Castel di Carta 2026: la cultura celebra i suoi protagonisti
È stata una serata dedicata alla letteratura, al talento e alla passione per la scrittura quella che ha accompagnato la cerimonia di premiazione della seconda edizione di Castel di Carta – Premio Vincenzo Russo 2026, inserita nel programma del primo Cava Book Festival, svoltosi nel weekend tra il 4 e il 6 settembre.
Un appuntamento che ha riunito autori, editori, lettori e professionisti della cultura, celebrando la ricchezza della narrativa e della poesia contemporanea.
A Cava de’ Tirreni premiati autori e autrici delle diverse sezioni. Presente anche Alberto Raffaelli, che si congratula con tutti per i traguardi raggiunti
Redazione- È stata una serata dedicata alla letteratura, al talento e alla passione per la scrittura quella che ha accompagnato la cerimonia di premiazione della seconda edizione di Castel di Carta – Premio Vincenzo Russo 2026, inserita nel programma del primo Cava Book Festival, svoltosi nel weekend tra il 4 e il 6 settembre.
Un appuntamento che ha riunito autori, editori, lettori e professionisti della cultura, celebrando la ricchezza della narrativa e della poesia contemporanea.
Tra i tanti protagonisti della manifestazione anche Alberto Raffaelli, ideatore e promotore della community social Segnalazioni Letterarie (https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks), presente in qualità di componente della Giuria Tecnica di Castel di Carta, della quale hanno fatto parte pure Vittoriana Abate, Mario Avagliano, Lorella Di Biase, Pino Imperatore, Giovanni Lamberti, Massimo Pasqualone, Enrico Passaro, Valeria Parrella, Valentina Staffetta e Daniela Wollmann, sotto la presidenza di Maurizio De Giovanni. Proprio l’intervento alla cerimonia di premiazione dell’autore de “I bastardi di Pizzofalcone” ha costituito il suggello di un successo assoluto, garantito pure dalla bravura della presentatrice Titta Masi.
I nomi dei vincitori
Numerosi i riconoscimenti assegnati nelle diverse sezioni del Premio, di cui diamo conto a seguire.
Nel Fantasy – Opere edite il primo premio è stato assegnato al compianto Alessandro Carrani con “Edesir. L’essenza della vita” (Il Ciliegio), e ritirato dai commossi genitori. Secondo classificato Riccardo Maria Cascino con “Il cielo nero”, mentre il terzo posto è andato a Christian Capriello con “Derek Dolphyn e il varco incantato” (Tullio Pironti Editore). Menzioni d’onore per Morgana Mele e Rosalia Lodato.
Nel Fantasy – Opere inedite a conquistare il gradino più alto è stata la giovane toscana Lavinia Frosini con “Lergones”, davanti a R.A. Eller con “Anima Vincta” e a Francesca Franceschi con “Il mistero del disgelo”.
Nella narrativa per ragazzi – Opere edite vittoria per Saverio Giannini con “L’uomo sole” (Giazira Scritture), mentre secondi ex aequo sono risultati l’umbra Alessia Parrettini con “Apprendisti maghi” (Atile Edizioni) e Michele Pironti con “Il diario delle verità proibite”. Terza Eleonora Bellini con “Rachel Carson” (Il Ciliegio). Menzioni speciali per Rosa Montone e Diletta Di Rocco.
Nella sezione Narrativa per ragazzi – Opere inedite il primo premio è andato a Rosita D’Esposito con “Tutto sommato. Un viaggio imprevisto dentro il vulcano”, davanti a Mel Lisbona con “Zozo. Il panda canterino”.
Molto attese le due sezioni Gialli. Tra le Opere edite ha prevalso la scrittrice romana Antonella Palma con il corposo “Le Iniziali Ricamate” (PAV Edizioni). Secondi classificati ex aequo Pippo Zarrella con “Nero Quasi Bianco” (NEO Edizioni), e Ida Sassi con “I giorni della solitudine” (Leone Editore). Al terzo posto Salvo Fuggiano con “Le Ninfe Naiadi” (Mursia). Menzioni speciali per Edoardo Guerrini, Antonella Di Fabio e Dimitri Favre.
Per i Gialli – Opere inedite ha vinto Domenico Carpagnano con “Omicidio a Umbria Jazz”, davanti a Mario Giovanni Leoni con “Gli altri che siamo” e a Sabino Napolitano con “I delitti di Santa Cecilia”. Menzioni speciali per Carlotta Federica Leone, Paola Iannelli e Alberto Mazzega.
Nella sezione Poesia inedita il primo premio è stato conquistato da Maria Pia Lorenzo con “E vengo ‘ncielo”. Secondo Andrea Brancato con “Bi_Sogno di Luce”, e terzo Sergio Stanzione con “Non ti scriverò”. Menzioni speciali per Gianni Terminiello, Valeria Marzoli e Carmela Nastro.
Per ciò che concerne la Narrativa – Opere edite il primo premio è andato a Kristine Maria Rapino con “Scialacca” (Sperling & Kupfer), seguita da Anna Maria Pipolo con “L’avvocato brigante” (Il Piroscafo Edizioni) e – terzi a pari merito – Davide Carotenuto con “Ancora nove passi” (In breve Editore) ed Elio Esposito con “Albino Badinelli. Senza mai perdere la fede” (BookSprint Edizioni). Menzioni speciali per Giuseppe Capuano, Renata Buonaiuto e Barbara Ferrigno.
Nella Narrativa – Opere inedite sul gradino più alto del podio Nadia Mari con “Fuoco Estrella”, davanti a Domenico Carpagnano, presente anche in questa sezione con “Spezzate, ma non vinte”, ex aequo con Cristina Lora, autrice di “Voglio sentire la neve”; terzo Giuseppe Castrillo con “La contentezza”. Menzioni speciali per Carmine Natale, Patrizia Fussi e Monica Aquino.
Il plauso di Alberto Raffaelli
In questo importante momento dedicato alla cultura, Alberto Raffaelli e tutta la community Segnalazioni Letterarie hanno voluto condividere molti frangenti del Cava Book Festival: a partire da alcune settimane prima diversi sono stati gli annunci sul gruppo, culminati in una serie di reel inviati da vari partecipanti su input dell’associazione Nessuno e Centomila, organizzatrice dell’evento.
Intensa è stata poi la copertura assicurata da Segnalazioni Letterarie durante i tre giorni della manifestazione, dove Raffaelli ha avuto modo di moderare una dozzina tra le molte presentazioni ed incontri svoltisi nella struttura di accoglienza, il convento di S. Francesco e S. Antonio, oltre che di premiare la sezione Fantasy – Opere edite alla cerimonia di Castel di Carta.
E a bocce ormai ferme è utile soffermarsi con lo stesso Raffaelli per meditare sul significato di una rassegna che fin da questo suo primo apparire si pone come una vetrina emblematica del panorama editoriale e creativo italiano, con tutti i presupposti per diventare un punto di riferimento nel settore: alla stregua proprio della medesima Segnalazioni Letterarie, che ha conquistato un suo piccolo ruolo di rilievo sul web per scrittori e realtà librarie emergenti. E quando dalla rete le conoscenze e le dialettiche si materializzano in presenze e incontri reali, si ha la piacevolissima sensazione di aver compiuto pienamente la propria mission.
Alberto Raffaelli a Castel di Carta 2026: “La cultura è di tutti e ogni autore merita di essere ascoltato”
Alberto, Lei ha preso parte a Castel di Carta 2026, importante appuntamento dedicato alla letteratura. Che significato ha avuto essere presente a questa manifestazione?
È stato innanzitutto un piacere e un onore. Eventi come Castel di Carta dimostrano quanto sia ancora vivo il desiderio di incontrarsi attraverso i libri e la scrittura. Essere presente significa condividere un momento nel quale gli autori possono sentirsi valorizzati e comprendere che dietro ogni opera esiste un percorso fatto di impegno, sacrificio e passione. Per me la cultura è soprattutto questo: incontro, ascolto e condivisione.
Lei è ideatore e promotore di Segnalazioni Letterarie. Quanto è importante oggi creare spazi capaci di dare visibilità agli autori?
È fondamentale. Viviamo in un’epoca nella quale vengono prodotte moltissime opere, ma non sempre è semplice raggiungere il pubblico giusto. Un progetto come Segnalazioni Letterarie nasce proprio dalla volontà di creare un ponte tra chi scrive e chi desidera conoscere nuove realtà. Credo fermamente che la cultura non debba essere considerata un privilegio per pochi. Lo abbiamo sempre detto: la cultura è di tutti.
A Castel di Carta sono stati premiati numerosi autori nelle diverse sezioni. Che cosa rappresenta, secondo Lei, un riconoscimento letterario?
Rappresenta qualche cosa di importante, ma non dovrebbe mai essere considerato soltanto un punto di arrivo. È un incoraggiamento a proseguire. Dietro ogni libro c’è una persona che ha dedicato tempo, energie e parte della propria sensibilità a un progetto. Quando quella persona riceve un riconoscimento, significa che il suo lavoro ha incontrato uno sguardo capace di comprenderlo e apprezzarlo.
Lei ha avuto modo di congratularsi con i vincitori. Che messaggio sente di rivolgere loro?
Di vivere questo momento con gioia, ma anche con la consapevolezza che ogni traguardo porta con sé una nuova partenza. A tutti i vincitori rivolgo le mie più sincere congratulazioni. Ma desidero complimentarmi anche con i finalisti e con tutti coloro che hanno partecipato. Arrivare a mettere la propria opera davanti agli occhi di una giuria e del pubblico richiede coraggio. E questo, indipendentemente dal risultato, ha già un grande valore.
Secondo Lei, quali sono le qualità che rendono davvero grande un autore?
Non soltanto la tecnica. Naturalmente preparazione e competenza sono importanti, ma credo che un autore significativo debba possedere soprattutto uno sguardo personale sul mondo. Deve avere qualcosa da dire e il coraggio di dirlo attraverso la propria voce. E poi deve saper ascoltare: i lettori, le critiche, le esperienze, persino i propri silenzi. La scrittura autentica nasce spesso proprio dall’ascolto.
Nel mondo editoriale si parla molto di successo. Lei crede che esso coincida col valore?
Non necessariamente. Il successo può essere immediato, mentre il valore spesso ha bisogno di tempo. Ci sono libri che diventano famosi rapidamente e altri che vengono scoperti lentamente, magari dopo anni. La vera misura di un’opera, a mio avviso, non è soltanto il numero delle copie vendute, ma ciò che riesce a lasciare dentro chi la legge.
Quanto conta l’aspetto umano nel Suo modo di promuovere la cultura?
Moltissimo. Io credo nelle persone prima ancora che nei progetti. Dietro un autore vedo un essere umano con la propria storia, le proprie difficoltà, i propri sogni. Se perdiamo questo aspetto, rischiamo di trasformare la cultura in una semplice vetrina. Invece la cultura deve continuare ad avere un’anima.
Qual è, allora, la responsabilità di chi opera nel settore culturale?
È quella di non creare muri. Dobbiamo costruire ponti. Dobbiamo dare opportunità, favorire il confronto e permettere alle persone di conoscersi. Chi promuove cultura ha una responsabilità importante perché contribuisce a formare la sensibilità della società. E per questo servono serietà, correttezza, rispetto e capacità di ascolto.
Se dovesse scegliere due sole parole per descrivere Castel di Carta 2026, quali sarebbero?
Condivisione ed entusiasmo.
Quale auspicio sente di rivolgere agli autori che oggi stanno iniziando il proprio percorso?
Di non smettere mai di credere nella propria voce. Non bisogna scrivere pensando esclusivamente al riconoscimento o al successo. Bisogna scrivere perché si ha qualcosa dentro che chiede di essere raccontato. Poi bisogna studiare, migliorarsi, accettare i consigli e avere pazienza. La strada può essere lunga, ma ogni passo contribuisce a costruire il proprio percorso.
E infine, Alberto Raffaelli, che cosa significa per Lei la frase “la cultura è di tutti”?
Significa che nessuno dovrebbe sentirsi escluso. La cultura appartiene a chi scrive e a chi legge, a chi insegna e a chi impara, a chi sale su un palco e a chi ascolta in silenzio. Appartiene a tutti coloro che hanno ancora voglia di interrogarsi, emozionarsi e conoscere. Se riusciamo a far comprendere questo, abbiamo già compiuto qualcosa di importante.
Le parole di Alberto Raffaelli restituiscono una visione della cultura lontana dalla semplice celebrazione e vicina, invece, all’idea di una comunità che cresce attraverso l’incontro (che può avvenire sui social o, come nella tre giorni cavese, in presenza).
Castel di Carta 2026 e il suo “contenitore” Cava Book Festival diventano così non soltanto luoghi in cui sono stati proclamati dei vincitori e stand impilati di libri si sono accostati tra loro, ma veri e propri spazi nel quale tanti percorsi differenti hanno potuto interagire e confrontarsi. Ed è proprio questo il senso più profondo che le parole e le pagine devo lasciare nello spirito di tutti noi.
Foto fornite da Alberto Raffaelli ideatore del format ‘Segnalazioni Letterarie’
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Leggiamo ancora per capire il mondo o soltanto per trovare risposte veloci? Il valore dei libri nell’era dell’intelligenza artificiale
Non abbiamo mai avuto così tante risposte a portata di mano. Eppure, forse, non abbiamo mai avuto altrettanto bisogno di imparare a fare le domande giuste. In un tempo dominato dalla velocità, dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale, il libro torna a porre una questione essenziale: siamo ancora disposti a fermarci per comprendere davvero ciò che leggiamo?
Ottobre, con le sue giornate che si accorciano e il ritmo della vita che lentamente cambia, invita a riscoprire il piacere della lettura. Ma al di là delle suggestioni autunnali, c’è una domanda che riguarda il nostro presente e, soprattutto, il futuro delle nuove generazioni: quale posto occupano oggi i libri in una società abituata a consumare informazioni in pochi secondi? Tutti i dettagli qui sotto 👇
Redazione- Non abbiamo mai avuto così tante risposte a portata di mano. Eppure, forse, non abbiamo mai avuto altrettanto bisogno di imparare a fare le domande giuste. In un tempo dominato dalla velocità, dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale, il libro torna a porre una questione essenziale: siamo ancora disposti a fermarci per comprendere davvero ciò che leggiamo?
Ottobre, con le sue giornate che si accorciano e il ritmo della vita che lentamente cambia, invita a riscoprire il piacere della lettura. Ma al di là delle suggestioni autunnali, c’è una domanda che riguarda il nostro presente e, soprattutto, il futuro delle nuove generazioni: quale posto occupano oggi i libri in una società abituata a consumare informazioni in pochi secondi?
Siamo immersi in un flusso incessante di notizie, video, messaggi e contenuti che competono per ottenere la nostra attenzione. Scorriamo le pagine degli schermi, passiamo da un argomento all’altro e spesso confondiamo la quantità delle informazioni con la profondità della conoscenza. Eppure, sapere molte cose non significa necessariamente averle comprese. La conoscenza richiede tempo, capacità di collegare i fatti, disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni. Richiede, soprattutto, la pazienza di ascoltare anche ciò che non conferma immediatamente le nostre idee.
È in questo scenario che la lettura assume un significato che va ben oltre l’abitudine individuale. Leggere un romanzo significa entrare nella vita di un’altra persona, attraversarne le contraddizioni, comprenderne le fragilità. Leggere un saggio significa confrontarsi con un pensiero, accettare la complessità di un problema, imparare a distinguere un’opinione da un argomento. La letteratura, in tutte le sue forme, ci ricorda che la realtà non si esaurisce in una risposta rapida e che ogni esperienza umana merita uno sguardo più attento.
Non si tratta di contrapporre nostalgicamente la carta al digitale, né di considerare la tecnologia un nemico della cultura. Gli strumenti cambiano, le modalità di accesso ai contenuti si trasformano e anche il mondo editoriale è chiamato a confrontarsi con nuove opportunità. La vera questione è un’altra: riusciremo a utilizzare l’innovazione per ampliare le nostre possibilità di conoscenza senza rinunciare alla libertà di pensare autonomamente?
Una ricerca nazionale presentata nel settembre 2026 da INDIRE e dal Festival dell’Innovazione Scolastica, condotta su 5.342 studenti, ha evidenziato quanto l’intelligenza artificiale sia ormai presente nella vita scolastica: il 94% degli intervistati la utilizza almeno occasionalmente e l’84% ricorre a questi strumenti per studiare. Numeri che non autorizzano a considerare la tecnologia un ostacolo alla lettura, ma invitano a interrogarsi sul ruolo dell’educazione al pensiero critico. Perché utilizzare uno strumento non equivale automaticamente a comprenderne i risultati, così come ricevere una risposta non significa aver maturato una conoscenza.
In questo passaggio storico, il libro può continuare a rappresentare una palestra di autonomia intellettuale. Non perché possieda una superiorità assoluta rispetto agli altri mezzi di comunicazione, ma perché offre al lettore la possibilità di stabilire un rapporto personale con le parole, di soffermarsi su una frase, tornare indietro, interrogarsi, dissentire. Un libro non impone necessariamente un percorso prestabilito: apre possibilità, stimola interpretazioni e lascia al lettore la responsabilità di costruire il proprio giudizio.
Ma perché questa possibilità si traduca in un’esperienza concreta, occorrono anche luoghi, persone e iniziative capaci di avvicinare il pubblico ai libri. La promozione della lettura non può essere affidata soltanto alla scuola, alle biblioteche o alle campagne istituzionali. Ha bisogno di una rete viva, fatta di relazioni, dialogo e occasioni di scoperta. Ha bisogno di chi sappia parlare di letteratura senza trasformarla in un privilegio riservato a pochi.
È in questa prospettiva che si inserisce l’esperienza di Alberto Raffaelli, insegnante romano e ideatore di Segnalazioni letterarie (https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks), community gratuita dedicata al mondo dei libri che dal 2018 si propone di favorire la circolazione della cultura e di dare visibilità agli autori e alle loro opere. Nel suo salotto virtuale trovano spazio editori, scrittori e protagonisti del panorama letterario, chiamati a raccontare storie, percorsi creativi e progetti editoriali, incontrando lettori che possono partecipare, ascoltare e intervenire.
L’aspetto più significativo di questa esperienza è la possibilità di trasformare la rete da semplice luogo di passaggio a spazio di incontro. Il digitale, spesso accusato di frammentare l’attenzione, può diventare invece anche uno strumento per avvicinare persone lontane, far conoscere opere meno visibili e mettere in comunicazione chi scrive con chi desidera leggere. Le dirette e gli incontri online possono così restituire al libro una dimensione condivisa: quella della conversazione, della curiosità e del confronto.
Il percorso di Segnalazioni letterarie, nato originariamente come progetto di divulgazione libraria, testimonia proprio questa evoluzione: la promozione culturale può trovare nuovi linguaggi senza perdere di vista la propria finalità essenziale, ossia creare occasioni di accesso alla lettura e favorire il dialogo tra autori, editori e pubblico.
In un mercato editoriale in cui la visibilità rappresenta una sfida particolarmente importante, offrire uno spazio di confronto significa anche contribuire a rendere più ampio il panorama delle possibilità. Non tutti gli autori dispongono degli stessi strumenti promozionali, e non tutti i libri riescono a raggiungere i lettori ai quali potrebbero parlare. Una comunità culturale attiva può contribuire a ridurre questa distanza, favorendo la scoperta e invitando il pubblico ad andare oltre le scelte dettate esclusivamente dalle classifiche dei bestseller o dalle mode del momento.
Naturalmente nessuna iniziativa può sostituire la libertà individuale di scegliere cosa leggere: il valore della promozione culturale consiste proprio nel moltiplicare le opportunità, non nell’indicare un unico percorso. Un lettore può avvicinarsi alla letteratura attraverso un classico, una raccolta poetica, un romanzo d’esordio, un saggio storico o una storia contemporanea. Ciò che conta è che l’incontro con il libro non venga vissuto come un obbligo, ma come una possibilità di scoperta.
Anche il rapporto dei giovani con la lettura merita uno sguardo meno sbrigativo. Liquidare le nuove generazioni come disinteressate ai libri rischia di impedire una comprensione più profonda dei loro linguaggi, delle loro abitudini e delle loro esigenze. La sfida è costruire ponti tra la cultura tradizionale e i luoghi nei quali i ragazzi si incontrano, utilizzando strumenti contemporanei per suscitare curiosità e accompagnarli verso esperienze di lettura più consapevoli.
In questo percorso, insegnanti, scrittori, editori, giornalisti e divulgatori possono svolgere un ruolo decisivo. Non basta dire che leggere fa bene: occorre mostrare che cosa può accadere quando una storia ci sorprende, quando un personaggio ci costringe a rivedere un pregiudizio, quando una pagina riesce a dare un nome a un sentimento che non sapevamo esprimere. La lettura diventa allora un’esperienza concreta, capace di dialogare con la vita quotidiana.
Forse è proprio qui che si trova il significato più profondo del libro nel nostro tempo. In un mondo che ci chiede continuamente di essere rapidi, produttivi e immediatamente raggiungibili, leggere può diventare una forma di resistenza alla superficialità. Non una fuga dalla realtà, ma un modo per abitarla con maggiore consapevolezza. Non un rifiuto dell’innovazione, ma la scelta di non lasciare che siano soltanto gli strumenti tecnologici a stabilire il ritmo dei nostri pensieri.
Il futuro della lettura, dunque, non dipenderà soltanto dal numero di volumi venduti o dalla capacità dell’editoria di intercettare nuove tendenze. Dipenderà anche dalla qualità delle relazioni che sapremo costruire intorno ai libri, dalla possibilità di far incontrare chi scrive e chi legge, dalla volontà di riconoscere alla cultura un valore che non si misuri esclusivamente in termini economici.
Esperienze come quella di Segnalazioni letterarie ricordano che la divulgazione culturale può nascere anche da un’iniziativa accessibile e dalla dedizione di chi sceglie di mettere in relazione persone e storie. Perché un libro, prima ancora di diventare un prodotto editoriale, è una possibilità di dialogo. E ogni dialogo autentico può generare una domanda nuova, aprire una prospettiva inattesa, avvicinare persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate.
Alla fine, la domanda iniziale rimane aperta: leggiamo ancora per capire il mondo o soltanto per trovare risposte veloci? Forse la differenza non sta nella tecnologia che utilizziamo, ma nel tempo che siamo disposti a dedicare alla comprensione. Un libro non promette di risolvere ogni dubbio, né di consegnarci verità definitive. Ci offre qualcosa di più discreto e, proprio per questo, prezioso: la possibilità di fermarci, ascoltare una voce diversa dalla nostra e ripartire con uno sguardo nuovo.
Perché una società che legge non è necessariamente una società che possiede tutte le risposte. È una società che conserva il coraggio di interrogarsi. E finché ci sarà qualcuno disposto ad aprire un libro, raccontarlo, condividerlo e ascoltare chi ne parla, la cultura continuerà a essere non un lusso per pochi, ma uno spazio comune nel quale imparare, insieme, a comprendere il mondo.
Come complemento a questo contributo abbiamo chiesto ad Alberto Raffaelli una dichiarazione che riassuma i caratteri principali della mission proposta da Segnalazioni Letterarie. Ci ha dato un proclama che vale la pena di riportare per intero, perché ribadisce dei principi dei quali siamo convinti e che abbiamo qui riportato nelle righe precedenti. Eccolo:
«Un libro è una luce che non pretende di illuminare tutto il mondo, ma che può insegnarci a guardarlo con occhi diversi. Credo che la cultura abbia senso quando smette di essere un privilegio e diventa un incontro, quando le parole abbandonano le pagine per raggiungere le persone e accendere in loro una domanda, un’emozione, un pensiero nuovo.
Da otto anni, con Segnalazioni letterarie, cerco di custodire proprio questo spazio: un salotto virtuale nel quale editori e scrittori possano raccontarsi, dove ogni libro abbia la possibilità di trovare una voce e ogni lettore possa sentirsi parte di una comunità. Perché dietro una copertina non c’è soltanto una storia da vendere, ma un universo umano da scoprire, una sensibilità che cerca ascolto, un frammento di vita che attende di essere condiviso.
In un’epoca che ci abitua alla velocità, io continuo a credere nella profondità; in un tempo che misura tutto attraverso i numeri, credo nel valore delle relazioni; in una società che spesso confonde l’apparire con l’essere, riconosco alla lettura la capacità di riportarci all’essenziale.
Non considero la cultura una destinazione per pochi eletti, ma un cammino aperto a chiunque abbia ancora il desiderio di comprendere, di interrogarsi, di lasciarsi sorprendere. Un libro non ci rende necessariamente migliori per il solo fatto di averlo letto: ci offre, però, l’occasione di diventarlo, se siamo disposti ad ascoltare ciò che le sue pagine hanno da dirci.
Forse è questo il significato più autentico del mio impegno: non portare semplicemente i libri alle persone, ma aiutare le persone a ritrovare, attraverso i libri, una parte di sé. Perché le parole possono attraversare il tempo, superare le distanze e sopravvivere al silenzio. E quando una pagina riesce a entrare davvero nel cuore di qualcuno, la cultura smette di essere soltanto conoscenza e diventa umanità».
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«Occhi per sognare»: nella nuova silloge di Giacomo Garzya il potere dello sguardo che svela la bellezza nascosta del mondo
La poesia riscopre la forza salvifica dello sguardo: con la silloge Occhi per sognare, edita da Iuppiter Edizioni, Giacomo Garzya firma un intenso itinerario lirico tra le radici napoletane e Trieste. Dalla luce degli occhi all’infanzia pura di Greta, dalla montagna alla fratellanza universale, con la prefazione di Manuela Sanna e la nota critica di Chiara Spatuzzi. L’analisi completa della raccolta letteraria nell’approfondimento culturale di Cavaliere News:👇
Napoli – In un’epoca satura di immagini effimere e di sguardi frettolosi che consumano il reale senza mai fermarsi a comprenderlo, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo primario di bussola interiore e strumento di rigenerazione spirituale. Con la nuova raccolta poetica intitolata «Occhi per sognare», data alle stampe a Napoli dalla casa editrice Iuppiter Edizioni, il poeta e studioso Giacomo Garzya consegna ai lettori un viaggio lirico di abbacinante intensità emotiva, ponendo al centro della propria indagine estetica il mistero insondabile e fecondo della visione. L’intera architettura dell’opera scaturisce da una luminosa intuizione gnoseologica: è unicamente attraverso le finestre degli occhi che l’essere umano riesce a trafiggere la superficie delle apparenze per cogliere l’essenza segreta delle cose, convertendo l’atto percettivo in un’inesauribile sorgente di grazia e chiarità.
Fin dalle prime composizioni della silloge, lo sguardo poetico di Garzya non si accontenta di una funzione contemplativa o statica, ma si impone come una presenza viva, mobile e cangiante, capace di farsi faro rassicurante e guida salvifica nei momenti più bui e perlacei dell’esistenza. Questa vibrazione emerge con nitidezza cristallina nei versi della poesia «Stelle comete», dove l’autore scrive: «Non c’è che scarsa luce nella stanza, eppure le pupille dei tuoi occhi neri, nerissimi, come quelli d’un’aquila libera e fiera, che plana nel cielo al primo vento e solca onde agitate, sono stelle comete di gioia per il mio cuore dolente, per la mia anima inquieta». Una concezione spirituale della vista che dialoga profondamente con le meditazioni etiche e filosofiche sull’anima e sulla maschera celebrate ne Il Mattutino di Luca Sforzini tra geometria interiore e verità del mondo.
Dall’abisso della sofferenza allo sguardo puro di Greta: la fenomenologia dell’anima
La traiettoria lirica disegnata da Giacomo Garzya non si sottrae tuttavia alle zone d’ombra che attraversano la condizione umana. Se le iridi possono effondere gioia inattesa e balsamo di salvezza, esse sanno farsi parimenti specchio impietoso dell’irrequietezza esistenziale, dei sussulti drammatici di un animo che ricerca disperatamente il dono della reciprocità e dell’amore autentico. Gli occhi si velano di pudore quando devono celare la solitudine, soffocare il dolore o trattenere a stento speranze e desideri inespressi, creando una partitura affettiva in cui la fragilità si converte in vertigine poetica, con accenti che richiamano la commovente indagine sui moti intimi dell’anima tracciata nel saggio Quando il silenzio impara a gridare di Menda Vreto.
In questo caleidoscopio di sfumature sensoriali, rifulge come un astro incontaminato la commovente lirica dedicata a Greta, una bambina di dieci anni il cui sguardo, traboccante di stupore aurorale e gioia sorgiva, incarna per il poeta l’espressione più nobile e limpida del sogno umano. Negli occhi dell’infanzia, liberi da ogni incrostazione cinica e aperti alla scoperta fiduciosa del domani, la poesia di Garzya ritrova il senso originario del sacro, elevando la meraviglia infantile a vero e proprio antidoto contro la disillusione della contemporaneità.
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Montagne, fiori e memoria: la geografia dello spirito tra Napoli e Trieste
Attorno all’asse centrale dello sguardo, la raccolta si apre a una polifonia di motivi universali che testimoniano la vastità del panorama concettuale dell’autore. La ricerca dell’armonia si fonde con il principio irrinunciabile della fratellanza tra i popoli, con il pudore silente dei fiori di campo e con la maestosità delle cime montuose, dove la verticalità delle vette diviene metafora dell’ascesi morale e della contemplazione cosmica sotto la volta stellata della notte. Non manca un ancoraggio profondo alle sfide del nostro presente: la celebrazione della figura femminile viene spogliata di ogni residuo retorico o convenzionale, per trasformarsi in memoria viva, rispetto incondizionato e gratitudine etica, mentre l’universo sentimentale riscopre il fascino antico del corteggiamento cortese e la discrezione dell’amore.
Sul versante stilistico, Garzya sceglie con rigore il verso libero, asciutto ed essenziale, cesellato con sapienza metrica ed esaltato da calibratissime cesure che invitano il lettore a una lettura lenta e meditativa, capace di assimilare ogni singola parola nel suo riverbero più profondo. Straordinaria e originale è poi la struttura spazio-temporale della silloge: ogni singola lirica reca in calce l’indicazione precisa della data e del luogo esatto di composizione. La topografia reale si trasfigura così in mappa emotiva, memoria tangibile e colore cromatico, riflettendo la sensibilità visiva ed estetica indagata anche nelle grandi pagine della critica d’arte contemporanea, come nella Paratassi visiva tra realtà e inconscio di Gianfranco Meneghello.
La cura critica di Manuela Sanna e Chiara Spatuzzi e l’invito allo stupore
Il volume è impreziosito dall’autorevole Prefazione della professoressa Manuela Sanna, stimata filologa e storica del pensiero filosofico e scientifico dell’età moderna, e dalla puntuale Nota critica della dottoressa Chiara Spatuzzi, i cui contributi mettono in rilievo la sapienza ermeneutica e la coerenza linguistica dell’opera. Già docente di Materie letterarie nei licei statali e autore di una ricca bibliografia saggistica e letteraria, Giacomo Garzya condensa in questo testo il fecondo connubio tra le proprie solari radici napoletane e le atmosfere asburgiche e mitteleuropee della sua vita trascorsa a Trieste, crocevia di culture e frontiere ideali.
«Occhi per sognare» rappresenta un atto di resistenza umana e poetica contro il disincanto contemporaneo, un elogio discreto eppure fermo della meraviglia come metodo di conoscenza e comunione con l’altro. Un’opera che onora la straordinaria tradizione culturale ed editoriale della Campania, inserendosi in quel rigoglioso panorama artistico che trova espressione nelle grandi rassegne nazionali come il Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Guardare con occhi capaci di sognare diventa così, nella visione di Garzya, l’atto supremo di speranza che ci riconcilia con la bellezza del mondo.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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Quando il silenzio impara a gridare: la profonda riflessione di Menda Vreto sulle ferite invisibili e la cultura del rispetto
Quando il silenzio impara a gridare: la scrittrice Menda Vreto firma una riflessione intensa e necessaria sulle ferite invisibili dell’anima, la violenza psicologica e il valore irrinunciabile del rispetto nelle relazioni. Dalla necessità di educare all’accettazione del rifiuto fin dall’infanzia, all’importanza vitale di rompere l’isolamento senza colpevolizzare la fragilità, fino al coraggio di chiedere aiuto. Il testo integrale e il commento su Cavaliere News:👇
Redazione – Ci sono lacerazioni che non lasciano tracce visibili sull’epidermide, lividi dell’anima che non si possono medicare con un bendaggio ma che possiedono la devastante capacità di alterare per sempre il corso di un’esistenza. Sono dolori silenziosi che si mimetizzano dietro la maschera di un sorriso forzato, che si nutrono della paura di confidarsi, dell’incertezza nello scegliere o semplicemente del terrore di essere sé stessi. La scrittrice e saggista Menda Vreto firma una toccante e lucidissima riflessione dal titolo «Quando il silenzio impara a gridare», un manifesto etico e umano che scandaglia le radici più intime e complesse della violenza di genere, richiamando l’intera collettività a un’assunzione di responsabilità che oltrepassa la semplice denuncia giudiziaria.
La violenza contro le donne non si manifesta unicamente attraverso l’aggressione fisica o l’atto estremo della brutalità. Essa si insinua in modo subdolo nelle pieghe della quotidianità: assume le sembianze di frasi che svalutano, di un controllo ossessivo mascherato da premura, di continue limitazioni alla libertà personale e di atteggiamenti svilenti che, giorno dopo giorno, sgretolano l’autostima e la fiducia della vittima.
Distingue la difficoltà dal sopruso: la dignità come confine invalicabile
Nel suo testo, Menda Vreto traccia con fermezza una linea di demarcazione fondamentale tra le normali crisi che ogni relazione di coppia può trovarsi ad attraversare e la prevaricazione sistematica: «Ogni rapporto umano attraversa momenti di fragilità, conflitti ed errori. Ma è proprio dinanzi a queste difficoltà che occorre riconoscere la differenza abissale tra un ostacolo che si tenta di superare insieme e una dinamica tossica in cui la dignità, l’incolumità e la libertà di una persona vengono costantemente calpestate. Rispettarsi non significa concordare su tutto, ma saper ascoltare, accettare i limiti reciproci e comprendere che nessuno al mondo possiede il diritto di decidere o disporre della vita altrui».
Un passaggio cruciale del pensiero dell’autrice riguarda il rifiuto di una narrazione divisiva tra i sessi: affrontare la piaga dei maltrattamenti non significa ingaggiare una guerra ideologica tra uomini e donne. Al contrario, significa ribadire con forza che la responsabilità delle azioni violente ricade esclusivamente su chi le compie, senza alibi culturali o giustificazioni emotive. In questo percorso di liberazione ed emancipazione, moltissimi uomini rappresentano alleati indispensabili, custodi quotidiani di legami autentici fondati sulla parità, sulla reciprocità affettiva e sul supporto incondizionato, tematiche al centro anche delle grandi riflessioni storiche e giuridiche promosse a teatro con Ombra dei Diritti nei colori dell’Arte per raccontare la violenza sulle donne.
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Il peso delle parole, il velo dell’isolamento e il coraggio di chiedere aiuto
Menda Vreto pone l’accento sul potere distruttivo e al contempo salvifico del linguaggio: un giudizio sommario, una battuta canzonatoria o l’indifferenza complice davanti alla sofferenza altrui possono scavare solchi insanabili nel cuore di chi subisce. La società civile ha il dovere morale di costruire spazi protetti capaci di accogliere prima di giudicare, sorreggendo chi è caduto senza alimentare spirali colpevolizzanti. Dietro l’ostinato mutismo di una donna vittima di abusi convivono terrore, vergogna, smarrimento e il timore di non essere creduta; non spetta all’osservatore sindacare le tempistiche o i modi con cui una persona riesce a rompere l’assedio, ma farsi presenza discreta, solidale e affidabile.
«A chi sta attraversando un momento buio – scrive con profonda dolcezza Menda Vreto – vorrei dire che non deve vergognarsi della propria vulnerabilità e non deve sentirsi obbligata a combattere ogni battaglia in solitudine. Chiedere aiuto non è mai un segnale di resa, bensì il più alto e fiero atto di coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a recitare la parte dell’eroe invulnerabile per avere il diritto di vivere serenamente». Una vicinanza al prossimo e una dedizione all’ascolto delle fragilità che animano anche le iniziative educative e motorie più virtuose, come il corso per operatori sportivi nella disabilità promosso dal CSI dell’Aquila.
Dall’educazione nelle scuole alla memoria che si trasforma in impegno quotidiano
La vera rivoluzione culturale, evidenzia l’autrice, germoglia necessariamente sui banchi di scuola e tra le mura domestiche. È nell’infanzia che si forgiano le coscienze, insegnando ai giovani che un rifiuto deve essere accolto con serenità, che il possesso e la gelosia non hanno nulla a che vedere con l’amore e che la gentilezza rappresenta la più nobile espressione di forza, mai un indizio di debolezza. Commemorare le vittime di femminicidio è un tributo doveroso, ma il ricordo si svuota di valore se non si tramuta in un patto sociale quotidiano, in cui ciascun cittadino decide deliberatamente di non voltare lo sguardo dall’altra parte dinanzi a un segnale d’allarme.
L’invito finale di Menda Vreto è un inno alla speranza operosa e al riscatto comunitario: costruire un futuro in cui le donne possano muoversi nel mondo senza timore, dove la libertà e il rispetto camminino fianco a fianco e dove la dignità non sia una concessione straordinaria ma l’aria stessa che respiriamo, richiamando quell’orizzonte di diritti costituzionali e uguaglianza sostanziale celebrato anche sul palco del Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Che il silenzio diventi ascolto condiviso, che l’ascolto generi comprensione reciproca e che la comprensione sia la bussola per abbattere ogni violenza.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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