Rimani in contatto con noi
#

Cultura

Dalla neutralità all’isolamento: l’Albania che le immagini di Hoxha non raccontano

«Film di Stato» di Roland Sejko mostra il Paese che il regime voleva far vedere. Ma dietro quelle immagini c’è una storia geopolitica che comincia molto prima di Enver Hoxha: nel 1913, quando le grandi potenze riconobbero l’Albania come Stato sovrano e neutrale, garantendone la neutralità. Una promessa che la Prima guerra mondiale avrebbe presto messo alla prova.

Pubblicato

a

Collage fotografico

Redazione-  Ieri ho visto Film di Stato di Roland Sejko. È un documentario che riesce a compiere un’operazione tanto semplice nella forma quanto complessa nelle conseguenze: raccontare un’epoca attraverso le immagini che quell’epoca aveva prodotto di se stessa.

Non c’è bisogno, almeno apparentemente, di una voce che spieghi tutto. Parlano le immagini: le parate, le fabbriche, le campagne, i congressi, i bambini, i giovani, le celebrazioni, i leader, il lavoro. Un’Albania ordinata, disciplinata, laboriosa, orgogliosa della propria indipendenza. Un Paese che sembra vivere fuori dal tempo e, soprattutto, fuori dal mondo.

Ma proprio qui nasce la domanda. Che cosa ci dicono davvero quelle immagini?

Ci mostrano ciò che lo Stato voleva mostrare. Non necessariamente ciò che il Paese viveva.

È questa distanza tra immagine e realtà a fare di Film di Stato qualcosa di più di un documentario sull’Albania comunista. Il film diventa una porta attraverso la quale entrare in una storia più ampia: quella di un piccolo Paese balcanico che per gran parte del Novecento ha avuto un problema fondamentale con la propria sicurezza e con la propria sovranità.

E questa storia comincia molto prima di Enver Hoxha. Una neutralità garantita dalle grandi potenze

Il 28 novembre 1912, a Valona, Ismail Qemali proclama l’indipendenza dell’Albania. Ma l’indipendenza politica non coincide ancora con una piena definizione dello status internazionale del nuovo Stato.

A Londra si riuniscono le grandi potenze europee. Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Russia discutono il futuro dei Balcani usciti dalla Prima guerra balcanica.

Il 29 luglio 1913 arriva una decisione destinata a lasciare un’impronta profonda nella storia albanese: l’Albania viene costituita come principato sovrano e indipendente e la sua neutralità viene garantita dalle sei grandi potenze.

Non è un’interpretazione posteriore. È scritto nel documento. Ma quella formula contiene già un paradosso. L’Albania è sovrana, ma la sua sicurezza dipende da un sistema internazionale nel quale le grandi potenze hanno un ruolo decisivo. Sono loro a definire i confini, a stabilire l’assetto istituzionale del nuovo Stato e a partecipare alla sua amministrazione attraverso la Commissione Internazionale di Controllo.

La nuova Albania nasce dunque contemporaneamente come Stato indipendente e Stato sottoposto a una forte tutela internazionale.

È un equilibrio fragile. E la storia avrebbe impiegato pochissimo tempo a dimostrarlo.

Quando le potenze garanti entrano in guerra.

Nel 1914 l’Europa precipita nella guerra. E qui la neutralità albanese si trova davanti alla sua contraddizione più radicale. Chi deve garantire la neutralità di un piccolo Stato quando le stesse potenze che hanno assunto quell’impegno sono ormai impegnate in una guerra fra loro?

Il territorio albanese viene progressivamente coinvolto nel conflitto e sottoposto alla presenza e all’azione di eserciti stranieri. La neutralità sancita a Londra esiste ancora come principio giuridico, ma la realtà politica e militare è ormai completamente diversa.

La questione emerge con particolare chiarezza in un documento britannico del 1918. Alla Camera dei Comuni, il 18 febbraio, viene chiesto al ministro degli Esteri Arthur Balfour se gli accordi del 1913 — indipendenza, neutralità e garanzia delle grandi potenze — siano ancora in vigore.

La risposta è significativa: Balfour spiega che quegli accordi hanno perso la loro forza vincolante perché tutte le potenze firmatarie sono ormai impegnate nella guerra. E aggiunge che gran parte dell’Albania si trova sotto occupazione.

È un passaggio quasi emblematico. Nel 1913 le grandi potenze avevano garantito la neutralità dell’Albania. Nel 1918 una di quelle stesse potenze riconosce che la guerra ha reso quella garanzia praticamente inoperante.

La lezione è dura: la sicurezza di un piccolo Stato può dipendere da un equilibrio internazionale che cessa di esistere proprio quando diventa più necessario.

L’Albania come spazio geopolitico

A questo punto la storia dell’Albania non può essere letta soltanto attraverso la dimensione nazionale. La sua posizione geografica la rende troppo importante per essere ignorata: l’Adriatico, lo stretto rapporto con l’Italia, la vicinanza alla Grecia e alla Serbia, la posizione nei Balcani.

E c’è il problema, altrettanto importante, dei territori abitati da albanesi che nel 1913 rimangono fuori dai confini del nuovo Stato. La nascita dell’Albania indipendente è dunque accompagnata da una contraddizione destinata a durare: uno Stato nasce, ma una parte significativa della questione nazionale albanese rimane fuori dai suoi confini.

Non è necessario trasformare questa storia in una spiegazione nazionalistica. Basta riconoscerne il peso geopolitico. L’Albania del Novecento è uno Stato piccolo, collocato in una regione strategica, circondato da Paesi più forti e nato da un compromesso tra grandi potenze che hanno interessi divergenti.

La questione della sovranità, quindi, non è un’astrazione. È una questione di sopravvivenza.

Dalla promessa internazionale alla diffidenza

La Prima guerra mondiale lascia dietro di sé una lezione che la storia albanese non dimenticherà facilmente: la garanzia internazionale non è necessariamente una garanzia permanente.

Nel 1939 arriverà l’occupazione italiana. Nel 1944, alla fine della Seconda guerra mondiale, i comunisti guidati da Enver Hoxha prenderanno il potere. È qui che la storia cambia, ma non necessariamente comincia.

Hoxha eredita un Paese con una memoria recente di ingerenze straniere, occupazioni e conflitti regionali. Non inventa il problema della vulnerabilità albanese. Lo trasforma in una dottrina politica. Prima c’è la Jugoslavia di Tito, dalla quale Tirana si allontana dopo la rottura Tito-Stalin del 1948.

Poi c’è l’Unione Sovietica. Ma la destalinizzazione di Chruščëv, il riavvicinamento di Mosca a Belgrado e le divergenze ideologiche conducono alla rottura. Infine arriva la Cina di Mao. E anche quella alleanza termina.

Nel 1978, dopo la rottura con Pechino, l’Albania rimane praticamente sola. È a questo punto che l’isolamento smette di essere soltanto una conseguenza della politica estera e diventa una filosofia dello Stato.

L’isolamento come sicurezza

Il paradosso della storia albanese appare allora in tutta la sua evidenza. Nel 1913 la formula era:

indipendenza e neutralità, garantite dalle grandi potenze.

Sotto Hoxha la formula diventa quasi l’opposto: indipendenza significa non dipendere da nessuna grande potenza.

È una trasformazione che non può essere spiegata soltanto attraverso l’ideologia comunista.

Hoxha interpreta la storia albanese attraverso la lente della minaccia permanente. Il mondo esterno diventa il luogo del pericolo: prima Belgrado, poi Mosca, poi Washington, poi ancora Mosca, infine Pechino.

Il nemico cambia. La struttura del racconto rimane. L’Albania è un Paese assediato.

E se il Paese è assediato, il controllo interno può essere presentato come una necessità nazionale.

È qui che la propaganda diventa qualcosa di più della celebrazione del regime. Diventa la giustificazione dell’isolamento.

Il bunker e l’immagine di un Paese

Forse nessun oggetto rappresenta questa trasformazione meglio dei bunker.

Decine di migliaia di strutture disseminate sul territorio diventano la traduzione concreta di una concezione politica: il pericolo può arrivare da ogni direzione, dunque bisogna essere sempre pronti a difendersi.

Il bunker è cemento, ma è anche ideologia. Dice che il mondo esterno è una minaccia. Dice che la sicurezza non può essere delegata. Dice, soprattutto, che l’Albania deve sopravvivere contando soltanto sulle proprie forze.

È difficile non vedere, in questa immagine, il rovescio della promessa del 1913. Allora la sicurezza doveva essere garantita dalle grandi potenze. Ora la sicurezza consiste nel non fidarsi più di nessuno.

Ciò che il film mostra e ciò che la storia deve spiegare

È qui che Film di Stato acquista il suo significato più profondo. Sejko ci mostra l’Albania attraverso il cinema dello Stato. Ci fa vedere il Paese così come il potere desiderava che fosse visto. Ma proprio perché il documentario sceglie di non spiegare tutto, costringe lo spettatore a porsi una domanda ulteriore.

Che cosa c’è dietro l’immagine?

Dietro la parata c’è la politica. Dietro la celebrazione dell’indipendenza c’è la paura dell’ingerenza. Dietro il bunker c’è una concezione della sicurezza. Dietro la frontiera chiusa c’è una storia diplomatica. E dietro l’isolamento c’è una storia della sovranità che comincia molto prima del comunismo. Per questo non direi che a Film di Stato “manca” il contesto geopolitico. La scelta di Sejko è precisamente quella di lasciare che siano le immagini a parlare.

Ma mostrare è una cosa, interpretare è un’altra.

E l’interpretazione ci porta necessariamente oltre il film. Ci porta a Londra, nel 1913, quando le grandi potenze decisero che l’Albania sarebbe stata uno Stato sovrano e neutrale e che la sua neutralità sarebbe stata garantita da loro.

Ci porta al 1914, quando quella neutralità cominciò a scontrarsi con la realtà della guerra. Ci porta al 1915, quando le grandi potenze discussero segretamente anche il futuro dei territori albanesi secondo i propri interessi strategici. E ci porta al 1918, quando una di quelle stesse potenze riconobbe che il sistema di garanzie del 1913 aveva perso la propria efficacia.

Dalla neutralità all’isolamento

Forse, allora, la domanda da porre guardando l’Albania di Hoxha non è soltanto: perché Hoxha isolò l’Albania?

La domanda più interessante è un’altra: come si è trasformata, nella storia albanese del Novecento, l’idea stessa di sovranità?

Nel 1913 la sovranità nasce insieme a una garanzia internazionale. La Prima guerra mondiale dimostra la fragilità di quella garanzia. Le crisi e le occupazioni del periodo successivo alimentano la consapevolezza della vulnerabilità del Paese.

Hoxha porta quella consapevolezza all’estremo: dalla diffidenza verso le potenze alla convinzione che soltanto l’autosufficienza possa garantire l’indipendenza. Non c’è, naturalmente, una linea retta e inevitabile che conduce dal 1913 a Hoxha. La storia non funziona così.

Ma esiste una domanda che attraversa quei decenni:

come può un piccolo Stato conservare la propria sovranità quando la sua posizione geografica lo rende continuamente importante per gli altri?

Film di Stato non pretende di rispondere a questa domanda. Forse è proprio questo il suo merito.

Le immagini mostrano un’Albania che il regime aveva costruito per essere vista. Sta allo spettatore, oggi, ricostruire ciò che quelle immagini non potevano mostrare: gli equilibri internazionali, le guerre, le occupazioni, le alleanze, le rotture e le paure che hanno contribuito a formare quel Paese.

E così, alla fine, la storia che emerge non è soltanto quella dell’Albania di Enver Hoxha. È la storia di un lungo passaggio: dalla neutralità garantita dalle grandi potenze all’idea che nessuna potenza potesse più essere considerata davvero garante.

Forse è proprio in questo passaggio che si trova una delle chiavi per comprendere l’Albania del Novecento. Non soltanto come l’Albania abbia vissuto quell’epoca. Ma perché sia diventata l’Albania che è stata.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura

«Occhi per sognare»: nella nuova silloge di Giacomo Garzya il potere dello sguardo che svela la bellezza nascosta del mondo

La poesia riscopre la forza salvifica dello sguardo: con la silloge Occhi per sognare, edita da Iuppiter Edizioni, Giacomo Garzya firma un intenso itinerario lirico tra le radici napoletane e Trieste. Dalla luce degli occhi all’infanzia pura di Greta, dalla montagna alla fratellanza universale, con la prefazione di Manuela Sanna e la nota critica di Chiara Spatuzzi. L’analisi completa della raccolta letteraria nell’approfondimento culturale di Cavaliere News:👇

Pubblicato

a

copertina occhi per sognare - garzya

Napoli – In un’epoca satura di immagini effimere e di sguardi frettolosi che consumano il reale senza mai fermarsi a comprenderlo, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo primario di bussola interiore e strumento di rigenerazione spirituale. Con la nuova raccolta poetica intitolata «Occhi per sognare», data alle stampe a Napoli dalla casa editrice Iuppiter Edizioni, il poeta e studioso Giacomo Garzya consegna ai lettori un viaggio lirico di abbacinante intensità emotiva, ponendo al centro della propria indagine estetica il mistero insondabile e fecondo della visione. L’intera architettura dell’opera scaturisce da una luminosa intuizione gnoseologica: è unicamente attraverso le finestre degli occhi che l’essere umano riesce a trafiggere la superficie delle apparenze per cogliere l’essenza segreta delle cose, convertendo l’atto percettivo in un’inesauribile sorgente di grazia e chiarità.

Fin dalle prime composizioni della silloge, lo sguardo poetico di Garzya non si accontenta di una funzione contemplativa o statica, ma si impone come una presenza viva, mobile e cangiante, capace di farsi faro rassicurante e guida salvifica nei momenti più bui e perlacei dell’esistenza. Questa vibrazione emerge con nitidezza cristallina nei versi della poesia «Stelle comete», dove l’autore scrive: «Non c’è che scarsa luce nella stanza, eppure le pupille dei tuoi occhi neri, nerissimi, come quelli d’un’aquila libera e fiera, che plana nel cielo al primo vento e solca onde agitate, sono stelle comete di gioia per il mio cuore dolente, per la mia anima inquieta». Una concezione spirituale della vista che dialoga profondamente con le meditazioni etiche e filosofiche sull’anima e sulla maschera celebrate ne Il Mattutino di Luca Sforzini tra geometria interiore e verità del mondo.

Dall’abisso della sofferenza allo sguardo puro di Greta: la fenomenologia dell’anima

La traiettoria lirica disegnata da Giacomo Garzya non si sottrae tuttavia alle zone d’ombra che attraversano la condizione umana. Se le iridi possono effondere gioia inattesa e balsamo di salvezza, esse sanno farsi parimenti specchio impietoso dell’irrequietezza esistenziale, dei sussulti drammatici di un animo che ricerca disperatamente il dono della reciprocità e dell’amore autentico. Gli occhi si velano di pudore quando devono celare la solitudine, soffocare il dolore o trattenere a stento speranze e desideri inespressi, creando una partitura affettiva in cui la fragilità si converte in vertigine poetica, con accenti che richiamano la commovente indagine sui moti intimi dell’anima tracciata nel saggio Quando il silenzio impara a gridare di Menda Vreto.

In questo caleidoscopio di sfumature sensoriali, rifulge come un astro incontaminato la commovente lirica dedicata a Greta, una bambina di dieci anni il cui sguardo, traboccante di stupore aurorale e gioia sorgiva, incarna per il poeta l’espressione più nobile e limpida del sogno umano. Negli occhi dell’infanzia, liberi da ogni incrostazione cinica e aperti alla scoperta fiduciosa del domani, la poesia di Garzya ritrova il senso originario del sacro, elevando la meraviglia infantile a vero e proprio antidoto contro la disillusione della contemporaneità.

Biblioteca di Poesia e Letteratura

Offerte Speciali Amazon: Sillogi Poetiche, Grandi Classici e Antologie Liriche

Lasciati ispirare dalla potenza evocativa dei versi: scopri su Amazon le migliori offerte dedicate a raccolte poetiche contemporanee, capolavori della letteratura universale e volumi d’autore a condizioni imperdibili.

SCOPRI LE OFFERTE LIBRI E POESIA SU AMAZON

Montagne, fiori e memoria: la geografia dello spirito tra Napoli e Trieste

Attorno all’asse centrale dello sguardo, la raccolta si apre a una polifonia di motivi universali che testimoniano la vastità del panorama concettuale dell’autore. La ricerca dell’armonia si fonde con il principio irrinunciabile della fratellanza tra i popoli, con il pudore silente dei fiori di campo e con la maestosità delle cime montuose, dove la verticalità delle vette diviene metafora dell’ascesi morale e della contemplazione cosmica sotto la volta stellata della notte. Non manca un ancoraggio profondo alle sfide del nostro presente: la celebrazione della figura femminile viene spogliata di ogni residuo retorico o convenzionale, per trasformarsi in memoria viva, rispetto incondizionato e gratitudine etica, mentre l’universo sentimentale riscopre il fascino antico del corteggiamento cortese e la discrezione dell’amore.

Sul versante stilistico, Garzya sceglie con rigore il verso libero, asciutto ed essenziale, cesellato con sapienza metrica ed esaltato da calibratissime cesure che invitano il lettore a una lettura lenta e meditativa, capace di assimilare ogni singola parola nel suo riverbero più profondo. Straordinaria e originale è poi la struttura spazio-temporale della silloge: ogni singola lirica reca in calce l’indicazione precisa della data e del luogo esatto di composizione. La topografia reale si trasfigura così in mappa emotiva, memoria tangibile e colore cromatico, riflettendo la sensibilità visiva ed estetica indagata anche nelle grandi pagine della critica d’arte contemporanea, come nella Paratassi visiva tra realtà e inconscio di Gianfranco Meneghello.

La cura critica di Manuela Sanna e Chiara Spatuzzi e l’invito allo stupore

Il volume è impreziosito dall’autorevole Prefazione della professoressa Manuela Sanna, stimata filologa e storica del pensiero filosofico e scientifico dell’età moderna, e dalla puntuale Nota critica della dottoressa Chiara Spatuzzi, i cui contributi mettono in rilievo la sapienza ermeneutica e la coerenza linguistica dell’opera. Già docente di Materie letterarie nei licei statali e autore di una ricca bibliografia saggistica e letteraria, Giacomo Garzya condensa in questo testo il fecondo connubio tra le proprie solari radici napoletane e le atmosfere asburgiche e mitteleuropee della sua vita trascorsa a Trieste, crocevia di culture e frontiere ideali.

«Occhi per sognare» rappresenta un atto di resistenza umana e poetica contro il disincanto contemporaneo, un elogio discreto eppure fermo della meraviglia come metodo di conoscenza e comunione con l’altro. Un’opera che onora la straordinaria tradizione culturale ed editoriale della Campania, inserendosi in quel rigoglioso panorama artistico che trova espressione nelle grandi rassegne nazionali come il Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Guardare con occhi capaci di sognare diventa così, nella visione di Garzya, l’atto supremo di speranza che ci riconcilia con la bellezza del mondo.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Cultura

Quando il silenzio impara a gridare: la profonda riflessione di Menda Vreto sulle ferite invisibili e la cultura del rispetto

Quando il silenzio impara a gridare: la scrittrice Menda Vreto firma una riflessione intensa e necessaria sulle ferite invisibili dell’anima, la violenza psicologica e il valore irrinunciabile del rispetto nelle relazioni. Dalla necessità di educare all’accettazione del rifiuto fin dall’infanzia, all’importanza vitale di rompere l’isolamento senza colpevolizzare la fragilità, fino al coraggio di chiedere aiuto. Il testo integrale e il commento su Cavaliere News:👇

Pubblicato

a

Menda Vreto, libro cover

Redazione – Ci sono lacerazioni che non lasciano tracce visibili sull’epidermide, lividi dell’anima che non si possono medicare con un bendaggio ma che possiedono la devastante capacità di alterare per sempre il corso di un’esistenza. Sono dolori silenziosi che si mimetizzano dietro la maschera di un sorriso forzato, che si nutrono della paura di confidarsi, dell’incertezza nello scegliere o semplicemente del terrore di essere sé stessi. La scrittrice e saggista Menda Vreto firma una toccante e lucidissima riflessione dal titolo «Quando il silenzio impara a gridare», un manifesto etico e umano che scandaglia le radici più intime e complesse della violenza di genere, richiamando l’intera collettività a un’assunzione di responsabilità che oltrepassa la semplice denuncia giudiziaria.

La violenza contro le donne non si manifesta unicamente attraverso l’aggressione fisica o l’atto estremo della brutalità. Essa si insinua in modo subdolo nelle pieghe della quotidianità: assume le sembianze di frasi che svalutano, di un controllo ossessivo mascherato da premura, di continue limitazioni alla libertà personale e di atteggiamenti svilenti che, giorno dopo giorno, sgretolano l’autostima e la fiducia della vittima.

Distingue la difficoltà dal sopruso: la dignità come confine invalicabile

Nel suo testo, Menda Vreto traccia con fermezza una linea di demarcazione fondamentale tra le normali crisi che ogni relazione di coppia può trovarsi ad attraversare e la prevaricazione sistematica: «Ogni rapporto umano attraversa momenti di fragilità, conflitti ed errori. Ma è proprio dinanzi a queste difficoltà che occorre riconoscere la differenza abissale tra un ostacolo che si tenta di superare insieme e una dinamica tossica in cui la dignità, l’incolumità e la libertà di una persona vengono costantemente calpestate. Rispettarsi non significa concordare su tutto, ma saper ascoltare, accettare i limiti reciproci e comprendere che nessuno al mondo possiede il diritto di decidere o disporre della vita altrui».

Un passaggio cruciale del pensiero dell’autrice riguarda il rifiuto di una narrazione divisiva tra i sessi: affrontare la piaga dei maltrattamenti non significa ingaggiare una guerra ideologica tra uomini e donne. Al contrario, significa ribadire con forza che la responsabilità delle azioni violente ricade esclusivamente su chi le compie, senza alibi culturali o giustificazioni emotive. In questo percorso di liberazione ed emancipazione, moltissimi uomini rappresentano alleati indispensabili, custodi quotidiani di legami autentici fondati sulla parità, sulla reciprocità affettiva e sul supporto incondizionato, tematiche al centro anche delle grandi riflessioni storiche e giuridiche promosse a teatro con Ombra dei Diritti nei colori dell’Arte per raccontare la violenza sulle donne.

Letture e Consapevolezza Sociale

Offerte Speciali Amazon: Saggistica, Relazioni Consapevoli e Crescita Personale

Approfondisci la psicologia dei legami, la prevenzione della violenza relazionale, l’educazione emotiva e la tutela dei diritti attraverso i migliori saggi e libri di narrativa in promozione su Amazon.

SCOPRI LE OFFERTE SAGGI E CRESCITA PERSONALE SU AMAZON

Il peso delle parole, il velo dell’isolamento e il coraggio di chiedere aiuto

Menda Vreto pone l’accento sul potere distruttivo e al contempo salvifico del linguaggio: un giudizio sommario, una battuta canzonatoria o l’indifferenza complice davanti alla sofferenza altrui possono scavare solchi insanabili nel cuore di chi subisce. La società civile ha il dovere morale di costruire spazi protetti capaci di accogliere prima di giudicare, sorreggendo chi è caduto senza alimentare spirali colpevolizzanti. Dietro l’ostinato mutismo di una donna vittima di abusi convivono terrore, vergogna, smarrimento e il timore di non essere creduta; non spetta all’osservatore sindacare le tempistiche o i modi con cui una persona riesce a rompere l’assedio, ma farsi presenza discreta, solidale e affidabile.

«A chi sta attraversando un momento buio – scrive con profonda dolcezza Menda Vreto – vorrei dire che non deve vergognarsi della propria vulnerabilità e non deve sentirsi obbligata a combattere ogni battaglia in solitudine. Chiedere aiuto non è mai un segnale di resa, bensì il più alto e fiero atto di coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a recitare la parte dell’eroe invulnerabile per avere il diritto di vivere serenamente». Una vicinanza al prossimo e una dedizione all’ascolto delle fragilità che animano anche le iniziative educative e motorie più virtuose, come il corso per operatori sportivi nella disabilità promosso dal CSI dell’Aquila.

Dall’educazione nelle scuole alla memoria che si trasforma in impegno quotidiano

La vera rivoluzione culturale, evidenzia l’autrice, germoglia necessariamente sui banchi di scuola e tra le mura domestiche. È nell’infanzia che si forgiano le coscienze, insegnando ai giovani che un rifiuto deve essere accolto con serenità, che il possesso e la gelosia non hanno nulla a che vedere con l’amore e che la gentilezza rappresenta la più nobile espressione di forza, mai un indizio di debolezza. Commemorare le vittime di femminicidio è un tributo doveroso, ma il ricordo si svuota di valore se non si tramuta in un patto sociale quotidiano, in cui ciascun cittadino decide deliberatamente di non voltare lo sguardo dall’altra parte dinanzi a un segnale d’allarme.

L’invito finale di Menda Vreto è un inno alla speranza operosa e al riscatto comunitario: costruire un futuro in cui le donne possano muoversi nel mondo senza timore, dove la libertà e il rispetto camminino fianco a fianco e dove la dignità non sia una concessione straordinaria ma l’aria stessa che respiriamo, richiamando quell’orizzonte di diritti costituzionali e uguaglianza sostanziale celebrato anche sul palco del Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso di Sorrento. Che il silenzio diventi ascolto condiviso, che l’ascolto generi comprensione reciproca e che la comprensione sia la bussola per abbattere ogni violenza.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Cultura

Arte contemporanea, la «Paratassi visiva» di Gianfranco Meneghello: il saggio critico di Giuliana Donzello tra informale, realtà e inconscio

«Paratassi visiva»: la critica d’arte Giuliana Donzello firma un magistrale saggio sulla pittura informale di Gianfranco Meneghello. Tra l’avanguardia del gruppo Gutai, l’incanto di Mark Rothko, i dittici e le riflessioni su Deleuze e Kant, l’opera d’arte diventa una lanterna accesa nel profondo dell’inconscio dove il gesto puro supera il calcolo razionale 👇

Pubblicato

a

Gianfranco Meneghello e Giuliana Donzello

Redazione – Nel vasto e complesso territorio dell’arte contemporanea, la ricerca estetica non si esaurisce mai nella mera costruzione formale, ma si fa scavo filosofico, interrogazione radicale sulle sorgenti dell’espressione e corpo a corpo febbrile con la materia. Con il denso e affascinante saggio critico intitolato «Paratassi visiva: Realtà/inconscio nella pittura informale di Gianfranco Meneghello», la studiosa e critica d’arte Giuliana Donzello conduce il lettore dentro le profondità semantiche e psicologiche dell’opera dell’artista, collocandone il percorso al centro delle grandi correnti del secondo Novecento e delle loro evoluzioni contemporanee.

Dall’eco monumentale dell’astrazione post-pittorica di maestri come Mark Rothko, Kenneth Noland e Morris Louis fino alle intuizioni radicali dell’Art Autre, del Tachisme e del movimento d’avanguardia giapponese Gutai – nato per rendere concreta la spiritualità attraverso la materia prima –, l’indagine critica evidenzia come Meneghello rifiuti la gabbia della geometria rassicurante per abbracciare l’energia pura del gesto. Una pittura che si sottrae all’illusione figurativa pur conservandone la memoria, trasformando la tela nel sismografo delle pulsioni interiori e dei conflitti dell’anima.

Un’analisi di altissimo profilo intellettuale che dialoga idealmente con i percorsi di riflessione estetica e drammaturgica del territorio, dalle evocazioni storiche dell’evento di Macerata con RaccontaDiritti tra arte e giustizia fino alla comicità dissacrante dell’Auditorium Zambra di Ortona con Cinzia Spanò.

Dall’avanguardia Gutai al gesto puro: la rottura con l’illusione referenziale

Il saggio di Giuliana Donzello si apre ricostruendo le radici storiche dell’Informale europeo e internazionale, nato nel secondo dopoguerra per recidere ogni legame con i canoni nazionalisti e con le geometrie decorative di regime. L’atto creativo diventa testimonianza esistenziale, richiamando la fenomenologia e l’esperienza del gruppo nipponico Gutai fondato nel 1954 da Jiro Yoshihara, dove il gesto si fa stile di vita e liberazione della materia (sabbia, carta, legno, pigmenti densi).

In questa cornice teorica, la pittura di Gianfranco Meneghello si distingue per la capacità di smontare programmaticamente la forma, rendendola fluido magma segnico dotato di forze inaspettate. Il gesto, inteso come traccia del momento creativo allo stato puro secondo la lezione di Pasini, assume una valenza quasi liturgica ma priva di ritualismo conformista: anche la macchia apparentemente casuale genera emozione autentica e favorisce una penetrazione conoscitiva della realtà.

Un’esperienza percettiva che richiama la potenza generativa della musica colta, come quella celebrata nella nuova stagione de I Concerti del Giovedì al Teatro Caniglia di Sulmona, e le memorie ribelli dell’autobiografia di Nicko McBrain degli Iron Maiden.

Scelti per Voi • Arte Contemporanea, Rothko & Pittura

I Migliori Monografie di Arte Informale, Mark Rothko e Colori per Belle Arti

★★★★★ (4.9 su 5 • I cataloghi e i materiali più amati da artisti e collezionisti)

Approfondisci la grande stagione dell’astratto e dell’informale con le monografie illustrate e i set professionali di pittura materica in offerta oggi su Amazon.it.

Scopri i Cataloghi d’Arte su Amazon →

✔ Disponibilità immediata • Spedizione Veloce con Amazon Prime (Provalo Gratis per 30 giorni)


🎧 Bonus Grandi Maestri dell’Arte: Ascolta le biografie dei geni della pittura del Novecento su Audible: 30 Giorni di Prova Gratuita

I cicli pittorici di Meneghello: dittici, calcografia e la setta dell’anello

Nelle opere recenti di Gianfranco Meneghello, Giuliana Donzello individua un doppio binario dialettico: da un lato l’incanto cromatico e rarefatto alla Rothko unito al dinamismo emotivo; dall’altro una gestualità direttamente agganciata al magma delle forze interiori. Questa tensione si concretizza nella scelta sistematica di operare per coppie di tele autonome eppure collegate – come nei dittici Genesi paesaggio 1 e 2, Inizio di metamorfosi con Manoscritto senza titolo e Paesaggio miracolato 1 e 2 – fino allo straordinario ciclo calcografico e a tecnica mista de «Gli epigoni della setta dell’anello».

All’interrogativo sul senso di dipingere a distanza di tempo, l’artista stesso risponde con parole folgoranti: «È l’attimo in cui inizio a parlare una lingua diversa; il momento in cui avverto una straordinaria potenza». La tela non è un vuoto da riempire con un disegno premeditato, ma lo specchio rivelatore di un mondo interiore che attinge a qualcosa di sconosciuto ma intimamente familiare.

Richiamando le categorie filosofiche di Gilles Deleuze (l’espresso contro l’oggetto), l’effettività kantiana (Wirklichkeit) e l’enérgheia aristotelica, la critica dimostra come il quadro di Meneghello sia un dispositivo attivo di accesso al reale, dove la pennellata larga e violenta fa da cerniera tra la carne (soma) e l’anima (psiche).

La «paratassi visiva»: segni autonomi come una lanterna accesa nell’abisso

Sul piano prettamente linguistico e strutturale, il saggio identifica la cifra stilistica di Meneghello nella «paratassi visiva»: segni, cromie e campiture accostati senza subordinazione gerarchica né prospettiva illusoria, collocati sullo stesso piano di dignità espressiva in sequenze ritmiche e iterative.

Il colore, scelto per pulsione istintiva, esplode sulla superficie come scudo protettivo dell’emotività e varco d’accesso all’inconscio. Come conclude magistralmente Giuliana Donzello, l’arte di Meneghello non serve a rischiarare memorie perdute, ma opera come una lanterna che fa luce nell’abisso del presente, dove realtà e inconscio – nel loro perenne dualismo – si rivelano complementari e generativi, origine e causa di ogni slancio vitale.

Una lezione di estetica pura che arricchisce il panorama culturale italiano, armonizzandosi con le vette meditative del Mattutino di Luca Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Articoli di Tendenza