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Esteri

La rottura tra USA e Canada: dazi, provocazioni e la strategia di Carney contro le minacce di Trump

“Il Canada ci ha truffati per molto tempo… anche nelle forze armate perché noi difendiamo i canadesi … e i rappresentanti canadesi ci hanno trattati molto male. Sono gente cattiva”. Con queste parole Donald Trump ha cercato di giustificare la recente guerra commerciale con il Canada.

Sono parole durissime perché poco dopo Trump ha aggiunto che Kim Jong-Un lo ha sempre trattato con grande rispetto asserendo che i due si capiscono.

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Usa- Canada

Redazione-  “Il Canada ci ha truffati per molto tempo… anche nelle forze armate perché noi difendiamo i canadesi … e i rappresentanti canadesi ci hanno trattati molto male. Sono gente cattiva”. Con queste parole Donald Trump ha cercato di giustificare la recente guerra commerciale con il Canada.

Sono parole durissime perché poco dopo Trump ha aggiunto che Kim Jong-Un lo ha sempre trattato con grande rispetto asserendo che i due si capiscono.

Nel 2020 gli Stati Uniti, il Canada e il Messico avevano aggiornato il trattato economico firmato da Trump. Poi il presidente Usa ha deciso di non rinnovarlo e si sono avviati incontri bilaterali e non trilaterali per un nuovo trattato con il Canada e il Messico. Sembrava che un accordo fosse vicino ma secondo il primo ministro canadese Mark Carney i negoziatori americani hanno modificato le loro pretese che includevano persino limiti all’uso della lingua francese in Canada. Dopo il fallito accordo Trump ha imposto un dazio del 50% su venti miliardi di prodotti canadesi. Carney ha dichiarato che risponderanno in maniera simile su prodotti americani.

Molti analisti in America non riescono a capire perché il presidente Usa si comporti in questo modo con il vicino del Nord. La stragrande maggioranza degli americani ha un’opinione positiva dei canadesi. I rapporti storici tra i due Paesi sono sempre stati cordiali e rispettosi caratterizzati da un’ampia cooperazione. Non è raro però che il presidente americano si lasci guidare dalle emozioni nel modo di governare. Sembra proprio che il presidente Usa non gradisca tanto il Canada e evidentemente non gli piacciono i leader canadesi, come ha detto il giornalista del Dispatch Stephen Hayes in un recente programma di Washington Week della Public Broadcasting System (Pbs).

La reazione canadese è stata prevedibilmente diplomatica anche se forte. Carney ha reagito dicendo che il Canada è stato “attaccato” parlando anche di “guerra”, asserendo che il suo Paese risponderà in maniera adeguata. Meno diplomatica è stata quella di Doug Ford, il premier conservatore dell’Ontario, la provincia canadese più forte economicamente. Rispondendo alle proposte Usa sui dazi sulle auto, sull’acciaio, e su altri prodotti, Ford ha mandato a quel paese Trump, chiamandolo un “bullo”, “dittatore” e re delle “bancarotte”.

La difesa di questi due politici e di altri è servita ad unificare l’opinione pubblica canadese che ha lodato le risposte vigorose a Trump. Paradossalmente gli atteggiamenti poco diplomatici di Trump hanno fatto comodo a Carney nell’elezione del 2025 quando il presidente Usa aveva già attaccato il Canada. Nell’elezione dell’anno scorso il leader del Partito Conservatore Pierre Poilievre fu sconfitto da Carney proprio perché fu visto come meno competente nell’affrontare il presidente americano. Ma anche adesso Carney guadagna politicamente dallo scontro poiché il suo indice di gradimento supera il 60%, quasi il doppio di quello di Trump.

Ciononostante l’economia del Canada dipende più dagli Usa che non viceversa poiché circa il 70% dell’export canadese va verso gli Stati Uniti mentre solo il 14% dell’export americano si dirige verso il Canada. Quindi gli Stati Uniti avrebbero più peso se non fosse per il fatto che come tutti sanno i dazi non aiutano nessuno, nemmeno i consumatori americani. Lo ha confermato anche recentemente il Consiglio Editoriale del Washington Post, giornale che negli ultimi tempi si è avvicinato al presidente Usa. Il Post aggiunge anche che il deficit commerciale importa poco e i dazi non sono la maniera efficace per ridurlo.

L’attacco di Trump al Canada, Paese storicamente amico e fedele alleato, non sarà passato inosservato da altri alleati. Proprio nelle ultime settimane il presidente Usa ha attaccato verbalmente l’Oman, uno degli alleati del Golfo Persico. Ha anche ridotto le manovre militari in Corea del Sud giustificandole con il fatto che non ha ricevuto sostegni dell’alleato. Ha anche menzionato gli “ottimi” rapporti con Kim Jong-un, leader nordcoreano, aggiungendo che le manovre mandano un segnale ostile alla Corea del Nord. Ovviamente anche gli alleati europei, asiatici e del Golfo Persico stanno osservando, pensando che il trattamento riservato al Canada potrebbe realmente essere applicato a loro, cercando di programmare misure per affrontarlo.

Il Canada si era già preparato in un certo senso come sappiamo dal memorabile discorso di Carney al World Economic Forum di Davos in Svizzera nel mese di gennaio. Carney ha parlato del nuovo ordine mondiale in cui le medie potenze dovranno ridurre i loro rapporti commerciali con gli Usa. Ciò sta avvenendo come ci dimostrano i dati più recenti. L’anno scorso il 72% dell’export canadese si diresse verso gli Usa ma nel mese di giugno 2026 la cifra era scesa al 69% e nel mese di luglio ancora di più fino al 65%.

Passerà un poco di tempo e le acque si calmeranno e gli Usa e il Canada troveranno qualche accordo. Persino il battagliero Ford ha dato segnali diplomatici recentemente. In un’intervista al programma “This Week” della Abc, il premier dell’Ontario ha ribadito l’alleanza tra i due Paesi e che un accordo che soddisfi entrambi sarà trovato. Nel frattempo il presidente Usa aveva già risposto con una simile trovata nello scontro col Messico l’anno scorso quando cambiò il nome del Golfo del Messico a Golfo d’America. Adesso ha cambiato il nome del Lago Ontario a Lago d’America. Una vittoria per lui a livello personale che rivela la piccolezza del presidente Usa. Lo ha anche confermato il parlamentare repubblicano del Nebraska Don Bacon che non si ricandiderà e quindi non ha nulla da temere da probabili ritorsioni di Trump. Commentando la situazione politica in Usa, Bacon ha detto che alcune delle cose che il presidente Usa sta facendo “hanno odore di caos” e che il cambiamento di nome del Lago Ontario è una sciocchezza, aggiungendo che “la maggior parte della gente lo vede come una stupidaggine”. Difficile dargli torto.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Richard Bennett chiede di fermare i rimpatri degli afghani dall’Europa

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Richard Bennett

Redazione – Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, ha invitato i Paesi europei a fermare i rimpatri dei cittadini afghani verso luoghi in cui rischiano persecuzioni e violazioni dei diritti fondamentali.

Bennett ha sottolineato che gli Stati europei devono rispettare gli obblighi internazionali e non rimandare le persone in territori dove la loro vita e libertà potrebbero essere in pericolo. Ha inoltre espresso preoccupazione per l’intensificazione dei contatti tra l’Unione europea e i talebani, avvertendo che tali rapporti non devono contribuire a normalizzare le violazioni dei diritti umani, soprattutto la repressione delle donne e delle ragazze in Afghanistan.

L’appello arriva mentre la Germania ha ripreso i rimpatri di cittadini afghani e altri Paesi europei hanno avviato colloqui con i talebani per facilitare il ritorno delle persone prive di un regolare permesso di soggiorno. L’Unione europea ha definito questi contatti di natura tecnica, precisando che non costituiscono un riconoscimento ufficiale dei talebani.

Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Afghanistan, ribadendo l’obbligo di rispettare il principio di non-refoulement, che vieta di rimandare le persone in luoghi dove rischiano persecuzioni o gravi violazioni dei diritti fondamentali. Gli esperti hanno inoltre denunciato la grave situazione delle donne e delle ragazze, chiedendo maggiore attenzione ai rischi che gli afghani potrebbero affrontare in caso di rimpatrio.

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Afghanistan, la denuncia social della travel influencer: «Rifiutata negli hotel e senza diritti perché donna». Scoppia il caso sul «turismo talebano»

Afghanistan, lo sfogo virale della travel influencer neozelandese: «Negati hotel e permessi solo perché donna». La denuncia contro la censura e l’apartheid di genere 👇

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la denuncia social della travel influencer

Kabul – Il contrasto lacerante tra la maestosità mozzafiato dei paesaggi montani dell’Hindu Kush e l’abisso dei diritti umani calpestati quotidianamente. Il video-testimonianza diffuso sui canali social da una viaggiatrice e content creator neozelandese – nota su Instagram con il profilo @molsgonewild – ha riacceso i riflettori della comunità internazionale sulla condizione drammatica e intollerabile delle donne in Afghanistan, sotto il regime teocratico dei Talebani.

Attraverso una serie di filmati e testimonianze dirette raccolte durante il suo itinerario nel Paese, l’influencer ha denunciato gli ostacoli umilianti incontrati lungo il cammino per il solo fatto di appartenere al genere femminile: dal divieto assoluto di accedere autonomamente a strutture alberghiere fino all’impossibilità di pagare personalmente i permessi di viaggio rilasciati dai posti di blocco, negandole ogni forma di riconoscimento giuridico ed economico senza la mediazione di una figura maschile.

Oltre la cartolina esotica: la condanna dell’apartheid di genere

Il messaggio affidato dalla viaggiatrice alla rete è risuonato come un perentorio monito etico: «La bellezza sconfinata dell’Afghanistan e la straordinaria ospitalità della sua popolazione civile non devono in alcun modo diventare una cortina fumogena per dimenticare l’inferno e la cancellazione sistematica che le donne afghane subiscono ogni singolo giorno».

Una presa di posizione netta che si inserisce nel caldissimo dibattito sul cosiddetto “Taliban tourism”, ovvero il fenomeno controverso di blogger e creator occidentali che scelgono l’Afghanistan come meta di viaggi d’avventura, finendo spesso – consapevolmente o meno – per normalizzare l’immagine del regime fondamentalista e occultare l’apartheid di genere denunciato a più riprese dalle Nazioni Unite.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
LETTERATURA & DIRITTI DELLE DONNE

Mille splendidi soli – Khaled Hosseini

Il capolavoro letterario mondiale che racconta il coraggio, la sofferenza e la straordinaria resilienza delle donne afghane contro l’oppressione e la violenza della storia.

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4.9 su 5
(oltre 18.500 recensioni)

Disponibile anche in versione audiolibro narrato su Audible. Iscriviti ad Amazon Prime con 30 giorni gratis per iniziare subito l’ascolto.

Dall’istruzione negata ai divieti negli spazi pubblici: l’isolamento di Kabul

Se per una cittadina straniera munita di passaporto occidentale le restrizioni si traducono in disagi burocratici e divieti alberghieri, per le donne afghane la realtà quotidiana è una prigione a cielo aperto. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, le autorità de facto di Kabul hanno smantellato sistematicamente ogni conquista civile faticosamente raggiunta nel ventennio precedente.

Alle ragazze è precluso l’accesso all’istruzione secondaria e universitaria, è vietato l’impiego nella maggior parte dei settori lavorativi e nelle organizzazioni non governative internazionali, ed è negata la frequentazione di parchi pubblici, palestre e saloni di bellezza. L’obbligo del velo integrale (burqa) e il divieto di viaggiare su lunghe distanze senza l’accompagnamento di un mahram (un tutore maschio della famiglia) hanno confinato un’intera generazione femminile tra le mura domestiche.

La responsabilità della narrazione digitale tra etica e censura

Pur trattandosi di un resoconto individuale non verificato in ogni singolo dettaglio da fonti indipendenti in loco – stante il rigido controllo esercitato dalle autorità talebane sull’informazione –, il video rilancia l’urgenza etica di non distogliere lo sguardo dall’Afghanistan.

La narrazione digitale dei social media non può ridursi a una vetrina di paesaggi pittoreschi quando, a pochi metri dall’obiettivo di uno smartphone, a milioni di madri, figlie e studentesse viene negato il diritto fondamentale alla voce, alla libertà e al futuro.

A cura della Redazione Esteri e Diritti Umani di Cavaliere News

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Il premier olandese Rob Jetten e il compagno Nicolás Keenan aspettano il loro primo figlio: la nascita è prevista nel 2027

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Rob Jetten e il compagno Nicolás Keenan

Olanda- Una nuova pagina di vita si apre per Rob Jetten, primo ministro dei Paesi Bassi e primo capo di governo apertamente gay nella storia del Paese. Jetten ha annunciato lunedì, attraverso un messaggio pubblicato su Instagram, che lui e il suo compagno, l’hockeista argentino Nicolás Keenan, sono in attesa del loro primo figlio, la cui nascita è prevista per il 2027.

«Qualcuno di davvero speciale è in arrivo. Piccolo nostro, ci vediamo nel 2027», ha scritto il premier, condividendo con il pubblico la gioia per l’imminente arrivo di un nuovo membro della famiglia.

La coppia ha intrapreso un percorso di genitorialità attraverso la fecondazione assistita, con il contributo di una donatrice di ovociti e di una madre surrogata. Jetten ha espresso profonda gratitudine nei confronti di entrambe, ringraziando anche le rispettive famiglie per il sostegno e la disponibilità dimostrati.

Secondo quanto riferito dal partito Democraten 66 (D66), la donatrice e la madre surrogata sono amiche della coppia, entrambe già madri, che hanno scelto di aiutarli senza alcuna motivazione economica. Nei Paesi Bassi, infatti, la surrogazione a pagamento è vietata. Il partito ha precisato che il percorso è stato intrapreso nel rispetto delle leggi e delle normative olandesi.

L’annuncio arriva in un periodo particolarmente intenso per la vita personale e politica di Jetten. A 39 anni, nel febbraio 2026 è diventato il più giovane primo ministro nella storia dei Paesi Bassi, dopo l’inaspettata vittoria elettorale del D66. La sua nomina ha segnato anche un momento storico per il Paese, rendendolo il primo premier apertamente omosessuale.

Jetten e Keenan avevano programmato di sposarsi durante l’estate di quest’anno, ma hanno deciso di rinviare le nozze dopo l’insediamento del premier, alla luce delle nuove responsabilità istituzionali.

Per il periodo successivo alla nascita, Jetten prevede di assentarsi dal lavoro per alcuni giorni, così da poter stare accanto al compagno e al bambino. Non ha invece intenzione di usufruire di un congedo parentale prolungato.

L’annuncio rappresenta un momento di grande significato personale per la coppia e aggiunge una nuova dimensione alla vita di un leader che, oltre agli impegni di governo, si prepara ad affrontare una delle esperienze più importanti: diventare genitore.

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