Redazione – Ci sono artisti che dipingono per riprodurre fedelmente la realtà visibile, e poi ci sono artisti straordinari che usano i pennelli e i colori per dare voce a ciò che non si può spiegare a parole: il dolore, l’amore, l’energia invisibile dell’Universo e i movimenti silenziosi dell’Anima. La pittrice israeliana Zehava Neter appartiene senza alcun dubbio a questa seconda, rarissima e preziosissima categoria. Profondamente influenzata dalla spiritualità e dagli antichi insegnamenti della Cabala, la sua arte è un vero e proprio “sismografo emotivo”, capace di tradurre su tela la vulnerabilità e l’immensa forza dell’essere umano. In questo incontro intimo e profondo, condotto magistralmente dalla penna di Angela Kosta, andiamo alla scoperta di un linguaggio artistico universale che non ha bisogno di traduttori, dove le lettere ebraiche diventano energia vitale e gli occhi dei soggetti dipinti si trasformano in specchi per l’osservatore. Benvenuti nell’universo dell’invisibile.
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L’Intervista di Angela Kosta a Zehava Neter
Benvenuta, Zehava. La sua arte nasce spesso dall’impulso e dall’emozione. Come riesce a trasformare sentimenti così profondamente personali in opere capaci di parlare a un pubblico universale?
Credo che l’emozione umana sia l’unico linguaggio universale che non abbia bisogno di traduzione. Ogni mia opera nasce da uno spazio profondamente intimo: prende forma da un’esperienza vissuta, da un ricordo, dal dolore, dalla nostalgia, dall’amore o da un momento di intensa contemplazione. Ma, nell’istante in cui il colore incontra la tela, quell’esperienza non appartiene più soltanto a me. Si trasforma in uno spazio aperto, nel quale ogni osservatore può ritrovare una parte di sé.
Non dipingo gli eventi, bensì l’impronta che essi lasciano nell’anima. Cerco ciò che si cela oltre le parole: quelle emozioni che tutti custodiamo dentro di noi e che spesso fatichiamo a esprimere. Per questo motivo, le figure che popolano le mie opere non rappresentano una persona specifica, ma riflettono una condizione umana universale. Talvolta fissano lo sguardo dello spettatore; altre volte sono immerse nel proprio universo interiore, ma invitano sempre chi osserva a completare la narrazione attraverso la propria esperienza di vita.
“Non dipingo volti; dipingo ciò che i volti non riescono a raccontare.”
Un esempio significativo è la mia opera Dietro il Silenzio, insignita del Premio Antonio Canova per le Arti Visive a Roma. Il dipinto esplora un silenzio che non è assenza, ma presenza colma di emozioni. Racconta ciò che scegliamo di nascondere e ciò che gli occhi desiderano rivelare, anche quando le labbra rimangono mute.
Lei descrive la pittura come un dialogo tra il mondo spirituale e quello artistico. Quanto è importante questa connessione nel suo processo creativo?
Per me la pittura è molto più di un gesto estetico: è un dialogo continuo tra il mondo visibile e quello invisibile. Entro nel mio studio senza sapere con precisione dove l’opera mi condurrà. Ascolto i colori, la tela, il silenzio e, soprattutto, ciò che attende di nascere dentro di me. Ogni dipinto prende forma attraverso l’intuizione, ma anche grazie a una profonda capacità di ascolto. A ogni nuova stesura di colore scopro un ulteriore strato dell’anima.
Spesso inizio da una figura umana, ma, man mano che l’opera si sviluppa, essa viene avvolta da uno spazio astratto fatto di colore, movimento ed energia. È proprio lì, a mio avviso, che la materia incontra lo spirito. Il figurativo e l’astratto non sono in contrasto tra loro: si completano reciprocamente. La figura racconta la dimensione visibile, mentre le stratificazioni cromatiche rivelano quella interiore. Sono convinta che sia proprio nel punto in cui le parole si arrestano che l’arte inizi davvero a parlare.
Essendo nipote di un cabalista, in che modo la tradizione della Cabala ha influenzato la sua visione dell’arte e della vita?
Sono cresciuta in una famiglia in cui la spiritualità rappresentava una parte inscindibile della vita quotidiana. Mio nonno, cabalista, mi ha insegnato a guardare oltre ciò che gli occhi possono vedere. Da lui ho appreso che ogni essere umano custodisce una luce interiore, che ogni lettera dell’alfabeto ebraico possiede una propria forza, che ogni colore racchiude un significato e che perfino il silenzio ha una voce.
L’influenza della Cabala nelle mie opere non si manifesta come arte religiosa, bensì come un modo di percepire il mondo. Mi ha insegnato che la realtà è composta da molteplici livelli e che il compito dell’artista consiste nel saperli rivelare con sensibilità, armonia ed eleganza. Nel corso di diversi cicli della mia produzione artistica ho inserito lettere ebraiche e simboli cabalistici. Per me, queste lettere sono molto più che semplici elementi visivi: custodiscono energia, memoria e intenzione. Sono parte integrante della composizione, tanto quanto il colore e la linea. Sento che la Cabala mi abbia donato un insegnamento profondo: la certezza che, anche quando una persona attraversa il buio, una scintilla di luce continua sempre a vivere dentro di lei.
“Il mio compito come artista non è illuminare il mondo, ma ricordare alle persone che la luce esiste già dentro di loro.”
Alcune delle sue opere incorporano simboli cabalistici e lettere ebraiche associate alla guarigione, alla prosperità, all’amore e alla fertilità. Qual è il significato più profondo di questi elementi e quale messaggio desidera trasmettere attraverso di essi?
Per me le lettere ebraiche sono molto più che semplici segni grafici. Rappresentano un linguaggio antico, capace di custodire memoria, vibrazione e significato. Quando le inserisco in un dipinto, non lo faccio per spiegare un concetto, bensì per invitare l’osservatore a viverne l’esperienza.
Nelle opere dedicate alla guarigione, all’amore, all’abbondanza e alla fertilità, le lettere non compaiono come elementi decorativi. Diventano parte del respiro stesso dell’opera. Talvolta sono chiaramente visibili; altre volte rimangono celate sotto stratificazioni di colore, come se attendessero il momento giusto per essere scoperte dallo sguardo di chi osserva. Credo che l’arte abbia il potere di risvegliare emozioni senza bisogno di spiegazioni. Non mi aspetto che ogni osservatore comprenda il significato delle lettere o conosca il mondo della Cabala. È sufficiente che avverta di essere stato toccato da qualcosa che l’opera custodisce. Se qualcuno, dopo aver incontrato uno dei miei dipinti, se ne va sentendosi un po’ più sereno, un po’ più aperto o con una rinnovata speranza nel cuore, allora credo che quell’opera abbia già compiuto la sua missione.
Nel corso della sua carriera ha esplorato un’ampia varietà di temi: dalle relazioni umane e dal movimento ai fiori, dalla guarigione alle emozioni suscitate dalla pandemia. In che modo il suo linguaggio artistico si è evoluto nel tempo?
Guardando al mio percorso, mi accorgo che ogni ciclo di opere rappresenta un nuovo capitolo di un viaggio continuo alla scoperta dell’esperienza umana. All’inizio della mia ricerca artistica mi sono dedicata ai fiori e alla natura. Per me il fiore non è mai stato un semplice soggetto estetico, ma un simbolo di crescita, fragilità e rinascita. Successivamente, il mio interesse si è rivolto al corpo umano, al movimento e alle relazioni interpersonali, spinto dal desiderio di comprendere la complessità dell’esistenza.
Uno dei cicli più significativi della mia carriera è stato Sotto i Tessuti, nel quale ho affrontato il tema della violenza contro le donne. Attraverso sovrapposizioni di tessuti, colore e figure umane, ho cercato di rendere visibile ciò che la società troppo spesso preferisce nascondere. In seguito, durante la pandemia di COVID-19, ho realizzato opere in cui le figure sembravano quasi dissolversi in campi astratti di colore. Questi dipinti esprimevano la solitudine e l’incertezza, ma anche la speranza e la forza interiore, testimoniando la capacità dell’essere umano di resistere e rinascere anche nei momenti più difficili.
Oggi il mio linguaggio artistico fonde armoniosamente il figurativo e l’astratto. La figura umana rimane il fulcro della mia ricerca, ma è avvolta da uno spazio fatto di colore, movimento ed energia. Gli occhi occupano un posto centrale nelle mie opere perché, a mio avviso, sono l’unico luogo in cui l’essere umano non può nascondere la verità.
“Gli occhi sono la finestra dell’anima, ma per me sono anche lo specchio della memoria.”
Guardando al mio percorso, mi rendo conto che tutti i temi che ho esplorato — i fiori, il movimento, l’amore, il dolore, la Cabala, la guarigione e il silenzio — sono stati, in fondo, modi diversi di porre la stessa domanda: Come si può tradurre l’anima umana in pittura?
Oltre a essere pittrice, è anche educatrice, curatrice e mentore. In che modo questi diversi ruoli hanno arricchito il suo percorso artistico e la sua crescita personale?
Credo che l’arte non si esaurisca in un dipinto appeso a una parete. Essa continua a vivere in ogni incontro umano. Da molti anni mi dedico all’insegnamento dell’arte, alla curatela di mostre e al mentoring di artisti e studenti, e ciascuno di questi ruoli mi ha resa un’artista migliore e una persona più attenta e consapevole.
L’insegnamento mi ha insegnato a osservare il mondo attraverso gli occhi degli altri. Gli studenti si avvicinano alla creatività senza paura, senza convenzioni e senza confini, ricordandomi continuamente che la vera creazione nasce là dove troviamo il coraggio di porci delle domande. Come curatrice ho imparato ad ascoltare il linguaggio artistico degli altri creatori, a comprendere le storie che desiderano raccontare e a costruire un dialogo autentico tra opere differenti. Come mentore, invece, ho il privilegio di accompagnare le persone nella scoperta della propria voce artistica, e non esiste soddisfazione più grande che assistere a questa trasformazione.
Vedo un legame profondo tra lo studio d’artista e l’aula. Entrambi sono luoghi in cui si è invitati a osservare, a sentire, a sbagliare e a crescere. Vorrei consigliare alle persone di avere il coraggio di vedere. Per me l’arte è un linguaggio, mentre l’educazione rappresenta il modo in cui questo linguaggio viene trasmesso da una generazione all’altra. Ogni volta che vedo uno studente scoprire la propria autentica voce artistica, sento di proseguire la stessa missione che guida il mio lavoro di artista.
Le sue opere sono state esposte in numerose mostre internazionali, tra cui una mostra collettiva a Parigi. Quali emozioni prova nel vedere la sua arte entrare in dialogo con persone appartenenti a culture diverse?
È una delle esperienze più intense e commoventi che un artista possa vivere. Ogni volta che mi trovo in una galleria di un altro Paese e osservo le persone fermarsi davanti a uno dei miei dipinti, mi ricordo che l’arte non ha bisogno di traduttori. A Roma, quando ho ricevuto il premio per l’opera Dietro il Silenzio, ho incontrato persone che non parlavano ebraico e provenivano da contesti culturali completamente diversi. Eppure, sono riuscite a entrare in profonda sintonia con l’opera. Ognuna di loro vi ha riconosciuto una parte di sé.
Per me questo è il dono più grande dell’arte: farci comprendere che condividiamo le stesse emozioni umane, anche quando le nostre vite seguono percorsi completamente differenti. La partecipazione a esposizioni internazionali, tra cui la mostra collettiva di Parigi, ha rafforzato la mia convinzione che la pittura sia un linguaggio universale dell’umanità. Vengo da Israele e porto con me la mia storia personale, ma non chiedo al pubblico di comprendere la mia biografia. Chiedo soltanto che si lasci coinvolgere dall’emozione. Credo che un’autentica opera d’arte non domandi mai all’osservatore da dove provenga, ma lo inviti a scoprire verso quali orizzonti interiori possa condurlo.
Alcuni critici hanno definito i suoi dipinti “un sismografo dell’anima”. Si riconosce in questa definizione? C’è un’opera che rappresenta meglio il suo percorso interiore?
Quando ho letto per la prima volta l’espressione “un sismografo dell’anima”, ho avuto la sensazione che qualcuno fosse riuscito a dare parole a ciò che da sempre cerco di esprimere attraverso il colore. Credo che ogni dipinto registri un movimento interiore. Talvolta è lieve, quasi impercettibile; altre volte assume la forza di un vero terremoto emotivo. Dipingere è il mio modo di ascoltare questi moti dell’anima e di dar loro una forma visibile.
Se dovessi scegliere un’opera capace di rappresentare al meglio questo percorso, sarebbe senza dubbio Dietro il Silenzio. Il dipinto esplora ciò che rimane inespresso: la tensione tra rivelazione e occultamento, tra il volto visibile e l’identità più profonda. Gli occhi, posti al centro della composizione, non guardano semplicemente verso l’esterno, ma invitano l’osservatore a rivolgere lo sguardo dentro di sé. Nel corso degli anni, gli occhi sono diventati uno dei motivi distintivi del mio linguaggio artistico. Per me non rappresentano soltanto un elemento anatomico, ma il luogo in cui memoria, emozione e anima si incontrano. Per me gli occhi non sono soltanto la finestra dell’anima: sono il luogo in cui il silenzio comincia a parlare.
Parla spesso del potere terapeutico dell’arte. Ritiene che la pittura possa diventare un percorso di guarigione, di crescita personale e di trasformazione interiore?
Ci credo con tutto il cuore. Quando parlo di guarigione non mi riferisco esclusivamente a quella fisica o medica, ma alla guarigione dello spirito umano. Molto spesso, quando mi trovo davanti a una tela bianca, ho la sensazione di intraprendere un viaggio alla scoperta di me stessa. Attraverso la pittura elaboro ricordi, paure, perdite, amore e speranza. Credo che anche chi osserva le mie opere compia un percorso analogo. Non cerco mai di imporre un’emozione o di suggerire come ci si debba sentire. Mi limito ad aprire una porta.
Ognuno entra nell’opera portando con sé il proprio universo interiore e, proprio per questo, ne esce con un significato diverso. Sia nelle opere ispirate alla Cabala e al tema della guarigione, sia in quelle nate durante la pandemia, ho cercato di creare uno spazio di respiro all’interno della complessità della realtà. Non offro risposte né soluzioni; offro la possibilità di fermarsi per un istante e ascoltare se stessi. Credo che l’arte, forse, non possa cambiare il mondo dall’oggi al domani, ma possa certamente trasformare la persona che le si pone davanti. E, talvolta, questa è la trasformazione più autentica e significativa di tutte.
Guardando al futuro, a quali nuovi progetti artistici e personali sta lavorando? E quale messaggio desidera rivolgere ai giovani artisti che cercano di esprimere la propria autenticità attraverso l’arte?
Guardo alla creazione artistica come a un viaggio che non conosce una vera conclusione. Ancora oggi, dopo molti anni di attività in Israele e all’estero, continuo a esplorare, interrogarmi e sperimentare. Attualmente sto lavorando a nuove serie che approfondiscono il dialogo tra identità, spiritualità, memoria e coscienza, ricercando al tempo stesso nuove modalità per mettere in relazione la pittura tradizionale con le tecnologie contemporanee. Sono convinta che il passato e il presente, il classico e l’innovazione, possano arricchirsi reciprocamente.
Parallelamente, continuo a dedicarmi con passione all’educazione artistica, alla formazione delle nuove generazioni di artisti e alla diffusione dell’arte presso pubblici sempre più ampi e diversificati. Ai giovani artisti desidero dire: non cercate di assomigliare a nessun altro. Non create per soddisfare il mercato, inseguire le mode o rispondere alle aspettative altrui. La vostra voce autentica è il bene più prezioso che possedete. Nel corso del mio cammino ho imparato che le opere più significative nascono sempre dalla verità interiore, anche quando essa è silenziosa o diversa da ciò che viene comunemente considerato convenzionale.
“La grande arte non nasce dal desiderio di impressionare, ma dal coraggio di essere autentici.”
Questo è il messaggio che desidero lasciare: credere nel potere dell’arte di unire persone, culture e cuori. Perché, in fondo, un dipinto non è soltanto ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che continua a vivere dentro di noi molto tempo dopo aver distolto lo sguardo.
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Dichiarazione dell’Artista
Al centro della mia ricerca artistica vi è la ricerca costante della luce nascosta: quella luce che non sempre può essere vista, ma che può sempre essere percepita nell’anima. Le figure che abitano le mie opere non aspirano semplicemente a essere osservate; desiderano rivelare ciò che si cela oltre lo sguardo: la memoria, l’emozione, la speranza e la vulnerabilità che appartengono all’esperienza umana. Ispirata alla dimensione spirituale della Cabala, unisco il linguaggio figurativo a stratificazioni astratte di colore e, talvolta, inserisco lettere ebraiche e simboli intrisi di significato spirituale. Per me il colore non è soltanto materia: è energia. La luce non è semplicemente una fonte di illuminazione, ma la manifestazione della forza interiore che dimora in ogni essere umano. Ogni dipinto è un invito a intraprendere un percorso di contemplazione: un viaggio che conduce dal visibile all’invisibile, dal mondo esteriore alla dimensione interiore e dal silenzio alla luce.