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Cultura

Il “Rientro nel buio” di Alice Tonini: perché Settembre non è una fine malinconica, ma la rinascita segreta e protetta della nostra Anima

BASTA CON LA MALINCONIA DI SETTEMBRE E IL “TRAUMA DA RIENTRO”! Perché il cambio di stagione e il Buio dell’Autunno sono in realtà la vera “Salvezza Segreta” per la nostra Anima! 🍂 🌒 Diciamoci la verità: il mese di Settembre è da sempre considerato come un Mese “Triste”. Il mese dell’ansia da rientro al lavoro, del traffico insopportabile e della fine amara delle spensierate vacanze estive. Ma esiste un modo psicologicamente e poeticamente meraviglioso per invertire questa rotta! La talentuosissima e visionaria scrittrice Alice Tonini, nel suo ultimo saggio apparso sul proprio blog personale (“Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio”), ha rovesciato completamente tutte le nostre convinzioni! Nel suo fantastico e introspettivo articolo, l’autrice ci spiega perché la famigerata e gioiosa “Luce Estiva” sia in realtà violenta, stressante e aggressiva: ci costringe a essere costantemente “esposti” al mondo e a stare sempre in mezzo al rumore e al sudore! Il “Buio” e il clima grigio dell’autunno, al contrario, sono la nostra Coperta Calda! L’Ombra non uccide la vita, ma la “protegge”! Settembre e il fresco ci permettono finalmente di ritirarci nel nostro intimissimo “Sottosuolo”, in quel prezioso mondo interiore dove possiamo isolarci in Santa Pace, rimettere in ordine i nostri sogni, le nostre ferite e le nostre idee! Come il fuoco segreto del Dio Vulcano o come l’antico mito della “Madre del Grano” contadino, l’autrice ci ricorda che non c’è assolutamente bisogno di mettere tutto in Mostra sui social network per essere felici: i progetti migliori, le vere guarigioni e l’Arte hanno un disperato bisogno di Silenzio, di ombra e di “Segretezza” per maturare al fresco prima di sbocciare! È un meraviglioso “Manifesto” letterario e psicologico dedicato a chi non riesce a uniformarsi al finto esibizionismo della gente “Normale”! Leggi tutta l’appassionante Recensione (e le clamorose anticipazioni sui nuovi racconti Horror-Fantascientifici in arrivo dell’autrice) nel nostro articolo culturale! 👇 📖 Anche voi vi sentite inspiegabilmente e profondamente sollevati quando arrivano le Ombre lunghe, la pioggia e l’aria fresca dell’Autunno, stufi di dover correre sotto il sole di una Estate che non finisce mai? E voi cos’avete “riportato a casa” in questo settembre? Quale progetto nascosto o sogno state custodendo in segreto nel “Buio” della vostra stanza pronti a farlo sbocciare questo inverno? Scrivete la vostra particolarissima opinione nei commenti e TAGGATE i vostri amici amanti della lettura, CONDIVIDENDO ovunque questo articolo per far nascere un sorriso a chi sta affrontando lo stress da rientro!

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L’ultima spiga, il quaderno e una luce custodita nel buio rappresentano il ritorno settembrino alla creatività raccontato da Alice Tonini.

Redazione  – Settembre è da sempre, nell’immaginario collettivo, il mese dei sospiri amari e della fine delle illusioni. È il mese del traumatico ritorno alla scrivania, del traffico cittadino e della pioggia che lava via l’abbronzatura. Ma esiste un modo completamente diverso, intimo e profondamente magico, di vivere questo inesorabile cambio di stagione? A darci una risposta straordinaria e spiazzante è la talentuosa scrittrice Alice Tonini, che nel suo recentissimo articolo intitolato “Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio” (pubblicato sul proprio blog personale), trasforma il rientro post-estivo in un meraviglioso viaggio simbolico verso la nostra preziosa interiorità. Un testo che è, al tempo stesso, una riflessione personale, una commovente dichiarazione poetica e l’anticipazione di un nuovo percorso editoriale.

Oltre la banalità del rientro: la riapertura del “Sottosuolo”

L’articolo si apre con un saluto a dir poco folgorante: “Bentornati nel buio”. Con queste tre semplici ma potentissime parole, Alice Tonini chiarisce immediatamente che il “suo” Settembre non ha nulla a che vedere con la noiosa ripresa del lavoro o della scuola.
La scrittrice ci invita a un ritorno interiore. Il mese di settembre diventa così la fatidica riapertura dei cantieri del Sottosuolo. Nel linguaggio affascinante e visionario dell’autrice, il Sottosuolo non è una tomba, ma la parte più intima, protetta e nascosta della nostra mente: quello spazio sacro in cui vivono le paure, le intuizioni geniali, le “anomalie” psicologiche e le mille sfumature che la vita ordinaria tende quotidianamente a schiacciare o a soffocare.

L’Estate che espone e l’Autunno che protegge

Uno degli elementi più geniali, sovversivi e interessanti del testo è il rovesciamento del significato classico che noi tutti diamo alla luce e al buio. Da sempre, la luce estiva rappresenta il divertimento, la sicurezza e la gioia, mentre l’oscurità autunnale è associata all’ansia e alla fine della festa.
Alice Tonini distrugge radicalmente questa ovvietà. Nel suo particolarissimo immaginario, la luce estiva è violenta e aggressiva, perché ci costringe fisicamente e psicologicamente a “mostraci” continuamente agli altri, disperdendo le nostre vere energie. Il buio dell’autunno, al contrario, ci protegge. Concentra le nostre forze. Ci avvolge come una calda coperta, permettendoci di ascoltare ciò che l’estate aveva coperto con il suo rumore assordante. L’estate espone, settembre custodisce. Un buio fertile e necessario, simile alla terra calda in cui il seme deve per forza nascondersi prima di poter sbocciare e generare nuova vita.

Il fuoco di Vulcano e la sacra Madre del Grano

Per spiegare il suo metodo creativo, l’autrice attinge a piene mani dal mito romano antico e dal folklore contadino. Da una parte cita le Volcanalia (dedicate al dio Vulcano), ricordandoci che le opere più belle non vengono create alla luce del sole, ma forgiate nel fuoco sotterraneo, in quella “fucina interiore” della mente che brucia silenziosamente i dolori e le memorie per farne metallo prezioso.
Dall’altra evoca la tradizione della Madre del Grano: l’antica usanza contadina di custodire l’ultima spiga del raccolto nel buio per proteggerne la forza vitale durante il freddo inverno. È un messaggio terapeutico enorme per la nostra società moderna malata di “esibizionismo social”: non tutto ciò che nasce dentro di noi deve essere immediatamente mostrato o buttato in pasto al giudizio degli altri. La creatività, le nostre idee e le nostre ferite hanno bisogno anche di segretezza per maturare in pace.

Un Manifesto dei Diversi e i nuovi progetti Horror-SciFi

L’articolo si trasforma poi in un vero e proprio e orgoglioso manifesto dell’anomalia. Il Sottosuolo descritto dalla Tonini è abitato dai pensieri divergenti, dalla neurodivergenza e da tutte quelle anime che non riescono (o non vogliono) piegarsi all’ordinata ipocrisia della vita normale di superficie.
Ma il testo è anche una gustosissima anticipazione per tutti i lettori: tra ottobre e novembre, l’autrice spalancherà le porte della sua cattedrale per regalarci due racconti inediti in cui le visioni ancestrali del folklore, la magia oracolare di Delfi, i fantasmi e l’Orrore si fonderanno con tecnologie parassitarie capaci di invadere la mente e il corpo. Un concentrato di Horror e Fantascienza che promette di interrogare ferocemente le inquietudini del nostro presente.

Che cosa abbiamo riportato indietro dall’estate?

La prosa visionaria, oscura ed evocativa di Alice Tonini si chiude con un interrogativo che trafigge il lettore: che cosa abbiamo davvero riportato con noi dall’estate appena trascorsa? Quale parte ferita o gioiosa della nostra identità abbiamo messo a riposare nel buio?
La risposta appartiene a ciascuno di noi. E forse è davvero arrivato il tempo di smetterla di temere e odiare il mese di Settembre. Il buio autunnale non è la fine della festa. È il meraviglioso e silenzioso “Laboratorio” segreto in cui la parte più autentica, inquieta e immortale della nostra anima può finalmente e felicemente tornare a lavorare.

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Cultura

«Occhi per sognare»: nella nuova silloge di Giacomo Garzya il potere dello sguardo che svela la bellezza nascosta del mondo

La poesia riscopre la forza salvifica dello sguardo: con la silloge Occhi per sognare, edita da Iuppiter Edizioni, Giacomo Garzya firma un intenso itinerario lirico tra le radici napoletane e Trieste. Dalla luce degli occhi all’infanzia pura di Greta, dalla montagna alla fratellanza universale, con la prefazione di Manuela Sanna e la nota critica di Chiara Spatuzzi. L’analisi completa della raccolta letteraria nell’approfondimento culturale di Cavaliere News:👇

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copertina occhi per sognare - garzya

Napoli – In un’epoca satura di immagini effimere e di sguardi frettolosi che consumano il reale senza mai fermarsi a comprenderlo, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo primario di bussola interiore e strumento di rigenerazione spirituale. Con la nuova raccolta poetica intitolata «Occhi per sognare», data alle stampe a Napoli dalla casa editrice Iuppiter Edizioni, il poeta e studioso Giacomo Garzya consegna ai lettori un viaggio lirico di abbacinante intensità emotiva, ponendo al centro della propria indagine estetica il mistero insondabile e fecondo della visione. L’intera architettura dell’opera scaturisce da una luminosa intuizione gnoseologica: è unicamente attraverso le finestre degli occhi che l’essere umano riesce a trafiggere la superficie delle apparenze per cogliere l’essenza segreta delle cose, convertendo l’atto percettivo in un’inesauribile sorgente di grazia e chiarità.

Fin dalle prime composizioni della silloge, lo sguardo poetico di Garzya non si accontenta di una funzione contemplativa o statica, ma si impone come una presenza viva, mobile e cangiante, capace di farsi faro rassicurante e guida salvifica nei momenti più bui e perlacei dell’esistenza. Questa vibrazione emerge con nitidezza cristallina nei versi della poesia «Stelle comete», dove l’autore scrive: «Non c’è che scarsa luce nella stanza, eppure le pupille dei tuoi occhi neri, nerissimi, come quelli d’un’aquila libera e fiera, che plana nel cielo al primo vento e solca onde agitate, sono stelle comete di gioia per il mio cuore dolente, per la mia anima inquieta». Una concezione spirituale della vista che dialoga profondamente con le meditazioni etiche e filosofiche sull’anima e sulla maschera celebrate ne Il Mattutino di Luca Sforzini tra geometria interiore e verità del mondo.

Dall’abisso della sofferenza allo sguardo puro di Greta: la fenomenologia dell’anima

La traiettoria lirica disegnata da Giacomo Garzya non si sottrae tuttavia alle zone d’ombra che attraversano la condizione umana. Se le iridi possono effondere gioia inattesa e balsamo di salvezza, esse sanno farsi parimenti specchio impietoso dell’irrequietezza esistenziale, dei sussulti drammatici di un animo che ricerca disperatamente il dono della reciprocità e dell’amore autentico. Gli occhi si velano di pudore quando devono celare la solitudine, soffocare il dolore o trattenere a stento speranze e desideri inespressi, creando una partitura affettiva in cui la fragilità si converte in vertigine poetica, con accenti che richiamano la commovente indagine sui moti intimi dell’anima tracciata nel saggio Quando il silenzio impara a gridare di Menda Vreto.

In questo caleidoscopio di sfumature sensoriali, rifulge come un astro incontaminato la commovente lirica dedicata a Greta, una bambina di dieci anni il cui sguardo, traboccante di stupore aurorale e gioia sorgiva, incarna per il poeta l’espressione più nobile e limpida del sogno umano. Negli occhi dell’infanzia, liberi da ogni incrostazione cinica e aperti alla scoperta fiduciosa del domani, la poesia di Garzya ritrova il senso originario del sacro, elevando la meraviglia infantile a vero e proprio antidoto contro la disillusione della contemporaneità.

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Montagne, fiori e memoria: la geografia dello spirito tra Napoli e Trieste

Attorno all’asse centrale dello sguardo, la raccolta si apre a una polifonia di motivi universali che testimoniano la vastità del panorama concettuale dell’autore. La ricerca dell’armonia si fonde con il principio irrinunciabile della fratellanza tra i popoli, con il pudore silente dei fiori di campo e con la maestosità delle cime montuose, dove la verticalità delle vette diviene metafora dell’ascesi morale e della contemplazione cosmica sotto la volta stellata della notte. Non manca un ancoraggio profondo alle sfide del nostro presente: la celebrazione della figura femminile viene spogliata di ogni residuo retorico o convenzionale, per trasformarsi in memoria viva, rispetto incondizionato e gratitudine etica, mentre l’universo sentimentale riscopre il fascino antico del corteggiamento cortese e la discrezione dell’amore.

Sul versante stilistico, Garzya sceglie con rigore il verso libero, asciutto ed essenziale, cesellato con sapienza metrica ed esaltato da calibratissime cesure che invitano il lettore a una lettura lenta e meditativa, capace di assimilare ogni singola parola nel suo riverbero più profondo. Straordinaria e originale è poi la struttura spazio-temporale della silloge: ogni singola lirica reca in calce l’indicazione precisa della data e del luogo esatto di composizione. La topografia reale si trasfigura così in mappa emotiva, memoria tangibile e colore cromatico, riflettendo la sensibilità visiva ed estetica indagata anche nelle grandi pagine della critica d’arte contemporanea, come nella Paratassi visiva tra realtà e inconscio di Gianfranco Meneghello.

La cura critica di Manuela Sanna e Chiara Spatuzzi e l’invito allo stupore

Il volume è impreziosito dall’autorevole Prefazione della professoressa Manuela Sanna, stimata filologa e storica del pensiero filosofico e scientifico dell’età moderna, e dalla puntuale Nota critica della dottoressa Chiara Spatuzzi, i cui contributi mettono in rilievo la sapienza ermeneutica e la coerenza linguistica dell’opera. Già docente di Materie letterarie nei licei statali e autore di una ricca bibliografia saggistica e letteraria, Giacomo Garzya condensa in questo testo il fecondo connubio tra le proprie solari radici napoletane e le atmosfere asburgiche e mitteleuropee della sua vita trascorsa a Trieste, crocevia di culture e frontiere ideali.

«Occhi per sognare» rappresenta un atto di resistenza umana e poetica contro il disincanto contemporaneo, un elogio discreto eppure fermo della meraviglia come metodo di conoscenza e comunione con l’altro. Un’opera che onora la straordinaria tradizione culturale ed editoriale della Campania, inserendosi in quel rigoglioso panorama artistico che trova espressione nelle grandi rassegne nazionali come il Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Guardare con occhi capaci di sognare diventa così, nella visione di Garzya, l’atto supremo di speranza che ci riconcilia con la bellezza del mondo.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Quando il silenzio impara a gridare: la profonda riflessione di Menda Vreto sulle ferite invisibili e la cultura del rispetto

Quando il silenzio impara a gridare: la scrittrice Menda Vreto firma una riflessione intensa e necessaria sulle ferite invisibili dell’anima, la violenza psicologica e il valore irrinunciabile del rispetto nelle relazioni. Dalla necessità di educare all’accettazione del rifiuto fin dall’infanzia, all’importanza vitale di rompere l’isolamento senza colpevolizzare la fragilità, fino al coraggio di chiedere aiuto. Il testo integrale e il commento su Cavaliere News:👇

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Menda Vreto, libro cover

Redazione – Ci sono lacerazioni che non lasciano tracce visibili sull’epidermide, lividi dell’anima che non si possono medicare con un bendaggio ma che possiedono la devastante capacità di alterare per sempre il corso di un’esistenza. Sono dolori silenziosi che si mimetizzano dietro la maschera di un sorriso forzato, che si nutrono della paura di confidarsi, dell’incertezza nello scegliere o semplicemente del terrore di essere sé stessi. La scrittrice e saggista Menda Vreto firma una toccante e lucidissima riflessione dal titolo «Quando il silenzio impara a gridare», un manifesto etico e umano che scandaglia le radici più intime e complesse della violenza di genere, richiamando l’intera collettività a un’assunzione di responsabilità che oltrepassa la semplice denuncia giudiziaria.

La violenza contro le donne non si manifesta unicamente attraverso l’aggressione fisica o l’atto estremo della brutalità. Essa si insinua in modo subdolo nelle pieghe della quotidianità: assume le sembianze di frasi che svalutano, di un controllo ossessivo mascherato da premura, di continue limitazioni alla libertà personale e di atteggiamenti svilenti che, giorno dopo giorno, sgretolano l’autostima e la fiducia della vittima.

Distingue la difficoltà dal sopruso: la dignità come confine invalicabile

Nel suo testo, Menda Vreto traccia con fermezza una linea di demarcazione fondamentale tra le normali crisi che ogni relazione di coppia può trovarsi ad attraversare e la prevaricazione sistematica: «Ogni rapporto umano attraversa momenti di fragilità, conflitti ed errori. Ma è proprio dinanzi a queste difficoltà che occorre riconoscere la differenza abissale tra un ostacolo che si tenta di superare insieme e una dinamica tossica in cui la dignità, l’incolumità e la libertà di una persona vengono costantemente calpestate. Rispettarsi non significa concordare su tutto, ma saper ascoltare, accettare i limiti reciproci e comprendere che nessuno al mondo possiede il diritto di decidere o disporre della vita altrui».

Un passaggio cruciale del pensiero dell’autrice riguarda il rifiuto di una narrazione divisiva tra i sessi: affrontare la piaga dei maltrattamenti non significa ingaggiare una guerra ideologica tra uomini e donne. Al contrario, significa ribadire con forza che la responsabilità delle azioni violente ricade esclusivamente su chi le compie, senza alibi culturali o giustificazioni emotive. In questo percorso di liberazione ed emancipazione, moltissimi uomini rappresentano alleati indispensabili, custodi quotidiani di legami autentici fondati sulla parità, sulla reciprocità affettiva e sul supporto incondizionato, tematiche al centro anche delle grandi riflessioni storiche e giuridiche promosse a teatro con Ombra dei Diritti nei colori dell’Arte per raccontare la violenza sulle donne.

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Il peso delle parole, il velo dell’isolamento e il coraggio di chiedere aiuto

Menda Vreto pone l’accento sul potere distruttivo e al contempo salvifico del linguaggio: un giudizio sommario, una battuta canzonatoria o l’indifferenza complice davanti alla sofferenza altrui possono scavare solchi insanabili nel cuore di chi subisce. La società civile ha il dovere morale di costruire spazi protetti capaci di accogliere prima di giudicare, sorreggendo chi è caduto senza alimentare spirali colpevolizzanti. Dietro l’ostinato mutismo di una donna vittima di abusi convivono terrore, vergogna, smarrimento e il timore di non essere creduta; non spetta all’osservatore sindacare le tempistiche o i modi con cui una persona riesce a rompere l’assedio, ma farsi presenza discreta, solidale e affidabile.

«A chi sta attraversando un momento buio – scrive con profonda dolcezza Menda Vreto – vorrei dire che non deve vergognarsi della propria vulnerabilità e non deve sentirsi obbligata a combattere ogni battaglia in solitudine. Chiedere aiuto non è mai un segnale di resa, bensì il più alto e fiero atto di coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a recitare la parte dell’eroe invulnerabile per avere il diritto di vivere serenamente». Una vicinanza al prossimo e una dedizione all’ascolto delle fragilità che animano anche le iniziative educative e motorie più virtuose, come il corso per operatori sportivi nella disabilità promosso dal CSI dell’Aquila.

Dall’educazione nelle scuole alla memoria che si trasforma in impegno quotidiano

La vera rivoluzione culturale, evidenzia l’autrice, germoglia necessariamente sui banchi di scuola e tra le mura domestiche. È nell’infanzia che si forgiano le coscienze, insegnando ai giovani che un rifiuto deve essere accolto con serenità, che il possesso e la gelosia non hanno nulla a che vedere con l’amore e che la gentilezza rappresenta la più nobile espressione di forza, mai un indizio di debolezza. Commemorare le vittime di femminicidio è un tributo doveroso, ma il ricordo si svuota di valore se non si tramuta in un patto sociale quotidiano, in cui ciascun cittadino decide deliberatamente di non voltare lo sguardo dall’altra parte dinanzi a un segnale d’allarme.

L’invito finale di Menda Vreto è un inno alla speranza operosa e al riscatto comunitario: costruire un futuro in cui le donne possano muoversi nel mondo senza timore, dove la libertà e il rispetto camminino fianco a fianco e dove la dignità non sia una concessione straordinaria ma l’aria stessa che respiriamo, richiamando quell’orizzonte di diritti costituzionali e uguaglianza sostanziale celebrato anche sul palco del Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Che il silenzio diventi ascolto condiviso, che l’ascolto generi comprensione reciproca e che la comprensione sia la bussola per abbattere ogni violenza.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Arte contemporanea, la «Paratassi visiva» di Gianfranco Meneghello: il saggio critico di Giuliana Donzello tra informale, realtà e inconscio

«Paratassi visiva»: la critica d’arte Giuliana Donzello firma un magistrale saggio sulla pittura informale di Gianfranco Meneghello. Tra l’avanguardia del gruppo Gutai, l’incanto di Mark Rothko, i dittici e le riflessioni su Deleuze e Kant, l’opera d’arte diventa una lanterna accesa nel profondo dell’inconscio dove il gesto puro supera il calcolo razionale 👇

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Gianfranco Meneghello e Giuliana Donzello

Redazione – Nel vasto e complesso territorio dell’arte contemporanea, la ricerca estetica non si esaurisce mai nella mera costruzione formale, ma si fa scavo filosofico, interrogazione radicale sulle sorgenti dell’espressione e corpo a corpo febbrile con la materia. Con il denso e affascinante saggio critico intitolato «Paratassi visiva: Realtà/inconscio nella pittura informale di Gianfranco Meneghello», la studiosa e critica d’arte Giuliana Donzello conduce il lettore dentro le profondità semantiche e psicologiche dell’opera dell’artista, collocandone il percorso al centro delle grandi correnti del secondo Novecento e delle loro evoluzioni contemporanee.

Dall’eco monumentale dell’astrazione post-pittorica di maestri come Mark Rothko, Kenneth Noland e Morris Louis fino alle intuizioni radicali dell’Art Autre, del Tachisme e del movimento d’avanguardia giapponese Gutai – nato per rendere concreta la spiritualità attraverso la materia prima –, l’indagine critica evidenzia come Meneghello rifiuti la gabbia della geometria rassicurante per abbracciare l’energia pura del gesto. Una pittura che si sottrae all’illusione figurativa pur conservandone la memoria, trasformando la tela nel sismografo delle pulsioni interiori e dei conflitti dell’anima.

Un’analisi di altissimo profilo intellettuale che dialoga idealmente con i percorsi di riflessione estetica e drammaturgica del territorio, dalle evocazioni storiche dell’evento di Macerata con RaccontaDiritti tra arte e giustizia fino alla comicità dissacrante dell’Auditorium Zambra di Ortona con Cinzia Spanò.

Dall’avanguardia Gutai al gesto puro: la rottura con l’illusione referenziale

Il saggio di Giuliana Donzello si apre ricostruendo le radici storiche dell’Informale europeo e internazionale, nato nel secondo dopoguerra per recidere ogni legame con i canoni nazionalisti e con le geometrie decorative di regime. L’atto creativo diventa testimonianza esistenziale, richiamando la fenomenologia e l’esperienza del gruppo nipponico Gutai fondato nel 1954 da Jiro Yoshihara, dove il gesto si fa stile di vita e liberazione della materia (sabbia, carta, legno, pigmenti densi).

In questa cornice teorica, la pittura di Gianfranco Meneghello si distingue per la capacità di smontare programmaticamente la forma, rendendola fluido magma segnico dotato di forze inaspettate. Il gesto, inteso come traccia del momento creativo allo stato puro secondo la lezione di Pasini, assume una valenza quasi liturgica ma priva di ritualismo conformista: anche la macchia apparentemente casuale genera emozione autentica e favorisce una penetrazione conoscitiva della realtà.

Un’esperienza percettiva che richiama la potenza generativa della musica colta, come quella celebrata nella nuova stagione de I Concerti del Giovedì al Teatro Caniglia di Sulmona, e le memorie ribelli dell’autobiografia di Nicko McBrain degli Iron Maiden.

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I cicli pittorici di Meneghello: dittici, calcografia e la setta dell’anello

Nelle opere recenti di Gianfranco Meneghello, Giuliana Donzello individua un doppio binario dialettico: da un lato l’incanto cromatico e rarefatto alla Rothko unito al dinamismo emotivo; dall’altro una gestualità direttamente agganciata al magma delle forze interiori. Questa tensione si concretizza nella scelta sistematica di operare per coppie di tele autonome eppure collegate – come nei dittici Genesi paesaggio 1 e 2, Inizio di metamorfosi con Manoscritto senza titolo e Paesaggio miracolato 1 e 2 – fino allo straordinario ciclo calcografico e a tecnica mista de «Gli epigoni della setta dell’anello».

All’interrogativo sul senso di dipingere a distanza di tempo, l’artista stesso risponde con parole folgoranti: «È l’attimo in cui inizio a parlare una lingua diversa; il momento in cui avverto una straordinaria potenza». La tela non è un vuoto da riempire con un disegno premeditato, ma lo specchio rivelatore di un mondo interiore che attinge a qualcosa di sconosciuto ma intimamente familiare.

Richiamando le categorie filosofiche di Gilles Deleuze (l’espresso contro l’oggetto), l’effettività kantiana (Wirklichkeit) e l’enérgheia aristotelica, la critica dimostra come il quadro di Meneghello sia un dispositivo attivo di accesso al reale, dove la pennellata larga e violenta fa da cerniera tra la carne (soma) e l’anima (psiche).

La «paratassi visiva»: segni autonomi come una lanterna accesa nell’abisso

Sul piano prettamente linguistico e strutturale, il saggio identifica la cifra stilistica di Meneghello nella «paratassi visiva»: segni, cromie e campiture accostati senza subordinazione gerarchica né prospettiva illusoria, collocati sullo stesso piano di dignità espressiva in sequenze ritmiche e iterative.

Il colore, scelto per pulsione istintiva, esplode sulla superficie come scudo protettivo dell’emotività e varco d’accesso all’inconscio. Come conclude magistralmente Giuliana Donzello, l’arte di Meneghello non serve a rischiarare memorie perdute, ma opera come una lanterna che fa luce nell’abisso del presente, dove realtà e inconscio – nel loro perenne dualismo – si rivelano complementari e generativi, origine e causa di ogni slancio vitale.

Una lezione di estetica pura che arricchisce il panorama culturale italiano, armonizzandosi con le vette meditative del Mattutino di Luca Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata.

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