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Cultura

Dalla neutralità all’isolamento: l’Albania che le immagini di Hoxha non raccontano

«Film di Stato» di Roland Sejko mostra il Paese che il regime voleva far vedere. Ma dietro quelle immagini c’è una storia geopolitica che comincia molto prima di Enver Hoxha: nel 1913, quando le grandi potenze riconobbero l’Albania come Stato sovrano e neutrale, garantendone la neutralità. Una promessa che la Prima guerra mondiale avrebbe presto messo alla prova.

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Collage fotografico

Redazione-  Ieri ho visto Film di Stato di Roland Sejko. È un documentario che riesce a compiere un’operazione tanto semplice nella forma quanto complessa nelle conseguenze: raccontare un’epoca attraverso le immagini che quell’epoca aveva prodotto di se stessa.

Non c’è bisogno, almeno apparentemente, di una voce che spieghi tutto. Parlano le immagini: le parate, le fabbriche, le campagne, i congressi, i bambini, i giovani, le celebrazioni, i leader, il lavoro. Un’Albania ordinata, disciplinata, laboriosa, orgogliosa della propria indipendenza. Un Paese che sembra vivere fuori dal tempo e, soprattutto, fuori dal mondo.

Ma proprio qui nasce la domanda. Che cosa ci dicono davvero quelle immagini?

Ci mostrano ciò che lo Stato voleva mostrare. Non necessariamente ciò che il Paese viveva.

È questa distanza tra immagine e realtà a fare di Film di Stato qualcosa di più di un documentario sull’Albania comunista. Il film diventa una porta attraverso la quale entrare in una storia più ampia: quella di un piccolo Paese balcanico che per gran parte del Novecento ha avuto un problema fondamentale con la propria sicurezza e con la propria sovranità.

E questa storia comincia molto prima di Enver Hoxha. Una neutralità garantita dalle grandi potenze

Il 28 novembre 1912, a Valona, Ismail Qemali proclama l’indipendenza dell’Albania. Ma l’indipendenza politica non coincide ancora con una piena definizione dello status internazionale del nuovo Stato.

A Londra si riuniscono le grandi potenze europee. Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Russia discutono il futuro dei Balcani usciti dalla Prima guerra balcanica.

Il 29 luglio 1913 arriva una decisione destinata a lasciare un’impronta profonda nella storia albanese: l’Albania viene costituita come principato sovrano e indipendente e la sua neutralità viene garantita dalle sei grandi potenze.

Non è un’interpretazione posteriore. È scritto nel documento. Ma quella formula contiene già un paradosso. L’Albania è sovrana, ma la sua sicurezza dipende da un sistema internazionale nel quale le grandi potenze hanno un ruolo decisivo. Sono loro a definire i confini, a stabilire l’assetto istituzionale del nuovo Stato e a partecipare alla sua amministrazione attraverso la Commissione Internazionale di Controllo.

La nuova Albania nasce dunque contemporaneamente come Stato indipendente e Stato sottoposto a una forte tutela internazionale.

È un equilibrio fragile. E la storia avrebbe impiegato pochissimo tempo a dimostrarlo.

Quando le potenze garanti entrano in guerra.

Nel 1914 l’Europa precipita nella guerra. E qui la neutralità albanese si trova davanti alla sua contraddizione più radicale. Chi deve garantire la neutralità di un piccolo Stato quando le stesse potenze che hanno assunto quell’impegno sono ormai impegnate in una guerra fra loro?

Il territorio albanese viene progressivamente coinvolto nel conflitto e sottoposto alla presenza e all’azione di eserciti stranieri. La neutralità sancita a Londra esiste ancora come principio giuridico, ma la realtà politica e militare è ormai completamente diversa.

La questione emerge con particolare chiarezza in un documento britannico del 1918. Alla Camera dei Comuni, il 18 febbraio, viene chiesto al ministro degli Esteri Arthur Balfour se gli accordi del 1913 — indipendenza, neutralità e garanzia delle grandi potenze — siano ancora in vigore.

La risposta è significativa: Balfour spiega che quegli accordi hanno perso la loro forza vincolante perché tutte le potenze firmatarie sono ormai impegnate nella guerra. E aggiunge che gran parte dell’Albania si trova sotto occupazione.

È un passaggio quasi emblematico. Nel 1913 le grandi potenze avevano garantito la neutralità dell’Albania. Nel 1918 una di quelle stesse potenze riconosce che la guerra ha reso quella garanzia praticamente inoperante.

La lezione è dura: la sicurezza di un piccolo Stato può dipendere da un equilibrio internazionale che cessa di esistere proprio quando diventa più necessario.

L’Albania come spazio geopolitico

A questo punto la storia dell’Albania non può essere letta soltanto attraverso la dimensione nazionale. La sua posizione geografica la rende troppo importante per essere ignorata: l’Adriatico, lo stretto rapporto con l’Italia, la vicinanza alla Grecia e alla Serbia, la posizione nei Balcani.

E c’è il problema, altrettanto importante, dei territori abitati da albanesi che nel 1913 rimangono fuori dai confini del nuovo Stato. La nascita dell’Albania indipendente è dunque accompagnata da una contraddizione destinata a durare: uno Stato nasce, ma una parte significativa della questione nazionale albanese rimane fuori dai suoi confini.

Non è necessario trasformare questa storia in una spiegazione nazionalistica. Basta riconoscerne il peso geopolitico. L’Albania del Novecento è uno Stato piccolo, collocato in una regione strategica, circondato da Paesi più forti e nato da un compromesso tra grandi potenze che hanno interessi divergenti.

La questione della sovranità, quindi, non è un’astrazione. È una questione di sopravvivenza.

Dalla promessa internazionale alla diffidenza

La Prima guerra mondiale lascia dietro di sé una lezione che la storia albanese non dimenticherà facilmente: la garanzia internazionale non è necessariamente una garanzia permanente.

Nel 1939 arriverà l’occupazione italiana. Nel 1944, alla fine della Seconda guerra mondiale, i comunisti guidati da Enver Hoxha prenderanno il potere. È qui che la storia cambia, ma non necessariamente comincia.

Hoxha eredita un Paese con una memoria recente di ingerenze straniere, occupazioni e conflitti regionali. Non inventa il problema della vulnerabilità albanese. Lo trasforma in una dottrina politica. Prima c’è la Jugoslavia di Tito, dalla quale Tirana si allontana dopo la rottura Tito-Stalin del 1948.

Poi c’è l’Unione Sovietica. Ma la destalinizzazione di Chruščëv, il riavvicinamento di Mosca a Belgrado e le divergenze ideologiche conducono alla rottura. Infine arriva la Cina di Mao. E anche quella alleanza termina.

Nel 1978, dopo la rottura con Pechino, l’Albania rimane praticamente sola. È a questo punto che l’isolamento smette di essere soltanto una conseguenza della politica estera e diventa una filosofia dello Stato.

L’isolamento come sicurezza

Il paradosso della storia albanese appare allora in tutta la sua evidenza. Nel 1913 la formula era:

indipendenza e neutralità, garantite dalle grandi potenze.

Sotto Hoxha la formula diventa quasi l’opposto: indipendenza significa non dipendere da nessuna grande potenza.

È una trasformazione che non può essere spiegata soltanto attraverso l’ideologia comunista.

Hoxha interpreta la storia albanese attraverso la lente della minaccia permanente. Il mondo esterno diventa il luogo del pericolo: prima Belgrado, poi Mosca, poi Washington, poi ancora Mosca, infine Pechino.

Il nemico cambia. La struttura del racconto rimane. L’Albania è un Paese assediato.

E se il Paese è assediato, il controllo interno può essere presentato come una necessità nazionale.

È qui che la propaganda diventa qualcosa di più della celebrazione del regime. Diventa la giustificazione dell’isolamento.

Il bunker e l’immagine di un Paese

Forse nessun oggetto rappresenta questa trasformazione meglio dei bunker.

Decine di migliaia di strutture disseminate sul territorio diventano la traduzione concreta di una concezione politica: il pericolo può arrivare da ogni direzione, dunque bisogna essere sempre pronti a difendersi.

Il bunker è cemento, ma è anche ideologia. Dice che il mondo esterno è una minaccia. Dice che la sicurezza non può essere delegata. Dice, soprattutto, che l’Albania deve sopravvivere contando soltanto sulle proprie forze.

È difficile non vedere, in questa immagine, il rovescio della promessa del 1913. Allora la sicurezza doveva essere garantita dalle grandi potenze. Ora la sicurezza consiste nel non fidarsi più di nessuno.

Ciò che il film mostra e ciò che la storia deve spiegare

È qui che Film di Stato acquista il suo significato più profondo. Sejko ci mostra l’Albania attraverso il cinema dello Stato. Ci fa vedere il Paese così come il potere desiderava che fosse visto. Ma proprio perché il documentario sceglie di non spiegare tutto, costringe lo spettatore a porsi una domanda ulteriore.

Che cosa c’è dietro l’immagine?

Dietro la parata c’è la politica. Dietro la celebrazione dell’indipendenza c’è la paura dell’ingerenza. Dietro il bunker c’è una concezione della sicurezza. Dietro la frontiera chiusa c’è una storia diplomatica. E dietro l’isolamento c’è una storia della sovranità che comincia molto prima del comunismo. Per questo non direi che a Film di Stato “manca” il contesto geopolitico. La scelta di Sejko è precisamente quella di lasciare che siano le immagini a parlare.

Ma mostrare è una cosa, interpretare è un’altra.

E l’interpretazione ci porta necessariamente oltre il film. Ci porta a Londra, nel 1913, quando le grandi potenze decisero che l’Albania sarebbe stata uno Stato sovrano e neutrale e che la sua neutralità sarebbe stata garantita da loro.

Ci porta al 1914, quando quella neutralità cominciò a scontrarsi con la realtà della guerra. Ci porta al 1915, quando le grandi potenze discussero segretamente anche il futuro dei territori albanesi secondo i propri interessi strategici. E ci porta al 1918, quando una di quelle stesse potenze riconobbe che il sistema di garanzie del 1913 aveva perso la propria efficacia.

Dalla neutralità all’isolamento

Forse, allora, la domanda da porre guardando l’Albania di Hoxha non è soltanto: perché Hoxha isolò l’Albania?

La domanda più interessante è un’altra: come si è trasformata, nella storia albanese del Novecento, l’idea stessa di sovranità?

Nel 1913 la sovranità nasce insieme a una garanzia internazionale. La Prima guerra mondiale dimostra la fragilità di quella garanzia. Le crisi e le occupazioni del periodo successivo alimentano la consapevolezza della vulnerabilità del Paese.

Hoxha porta quella consapevolezza all’estremo: dalla diffidenza verso le potenze alla convinzione che soltanto l’autosufficienza possa garantire l’indipendenza. Non c’è, naturalmente, una linea retta e inevitabile che conduce dal 1913 a Hoxha. La storia non funziona così.

Ma esiste una domanda che attraversa quei decenni:

come può un piccolo Stato conservare la propria sovranità quando la sua posizione geografica lo rende continuamente importante per gli altri?

Film di Stato non pretende di rispondere a questa domanda. Forse è proprio questo il suo merito.

Le immagini mostrano un’Albania che il regime aveva costruito per essere vista. Sta allo spettatore, oggi, ricostruire ciò che quelle immagini non potevano mostrare: gli equilibri internazionali, le guerre, le occupazioni, le alleanze, le rotture e le paure che hanno contribuito a formare quel Paese.

E così, alla fine, la storia che emerge non è soltanto quella dell’Albania di Enver Hoxha. È la storia di un lungo passaggio: dalla neutralità garantita dalle grandi potenze all’idea che nessuna potenza potesse più essere considerata davvero garante.

Forse è proprio in questo passaggio che si trova una delle chiavi per comprendere l’Albania del Novecento. Non soltanto come l’Albania abbia vissuto quell’epoca. Ma perché sia diventata l’Albania che è stata.

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Cultura

Il “Rientro nel buio” di Alice Tonini: perché Settembre non è una fine malinconica, ma la rinascita segreta e protetta della nostra Anima

BASTA CON LA MALINCONIA DI SETTEMBRE E IL “TRAUMA DA RIENTRO”! Perché il cambio di stagione e il Buio dell’Autunno sono in realtà la vera “Salvezza Segreta” per la nostra Anima! 🍂 🌒 Diciamoci la verità: il mese di Settembre è da sempre considerato come un Mese “Triste”. Il mese dell’ansia da rientro al lavoro, del traffico insopportabile e della fine amara delle spensierate vacanze estive. Ma esiste un modo psicologicamente e poeticamente meraviglioso per invertire questa rotta! La talentuosissima e visionaria scrittrice Alice Tonini, nel suo ultimo saggio apparso sul proprio blog personale (“Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio”), ha rovesciato completamente tutte le nostre convinzioni! Nel suo fantastico e introspettivo articolo, l’autrice ci spiega perché la famigerata e gioiosa “Luce Estiva” sia in realtà violenta, stressante e aggressiva: ci costringe a essere costantemente “esposti” al mondo e a stare sempre in mezzo al rumore e al sudore! Il “Buio” e il clima grigio dell’autunno, al contrario, sono la nostra Coperta Calda! L’Ombra non uccide la vita, ma la “protegge”! Settembre e il fresco ci permettono finalmente di ritirarci nel nostro intimissimo “Sottosuolo”, in quel prezioso mondo interiore dove possiamo isolarci in Santa Pace, rimettere in ordine i nostri sogni, le nostre ferite e le nostre idee! Come il fuoco segreto del Dio Vulcano o come l’antico mito della “Madre del Grano” contadino, l’autrice ci ricorda che non c’è assolutamente bisogno di mettere tutto in Mostra sui social network per essere felici: i progetti migliori, le vere guarigioni e l’Arte hanno un disperato bisogno di Silenzio, di ombra e di “Segretezza” per maturare al fresco prima di sbocciare! È un meraviglioso “Manifesto” letterario e psicologico dedicato a chi non riesce a uniformarsi al finto esibizionismo della gente “Normale”! Leggi tutta l’appassionante Recensione (e le clamorose anticipazioni sui nuovi racconti Horror-Fantascientifici in arrivo dell’autrice) nel nostro articolo culturale! 👇 📖 Anche voi vi sentite inspiegabilmente e profondamente sollevati quando arrivano le Ombre lunghe, la pioggia e l’aria fresca dell’Autunno, stufi di dover correre sotto il sole di una Estate che non finisce mai? E voi cos’avete “riportato a casa” in questo settembre? Quale progetto nascosto o sogno state custodendo in segreto nel “Buio” della vostra stanza pronti a farlo sbocciare questo inverno? Scrivete la vostra particolarissima opinione nei commenti e TAGGATE i vostri amici amanti della lettura, CONDIVIDENDO ovunque questo articolo per far nascere un sorriso a chi sta affrontando lo stress da rientro!

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L’ultima spiga, il quaderno e una luce custodita nel buio rappresentano il ritorno settembrino alla creatività raccontato da Alice Tonini.

Redazione  – Settembre è da sempre, nell’immaginario collettivo, il mese dei sospiri amari e della fine delle illusioni. È il mese del traumatico ritorno alla scrivania, del traffico cittadino e della pioggia che lava via l’abbronzatura. Ma esiste un modo completamente diverso, intimo e profondamente magico, di vivere questo inesorabile cambio di stagione? A darci una risposta straordinaria e spiazzante è la talentuosa scrittrice Alice Tonini, che nel suo recentissimo articolo intitolato “Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio” (pubblicato sul proprio blog personale), trasforma il rientro post-estivo in un meraviglioso viaggio simbolico verso la nostra preziosa interiorità. Un testo che è, al tempo stesso, una riflessione personale, una commovente dichiarazione poetica e l’anticipazione di un nuovo percorso editoriale.

Oltre la banalità del rientro: la riapertura del “Sottosuolo”

L’articolo si apre con un saluto a dir poco folgorante: “Bentornati nel buio”. Con queste tre semplici ma potentissime parole, Alice Tonini chiarisce immediatamente che il “suo” Settembre non ha nulla a che vedere con la noiosa ripresa del lavoro o della scuola.
La scrittrice ci invita a un ritorno interiore. Il mese di settembre diventa così la fatidica riapertura dei cantieri del Sottosuolo. Nel linguaggio affascinante e visionario dell’autrice, il Sottosuolo non è una tomba, ma la parte più intima, protetta e nascosta della nostra mente: quello spazio sacro in cui vivono le paure, le intuizioni geniali, le “anomalie” psicologiche e le mille sfumature che la vita ordinaria tende quotidianamente a schiacciare o a soffocare.

L’Estate che espone e l’Autunno che protegge

Uno degli elementi più geniali, sovversivi e interessanti del testo è il rovesciamento del significato classico che noi tutti diamo alla luce e al buio. Da sempre, la luce estiva rappresenta il divertimento, la sicurezza e la gioia, mentre l’oscurità autunnale è associata all’ansia e alla fine della festa.
Alice Tonini distrugge radicalmente questa ovvietà. Nel suo particolarissimo immaginario, la luce estiva è violenta e aggressiva, perché ci costringe fisicamente e psicologicamente a “mostraci” continuamente agli altri, disperdendo le nostre vere energie. Il buio dell’autunno, al contrario, ci protegge. Concentra le nostre forze. Ci avvolge come una calda coperta, permettendoci di ascoltare ciò che l’estate aveva coperto con il suo rumore assordante. L’estate espone, settembre custodisce. Un buio fertile e necessario, simile alla terra calda in cui il seme deve per forza nascondersi prima di poter sbocciare e generare nuova vita.

Il fuoco di Vulcano e la sacra Madre del Grano

Per spiegare il suo metodo creativo, l’autrice attinge a piene mani dal mito romano antico e dal folklore contadino. Da una parte cita le Volcanalia (dedicate al dio Vulcano), ricordandoci che le opere più belle non vengono create alla luce del sole, ma forgiate nel fuoco sotterraneo, in quella “fucina interiore” della mente che brucia silenziosamente i dolori e le memorie per farne metallo prezioso.
Dall’altra evoca la tradizione della Madre del Grano: l’antica usanza contadina di custodire l’ultima spiga del raccolto nel buio per proteggerne la forza vitale durante il freddo inverno. È un messaggio terapeutico enorme per la nostra società moderna malata di “esibizionismo social”: non tutto ciò che nasce dentro di noi deve essere immediatamente mostrato o buttato in pasto al giudizio degli altri. La creatività, le nostre idee e le nostre ferite hanno bisogno anche di segretezza per maturare in pace.

Un Manifesto dei Diversi e i nuovi progetti Horror-SciFi

L’articolo si trasforma poi in un vero e proprio e orgoglioso manifesto dell’anomalia. Il Sottosuolo descritto dalla Tonini è abitato dai pensieri divergenti, dalla neurodivergenza e da tutte quelle anime che non riescono (o non vogliono) piegarsi all’ordinata ipocrisia della vita normale di superficie.
Ma il testo è anche una gustosissima anticipazione per tutti i lettori: tra ottobre e novembre, l’autrice spalancherà le porte della sua cattedrale per regalarci due racconti inediti in cui le visioni ancestrali del folklore, la magia oracolare di Delfi, i fantasmi e l’Orrore si fonderanno con tecnologie parassitarie capaci di invadere la mente e il corpo. Un concentrato di Horror e Fantascienza che promette di interrogare ferocemente le inquietudini del nostro presente.

Che cosa abbiamo riportato indietro dall’estate?

La prosa visionaria, oscura ed evocativa di Alice Tonini si chiude con un interrogativo che trafigge il lettore: che cosa abbiamo davvero riportato con noi dall’estate appena trascorsa? Quale parte ferita o gioiosa della nostra identità abbiamo messo a riposare nel buio?
La risposta appartiene a ciascuno di noi. E forse è davvero arrivato il tempo di smetterla di temere e odiare il mese di Settembre. Il buio autunnale non è la fine della festa. È il meraviglioso e silenzioso “Laboratorio” segreto in cui la parte più autentica, inquieta e immortale della nostra anima può finalmente e felicemente tornare a lavorare.

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Cultura

IL DIPINGERE INVISIBILE NELL’UNIVERSO ARTISTICO DI ZEHAVA NETER: la luce dell’Anima e i segreti della Cabala. L’emozionante intervista di Angela Kosta

IL DIPINGERE INVISIBILE E I SEGRETI DELLA CABALA NELL’UNIVERSO ARTISTICO DI ZEHAVA NETER 🎨 ✨ L’emozionante e bellissima Intervista a cura di Angela Kosta! Ci sono dei rarissimi Pittori al mondo che non usano i pennelli per “ricopiare” semplicemente in modo freddo la realtà visibile che ci circonda, ma dipingono letteralmente “Il Dolore, i Silenzi, l’Amore e la Guarigione”! Oggi vi portiamo in viaggio alla scoperta dell’immensa e potentissima arte della pittrice israeliana Zehava Neter, una donna eccezionale capace di fondere su Tela le emozioni umane più vulnerabili con gli insegnamenti antichi e spirituali della “Cabala”! Cresciuta al fianco di un nonno cabalista, Zehava ha imparato a “guardare oltre” l’apparenza della materia. Nelle sue meravigliose tele (impreziosite da antiche lettere dell’alfabeto ebraico che racchiudono enormi energie legate all’Amore, alla prosperità e alla Fertilità), l’arte diventa un vero e proprio e formidabile percorso di “Guarigione Spirituale”! In questa lunghissima, profonda e illuminante intervista condotta dalla bravissima Angela Kosta, la pittrice si mette a nudo, parlando del perché abbia scelto di dipingere opere per denunciare la “Violenza sulle donne”, del suo rapporto con i giovani allievi a cui insegna a essere liberi dai pregiudizi, e del potere universale dello Sguardo dei suoi soggetti! L’Arte non ha alcun bisogno di interpreti o di traduttori, deve solo “Scuotere l’Anima e farci uscire sereni dal museo”. “Io non dipingo volti; dipingo ciò che i volti non riescono a raccontare”, ha dichiarato l’artista, rivelando che l’obbiettivo supremo del suo talento non è semplicemente mostrare la luce esterna, ma “ricordare alle persone che possiedono già una luce bellissima dentro di loro”! Leggi l’Intervista Esclusiva completa e scopri la filosofia spirituale dietro i magici dipinti della Neter nel nostro articolo Culturale di approfondimento! 👇 👁️ E a voi, amici lettori, è mai capitato di fermarvi davanti a un quadro in una mostra o in un museo, e di sentire inspiegabilmente il cuore battere più forte o l’Anima vibrare, come se quel quadro fosse stato dipinto appositamente per le vostre gioie o i vostri dolori? Vi affascina il lato magico, esoterico e spirituale dell’insegnamento della Cabala che l’artista trasporta nelle sue opere di Guarigione? Diteci la vostra opinione e la vostra emozione nei commenti, CONDIVIDENDO questa bellissima pagina di Cultura sulle vostre bacheche per illuminare la giornata ai vostri contatti!

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ZEHAVA NETER

Redazione – Ci sono artisti che dipingono per riprodurre fedelmente la realtà visibile, e poi ci sono artisti straordinari che usano i pennelli e i colori per dare voce a ciò che non si può spiegare a parole: il dolore, l’amore, l’energia invisibile dell’Universo e i movimenti silenziosi dell’Anima. La pittrice israeliana Zehava Neter appartiene senza alcun dubbio a questa seconda, rarissima e preziosissima categoria. Profondamente influenzata dalla spiritualità e dagli antichi insegnamenti della Cabala, la sua arte è un vero e proprio “sismografo emotivo”, capace di tradurre su tela la vulnerabilità e l’immensa forza dell’essere umano. In questo incontro intimo e profondo, condotto magistralmente dalla penna di Angela Kosta, andiamo alla scoperta di un linguaggio artistico universale che non ha bisogno di traduttori, dove le lettere ebraiche diventano energia vitale e gli occhi dei soggetti dipinti si trasformano in specchi per l’osservatore. Benvenuti nell’universo dell’invisibile.

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L’Intervista di Angela Kosta a Zehava Neter

Benvenuta, Zehava. La sua arte nasce spesso dall’impulso e dall’emozione. Come riesce a trasformare sentimenti così profondamente personali in opere capaci di parlare a un pubblico universale?
Credo che l’emozione umana sia l’unico linguaggio universale che non abbia bisogno di traduzione. Ogni mia opera nasce da uno spazio profondamente intimo: prende forma da un’esperienza vissuta, da un ricordo, dal dolore, dalla nostalgia, dall’amore o da un momento di intensa contemplazione. Ma, nell’istante in cui il colore incontra la tela, quell’esperienza non appartiene più soltanto a me. Si trasforma in uno spazio aperto, nel quale ogni osservatore può ritrovare una parte di sé.

Non dipingo gli eventi, bensì l’impronta che essi lasciano nell’anima. Cerco ciò che si cela oltre le parole: quelle emozioni che tutti custodiamo dentro di noi e che spesso fatichiamo a esprimere. Per questo motivo, le figure che popolano le mie opere non rappresentano una persona specifica, ma riflettono una condizione umana universale. Talvolta fissano lo sguardo dello spettatore; altre volte sono immerse nel proprio universo interiore, ma invitano sempre chi osserva a completare la narrazione attraverso la propria esperienza di vita.

“Non dipingo volti; dipingo ciò che i volti non riescono a raccontare.”

Un esempio significativo è la mia opera Dietro il Silenzio, insignita del Premio Antonio Canova per le Arti Visive a Roma. Il dipinto esplora un silenzio che non è assenza, ma presenza colma di emozioni. Racconta ciò che scegliamo di nascondere e ciò che gli occhi desiderano rivelare, anche quando le labbra rimangono mute.

Lei descrive la pittura come un dialogo tra il mondo spirituale e quello artistico. Quanto è importante questa connessione nel suo processo creativo?
Per me la pittura è molto più di un gesto estetico: è un dialogo continuo tra il mondo visibile e quello invisibile. Entro nel mio studio senza sapere con precisione dove l’opera mi condurrà. Ascolto i colori, la tela, il silenzio e, soprattutto, ciò che attende di nascere dentro di me. Ogni dipinto prende forma attraverso l’intuizione, ma anche grazie a una profonda capacità di ascolto. A ogni nuova stesura di colore scopro un ulteriore strato dell’anima.

Spesso inizio da una figura umana, ma, man mano che l’opera si sviluppa, essa viene avvolta da uno spazio astratto fatto di colore, movimento ed energia. È proprio lì, a mio avviso, che la materia incontra lo spirito. Il figurativo e l’astratto non sono in contrasto tra loro: si completano reciprocamente. La figura racconta la dimensione visibile, mentre le stratificazioni cromatiche rivelano quella interiore. Sono convinta che sia proprio nel punto in cui le parole si arrestano che l’arte inizi davvero a parlare.

Essendo nipote di un cabalista, in che modo la tradizione della Cabala ha influenzato la sua visione dell’arte e della vita?
Sono cresciuta in una famiglia in cui la spiritualità rappresentava una parte inscindibile della vita quotidiana. Mio nonno, cabalista, mi ha insegnato a guardare oltre ciò che gli occhi possono vedere. Da lui ho appreso che ogni essere umano custodisce una luce interiore, che ogni lettera dell’alfabeto ebraico possiede una propria forza, che ogni colore racchiude un significato e che perfino il silenzio ha una voce.

L’influenza della Cabala nelle mie opere non si manifesta come arte religiosa, bensì come un modo di percepire il mondo. Mi ha insegnato che la realtà è composta da molteplici livelli e che il compito dell’artista consiste nel saperli rivelare con sensibilità, armonia ed eleganza. Nel corso di diversi cicli della mia produzione artistica ho inserito lettere ebraiche e simboli cabalistici. Per me, queste lettere sono molto più che semplici elementi visivi: custodiscono energia, memoria e intenzione. Sono parte integrante della composizione, tanto quanto il colore e la linea. Sento che la Cabala mi abbia donato un insegnamento profondo: la certezza che, anche quando una persona attraversa il buio, una scintilla di luce continua sempre a vivere dentro di lei.

“Il mio compito come artista non è illuminare il mondo, ma ricordare alle persone che la luce esiste già dentro di loro.”

Alcune delle sue opere incorporano simboli cabalistici e lettere ebraiche associate alla guarigione, alla prosperità, all’amore e alla fertilità. Qual è il significato più profondo di questi elementi e quale messaggio desidera trasmettere attraverso di essi?
Per me le lettere ebraiche sono molto più che semplici segni grafici. Rappresentano un linguaggio antico, capace di custodire memoria, vibrazione e significato. Quando le inserisco in un dipinto, non lo faccio per spiegare un concetto, bensì per invitare l’osservatore a viverne l’esperienza.

Nelle opere dedicate alla guarigione, all’amore, all’abbondanza e alla fertilità, le lettere non compaiono come elementi decorativi. Diventano parte del respiro stesso dell’opera. Talvolta sono chiaramente visibili; altre volte rimangono celate sotto stratificazioni di colore, come se attendessero il momento giusto per essere scoperte dallo sguardo di chi osserva. Credo che l’arte abbia il potere di risvegliare emozioni senza bisogno di spiegazioni. Non mi aspetto che ogni osservatore comprenda il significato delle lettere o conosca il mondo della Cabala. È sufficiente che avverta di essere stato toccato da qualcosa che l’opera custodisce. Se qualcuno, dopo aver incontrato uno dei miei dipinti, se ne va sentendosi un po’ più sereno, un po’ più aperto o con una rinnovata speranza nel cuore, allora credo che quell’opera abbia già compiuto la sua missione.

Nel corso della sua carriera ha esplorato un’ampia varietà di temi: dalle relazioni umane e dal movimento ai fiori, dalla guarigione alle emozioni suscitate dalla pandemia. In che modo il suo linguaggio artistico si è evoluto nel tempo?
Guardando al mio percorso, mi accorgo che ogni ciclo di opere rappresenta un nuovo capitolo di un viaggio continuo alla scoperta dell’esperienza umana. All’inizio della mia ricerca artistica mi sono dedicata ai fiori e alla natura. Per me il fiore non è mai stato un semplice soggetto estetico, ma un simbolo di crescita, fragilità e rinascita. Successivamente, il mio interesse si è rivolto al corpo umano, al movimento e alle relazioni interpersonali, spinto dal desiderio di comprendere la complessità dell’esistenza.

Uno dei cicli più significativi della mia carriera è stato Sotto i Tessuti, nel quale ho affrontato il tema della violenza contro le donne. Attraverso sovrapposizioni di tessuti, colore e figure umane, ho cercato di rendere visibile ciò che la società troppo spesso preferisce nascondere. In seguito, durante la pandemia di COVID-19, ho realizzato opere in cui le figure sembravano quasi dissolversi in campi astratti di colore. Questi dipinti esprimevano la solitudine e l’incertezza, ma anche la speranza e la forza interiore, testimoniando la capacità dell’essere umano di resistere e rinascere anche nei momenti più difficili.

Oggi il mio linguaggio artistico fonde armoniosamente il figurativo e l’astratto. La figura umana rimane il fulcro della mia ricerca, ma è avvolta da uno spazio fatto di colore, movimento ed energia. Gli occhi occupano un posto centrale nelle mie opere perché, a mio avviso, sono l’unico luogo in cui l’essere umano non può nascondere la verità.

“Gli occhi sono la finestra dell’anima, ma per me sono anche lo specchio della memoria.”

Guardando al mio percorso, mi rendo conto che tutti i temi che ho esplorato — i fiori, il movimento, l’amore, il dolore, la Cabala, la guarigione e il silenzio — sono stati, in fondo, modi diversi di porre la stessa domanda: Come si può tradurre l’anima umana in pittura?

Oltre a essere pittrice, è anche educatrice, curatrice e mentore. In che modo questi diversi ruoli hanno arricchito il suo percorso artistico e la sua crescita personale?
Credo che l’arte non si esaurisca in un dipinto appeso a una parete. Essa continua a vivere in ogni incontro umano. Da molti anni mi dedico all’insegnamento dell’arte, alla curatela di mostre e al mentoring di artisti e studenti, e ciascuno di questi ruoli mi ha resa un’artista migliore e una persona più attenta e consapevole.

L’insegnamento mi ha insegnato a osservare il mondo attraverso gli occhi degli altri. Gli studenti si avvicinano alla creatività senza paura, senza convenzioni e senza confini, ricordandomi continuamente che la vera creazione nasce là dove troviamo il coraggio di porci delle domande. Come curatrice ho imparato ad ascoltare il linguaggio artistico degli altri creatori, a comprendere le storie che desiderano raccontare e a costruire un dialogo autentico tra opere differenti. Come mentore, invece, ho il privilegio di accompagnare le persone nella scoperta della propria voce artistica, e non esiste soddisfazione più grande che assistere a questa trasformazione.

Vedo un legame profondo tra lo studio d’artista e l’aula. Entrambi sono luoghi in cui si è invitati a osservare, a sentire, a sbagliare e a crescere. Vorrei consigliare alle persone di avere il coraggio di vedere. Per me l’arte è un linguaggio, mentre l’educazione rappresenta il modo in cui questo linguaggio viene trasmesso da una generazione all’altra. Ogni volta che vedo uno studente scoprire la propria autentica voce artistica, sento di proseguire la stessa missione che guida il mio lavoro di artista.

Le sue opere sono state esposte in numerose mostre internazionali, tra cui una mostra collettiva a Parigi. Quali emozioni prova nel vedere la sua arte entrare in dialogo con persone appartenenti a culture diverse?
È una delle esperienze più intense e commoventi che un artista possa vivere. Ogni volta che mi trovo in una galleria di un altro Paese e osservo le persone fermarsi davanti a uno dei miei dipinti, mi ricordo che l’arte non ha bisogno di traduttori. A Roma, quando ho ricevuto il premio per l’opera Dietro il Silenzio, ho incontrato persone che non parlavano ebraico e provenivano da contesti culturali completamente diversi. Eppure, sono riuscite a entrare in profonda sintonia con l’opera. Ognuna di loro vi ha riconosciuto una parte di sé.

Per me questo è il dono più grande dell’arte: farci comprendere che condividiamo le stesse emozioni umane, anche quando le nostre vite seguono percorsi completamente differenti. La partecipazione a esposizioni internazionali, tra cui la mostra collettiva di Parigi, ha rafforzato la mia convinzione che la pittura sia un linguaggio universale dell’umanità. Vengo da Israele e porto con me la mia storia personale, ma non chiedo al pubblico di comprendere la mia biografia. Chiedo soltanto che si lasci coinvolgere dall’emozione. Credo che un’autentica opera d’arte non domandi mai all’osservatore da dove provenga, ma lo inviti a scoprire verso quali orizzonti interiori possa condurlo.

Alcuni critici hanno definito i suoi dipinti “un sismografo dell’anima”. Si riconosce in questa definizione? C’è un’opera che rappresenta meglio il suo percorso interiore?
Quando ho letto per la prima volta l’espressione “un sismografo dell’anima”, ho avuto la sensazione che qualcuno fosse riuscito a dare parole a ciò che da sempre cerco di esprimere attraverso il colore. Credo che ogni dipinto registri un movimento interiore. Talvolta è lieve, quasi impercettibile; altre volte assume la forza di un vero terremoto emotivo. Dipingere è il mio modo di ascoltare questi moti dell’anima e di dar loro una forma visibile.

Se dovessi scegliere un’opera capace di rappresentare al meglio questo percorso, sarebbe senza dubbio Dietro il Silenzio. Il dipinto esplora ciò che rimane inespresso: la tensione tra rivelazione e occultamento, tra il volto visibile e l’identità più profonda. Gli occhi, posti al centro della composizione, non guardano semplicemente verso l’esterno, ma invitano l’osservatore a rivolgere lo sguardo dentro di sé. Nel corso degli anni, gli occhi sono diventati uno dei motivi distintivi del mio linguaggio artistico. Per me non rappresentano soltanto un elemento anatomico, ma il luogo in cui memoria, emozione e anima si incontrano. Per me gli occhi non sono soltanto la finestra dell’anima: sono il luogo in cui il silenzio comincia a parlare.

Parla spesso del potere terapeutico dell’arte. Ritiene che la pittura possa diventare un percorso di guarigione, di crescita personale e di trasformazione interiore?
Ci credo con tutto il cuore. Quando parlo di guarigione non mi riferisco esclusivamente a quella fisica o medica, ma alla guarigione dello spirito umano. Molto spesso, quando mi trovo davanti a una tela bianca, ho la sensazione di intraprendere un viaggio alla scoperta di me stessa. Attraverso la pittura elaboro ricordi, paure, perdite, amore e speranza. Credo che anche chi osserva le mie opere compia un percorso analogo. Non cerco mai di imporre un’emozione o di suggerire come ci si debba sentire. Mi limito ad aprire una porta.

Ognuno entra nell’opera portando con sé il proprio universo interiore e, proprio per questo, ne esce con un significato diverso. Sia nelle opere ispirate alla Cabala e al tema della guarigione, sia in quelle nate durante la pandemia, ho cercato di creare uno spazio di respiro all’interno della complessità della realtà. Non offro risposte né soluzioni; offro la possibilità di fermarsi per un istante e ascoltare se stessi. Credo che l’arte, forse, non possa cambiare il mondo dall’oggi al domani, ma possa certamente trasformare la persona che le si pone davanti. E, talvolta, questa è la trasformazione più autentica e significativa di tutte.

Guardando al futuro, a quali nuovi progetti artistici e personali sta lavorando? E quale messaggio desidera rivolgere ai giovani artisti che cercano di esprimere la propria autenticità attraverso l’arte?
Guardo alla creazione artistica come a un viaggio che non conosce una vera conclusione. Ancora oggi, dopo molti anni di attività in Israele e all’estero, continuo a esplorare, interrogarmi e sperimentare. Attualmente sto lavorando a nuove serie che approfondiscono il dialogo tra identità, spiritualità, memoria e coscienza, ricercando al tempo stesso nuove modalità per mettere in relazione la pittura tradizionale con le tecnologie contemporanee. Sono convinta che il passato e il presente, il classico e l’innovazione, possano arricchirsi reciprocamente.

Parallelamente, continuo a dedicarmi con passione all’educazione artistica, alla formazione delle nuove generazioni di artisti e alla diffusione dell’arte presso pubblici sempre più ampi e diversificati. Ai giovani artisti desidero dire: non cercate di assomigliare a nessun altro. Non create per soddisfare il mercato, inseguire le mode o rispondere alle aspettative altrui. La vostra voce autentica è il bene più prezioso che possedete. Nel corso del mio cammino ho imparato che le opere più significative nascono sempre dalla verità interiore, anche quando essa è silenziosa o diversa da ciò che viene comunemente considerato convenzionale.

“La grande arte non nasce dal desiderio di impressionare, ma dal coraggio di essere autentici.”

Questo è il messaggio che desidero lasciare: credere nel potere dell’arte di unire persone, culture e cuori. Perché, in fondo, un dipinto non è soltanto ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che continua a vivere dentro di noi molto tempo dopo aver distolto lo sguardo.

***

Dichiarazione dell’Artista

Al centro della mia ricerca artistica vi è la ricerca costante della luce nascosta: quella luce che non sempre può essere vista, ma che può sempre essere percepita nell’anima. Le figure che abitano le mie opere non aspirano semplicemente a essere osservate; desiderano rivelare ciò che si cela oltre lo sguardo: la memoria, l’emozione, la speranza e la vulnerabilità che appartengono all’esperienza umana. Ispirata alla dimensione spirituale della Cabala, unisco il linguaggio figurativo a stratificazioni astratte di colore e, talvolta, inserisco lettere ebraiche e simboli intrisi di significato spirituale. Per me il colore non è soltanto materia: è energia. La luce non è semplicemente una fonte di illuminazione, ma la manifestazione della forza interiore che dimora in ogni essere umano. Ogni dipinto è un invito a intraprendere un percorso di contemplazione: un viaggio che conduce dal visibile all’invisibile, dal mondo esteriore alla dimensione interiore e dal silenzio alla luce.

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Cultura

La settima arte infiamma L’Aquila Capitale della Cultura: al via la prima edizione del “CiAq” con 79 film da brivido, masterclass e giurie da Oscar

L’Aquila si trasforma nella Hollywood d’Abruzzo per quattro giorni di pura magia cinematografica! 🎬⛰️ Dal 17 al 20 settembre prende il via la prima edizione di “CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila”, un festival monumentale a ingresso GRATUITO inserito nel palinsesto di L’Aquila Capitale della Cultura 2026. Ben 79 film in programma distribuiti tra il Teatro San Filippo e Palazzo Ciccozzi, masterclass quotidiane con critici e distributori, e proiezioni attesissime come “Squali” e “The Last Match”. Si chiude domenica con la consegna dei premi della giuria presieduta da Mariangela Sansone e l’omaggio speciale a Federico Braconi. Scoprite l’intero programma nell’articolo! 👇❤️✨

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Locandina evento L'Aquila

L’Aquila – Ci sono città che possiedono un’architettura che sembra essa stessa una scenografia cinematografica a cielo aperto, dove le ferite della storia e la maestosità della pietra raccontano, senza bisogno di parole, l’eterna epopea della fragilità e del riscatto umano. L’Aquila, nel suo anno d’oro come Capitale Italiana della Cultura 2026, si appresta a riappropriarsi della sua vocazione più intima, viscerale e profonda: quella di essere un palcoscenico e un laboratorio per il cinema indipendente mondiale. Da giovedì 17 a domenica 20 settembre 2026 prenderà ufficialmente il via la prima, attesissima edizione di CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila. Una kermesse imponente, a ingresso completamente gratuito previa registrazione online, che promette di trasformare il capoluogo abruzzese nel cuore pulsante della settima arte, riunendo registi emergenti, maestri della cinepresa e migliaia di appassionati.

La manifestazione si presenta al pubblico con un cartellone da capogiro: ben 79 opere cinematografiche distinte, meticolosamente selezionate tra 12 lungometraggi di finzione, 24 documentari d’inchiesta e 43 cortometraggi d’avanguardia. Organizzato con rigore filologico dall’Associazione Culturale Innovahub, con il prezioso e fondamentale sostegno del Gruppo Abivet Società Benefit, il festival è guidato dal talento del direttore artistico Maurizio Albano e dal direttore organizzativo Francesco Albano, storici fondatori della casa di produzione SimonFilm e del polo formativo Spazio Indipendenza. L’evento rappresenta una vera e propria risorsa terapeutica ed etica per il territorio, segnando la rinascita culturale del settecentesco Palazzo Ciccozzi in via Indipendenza, restituito alla comunità come hub per la formazione e l’innovazione.

Dieci round di visioni e giurie d’élite: i nomi dei giurati che tremano al Lido

A valutare e cesellare i verdetti di un concorso così ricco e serrato sarà una giuria ufficiale d’eccezione, composta da autorevoli firme della critica e della cinematografia internazionale. A presiedere la delicata e prestigiosa sezione Lungometraggi sarà la celebre saggista e critica cinematografica Mariangela Sansone, affiancata in commissione da Anna Collabolletta, Stefano D’Amadio e Gianlorenzo Franzì. La valutazione dei Cortometraggi sarà affidata alla sensibilità di Francesca Laurenzi, Nicola Luigi Conti e Irina Tarvida, mentre l’ingrato ma affascinante compito di selezionare il miglior Documentario spetterà al regista e giornalista Riccardo Barbieri. Un team d’élite incaricato di scovare i capolavori capaci di interpretare la complessità del nostro presente.

«Con la prima edizione del CiAq non vogliamo soltanto celebrare il cinema, ma restituire all’Aquila la sua naturale vocazione di set», spiega con orgoglio e calore il direttore artistico Maurizio Albano, riannodando i fili con la memoria e raccogliendo il testimone ideale di un’esperienza storica e straordinaria come Una Città in Cinema. «Il nostro obiettivo è far riappropriare la comunità degli spazi urbani, trasformando le piazze e i teatri in luoghi di incontro, visione e dibattito pulito». Una postura che trova il pieno e convinto eco nelle parole del direttore organizzativo Francesco Albano: «In un’era caratterizzata dalla fruizione individuale e dall’isolamento delle piattaforme streaming, crediamo nella magia del grande schermo vissuto come rito collettivo e festa partecipata».

Dal Teatro San Filippo a Palazzo Ciccozzi: la mappa delle emozioni

Il cuore pulsante del festival batterà all’interno di due presidi architettonici straordinari. Il monumentale Teatro San Filippo ospiterà la cerimonia di inaugurazione, fissata per giovedì 17 settembre alle ore 15:30. Insieme alla suggestiva Piazza del Teatro, questa arena ospiterà ben 30 proiezioni di assoluto rilievo, tra cui spiccano pellicole attesissime come il crudo “Squali” di Daniele Barbiero, l’intenso ed emozionante “THE LAST MATCH – L’ultima sfida” diretto da Antonio Silvestre e il mistico, evocativo “Milarepa” firmato dal genio di Louis Nero. Nel frattempo, le sale di Palazzo Ciccozzi proietteranno altri 49 titoli in concorso a partire dalle 15:30, accogliendo a fine giornata registi e accreditati con un esclusivo aperitivo di networking per favorire coproduzioni e joint venture.

Ma il CiAq è anche e soprattutto un’officina di educazione permanente e alta formazione. Ogni giorno, a partire dalle ore 14:00, Palazzo Ciccozzi ospiterà masterclass e workshop specialistici gratuiti curati da professionisti dell’industria audiovisiva, tra cui le stesse giurate Mariangela Sansone e Irina F. Tarvida, e l’esperto di comunicazione Riccardo Barbieri, offrendo ai giovani talenti locali gli strumenti tecnici per comprendere e governare la macchina del cinema moderno, limitando al massimo l’esodo all’estero delle nostre migliori intelligenze creative.

Il gran finale e l’omaggio a Federico Braconi fuori concorso

La solenne cerimonia finale di premiazione si consumerà domenica 20 settembre, alle ore 21:00, sul palco del Teatro San Filippo, momento in cui verranno svelati i vincitori dei trofei ufficiali della kermesse. Ma la festa non si spegnerà con la consegna dei premi: a partire dalle ore 22:00, Piazza del Teatro si illuminerà per un gran finale d’eccezione fuori concorso, dedicato interamente alla proiezione speciale di due opere cinematografiche di devastante impatto sociale: “Piccola storia di un muro” e “Anatomia di un grande sogno”. Entrambi i film sono firmati dalla regia di Federico Braconi e prodotti da SimonFilm, due affreschi densi di vulnerabilità, resistenza e desiderio di evoluzione che sigilleranno una quattro giorni indimenticabile.

Il festival, che viaggia a passo spedito verso il sold out, è promosso grazie a una fitta e trasparente rete di partner territoriali, tra cui L’Aquila Young, il Gold Partner LGF Srl e il media partner Abruzzo Web, uniti per valorizzare l’Abruzzo come set cinematografico d’eccellenza. Il programma completo e gli orari dettagliati di tutte le 79 proiezioni sono già consultabili in tempo reale scaricando l’applicazione ufficiale dal portale https://ciaq.it/it/app/#/schedule. Spegnete gli smartphone, lasciate a casa le nevrosi quotidiane e regalatevi una notte di pura magia all’Aquila: scendete in piazza e lasciatevi cullare dal respiro unanime del grande schermo, perché il cinema è l’unico posto al mondo in cui i sogni tornano a farsi carne.

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