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Esteri

Trump perde il controllo? I senatori YOLO complicano la sua agenda politica

L’acronimo YOLO, che sta per “You Only Live Once” (“si vive una volta sola”), è stato reso popolare dal rapper canadese Drake in una delle sue canzoni, per suggerire che una vita spericolata è completamente accettabile.

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Trump perde il controllo? I senatori YOLO complicano la sua agenda politica

Redazione-  L’acronimo YOLO, che sta per “You Only Live Once” (“si vive una volta sola”), è stato reso popolare dal rapper canadese Drake in una delle sue canzoni, per suggerire che una vita spericolata è completamente accettabile. In questi giorni i media americani hanno iniziato ad usare questo termine per definire i politici repubblicani che non hanno più nulla da temere da Donald Trump e possono dunque esprimere le loro opinioni liberamente. Questi politici includono alcuni che hanno deciso di gettare la spugna e non ricandidarsi, ma anche altri che sono stati snobbati da Trump come punizione per non essergli rimasti fedeli. Nelle ultime settimane il senatore Bill Cassidy della Louisiana e John Cornyn del Texas hanno perso le primarie per il Senato poiché Trump ha offerto il suo endorsement ai loro avversari. Altri membri del gruppo YOLO includono il senatore del North Carolina Thom Tillis e Mitch McConnell del Kentucky, che non si sono ricandidati. Questi senatori si aggiungono ad altri considerati moderati come Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Rand Paul del Kentucky, che con frequenza esitano a votare a favore delle politiche di Trump.

I segnali che questi senatori abbiano deciso di seguire la filosofia YOLO sono già evidenti e con ogni probabilità aumenteranno nei prossimi sei mesi di mandato. Simili segnali sono venuti a galla anche alla Camera dei Rappresentanti. I parlamentari democratici, con quattro repubblicani, hanno approvato una risoluzione che bloccherebbe la guerra statunitense con l’Iran (215 sì, 208 no). Anche il Senato, il mese scorso, ha approvato una simile risoluzione grazie al sostegno di quattro repubblicani. Le due risoluzioni sono diverse e, anche se fossero approvate alla fine da ambedue le Camere, Trump potrebbe imporre il suo veto. Da aggiungere che la Camera ha eliminato 10 miliardi dal bilancio per il 2027 che sarebbero serviti a finanziare i progetti di abbellimento del Dipartimento degli Interni fortemente voluti dal presidente.

Si intravedono altri voti contrari alle politiche di Trump perché sia alla Camera che al Senato i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Ci vuole solo una manciata di repubblicani che votino con i democratici per silurare i piani di Trump. Il 47esimo presidente continua a proporre politiche talmente esagerate e fuori dalle norme che i repubblicani stentano a difendere, ma sono costretti a farlo temendo l’ira del loro leader. In alcuni casi, però, Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Dopo l’annuncio del Dipartimento di Giustizia di un fondo di 1,7 miliardi di dollari per ricompensare le persone “ingiustamente” indagate dall’amministrazione di Joe Biden, i repubblicani hanno espresso il loro disappunto. Trump ha alla fine annunciato che non si procederà con quel fondo, che avrebbe avvantaggiato anche gli assalitori dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

I repubblicani si stanno trovando a difendere politiche talmente esagerate che lo fanno con enorme difficoltà, sentendosi al contempo traditi e umiliati. Ha colpito specialmente la scelta di Trump di offrire il suo endorsement a Ken Paxton invece di John Cornyn nelle primarie per il seggio al Senato nello Stato del Texas. Trump lo ha fatto quando aveva capito che Paxton avrebbe vinto, dato che si vuole sempre associare ai vincitori. La sua scelta ha però adirato molti senatori repubblicani che vedevano di buon occhio il collega Cornyn. Un’altra ragione per la loro delusione è il fatto che l’avversario di Paxton, James Talarico, sarebbe in vantaggio secondo i sondaggi. Si stima che il Partito Repubblicano dovrà spendere quasi 100 milioni di dollari per sostenere Paxton, soldi che la leadership repubblicana al Senato vorrebbe usare altrove.

Un’altra area di specifica competenza del Senato è il potere di confermare o meno le nomine di Trump. E qui il presidente potrebbe avere seri grattacapi. Uno si è già visto quando Trump ha nominato Bill Pulte a direttore ad interim dell’intelligence nazionale dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard. Pulte, il battagliero direttore dell’Agenzia federale per il finanziamento dell’edilizia abitativa, non ha nessuna esperienza nel campo dell’intelligence come richiede lo statuto per il posto. Quando gli fu domandato se Pulte farà un buon lavoro, Trump ha risposto che “è un tipo molto intelligente” e che imparerà rapidamente. Le pressioni di senatori democratici e repubblicani potrebbero costringere Trump a fare marcia indietro.

La conferma di altre nomine potrebbe essere più preoccupante per Trump, specialmente nel caso del Segretario di Giustizia. Dopo avere licenziato Pam Bondi, Trump ha nominato Todd Blanche, suo ex avvocato personale, a sostituirla ad interim. Adesso lo ha nominato alla carica permanente e Blanche dovrà presentarsi davanti alla Commissione Giustizia al Senato. Non si prevede un percorso facile: fra gli 11 senatori repubblicani, infatti, siedono due membri del cosiddetto gruppo YOLO, Cornyn e Tillis.

Devlin Barrett del New York Times ha scritto che con Trump il Dipartimento di Giustizia è divenuto il “Ministero della vendetta”, poiché viene strumentalizzato attualmente per colpire i nemici politici del presidente. Il Segretario di Giustizia sarà indispensabile poiché il presidente ha già dato chiari segnali che, date le previsioni burrascose per l’esito delle elezioni di midterm a novembre, la sua strategia potrebbe essere quella di gridare alla frode. Lo ha fatto recentemente con le primarie in California. Si teme che lo farebbe in altri casi usando il Dipartimento di Giustizia per scatenare indagini, ipotizzando frodi elettorali, creando confusione e potenzialmente mettendo in pericolo le elezioni americane che, secondo i sondaggi, non gli sorriderebbero.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Bill Clinton cita il Corano: «I musulmani non devono essere discriminati a causa della loro fede»

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Bill Clinton

Florida, Stati Uniti — L’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha condannato gli atteggiamenti discriminatori nei confronti dei musulmani, sottolineando che nessuno dovrebbe essere insultato o disprezzato a causa della propria religione.

Clinton ha pronunciato queste parole il 20 ottobre 2026, durante un incontro interreligioso presso il Koinonia Worship Center, in Florida, nel corso di un evento intitolato “Multiple Faiths, One Florida”.

Nel suo intervento, l’ex presidente ha raccontato che sua figlia Chelsea aveva letto il Corano integralmente all’età di 15 anni e successivamente lo aveva incoraggiato a leggere un passaggio del testo sacro islamico.

Clinton ha richiamato il messaggio della sura Al-Hujurat, versetto 13, secondo cui Dio ha creato gli esseri umani in popoli e tribù affinché possano conoscersi reciprocamente. Nel suo racconto, ha evidenziato che le differenze tra le persone non dovrebbero essere motivo di disprezzo, ma un’occasione per comprendersi e imparare gli uni dagli altri.

L’ex presidente ha inoltre affermato di essere stanco degli atteggiamenti che denigrano i musulmani semplicemente per il fatto di essere musulmani. Ha ricordato che comportamenti negativi possono verificarsi in ogni comunità religiosa, poiché nessun essere umano è perfetto.

Le sue dichiarazioni riportano al centro del dibattito pubblico il tema della libertà religiosa e della convivenza pacifica tra persone di culture e fedi diverse. Il rispetto reciproco, il dialogo interreligioso e il rifiuto dei pregiudizi rappresentano elementi fondamentali per contrastare le divisioni e promuovere una società più inclusiva.

Il messaggio centrale del suo intervento è che la diversità religiosa e culturale non dovrebbe diventare una fonte di ostilità, ma un’opportunità per favorire la conoscenza reciproca, la comprensione e la pace.

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Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Richard Bennett chiede di fermare i rimpatri degli afghani dall’Europa

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Richard Bennett

Redazione – Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, ha invitato i Paesi europei a fermare i rimpatri dei cittadini afghani verso luoghi in cui rischiano persecuzioni e violazioni dei diritti fondamentali.

Bennett ha sottolineato che gli Stati europei devono rispettare gli obblighi internazionali e non rimandare le persone in territori dove la loro vita e libertà potrebbero essere in pericolo. Ha inoltre espresso preoccupazione per l’intensificazione dei contatti tra l’Unione europea e i talebani, avvertendo che tali rapporti non devono contribuire a normalizzare le violazioni dei diritti umani, soprattutto la repressione delle donne e delle ragazze in Afghanistan.

L’appello arriva mentre la Germania ha ripreso i rimpatri di cittadini afghani e altri Paesi europei hanno avviato colloqui con i talebani per facilitare il ritorno delle persone prive di un regolare permesso di soggiorno. L’Unione europea ha definito questi contatti di natura tecnica, precisando che non costituiscono un riconoscimento ufficiale dei talebani.

Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Afghanistan, ribadendo l’obbligo di rispettare il principio di non-refoulement, che vieta di rimandare le persone in luoghi dove rischiano persecuzioni o gravi violazioni dei diritti fondamentali. Gli esperti hanno inoltre denunciato la grave situazione delle donne e delle ragazze, chiedendo maggiore attenzione ai rischi che gli afghani potrebbero affrontare in caso di rimpatrio.

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