Redazione- Ieri ho visto Film di Stato di Roland Sejko. È un documentario che riesce a compiere un’operazione tanto semplice nella forma quanto complessa nelle conseguenze: raccontare un’epoca attraverso le immagini che quell’epoca aveva prodotto di se stessa.
Non c’è bisogno, almeno apparentemente, di una voce che spieghi tutto. Parlano le immagini: le parate, le fabbriche, le campagne, i congressi, i bambini, i giovani, le celebrazioni, i leader, il lavoro. Un’Albania ordinata, disciplinata, laboriosa, orgogliosa della propria indipendenza. Un Paese che sembra vivere fuori dal tempo e, soprattutto, fuori dal mondo.
Ma proprio qui nasce la domanda. Che cosa ci dicono davvero quelle immagini?
Ci mostrano ciò che lo Stato voleva mostrare. Non necessariamente ciò che il Paese viveva.
È questa distanza tra immagine e realtà a fare di Film di Stato qualcosa di più di un documentario sull’Albania comunista. Il film diventa una porta attraverso la quale entrare in una storia più ampia: quella di un piccolo Paese balcanico che per gran parte del Novecento ha avuto un problema fondamentale con la propria sicurezza e con la propria sovranità.
E questa storia comincia molto prima di Enver Hoxha. Una neutralità garantita dalle grandi potenze
Il 28 novembre 1912, a Valona, Ismail Qemali proclama l’indipendenza dell’Albania. Ma l’indipendenza politica non coincide ancora con una piena definizione dello status internazionale del nuovo Stato.
A Londra si riuniscono le grandi potenze europee. Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Russia discutono il futuro dei Balcani usciti dalla Prima guerra balcanica.
Il 29 luglio 1913 arriva una decisione destinata a lasciare un’impronta profonda nella storia albanese: l’Albania viene costituita come principato sovrano e indipendente e la sua neutralità viene garantita dalle sei grandi potenze.
Non è un’interpretazione posteriore. È scritto nel documento. Ma quella formula contiene già un paradosso. L’Albania è sovrana, ma la sua sicurezza dipende da un sistema internazionale nel quale le grandi potenze hanno un ruolo decisivo. Sono loro a definire i confini, a stabilire l’assetto istituzionale del nuovo Stato e a partecipare alla sua amministrazione attraverso la Commissione Internazionale di Controllo.
La nuova Albania nasce dunque contemporaneamente come Stato indipendente e Stato sottoposto a una forte tutela internazionale.
È un equilibrio fragile. E la storia avrebbe impiegato pochissimo tempo a dimostrarlo.
Quando le potenze garanti entrano in guerra.
Nel 1914 l’Europa precipita nella guerra. E qui la neutralità albanese si trova davanti alla sua contraddizione più radicale. Chi deve garantire la neutralità di un piccolo Stato quando le stesse potenze che hanno assunto quell’impegno sono ormai impegnate in una guerra fra loro?
Il territorio albanese viene progressivamente coinvolto nel conflitto e sottoposto alla presenza e all’azione di eserciti stranieri. La neutralità sancita a Londra esiste ancora come principio giuridico, ma la realtà politica e militare è ormai completamente diversa.
La questione emerge con particolare chiarezza in un documento britannico del 1918. Alla Camera dei Comuni, il 18 febbraio, viene chiesto al ministro degli Esteri Arthur Balfour se gli accordi del 1913 — indipendenza, neutralità e garanzia delle grandi potenze — siano ancora in vigore.
La risposta è significativa: Balfour spiega che quegli accordi hanno perso la loro forza vincolante perché tutte le potenze firmatarie sono ormai impegnate nella guerra. E aggiunge che gran parte dell’Albania si trova sotto occupazione.
È un passaggio quasi emblematico. Nel 1913 le grandi potenze avevano garantito la neutralità dell’Albania. Nel 1918 una di quelle stesse potenze riconosce che la guerra ha reso quella garanzia praticamente inoperante.
La lezione è dura: la sicurezza di un piccolo Stato può dipendere da un equilibrio internazionale che cessa di esistere proprio quando diventa più necessario.
L’Albania come spazio geopolitico
A questo punto la storia dell’Albania non può essere letta soltanto attraverso la dimensione nazionale. La sua posizione geografica la rende troppo importante per essere ignorata: l’Adriatico, lo stretto rapporto con l’Italia, la vicinanza alla Grecia e alla Serbia, la posizione nei Balcani.
E c’è il problema, altrettanto importante, dei territori abitati da albanesi che nel 1913 rimangono fuori dai confini del nuovo Stato. La nascita dell’Albania indipendente è dunque accompagnata da una contraddizione destinata a durare: uno Stato nasce, ma una parte significativa della questione nazionale albanese rimane fuori dai suoi confini.
Non è necessario trasformare questa storia in una spiegazione nazionalistica. Basta riconoscerne il peso geopolitico. L’Albania del Novecento è uno Stato piccolo, collocato in una regione strategica, circondato da Paesi più forti e nato da un compromesso tra grandi potenze che hanno interessi divergenti.
La questione della sovranità, quindi, non è un’astrazione. È una questione di sopravvivenza.
Dalla promessa internazionale alla diffidenza
La Prima guerra mondiale lascia dietro di sé una lezione che la storia albanese non dimenticherà facilmente: la garanzia internazionale non è necessariamente una garanzia permanente.
Nel 1939 arriverà l’occupazione italiana. Nel 1944, alla fine della Seconda guerra mondiale, i comunisti guidati da Enver Hoxha prenderanno il potere. È qui che la storia cambia, ma non necessariamente comincia.
Hoxha eredita un Paese con una memoria recente di ingerenze straniere, occupazioni e conflitti regionali. Non inventa il problema della vulnerabilità albanese. Lo trasforma in una dottrina politica. Prima c’è la Jugoslavia di Tito, dalla quale Tirana si allontana dopo la rottura Tito-Stalin del 1948.
Poi c’è l’Unione Sovietica. Ma la destalinizzazione di Chruščëv, il riavvicinamento di Mosca a Belgrado e le divergenze ideologiche conducono alla rottura. Infine arriva la Cina di Mao. E anche quella alleanza termina.
Nel 1978, dopo la rottura con Pechino, l’Albania rimane praticamente sola. È a questo punto che l’isolamento smette di essere soltanto una conseguenza della politica estera e diventa una filosofia dello Stato.
L’isolamento come sicurezza
Il paradosso della storia albanese appare allora in tutta la sua evidenza. Nel 1913 la formula era:
indipendenza e neutralità, garantite dalle grandi potenze.
Sotto Hoxha la formula diventa quasi l’opposto: indipendenza significa non dipendere da nessuna grande potenza.
È una trasformazione che non può essere spiegata soltanto attraverso l’ideologia comunista.
Hoxha interpreta la storia albanese attraverso la lente della minaccia permanente. Il mondo esterno diventa il luogo del pericolo: prima Belgrado, poi Mosca, poi Washington, poi ancora Mosca, infine Pechino.
Il nemico cambia. La struttura del racconto rimane. L’Albania è un Paese assediato.
E se il Paese è assediato, il controllo interno può essere presentato come una necessità nazionale.
È qui che la propaganda diventa qualcosa di più della celebrazione del regime. Diventa la giustificazione dell’isolamento.
Il bunker e l’immagine di un Paese
Forse nessun oggetto rappresenta questa trasformazione meglio dei bunker.
Decine di migliaia di strutture disseminate sul territorio diventano la traduzione concreta di una concezione politica: il pericolo può arrivare da ogni direzione, dunque bisogna essere sempre pronti a difendersi.
Il bunker è cemento, ma è anche ideologia. Dice che il mondo esterno è una minaccia. Dice che la sicurezza non può essere delegata. Dice, soprattutto, che l’Albania deve sopravvivere contando soltanto sulle proprie forze.
È difficile non vedere, in questa immagine, il rovescio della promessa del 1913. Allora la sicurezza doveva essere garantita dalle grandi potenze. Ora la sicurezza consiste nel non fidarsi più di nessuno.
Ciò che il film mostra e ciò che la storia deve spiegare
È qui che Film di Stato acquista il suo significato più profondo. Sejko ci mostra l’Albania attraverso il cinema dello Stato. Ci fa vedere il Paese così come il potere desiderava che fosse visto. Ma proprio perché il documentario sceglie di non spiegare tutto, costringe lo spettatore a porsi una domanda ulteriore.
Che cosa c’è dietro l’immagine?
Dietro la parata c’è la politica. Dietro la celebrazione dell’indipendenza c’è la paura dell’ingerenza. Dietro il bunker c’è una concezione della sicurezza. Dietro la frontiera chiusa c’è una storia diplomatica. E dietro l’isolamento c’è una storia della sovranità che comincia molto prima del comunismo. Per questo non direi che a Film di Stato “manca” il contesto geopolitico. La scelta di Sejko è precisamente quella di lasciare che siano le immagini a parlare.
Ma mostrare è una cosa, interpretare è un’altra.
E l’interpretazione ci porta necessariamente oltre il film. Ci porta a Londra, nel 1913, quando le grandi potenze decisero che l’Albania sarebbe stata uno Stato sovrano e neutrale e che la sua neutralità sarebbe stata garantita da loro.
Ci porta al 1914, quando quella neutralità cominciò a scontrarsi con la realtà della guerra. Ci porta al 1915, quando le grandi potenze discussero segretamente anche il futuro dei territori albanesi secondo i propri interessi strategici. E ci porta al 1918, quando una di quelle stesse potenze riconobbe che il sistema di garanzie del 1913 aveva perso la propria efficacia.
Dalla neutralità all’isolamento
Forse, allora, la domanda da porre guardando l’Albania di Hoxha non è soltanto: perché Hoxha isolò l’Albania?
La domanda più interessante è un’altra: come si è trasformata, nella storia albanese del Novecento, l’idea stessa di sovranità?
Nel 1913 la sovranità nasce insieme a una garanzia internazionale. La Prima guerra mondiale dimostra la fragilità di quella garanzia. Le crisi e le occupazioni del periodo successivo alimentano la consapevolezza della vulnerabilità del Paese.
Hoxha porta quella consapevolezza all’estremo: dalla diffidenza verso le potenze alla convinzione che soltanto l’autosufficienza possa garantire l’indipendenza. Non c’è, naturalmente, una linea retta e inevitabile che conduce dal 1913 a Hoxha. La storia non funziona così.
Ma esiste una domanda che attraversa quei decenni:
come può un piccolo Stato conservare la propria sovranità quando la sua posizione geografica lo rende continuamente importante per gli altri?
Film di Stato non pretende di rispondere a questa domanda. Forse è proprio questo il suo merito.
Le immagini mostrano un’Albania che il regime aveva costruito per essere vista. Sta allo spettatore, oggi, ricostruire ciò che quelle immagini non potevano mostrare: gli equilibri internazionali, le guerre, le occupazioni, le alleanze, le rotture e le paure che hanno contribuito a formare quel Paese.
E così, alla fine, la storia che emerge non è soltanto quella dell’Albania di Enver Hoxha. È la storia di un lungo passaggio: dalla neutralità garantita dalle grandi potenze all’idea che nessuna potenza potesse più essere considerata davvero garante.
Forse è proprio in questo passaggio che si trova una delle chiavi per comprendere l’Albania del Novecento. Non soltanto come l’Albania abbia vissuto quell’epoca. Ma perché sia diventata l’Albania che è stata.