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Il grido d’allarme di Roberto Manzato ai Comuni italiani: “Basta colate di cemento, le nostre città soffocano! Salviamo i prati e recuperiamo le case abbandonate”

“Smettetela di DISTRUGGERE i prati e abbattere gli alberi per costruire nuovi palazzi! Piuttosto ristrutturate le migliaia di CASE ABBANDONATE e vuote che cadono a pezzi!”. Il durissimo e applauditissimo appello di Roberto Manzato! 🌳 🏘️ Le estati roventi e il caldo opprimente che toglie il respiro ce lo stanno urlando in faccia: le nostre città stanno letteralmente “soffocando” sotto una cappa infernale di asfalto e colate di cemento! Eppure, in nome del profitto, continuiamo a consumare il Suolo e a distruggere la natura! A lanciare un vero e proprio “Manifesto per la Sopravvivenza Urbana” rivolto a tutti i Sindaci d’Italia ci ha pensato l’attivissimo Roberto Manzato, con una riflessione lucida che sta raccogliendo enormi consensi! “Si dice che ci sia disperatamente bisogno di nuove case. È vero! Ma allo stesso tempo le nostre città sono piene zeppe di edifici abbandonati, ruderi e case completamente SFITTE! Allora la soluzione per gli addetti ai lavori e per i Comuni deve essere logica: basta cementificare nuove aree verdi, recuperiamo e ristrutturiamo il patrimonio edilizio che già esiste e sta marcendo!”. La logica di Manzato non fa una piega: la natura (sia il verde pubblico che quello privato) deve tornare a essere considerata “SACRA”, perché quegli alberi e quei prati ci salvano dai pericolosi allagamenti quando ci sono eventi atmosferici violenti e ci danno l’ossigeno per vivere in città! L’appello a tutti i Comuni è chiaro: non possiamo più sbagliare nella gestione urbanistica! Leggi tutte le coraggiose parole di Manzato nel nostro articolo completo! 👇 🥵 Siete d’accordo con lui? Non vi fa rabbia vedere bellissimi campi verdi e boschetti di paese venire rasi al suolo per costruire nuovi e freddi condomini, mentre a due passi ci sono case abbandonate a se stesse e lasciate vuote per anni? Diteci la vostra sincera opinione nei commenti e condividete in massa questo appello ecologista!

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Tutela verde

Brianza – Ci stiamo svegliando ogni mattina in un mondo che sembra sempre più ostile, fragile e imprevedibile. Il cielo sopra le nostre teste non è più lo stesso di vent’anni fa: passiamo con una facilità disarmante da mesi di siccità devastante, che inaridisce i campi e prosciuga i fiumi, a violenti eventi climatici estremi che spazzano via in pochi minuti il lavoro di una vita. E chi sta pagando il prezzo più alto, amaro e insopportabile di questa crisi climatica globale? Purtroppo, la risposta è drammaticamente sotto i nostri occhi: lo pagano le nostre città e i cittadini che le abitano.
A lanciare un durissimo e accorato grido d’allarme, che suona come un vero e proprio manifesto per la sopravvivenza urbana, è ancora una volta Roberto Manzato, voce sempre attenta, lucida e appassionata sulle tematiche della sostenibilità ambientale e del vivere civile.

Estati roventi e città che non respirano più

Le ultime estati appena trascorse hanno certificato una realtà spaventosa e innegabile: i nostri centri urbani si sono trasformati in trappole di calore infernali. L’asfalto e i palazzi trattengono temperature folli, rendendo l’aria irrespirabile per anziani, bambini e soggetti fragili.
«Sono tempi incerti quelli in cui ci svegliamo ogni mattina» – esordisce amaramente Manzato nella sua riflessione – «e le estati roventi stanno certificando in modo inequivocabile che l’ambiente urbano va protetto, difeso e curato con le unghie e con i denti. Per questo motivo voglio rivolgere un appello disperato e diretto a tutti i Comuni: le aree verdi vanno protette come un tesoro sacro, non distrutte in nome del profitto per fare spazio all’ennesima, inutile colata di cemento!».

Il grande paradosso italiano: costruire case nuove ignorando quelle vuote

Il nocciolo della questione sollevata da Manzato tocca un paradosso tipicamente italiano, una gigantesca stortura logica e burocratica che sta letteralmente mangiando e divorando il nostro territorio verde centimetro dopo centimetro.
È innegabile che oggi, per molte giovani coppie e famiglie, ci sia una reale e disperata “fame di case”. Ma la soluzione non può e non deve più essere quella di abbattere alberi, distruggere prati e cementificare le poche aree verdi rimaste in città. «Sì, ok, c’è un gran bisogno di abitazioni» – fa notare lucidamente Manzato – «ma, allo stesso tempo, ci sono un’infinità di case completamente sfitte, chiuse, vuote o edifici abbandonati che cadono a pezzi! Allora cosa bisogna fare? Mi rivolgo direttamente ai costruttori e agli addetti ai lavori: bisogna avere il coraggio di ripristinare e riqualificare tutti gli edifici sfitti per creare le nuove abitazioni di cui c’è bisogno!».

Riqualificare invece di distruggere: una missione morale

La ricetta proposta è un trionfo di buon senso ecologico. Invece di consumare inesorabilmente nuovo suolo vergine distruggendo la natura (suolo che non tornerà mai più indietro e che causa i disastrosi allagamenti urbani quando piove), le Amministrazioni Comunali dovrebbero agevolare in ogni modo il recupero edilizio, la ristrutturazione dei ruderi e la rimessa a nuovo dei quartieri fantasma. Solo così si può dare una casa a chi ne ha bisogno senza assassinare l’ambiente circostante.

L’appello finale ai Sindaci: il verde pubblico e privato è sacro

Le parole finali di Manzato suonano come un avvertimento categorico per chiunque sieda su una poltrona istituzionale: «I progetti urbanistici vanno guardati bene, studiati con la lente di ingrandimento. Sia il verde pubblico che quello privato devono tornare a essere considerati un valore primario, intoccabile e assoluto per la salute pubblica. Non possiamo più permetterci di sbagliare nella gestione e nello sviluppo dei nostri contesti urbani».
La palla passa ora ai Sindaci e agli assessori all’urbanistica di tutta Italia: servirà un’attenzione infinitamente maggiore per salvare gli alberi, l’ossigeno e la vivibilità delle nostre città, prima che il cemento finisca per soffocarci tutti in modo irreversibile.

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La paura di raccontarsi. | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Carissima, so che ascolti tutti da una vita, come fanno le persone a raccontarsi a te e soltanto a te (probabilmente)?
E cosa senti di aver imparato dai tanti casi ascoltati? Ti è utile aver sentito di tutto anche come esperienza o materiale per rispondere ai tanti casi che ti propongono?
Te lo chiedo perché io ascolto tanti casi umani ma non perché si raccontano con me ma perché tratto le pratiche di tanti disgraziati che si vergognano di raccontarsi a me ma di cui io leggo sulle carte fatti e misfatti.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Carissima, so che ascolti tutti da una vita, come fanno le persone a raccontarsi a te e soltanto a te (probabilmente)?
E cosa senti di aver imparato dai tanti casi ascoltati? Ti è utile aver sentito di tutto anche come esperienza o materiale per rispondere ai tanti casi che ti propongono?
Te lo chiedo perché io ascolto tanti casi umani ma non perché si raccontano con me ma perché tratto le pratiche di tanti disgraziati che si vergognano di raccontarsi a me ma di cui io leggo sulle carte fatti e misfatti.
Ti chiedo se esiste un motivo particolare per cui delle persone (tante persone in realtà) hanno il terrore di raccontarsi per poi spiattellare su una denuncia o un atto legale tutti i loro fatti più incresciosi. Raccontare o scrivere non è la stessa cosa?
Certo, io sono un funzionario di un commissariato, leggo veramente episodi stomachevoli ma nulla mi viene mai raccontato a voce quando provo a fare domande. Ti è mai capitato di avere di fronte a te persone chiuse? Ma credo, nel tuo caso, valga il contrario, forse, tu avresti voluto chiudere la bocca a qualcuno perché, con te, forse, in tanti si sono aperti, anche troppo (da come ho letto in una tua intervista).
Lavinia da Martina Franca

Si tratta di avere empatia, ti confesso che è (spesso) pesante, le persone mi hanno sempre affidato segreti non facili da digerire.
Fin da giovanissima, dai personaggi famosi agli uomini potenti, dai ricchi alle persone comuni, quasi tutti tendevano ad abbassare spontaneamente le proprie difese e ad affidarmi, già al primo incontro, confidenze profondamente intime.
Non ho mai cercato io quelle rivelazioni, accadeva naturalmente, come se gli altri percepissero in me ( quasi sempre) uno spazio sicuro in cui potersi mostrare senza maschere. In tanti anni, ho ascoltato e custodito nella memoria migliaia di storie, segreti, paure e fragilità, spesso mai condivisi prima con nessun altro.
Non importavano notorietà, ricchezza o potere: davanti a me, le differenze sembravano svanire. Anche chi era abituato a essere ammirato o temuto sentiva di poter essere semplicemente se stesso raccontandosi a me.
Proprio questo straordinario patrimonio di esperienze umane, raccolto attraverso le confidenze di mezza Italia, ha contribuito a formare il bagaglio culturale che possiedo oggi. Un sapere maturato non attraverso lo studio, ma solo ascoltando la vita reale, le sue contraddizioni e le sue verità più nascoste. È anche grazie a questo patrimonio molto ampio di confidenze se oggi rispondo ai lettori nelle mie rubriche e intervengo come relatrice nei convegni, portando con me una conoscenza
dell’ animo umano costruita attraverso migliaia di storie vissute e confidate.
Ho studiato tanto ben oltre la laurea ma, quello che le persone ti insegnano con le loro confidenze private, rappresenta un enorme bagaglio culturale che nessun libro mi avrebbe mai potuto dare.
Cara Lavinia, non ti risentire però se tanti non ti riversano addosso la loro vita nascosta, non è (te lo assicuro) per nulla distensivo ascoltare cose che la gente normalmente non racconta mai in pubblico, ringrazia anzi la tua mancanza di empatia.
Ciò che non accade, talvolta può rivelarsi come la nostra salvezza!

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Campidoglio: il premio della discordia ! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.
Come considera, quindi, una premiazione assegnata a due signore non solo protagoniste di fatti di cronaca conosciuti da tutti, ma anche apparentemente lontane dal mondo della cultura?
Si è fatta, sia pure vagamente, un’opinione su quanto è accaduto?
Vorrei il suo illuminato punto di vista. Grazie infinite, perché so che lei, pur essendo una persona critica, detesta le polemiche.
Federico da Silandro

Le signore premiate non hanno ricevuto alcun premio dal Campidoglio. Il Comune di Roma affitta delle sale per gli eventi. Io stessa ho ricevuto premi per la scrittura che mi sono stati consegnati nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, ma questo non significa affatto che sia stato il Comune a premiarmi.
Credo quindi che questo sia il primo punto da chiarire, prima ancora di indignarsi e, soprattutto, prima di trasformare una vicenda in un processo sui social.
Non entro nel merito delle due persone premiate, né voglio stabilire se abbiano meritato o meno quel riconoscimento. Quello che mi interessa è piuttosto ciò che questa vicenda ha nuovamente messo in evidenza: il modo in cui discutiamo sui social.
Per giorni abbiamo assistito a un diluvio di commenti, insulti, giudizi e sentenze. E forse sarebbe utile domandarsi se questo rappresenti davvero un modo sano di difendere la cultura, il merito o il buon gusto.
Si può criticare una scelta, anche duramente. Si può ritenere inopportuno un premio e discutere pubblicamente dei criteri con cui vengono assegnati certi riconoscimenti. Ma c’è una differenza enorme tra esprimere un’opinione e trasformare delle persone nel bersaglio di una gogna collettiva.
È un meccanismo che vediamo continuamente. Siamo diventati molto rapidi nel giudicare, spesso senza conoscere davvero le persone o le circostanze, e ancora più rapidi nel trasformare il dissenso in un attacco personale.
Lo stesso atteggiamento, con modalità diverse, lo vediamo spesso nei confronti di chi emerge o torna alla ribalta. È accaduto e accade anche nei confronti della nuova compagna di Totti (tanto per citarne una) bersaglio di giudizi, ironie e condanne che spesso sembrano avere ben poco a che fare con ciò che quella persona è realmente.
Facciamo fatica ad accettare chi è esposto, chi ricomincia, chi sceglie di mostrarsi e di occupare nuovamente uno spazio pubblico. E sui social questo atteggiamento viene amplificato enormemente.
Forse dovremmo imparare a distinguere una critica da una condanna, un’opinione da un insulto e soprattutto una discussione sul merito di una scelta dall’esigenza di demolire le persone che quella scelta riguarda.
Non credo che il problema sia stabilire chi abbia il diritto di ricevere un premio o chi debba essere escluso dalla vita pubblica. Il problema, semmai, è capire se abbiamo ancora la capacità di discutere senza trasformare ogni episodio in una guerra di tutti contro tutti.
E soprattutto, prima di chiederci quanto sia caduta in basso la Cultura italiana, dovremmo chiederci anche quanto sia caduto in basso il livello mentale e culturale di una grandissima fetta di italiani che non legge più, di che cultura si parla?

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In famiglia si tace su quasi tutto! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Carissima, a me sembra che non si possa più parlare di nulla: al lavoro, bisogna tacere su molte cose perché, altrimenti, ci si trova isolati e si vive un inferno.
A casa, altro problema: i figli, soprattutto se sono adolescenti, sembrano sapere tutto loro, noi genitori siamo di un’ altra epoca, dunque non possiamo orientarli o guidarli. Per non parlare del silenzio nella coppia, si condividono spazi, spese, famiglia ma, su certi argomenti importanti, ci si sente estranei in casa propria.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Carissima, a me sembra che non si possa più parlare di nulla: al lavoro, bisogna tacere su molte cose perché, altrimenti, ci si trova isolati e si vive un inferno.
A casa, altro problema: i figli, soprattutto se sono adolescenti, sembrano sapere tutto loro, noi genitori siamo di un’ altra epoca, dunque non possiamo orientarli o guidarli. Per non parlare del silenzio nella coppia, si condividono spazi, spese, famiglia ma, su certi argomenti importanti, ci si sente estranei in casa propria. Ha notato questa assurdità? Poi ci meravigliamo quando una coppia litiga e ci scappa il morto. Le coppie non comunicano più nemmeno a tavola, lo vedo nel mio ristorante (sono il titolare) di cosa dobbiamo ancora meravigliarci?
O si tace o si litiga e, addirittura, a quanto pare, sembra più rilassante parlare con degli estranei che con la propria famiglia dove, ogni parola, sembra essere un campo minato.
Guido da Minervino Murge

Caro Guido, comunicare è difficile sempre e per tutti, anche per chi, come me, vive di comunicazione.
Esprimere emozioni, difficoltà e timori personali senza il timore di essere giudicati è praticamente impossibile. E spesso il silenzio non nasce dalla mancanza di cose da dire, ma dalla paura di ciò che potrebbe accadere se le dicessimo.
In psicologia sappiamo quanto sia importante sentirsi ascoltati e accolti: quando una persona teme il giudizio, il conflitto o il rifiuto, può scegliere di tacere come forma di protezione. Il problema è che ciò che non viene detto non scompare: spesso si accumula, diventa distanza, risentimento, incomprensione. E, prima o poi, può emergere sotto forma di rabbia o di un litigio apparentemente provocato da una piccola cosa.
Bisognerebbe investire in una vera cultura dell’ascolto, nel sostegno alle famiglie e in servizi capaci di restituire alle persone il senso di non essere sole nelle proprie fragilità.
La comunicazione più difficile in assoluto è forse proprio quella familiare e quella tra coniugi. Con gli estranei, paradossalmente, ci si può sentire più liberi perché non abbiamo una storia condivisa da proteggere, aspettative da rispettare o ferite precedenti che possono riaprirsi. In famiglia, invece, ogni parola può sembrare carica di conseguenze.
Anche con i figli adolescenti il dialogo richiede un cambiamento: non significa avere sempre la risposta giusta, ma riuscire a rimanere presenti anche quando non condividiamo le loro idee. Un genitore non perde autorevolezza perché ascolta; al contrario, può diventare un punto di riferimento proprio quando rinuncia a voler avere sempre ragione.
E nella coppia parlare non significa soltanto discutere di problemi pratici, di soldi, di figli o di organizzazione della casa. Significa anche riuscire a dire: “Ho paura”, “Mi sento solo”, “Questa cosa mi ha ferito”, “Ho bisogno di te”. Sono proprio queste parole, spesso le più difficili, che permettono all’altro di conoscere davvero ciò che sta accadendo dentro di noi.
Il silenzio, dunque, non è sempre pace. A volte è soltanto un conflitto che non ha ancora trovato le parole per manifestarsi.
Forse dovremmo imparare che comunicare non significa parlare continuamente, né avere sempre qualcosa di intelligente da dire. Significa soprattutto creare uno spazio nel quale l’altro possa parlare senza sentirsi immediatamente giudicato, corretto o aggredito.
E forse una famiglia non è quella in cui non si litiga mai, ma quella in cui, dopo un litigio, si trova ancora la strada per tornare a parlarsi.

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