arrenderci davanti alle difficoltà, perché quando crediamo profondamente in qualcosa troviamo dentro di noi la forza per continuare.

 

Lei proviene da una famiglia legata all’artigianato e al mondo sartoriale e calzaturiero. Che cosa significa per Lei custodire una tradizione familiare?

 

Significa avere la responsabilità di non disperdere una memoria. La tradizione non dovrebbe mai essere considerata qualcosa di immobile. È come una radice: se è forte, permette all’albero di crescere e guardare verso il futuro. Io ho cercato di conservare ciò che ho ricevuto dalla mia famiglia, ma contemporaneamente di reinterpretarlo attraverso la mia sensibilità, la creatività e l’innovazione. Zanni nasce proprio da questo dialogo tra passato e futuro.

 

Zanni Made in Italy pone grande attenzione alla lavorazione artigianale. In un mondo dominato dalla velocità, perché è ancora importante aspettare che un prodotto venga realizzato dalle mani di un artigiano?

Perché alcune cose hanno bisogno di tempo per diventare veramente preziose. La velocità produce quantità, mentre la manualità produce identità. Una lavorazione artigianale porta con sé il gesto, l’esperienza e persino l’imperfezione dell’essere umano. E proprio quelle piccole imperfezioni possono diventare la firma dell’autenticità. Le nostre calzature vengono realizzate a mano in Italia, con pellami italiani selezionati e attraverso lavorazioni affidate ad artigiani esperti.

 

Avete scelto di coniugare artigianato e tecnologia, arrivando a sviluppare anche un configuratore che permette al cliente di personalizzare la propria calzatura. Filosoficamente, può la tecnologia aiutare l’artigianato senza snaturarlo?

Io credo di sì. La tecnologia diventa negativa soltanto quando sostituisce l’uomo e cancella l’identità. Se invece viene utilizzata per amplificare la creatività e permettere al cliente di partecipare alla realizzazione del prodotto, può diventare uno strumento straordinario. Il nostro configuratore nasce proprio con questo intento: dare alla persona la possibilità di scegliere colori e pellami e immaginare una calzatura che appartenga veramente alla propria personalità.

Che cosa significa oggi, secondo Lei, parlare di Made in Italy?

Significa parlare di cultura, competenza, storia e responsabilità. Il Made in Italy non dovrebbe essere soltanto una scritta su un prodotto, ma qualcosa che si riconosce nel modo in cui quel prodotto è stato pensato, realizzato e raccontato. È un patrimonio che appartiene a tutti noi e che dobbiamo avere il coraggio di difendere attraverso la qualità.

Lei ha portato il Suo progetto anche fuori dall’Italia, arrivando a presentare Zanni negli Stati Uniti. Che cosa prova quando l’artigianato italiano viene apprezzato oltre confine?

Provo orgoglio, ma anche una grande responsabilità. Quando si presenta un prodotto italiano all’estero non si porta soltanto un oggetto: si porta con sé una parte della nostra cultura. Abbiamo avuto occasioni importanti negli Stati Uniti, tra cui la presenza di Zanni in eventi dedicati al settore e la mia partecipazione come ospite a Fox 2 in Michigan per raccontare il nostro Made in Italy artigianale.

Se dovesse descrivere l’eleganza con una sola parola, quale sceglierebbe?

Autenticità. L’eleganza vera non ha bisogno di urlare. Una persona elegante non è necessariamente quella che indossa qualcosa di costoso, ma quella che riesce a essere se stessa con naturalezza. La moda può vestirci, ma è la nostra personalità a dare vita a ciò che indossiamo.

E qual è il Suo sogno per il futuro di Zanni Made in Italy?

Continuare a crescere senza perdere noi stessi. È questo il sogno più difficile e, allo stesso tempo, quello più importante. Vorrei che Zanni continuasse a rappresentare un’idea di Italia fatta di qualità, artigianalità, creatività e bellezza. Perché credo che il futuro appartenga a chi sa innovare senza dimenticare da dove proviene.

 

 

Barbara, concludiamo con una domanda filosofica. Se una scarpa può raccontare il cammino di una persona, che cosa vorrebbe raccontassero le Sue creazioni?

Vorrei che raccontassero un viaggio. Il viaggio di chi le indossa, ma anche quello di chi le ha realizzate. Ogni passo dovrebbe ricordarci che nella vita non conta soltanto arrivare alla meta: conta il modo in cui scegliamo di percorrere la strada. Una scarpa accompagna i nostri passi, ma non può decidere la direzione. Quella appartiene a noi. E forse è proprio questa la metafora più bella dell’artigianato: qualcuno può creare qualcosa di prezioso per accompagnarci, ma siamo noi a dare un significato al cammino.

 

BARBARA ZANNI

La storia di Barbara Zanni ci ricorda che dietro ogni creazione autentica esiste sempre una storia fatta di sacrificio, visione e coraggio. Zanni Made in Italy non è soltanto un progetto imprenditoriale, ma un modo di interpretare la bellezza: attraverso la lente dell’artigianalità, della ricerca e dell’identità.

In un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto rapidamente e consumato altrettanto velocemente, Barbara sceglie di restituire valore al tempo, alle mani dell’artigiano e alla cura del dettaglio. È forse proprio qui che risiede la vera forza del Made in Italy: nella capacità di trasformare un oggetto in emozione e una tradizione in futuro.

Perché la moda può cambiare, le tendenze possono passare, ma ciò che nasce dall’autenticità continua a camminare. Proprio come una bella scarpa: passo dopo passo, porta con sé una storia e invita a scriverne una nuova.

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Lifestyle

“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Lifestyle

Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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