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Attualità

Cultura e filosofia, Il Mattutino di Luca Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano del 28 ottobre 2026: il tempo dell’infanzia, l’illusione della geometria e il mistero della maschera

Nuovo appuntamento con «Il Mattutino» dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano per oggi, mercoledì 28 ottobre 2026: dal tempo infinito dei pomeriggi dell’infanzia ai limiti della geometria razionale, fino al celebre aforisma sul mistero della maschera, tre scintille filosofiche sotto il segno di libertà, responsabilità e coraggio 👇

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il mattutino del 28 ottobre 2026

Redazione-  Puntuale come un rito laico del pensiero che scandisce il risveglio intellettuale e civile, torna anche in questo mercoledì 28 ottobre 2026 l’appuntamento quotidiano con Il Mattutino diffuso dalle antiche mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Ideata dal critico d’arte, filosofo e mecenate Luca Sforzini, la rubrica offre ogni giorno tre folgorazioni aforistiche capaci di squarciare il velo della routine contemporanea e restituire profondità allo sguardo sull’esistenza.

Per la giornata odierna, la triade filosofica scelta dal Castello Sforzini intreccia tre grandi archetipi della condizione umana: la percezione interiore del tempo perduto dell’infanzia, l’insufficienza del calcolo geometrico e razionale di fronte allo smarrimento dell’anima e, infine, il celebre paradosso nietzschiano secondo cui ogni verità abissale necessita di una maschera per custodire il proprio segreto.

Un invito potente alla meditazione e al discernimento critico che si inserisce nel solco delle più alte iniziative culturali raccontate in queste ore, dal recital dostoevskijano di Gabriele Lavia al Teatro Gerolamo di Milano fino alla riscoperta delle radici identitarie dei nostri borghi storici.

«Da bambini sapevamo esattamente quanto dura un pomeriggio»: il testo integrale del Mattutino

Al centro del messaggio diffuso oggi, mercoledì 28 ottobre 2026, dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano risuonano nella loro limpida essenzialità i versi del componimento quotidiano:

«IL MATTUTINO
dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano
Mercoledì 28 ottobre 2026

Da bambini sapevamo esattamente
quanto dura un pomeriggio.

La geometria non ha mai impedito
a nessuno di perdersi.

Tutto ciò che è profondo ama la maschera.

Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
“Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio.”»

La prima sentenza – «Da bambini sapevamo esattamente quanto dura un pomeriggio» – contrappone con straordinaria delicatezza poetica il tempo qualitativo dell’infanzia al tempo cronometrico e frantumato dell’età adulta. Quando eravamo bambini, un pomeriggio non si misurava in ore o in notifiche digitali, ma possedeva la vastità di un continente intero da esplorare: una pienezza di presenza che l’uomo contemporaneo, divorato dalla fretta produttiva, ha smarrito e che solo il raccoglimento interiore può restituire.

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L’illusione della geometria: quando la misura tecnica non basta a orientare l’uomo

Il secondo movimento del Mattutino – «La geometria non ha mai impedito a nessuno di perdersi» – affonda il bisturi in una delle grandi illusioni della modernità tecnocratica. Viviamo in un’epoca che pretende di misurare, mappare e calcolare ogni centimetro del reale attraverso algoritmi, coordinate satellitari e modelli statistici, illudendosi che l’esattezza geometrica coincida con la salvezza o con la saggezza.

Eppure, ammonisce la voce del Castello Sforzini, si può disporre del righello e del compasso più perfetti e smarrire ugualmente la rotta morale, spirituale e umana. Perché l’orientamento autentico non dipende dalla precisione del calcolo formale, ma dalla presenza di una stella polare interiore e di un senso del limite che nessuna formula matematica può surrogare.

Un tema quanto mai attuale nel dibattito artistico e teatrale italiano, che ritroviamo anche nel grande omaggio alla scena d’autore della rassegna Passaggi dedicata a Carlo Cecchi presso la Sapienza di Roma e nelle provocazioni contemporanee di A Roma, a Roma! 2026 allo Spazio Rossellini.

«Tutto ciò che è profondo ama la maschera»: l’eco di Nietzsche e il sigillo del coraggio

A chiudere la triade odierna è una citazione di altissimo lignaggio filosofico: «Tutto ciò che è profondo ama la maschera», celebre fulmine tratto da Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche. In una società dell’esibizione permanente, dove tutto viene spiattellato in vetrina e banalizzato, il vero pensiero profondo rivendica il diritto al pudore, al silenzio e al velo simbolico.

La maschera, nella visione classica e rinascimentale custodita a Castellar Ponzano, non è ipocrisia o menzogna meschina, bensì armatura aristocratica dello spirito: il filtro necessario per proteggere ciò che è sacro dall’incomprensione del rumore di fondo. Come l’arte che si fa custodia della memoria nei borghi storici – basti pensare alla recente inaugurazione della prima Porta d’Abruzzo a Pereto – anche la filosofia usa la forma per custodire l’essenza.

Il consueto augurio finale – «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio» – riconsegna infine al lettore la bussola etica per attraversare questo mercoledì d’autunno senza perdersi nei labirinti della superficialità.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata.

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Attualità

Scontri Milano, Pierfrancesco Majorino a Filorosso su Rai 3: «La città ha reagito ed è uscita più forte, condannare la violenza e tutelare i cortei»

Sicurezza e cortei a Milano: a Filorosso su Rai 3 Pierfrancesco Majorino (PD) traccia il bilancio dopo l’ultimo fine settimana di manifestazioni. «La città ha dimostrato maturità, i negozianti hanno tenuto aperto e le forze dell’ordine hanno collaborato bene: condannare ogni violenza ma tutelare sempre la libertà di esprimere le proprie opinioni» 👇

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Pierfrancesco Majorino

Roma – Il delicato equilibrio tra l’ordine pubblico, la sicurezza urbana e la salvaguardia costituzionale del diritto di sciopero e di manifestazione torna al centro del dibattito politico nazionale. Ospite del programma d’approfondimento Filorosso, condotto dal giornalista Antonino Monteleone in prima serata su Rai 3 e RaiPlay, il consigliere regionale della Lombardia ed esponente di spicco del Partito Democratico Pierfrancesco Majorino ha tracciato un bilancio lucido e articolato sul clima vissuto nel capoluogo lombardo dopo le tensioni di piazza che avevano scosso l’opinione pubblica nei fine settimana precedenti.

Nel corso dell’intervista televisiva, Majorino ha evidenziato con fermezza come la metropoli milanese abbia saputo dimostrare una straordinaria prova di maturità democratica e civile. La tenuta del tessuto sociale, la scelta coraggiosa degli esercenti di non abbassare le saracinesche e l’efficace coordinamento operativo tra la Prefettura, la Questura e le forze dell’ordine sul campo hanno consentito lo svolgimento regolare di un corteo pacifico e partecipato, allontanando lo spettro di nuove devastazioni urbane.

Una riflessione che si inserisce in una fase storica complessa per la gestione della sicurezza nelle grandi aree metropolitane italiane, dove le istituzioni locali sono chiamate a una duplice sfida: isolare senza esitazioni le frange violente e antagoniste garantendo al contempo a lavoratrici, lavoratori, studenti e movimenti civici la piena agibilità democratica nel manifestare il proprio dissenso, tematica affrontata anche nei recenti confronti istituzionali tra amministratori locali e rappresentanti del territorio.

L’intervento di Pierfrancesco Majorino a Filorosso: il testo e i passaggi chiave

Dagli studi Rai della Capitale, Pierfrancesco Majorino ha voluto rimarcare la netta discontinuità registrata nella gestione degli ultimi appuntamenti di piazza rispetto agli episodi critici del passato recente:

«Sabato a Milano c’è stata una giornata molto diversa rispetto al weekend precedente. C’è stata una manifestazione pacifica, una città che non si è chiusa e forze dell’ordine che hanno collaborato a gestire bene la situazione. La città ne è uscita più forte», ha scandito con nettezza l’esponente dem davanti alle telecamere di Rai 3.

Un passaggio fondamentale del ragionamento di Majorino ha riguardato la risposta coraggiosa e consapevole del tessuto economico di prossimità: «I negozianti sabato hanno tenuto aperto e questo è stato un fatto molto importante». Un segnale tangibile di vitalità urbana contro la logica della paura e della militarizzazione preventiva che rischia spesso di paralizzare i centri nevralgici del commercio e del lavoro cittadino.

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Condanna senza sconti della violenza e tutela intransigente della libertà di opinione

Nel corso dell’approfondimento su Rai 3, l’esponente progressista ha tracciato una linea invalicabile tra la legittima testimonianza politica e le intemperanze violente che rischiano di delegittimare qualsiasi piattaforma rivendicativa. «È giusto che ci sia il rispetto e che si condanni la violenza. Bisogna fare sì che chi voglia testimoniare la propria opinione lo possa fare», ha ribadito Majorino, richiamando l’articolato dettato dell’articolo 21 e dell’articolo 17 della Costituzione italiana.

La sfida per le forze di centrosinistra e per le amministrazioni locali risiede proprio nella capacità di costruire canali di dialogo costanti con il mondo del lavoro, i collettivi giovanili e le sigle associative, prevenendo le derive radicali attraverso l’ascolto preventivo e la mediazione istituzionale. Una gestione matura delle piazze costituisce infatti il miglior antidoto contro l’infiltrazione di gruppi provocatori o professionisti del disordine urbano.

Il dibattito sulla sicurezza e sulla coesione sociale richiama d’altronde le riflessioni più ampie sui modelli di sviluppo territoriale ed economico, temi affrontati sia nelle analisi sulle criticità occupazionali europee sia nei recenti studi sulla governance delle comunità locali al Forum Leader.

Il ruolo dei media di servizio pubblico e la narrazione delle metropoli moderne

La puntata di Filorosso condotta da Antonino Monteleone ha confermato l’importanza di un’informazione di servizio pubblico capace di andare oltre la superficie degli slogan d’emergenza, scandagliando le dinamiche reali delle nostre grandi città. Milano, da sempre laboratorio sociale ed economico dell’intero Paese, dimostra come la convivenza tra sicurezza collettiva e tutela dei diritti civili non sia un’equazione impossibile, ma il risultato di una cooperazione quotidiana tra cittadini, commercianti e corpi dello Stato.

Un modello che la politica regionale e nazionale è chiamata a preservare e valorizzare, evitando strumentalizzazioni propagandistiche ed elevando il livello del confronto sui bisogni concreti delle comunità, in un panorama informativo che spazia dai grandi temi della giustizia sociale fino ai mutamenti culturali raccontati nel dibattito della rassegna A Roma, a Roma! 2026.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata.

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Esteri

Maliha: la ragazza i cui sogni sono rimasti sepolti sotto le macerie della caduta dell’Afghanistan

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Maliha

Afghanistan- Prima dell’arrivo dei talebani, Maliha aveva soltanto diciassette anni. Era una ragazza con il cuore pieno di sogni: voleva diventare ingegnera, andare all’università e costruirsi un futuro di cui essere orgogliosa. Era ancora all’inizio del suo percorso e credeva che, un giorno, avrebbe potuto realizzare i suoi desideri. Ma con la caduta dell’Afghanistan, anche la sua vita prese una direzione completamente diversa.

Le porte delle scuole e delle università si chiusero davanti alle ragazze, privandole di tante opportunità. Per Maliha, non fu soltanto la fine degli studi: fu l’inizio della perdita di tutto ciò che, fino a quel momento, aveva dato forma al suo mondo.

Maliha era innamorata. Amava un ragazzo e forse immaginava il proprio futuro accanto a lui. Ma quel ragazzo partì per gli Stati Uniti, mentre lei rimase in Afghanistan, con un amore spezzato dalla distanza e un futuro che si allontanava sempre più da quello che aveva immaginato.

Dopo il ritorno dei talebani, la sua famiglia la costrinse a sposare un parente, un uomo che aveva perso la prima moglie e aveva già due figli, una femmina e un maschio. Maliha non desiderava quel matrimonio, ma si ritrovò in una situazione in cui non poté scegliere liberamente il proprio compagno di vita.

Aveva soltanto diciassette anni. Avrebbe dovuto essere seduta in classe, prepararsi agli esami, parlare con le amiche dell’università e prendere decisioni sul proprio futuro. Invece, prima ancora di avere la possibilità di costruire la vita che desiderava, si trovò costretta ad assumersi responsabilità per le quali non era pronta.

Oggi Maliha ha ventun anni. Tiene tra le braccia il suo bambino di un anno e, mentre le lacrime le rigano il viso, racconta i sogni che ha perduto. Dice che suo figlio è nato senza essere stato desiderato, ma che adesso gli vuole bene.

Lo stringe a sé, quel bambino che ama, anche se la sua nascita è legata a una vita per la quale Maliha non si sentiva pronta. Può essere una madre che ama profondamente suo figlio e, allo stesso tempo, piangere per la giovinezza e il futuro che le sono stati sottratti.

Oggi, al posto dei libri di ingegneria, tiene in mano una scopa. Si occupa delle faccende domestiche, del marito e dei figli di lui. Un tempo immaginava di studiare all’università e di raggiungere, con i propri sforzi, un futuro luminoso. Ora, invece, le sue giornate trascorrono tra il lavoro domestico e le responsabilità della maternità.

Forse, mentre svolge le faccende di casa, pensa alla ragazza di diciassette anni che era un tempo: una ragazza che studiava, che era innamorata e che sognava di diventare ingegnera. Forse si chiede come sarebbe la sua vita oggi se l’Afghanistan non fosse caduto, se avesse potuto continuare gli studi e se avesse avuto la libertà di scegliere il proprio matrimonio.

Forse oggi sarebbe all’ultimo semestre dell’università, intenta a prepararsi per gli esami e a immaginare il giorno della laurea. Forse la sua vita sarebbe molto diversa da quella che è costretta a vivere.

Ma nessuno può rispondere a queste domande. Una cosa è certa: Maliha non ha avuto la possibilità di costruire il proprio futuro come avrebbe voluto.

Il suo dolore non è soltanto quello di un amore perduto. È il dolore di una ragazza che, tra crisi, restrizioni e decisioni prese da altri, ha perso il controllo di gran parte della propria vita. Soffre per un amore finito, per gli studi interrotti e per un futuro che non ha mai avuto l’opportunità di vivere.

Ci sono dolori che nascono dal pianto per qualcosa che non si è mai avuto la possibilità di conquistare: un futuro che non ha nemmeno fatto in tempo a cominciare, eppure è già andato perduto.

Maliha non è sola. La sua è la storia di migliaia di ragazze afghane che sognavano di diventare mediche, ingegnere, insegnanti o scrittrici. Ragazze che desideravano studiare, essere indipendenti e scegliere liberamente la propria strada, ma che, dopo il ritorno dei talebani, si sono ritrovate davanti a porte chiuse e a un futuro incerto.

Ognuna di loro ha una storia, forse nascosta tra le mura di casa, una storia di cui nessuno conosce fino in fondo il dolore.

Maliha ha ancora ventun anni. Ha ancora il diritto di studiare, di sognare e di prendere decisioni sul proprio futuro. Ma gli anni trascorsi tra costrizioni e rimpianti non le verranno restituiti.

Questa non è soltanto la storia di Maliha. È la storia di un’intera generazione di ragazze afghane i cui sogni sono rimasti incompiuti, mentre loro sono ancora vive.

Ragazze che avrebbero potuto costruire un futuro diverso e che oggi piangono per vite che non hanno mai avuto la possibilità di vivere.

Oggi Maliha tiene una scopa in mano e suo figlio tra le braccia. Eppure, nel suo cuore, il sogno di diventare ingegnera è ancora vivo: è il sogno di quella ragazza che voleva essere padrona del proprio destino.

Non ha perso soltanto la possibilità di studiare. Ha perso la libertà di scegliere e una parte della propria giovinezza.

E forse la parte più dolorosa della sua storia è proprio questa: Maliha è ancora viva, ha ancora dei sogni, ma la vita che desiderava non ha mai avuto la possibilità di cominciare.

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Esteri

Spagna, il bluff economico di Pedro Sánchez sotto la lente: nel 2026 la disoccupazione risale al 10,18%, il lavoro cresce solo nel settore pubblico e per gli stranieri

Nel terzo trimestre del 2026 l’economia spagnola di Pedro Sánchez frena bruscamente: la disoccupazione risale al 10,18% con oltre 95.000 senza lavoro in più, mentre i 73.000 nuovi impieghi registrati sono sostenuti unicamente dall’assunzione pubblica di Stato (+89.900) a fronte di 16.300 posti distrutti dalle imprese private. Il confronto per nazionalità è impietoso con +75.400 occupati stranieri e una perdita di 1.800 lavoratori spagnoli, sullo sfondo di inflazione al 3,9% ed emergenza casa. Tutti i dati nell’articolo completo 👇

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Pedro Sanchez

MADRID – I numeri dell’economia reale, quando vengono spogliati dalla retorica della propaganda governativa e analizzati nella loro reale consistenza strutturale, raccontano spesso una verità diametralmente opposta a quella celebrata dai salotti progressisti europei. In Spagna, nella nazione a guida socialista guidata dal premier Pedro Sánchez – da sempre eretta a modello virtuoso e locomotiva trainante da ampi settori della sinistra italiana – i dati ufficiali del terzo trimestre del 2026 certificano una brusca e allarmante battuta d’arresto per il mercato del lavoro.

Tra luglio e settembre, periodo tradizionalmente d’oro per l’occupazione iberica grazie al traino della stagione turistica e balneare, la Spagna ha registrato un incremento di ben 95.900 disoccupati in più, segnando un balzo del +3,8% rispetto al trimestre precedente e facendo risalire il tasso di disoccupazione complessivo dal 9,87% al 10,18%, per un totale di 2.591.200 persone senza impiego.

Un cortocircuito che mette a nudo i limiti di un modello fondato sulla spesa pubblica e sui sussidi assistenziali, collegandosi alle accese battaglie economiche e sociali che attraversano anche il nostro Paese sul terreno dell’inflazione, come la mobilitazione contro il caro energia e le bollette a Montecitorio.

Il settore privato arretra e perde 16mila posti: la crescita è sostenuta solo dall’assunzione pubblica «di Stato»

A destare la maggiore preoccupazione tra gli economisti indipendenti e gli analisti finanziari internazionali è la composizione qualitativa del dato occupazionale. È vero che formalmente il numero totale dei lavoratori attivi ha toccato la cifra record di 22.852.600 occupati, con una crescita congiunturale di 73.600 unità (+0,3%): tuttavia, si tratta dell’aumento più modesto e striminzito per un terzo trimestre registrato in Spagna dal 2019 a oggi.

Ma il vero dato che smaschera l’illusione sánchiana risiede nella netta contrapposizione tra settore pubblico e privato: l’intera espansione occupazionale è stata infatti gonfiata a debito dalle assunzioni statali, che hanno registrato 89.900 dipendenti pubblici in più a carico delle casse erariali. Al contrario, la vera locomotiva della ricchezza, ovvero il settore privato e produttivo delle imprese, ha distrutto 16.300 posti di lavoro nel medesimo arco temporale.

Un segnale inequivocabile di sfiducia e frenata degli investimenti industriali che riflette le difficoltà di governance e credito discusse anche nel recente vertice istituzionale Impresa 2030 in Consiglio Regionale del Lazio.

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Il confronto impietoso sulla nazionalità: +75mila stranieri impiegati, gli spagnoli scendono di 1.800 unità

Il dato più dirompente e destinato a infiammare il dibattito politico in vista delle prossime scadenze elettorali riguarda però la distribuzione dei nuovi posti in base alla nazionalità. Nel terzo trimestre del 2026, gli occupati di nazionalità straniera sono aumentati di 75.400 unità, mentre tra i cittadini spagnoli si è registrata una perdita secca di 1.800 lavoratori.

Una forbice impressionante che dimostra come la creazione di nuova manodopera sia quasi esclusivamente concentrata su posizioni a basso valore aggiunto, impieghi stagionali e servizi di cura a basso costo retributivo, mentre il ceto medio e i lavoratori autoctoni faticano a trovare collocazione stabile o scivolano nella fascia degli inattivi che tornano a iscriversi alle liste di disoccupazione.

Questa frattura sociale alimenta un profondo scontento nell’elettorato iberico, confermando le polarizzazioni dell’opinione pubblica analizzate a livello europeo anche negli approfondimenti politici di Luca Sforzini a Radio Popolare sul panorama del centrodestra.

Inflazione al 3,9%, emergenza casa e povertà minorile: le ombre di un modello economico sotto esame

A completare il quadro a tinte fosche della Spagna contemporanea è la qualità complessiva della vita: il Prodotto Interno Lordo cresce sulla carta, ma questo incremento non si traduce affatto in un miglioramento del potere d’acquisto per le famiglie ordinarie. L’inflazione media prevista dal Banco de España per il 2026 si attesta al 3,9%, spinta dai rincari dei beni alimentari e delle tariffe energetiche.

Parallelamente, la crisi abitativa nelle grandi metropoli come Madrid, Barcellona e Valencia ha raggiunto livelli insostenibili, con i canoni d’affitto schizzati alle stelle che divorano oltre il 50% dei salari giovanili. Non è un caso che i report della Commissione Europea continuino a lanciare l’allarme sui tassi di povertà ed esclusione sociale in Spagna – che colpiscono in modo drammatico i minori – certificando la scarsa efficacia delle misure assistenziali governative nel ridurre le disuguaglianze reali.

Quello di Pedro Sánchez rischia così di rivelarsi un boomerang elettorale e sistemico: un’economia sorretta dalla spesa corrente che maschera la debolezza del tessuto produttivo e allontana la prosperità dai cittadini, un monito chiaro anche per le riforme di coesione territoriale promosse dal Forum MOVES di Anci Lazio a Rieti. Segui tutte le analisi di geopolitica ed economia nella nostra sezione Politica.

A cura della Redazione Economia e Politica Internazionale di Cavaliere News

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