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Esteri

Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa

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Alluvione in Afghanistan

Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.

La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.

Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.

Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.

Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.

Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.

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Attualità

Scontro totale Meloni-Sánchez: l’Europa si spacca sui migranti e torna l’incubo delle frontiere chiuse

Il sogno di un’Europa senza confini va in frantumi. 🇪🇺 ❌ Scontro totale tra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez sull’emergenza migranti di Ceuta. L’Italia sospende Schengen per blindare la sicurezza nazionale, la Spagna risponde con un ultimatum e ripristina da stanotte i controlli per chi viaggia dal nostro Paese. “È un siluro contro l’Europa”, accusa Madrid. Leggi tutti i dettagli di questa clamorosa rottura diplomatica e cosa cambia per i turisti italiani in partenza. ✈️ 🛂

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Meloni-Sánchez

Roma / Madrid – C’era una volta l’Europa senza confini, quel sogno chiamato Schengen che permetteva ai cittadini del Vecchio Continente di viaggiare liberi, da Roma a Madrid, senza dover mai mostrare un passaporto. Oggi, nel cuore infuocato dell’estate 2026, quel sogno sembra essersi infranto contro il muro della dura realtà. La crisi migratoria esplosa nei giorni scorsi nell’enclave di Ceuta si è rapidamente trasformata in uno scontro diplomatico senza precedenti tra il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni e l’esecutivo spagnolo di Pedro Sánchez. Una vera e propria guerra fredda politica che, a partire dalla mezzanotte di sabato 8 agosto, riporta in auge lo spettro delle dogane, dei controlli serrati e delle frontiere chiuse.

La rappresaglia di Madrid e i disagi per i viaggiatori italiani

La decisione presa da Madrid è un fulmine a ciel sereno che rischia di rovinare le vacanze a migliaia di turisti. Fonti governative iberiche hanno infatti annunciato il ripristino temporaneo (ma immediato) dei controlli alle frontiere interne per tutti i viaggiatori in arrivo dall’Italia. La motivazione ufficiale parla di “persistente pressione migratoria irregolare”, ma i contorni della vicenda sanno chiaramente di ritorsione politica. Fino al 7 settembre (salvo clamorosi cambi di rotta), chi atterrerà in Spagna dall’Italia o sbarcherà nei porti iberici dovrà rassegnarsi a subire verifiche a campione su identità, passaporto e nazionalità. Per i cittadini provenienti da Paesi terzi, i controlli saranno ancora più estenuanti, estendendosi a visti e permessi di soggiorno.

È un colpo durissimo per la fluidità dei collegamenti nel pieno della stagione turistica, un disagio inaspettato per migliaia di famiglie e lavoratori che si ritrovano, loro malgrado, ostaggio di un braccio di ferro istituzionale giocato sulla loro pelle.

Il braccio di ferro e l’ultimatum spagnolo: “L’Italia affonda l’Europa”

Ma come si è arrivati a questo punto di non ritorno? La miccia che ha fatto esplodere la polveriera è stata innescata nei giorni scorsi, quando l’Italia, preoccupata per i massicci flussi irregolari provenienti dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta, aveva deciso di sospendere unilateralmente l’applicazione del trattato di Schengen per i cittadini di Paesi terzi in arrivo dal territorio iberico. Una mossa che ha mandato su tutte le furie il governo Sánchez.

Madrid aveva immediatamente lanciato un vero e proprio ultimatum a Roma: revocare il blocco entro domenica 9 agosto, o subire “misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei cittadini spagnoli”. E le parole volate in queste ore sono state a dir poco incendiarie. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, intercettato dai cronisti al suo arrivo in Colombia, non ha usato mezzi termini: «Questa misura del governo italiano è un siluro che colpisce al cuore l’Unione Europea. Si tratta di un attacco diretto contro gli spagnoli e contro l’Europa intera. Non c’è alcun motivo per misure così ingiustificate. L’Italia, peraltro, è il Paese Ue con il maggior numero di ingressi irregolari. Oggi più che mai l’Europa ha bisogno di unità, non di muri».

La ferma risposta di Palazzo Chigi: “Non accettiamo imposizioni sulla sicurezza”

Chi si aspettava un passo indietro da parte dell’Italia è rimasto deluso. L’esecutivo di Giorgia Meloni non solo ha respinto al mittente l’ultimatum spagnolo, ma ha deciso di tenere il punto con estrema fermezza. In una nota gelida e perentoria, Palazzo Chigi ha messo in chiaro che «l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale e il controllo delle proprie frontiere».

La sospensione di Schengen da parte italiana, dunque, resterà in vigore almeno fino al 15 agosto. Il Governo italiano teme infatti che, proprio a cavallo di Ferragosto, possa verificarsi una nuova, imponente ondata migratoria verso Ceuta, con il rischio concreto di infiltrazioni pericolose per la sicurezza del nostro Paese. Solo quando questa minaccia sarà rientrata, Roma valuterà se allentare la presa. Fonti vicine al Governo italiano ci tengono però a precisare che non si tratta di un “atto ostile” verso il popolo spagnolo: i controlli italiani, a differenza della rappresaglia di Madrid, riguardano solo i cittadini extra-Ue, garantendo la massima fluidità per gli europei.

Le accuse incrociate e il fallimento della solidarietà europea

A tentare di gettare acqua sul fuoco è intervenuto il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, che ha ribadito la natura «temporanea, mirata e selettiva» del provvedimento italiano, adottato con «l’unico obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale». Ma la Moncloa (sede del governo spagnolo) non ci sta e continua a definire la mossa italiana come «ingiusta, discriminatoria e decisa unilateralmente senza preavviso».

Gli spagnoli ricordano inoltre come i migranti arrivati irregolarmente a Ceuta non possano comunque accedere allo spazio Schengen per via dello status speciale della città, e sottolineano di aver già rimpatriato in Marocco la quasi totalità delle persone entrate. C’è amarezza, nelle parole di Madrid, che rinfaccia a Roma di non aver mai subito controlli ai confini da parte della Spagna neppure nei momenti più drammatici dell’emergenza sbarchi a Lampedusa.

In questo scontro tra titani, dove nessuno sembra disposto a cedere di un millimetro, a perdere è senza dubbio l’idea stessa di Unione Europea. Mentre i palazzi della politica litigano accusandosi reciprocamente di scarsa solidarietà, a pagare il conto reale saranno i cittadini, costretti a rimettersi in fila per mostrare i documenti, come se gli ultimi trent’anni di storia europea fossero stati improvvisamente cancellati con un colpo di spugna.

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Esteri

Lavoro, Newsom spinge sul salario minimo: gol politico in vista delle Presidenziali 2028

“Noi crediamo che se lavorate duro meritate un salario decente. Gli altri credono che 7,25 dollari all’ora siano sufficienti”. Con queste parole Gavin Newsom, il governatore della California, ha annunciato che il salario minimo del Golden State aumenterà dall’attuale 16,90 a 17,40 dollari l’ora, divenendo il più alto negli Stati Uniti, eccetto per Washington D.C., dove il salario minimo raggiunge i 18,40 dollari l’ora.

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Gavin Newsom

Redazione-  “Noi crediamo che se lavorate duro meritate un salario decente. Gli altri credono che 7,25 dollari all’ora siano sufficienti”. Con queste parole Gavin Newsom, il governatore della California, ha annunciato che il salario minimo del Golden State aumenterà dall’attuale 16,90 a 17,40 dollari l’ora, divenendo il più alto negli Stati Uniti, eccetto per Washington D.C., dove il salario minimo raggiunge i 18,40 dollari l’ora.

I 7,25 dollari citati da Newsom si riferiscono al salario minimo federale, aumentato durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2007, che i repubblicani attuali non hanno nessuna intenzione di modificare.

L’aumento annunciato da Newsom in realtà è un’indicizzazione del salario minimo per coprire l’eventuale aumento dell’inflazione. Ciononostante, il governatore della California ha tutte le ragioni per celebrare l’aumento, che equivale a più del doppio di quello federale; quest’ultimo non include l’indicizzazione, penalizzando tutti quei lavoratori che lo ricevono. Difatti, il salario minimo federale può persino essere inferiore alla soglia federale di 7,25 dollari in alcuni Stati concentrati nel sud del Paese se i dipendenti ricevono mance, a patto che il totale arrivi alla media di 7,25.

Il fatto che il governo federale non abbia agito per aumentare il salario minimo dal 2007 ha spinto quasi trenta Stati e municipalità ad agire da soli per rimediare. Ecco come si spiega il fatto che in Stati liberal come la California, e non solo, il salario minimo sia molto più alto. Nel Golden State, infatti, i dipendenti del fast food ricevono 20 dollari l’ora secondo una recente legge. Questa tariffa si applica alle catene di ristorazione nazionale con più di 60 locali negli Stati Uniti. Inoltre, nel settore della sanità il salario minimo è di 25 dollari l’ora. Con i Giochi Olimpici del 2028 in programma a Los Angeles, il consiglio comunale ha approvato un’ordinanza che stabilisce il salario minimo a 30 dollari per i lavoratori dei grandi alberghi e degli aeroporti. L’aumento doveva iniziare nel 2026, due anni prima dei Giochi Olimpici, ma poi, sotto pressione delle aziende, l’ordinanza è stata rimandata fino al 2028. L’ordinanza include altre esclusioni, poiché si applica ai lavoratori di alberghi con 60 o più camere e a quelli che lavorano all’aeroporto. Non tocca, invece, il salario minimo della metropoli, che rimane a 17,80 dollari l’ora.

Questi aumenti del salario minimo aiutano, ma non risolvono i problemi del carovita, specialmente in California. Anche con uno stipendio di 30 dollari l’ora, in città come San Francisco e Los Angeles sarebbe difficile vivere adeguatamente. Lavorando 40 ore settimanali con uno stipendio di 30 dollari all’ora, in un anno intero si guadagnerebbero 62.400 dollari lordi (circa 55.000 netti dopo aver pagato le tasse federali e quelle californiane). L’affitto di un bilocale costa sui 24 mila dollari annui. L’aggiunta dei costi di trasporto, cibo, sanità (spesso non inclusa dai datori di lavoro) e altre spese renderebbe una vita dignitosa alquanto difficile.

Gli aumenti del salario minimo riflettono tendenze progressiste auspicate ad alta voce dal senatore socialista democratico Bernie Sanders. Il senatore del Vermont, da molti anni e specialmente da quando fu candidato alla presidenza nel 2016 (quando venne sconfitto alle primarie da Hillary Clinton), ha spinto per un salario minimo nazionale a 15 dollari l’ora.

Il fatto che il salario minimo aumenterà a 17,40 dollari l’ora il 1° gennaio spinge nella giusta direzione, anche perché mette pressione verso l’alto sui salari dei dipendenti che adesso guadagnano un po’ di più. Ovviamente le aziende sono sempre contrarie a questi aumenti salariali, citando una perdita di posti di lavoro che in realtà non si verifica. Ce lo confermano gli studi fatti dalla Harvard University e dall’Università della California a San Francisco. Ciononostante, la reazione dei repubblicani è sempre prevedibile. Commentando l’aumento del salario minimo annunciato da Newsom, il candidato repubblicano a governatore della California Steve Hilton ha dichiarato che si tratta di un “attacco ai lavoratori” perché “schiaccerà le aziende”. Si sbaglia, ma allo stesso tempo ci conferma che, quando si tratta di difendere i lavoratori, i repubblicani si schierano dal lato opposto. Per Newsom, invece, che con ogni probabilità si candiderà alle presidenziali del 2028, si tratta anche di un gol politico.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Tre sorelle adolescenti afghane scomparse in Polonia; la famiglia è in attesa, la polizia è alla ricerca

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Sana (18 anni), Lima (16 anni) e Marwa (14 anni)

Redazione- Tre sorelle afghane — Sana (18 anni), Lima (16 anni) e Marwa (14 anni) — sono scomparse alcuni giorni fa nella città di Varsavia, in Polonia, suscitando forte preoccupazione tra i familiari e la comunità afghana.

Secondo un comunicato della Polizia del Quinto Distretto di Varsavia, le tre ragazze hanno lasciato la loro abitazione intorno alle 18:00 del 10 agosto. L’ultima volta sono state viste alle 20:50 presso una fermata del tram, dopo aver effettuato alcuni acquisti in un negozio.

Da quel momento non si hanno più notizie di loro. Non sono rientrate a casa e non hanno contattato i familiari. La polizia ha inoltre reso noto che, al momento della scomparsa, non avevano con sé né telefoni cellulari né documenti d’identità, un elemento che accresce ulteriormente la preoccupazione.

Le autorità polacche hanno invitato chiunque disponga di informazioni utili sul luogo in cui si trovano Sana, Lima e Marwa a contattare immediatamente la polizia. Anche il più piccolo dettaglio potrebbe essere decisivo per riportare le tre sorelle sane e salve dalla loro famiglia.

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