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Cultura

La settima arte infiamma L’Aquila Capitale della Cultura: al via la prima edizione del “CiAq” con 79 film da brivido, masterclass e giurie da Oscar

L’Aquila si trasforma nella Hollywood d’Abruzzo per quattro giorni di pura magia cinematografica! 🎬⛰️ Dal 17 al 20 settembre prende il via la prima edizione di “CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila”, un festival monumentale a ingresso GRATUITO inserito nel palinsesto di L’Aquila Capitale della Cultura 2026. Ben 79 film in programma distribuiti tra il Teatro San Filippo e Palazzo Ciccozzi, masterclass quotidiane con critici e distributori, e proiezioni attesissime come “Squali” e “The Last Match”. Si chiude domenica con la consegna dei premi della giuria presieduta da Mariangela Sansone e l’omaggio speciale a Federico Braconi. Scoprite l’intero programma nell’articolo! 👇❤️✨

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Locandina evento L'Aquila

L’Aquila – Ci sono città che possiedono un’architettura che sembra essa stessa una scenografia cinematografica a cielo aperto, dove le ferite della storia e la maestosità della pietra raccontano, senza bisogno di parole, l’eterna epopea della fragilità e del riscatto umano. L’Aquila, nel suo anno d’oro come Capitale Italiana della Cultura 2026, si appresta a riappropriarsi della sua vocazione più intima, viscerale e profonda: quella di essere un palcoscenico e un laboratorio per il cinema indipendente mondiale. Da giovedì 17 a domenica 20 settembre 2026 prenderà ufficialmente il via la prima, attesissima edizione di CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila. Una kermesse imponente, a ingresso completamente gratuito previa registrazione online, che promette di trasformare il capoluogo abruzzese nel cuore pulsante della settima arte, riunendo registi emergenti, maestri della cinepresa e migliaia di appassionati.

La manifestazione si presenta al pubblico con un cartellone da capogiro: ben 79 opere cinematografiche distinte, meticolosamente selezionate tra 12 lungometraggi di finzione, 24 documentari d’inchiesta e 43 cortometraggi d’avanguardia. Organizzato con rigore filologico dall’Associazione Culturale Innovahub, con il prezioso e fondamentale sostegno del Gruppo Abivet Società Benefit, il festival è guidato dal talento del direttore artistico Maurizio Albano e dal direttore organizzativo Francesco Albano, storici fondatori della casa di produzione SimonFilm e del polo formativo Spazio Indipendenza. L’evento rappresenta una vera e propria risorsa terapeutica ed etica per il territorio, segnando la rinascita culturale del settecentesco Palazzo Ciccozzi in via Indipendenza, restituito alla comunità come hub per la formazione e l’innovazione.

Dieci round di visioni e giurie d’élite: i nomi dei giurati che tremano al Lido

A valutare e cesellare i verdetti di un concorso così ricco e serrato sarà una giuria ufficiale d’eccezione, composta da autorevoli firme della critica e della cinematografia internazionale. A presiedere la delicata e prestigiosa sezione Lungometraggi sarà la celebre saggista e critica cinematografica Mariangela Sansone, affiancata in commissione da Anna Collabolletta, Stefano D’Amadio e Gianlorenzo Franzì. La valutazione dei Cortometraggi sarà affidata alla sensibilità di Francesca Laurenzi, Nicola Luigi Conti e Irina Tarvida, mentre l’ingrato ma affascinante compito di selezionare il miglior Documentario spetterà al regista e giornalista Riccardo Barbieri. Un team d’élite incaricato di scovare i capolavori capaci di interpretare la complessità del nostro presente.

«Con la prima edizione del CiAq non vogliamo soltanto celebrare il cinema, ma restituire all’Aquila la sua naturale vocazione di set», spiega con orgoglio e calore il direttore artistico Maurizio Albano, riannodando i fili con la memoria e raccogliendo il testimone ideale di un’esperienza storica e straordinaria come Una Città in Cinema. «Il nostro obiettivo è far riappropriare la comunità degli spazi urbani, trasformando le piazze e i teatri in luoghi di incontro, visione e dibattito pulito». Una postura che trova il pieno e convinto eco nelle parole del direttore organizzativo Francesco Albano: «In un’era caratterizzata dalla fruizione individuale e dall’isolamento delle piattaforme streaming, crediamo nella magia del grande schermo vissuto come rito collettivo e festa partecipata».

Dal Teatro San Filippo a Palazzo Ciccozzi: la mappa delle emozioni

Il cuore pulsante del festival batterà all’interno di due presidi architettonici straordinari. Il monumentale Teatro San Filippo ospiterà la cerimonia di inaugurazione, fissata per giovedì 17 settembre alle ore 15:30. Insieme alla suggestiva Piazza del Teatro, questa arena ospiterà ben 30 proiezioni di assoluto rilievo, tra cui spiccano pellicole attesissime come il crudo “Squali” di Daniele Barbiero, l’intenso ed emozionante “THE LAST MATCH – L’ultima sfida” diretto da Antonio Silvestre e il mistico, evocativo “Milarepa” firmato dal genio di Louis Nero. Nel frattempo, le sale di Palazzo Ciccozzi proietteranno altri 49 titoli in concorso a partire dalle 15:30, accogliendo a fine giornata registi e accreditati con un esclusivo aperitivo di networking per favorire coproduzioni e joint venture.

Ma il CiAq è anche e soprattutto un’officina di educazione permanente e alta formazione. Ogni giorno, a partire dalle ore 14:00, Palazzo Ciccozzi ospiterà masterclass e workshop specialistici gratuiti curati da professionisti dell’industria audiovisiva, tra cui le stesse giurate Mariangela Sansone e Irina F. Tarvida, e l’esperto di comunicazione Riccardo Barbieri, offrendo ai giovani talenti locali gli strumenti tecnici per comprendere e governare la macchina del cinema moderno, limitando al massimo l’esodo all’estero delle nostre migliori intelligenze creative.

Il gran finale e l’omaggio a Federico Braconi fuori concorso

La solenne cerimonia finale di premiazione si consumerà domenica 20 settembre, alle ore 21:00, sul palco del Teatro San Filippo, momento in cui verranno svelati i vincitori dei trofei ufficiali della kermesse. Ma la festa non si spegnerà con la consegna dei premi: a partire dalle ore 22:00, Piazza del Teatro si illuminerà per un gran finale d’eccezione fuori concorso, dedicato interamente alla proiezione speciale di due opere cinematografiche di devastante impatto sociale: “Piccola storia di un muro” e “Anatomia di un grande sogno”. Entrambi i film sono firmati dalla regia di Federico Braconi e prodotti da SimonFilm, due affreschi densi di vulnerabilità, resistenza e desiderio di evoluzione che sigilleranno una quattro giorni indimenticabile.

Il festival, che viaggia a passo spedito verso il sold out, è promosso grazie a una fitta e trasparente rete di partner territoriali, tra cui L’Aquila Young, il Gold Partner LGF Srl e il media partner Abruzzo Web, uniti per valorizzare l’Abruzzo come set cinematografico d’eccellenza. Il programma completo e gli orari dettagliati di tutte le 79 proiezioni sono già consultabili in tempo reale scaricando l’applicazione ufficiale dal portale https://ciaq.it/it/app/#/schedule. Spegnete gli smartphone, lasciate a casa le nevrosi quotidiane e regalatevi una notte di pura magia all’Aquila: scendete in piazza e lasciatevi cullare dal respiro unanime del grande schermo, perché il cinema è l’unico posto al mondo in cui i sogni tornano a farsi carne.

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Cultura

Storia e segreti del Made in Italy: esce “Moda, Confezione, Industria e Commercio”, il nuovo capolavoro di Mario Scanzir

Come è nata la leggenda del “Made in Italy”? Come siamo passati dalle vecchie botteghe dei sarti di paese alle gigantesche industrie della moda ammirate in tutto il mondo? A svelare tutti i segreti economici, storici e culturali di questa rivoluzione è il nuovissimo libro dell’autore Mario Scanzir: “Moda, Confezione, Industria e Commercio”. Uscito in queste ore (e già disponibile su Amazon in formato eBook, copertina flessibile e in una lussuosa versione cartonata da collezione), il saggio ripercorre le tappe fondamentali dell’industria dell’abbigliamento italiano. Un’opera imperdibile per appassionati, professionisti e studenti, che racconta l’evoluzione delle tecniche sartoriali, la nascita dei grandi distretti industriali tessili e le clamorose trasformazioni delle reti di vendita fino ai giorni nostri! Leggete il nostro articolo per scoprire i dettagli dell’opera e come fare per aggiungerla subito alla vostra libreria. E se la storia della sartoria vi ha fatto venire voglia di creare i vostri capi d’abbigliamento direttamente a casa, scoprite la potenza inaudita della Macchina da Cucire Professionale, oggi in maxi offerta su Amazon! 👇

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"Moda, Confezione, Industria e Commercio", il nuovo capolavoro di Mario Scanzir

Grisolia (CS) – Il fascino senza tempo dell’eleganza italiana, la genialità dell’artigianato locale e la potenza dei grandi distretti produttivi si fondono in un’unica, monumentale opera editoriale. È ufficialmente disponibile su Amazon e nelle principali vetrine digitali la nuova e attesissima opera saggistica firmata dallo scrittore Mario Scanzir. Non si tratta di un semplice manuale per addetti ai lavori, ma di un vero e proprio viaggio storico, culturale ed economico estremamente dettagliato. Puoi acquistare subito il libro cliccando qui: “Moda, Confezione, Industria e Commercio”. Il testo traccia con maestria la parabola storica, produttiva e commerciale di un comparto che, più di ogni altro, ha contribuito a rendere leggendario il marchio “Made in Italy” in ogni angolo del pianeta, plasmando l’identità economica dell’Italia moderna.

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Dall’ago del sarto alla grande industria tessile

Frutto di una profonda, viscerale e decennale conoscenza delle complesse dinamiche manifatturiere e distributive del nostro Paese, il libro di Scanzir ricostruisce minuziosamente le innumerevoli tappe fondamentali che hanno letteralmente trasformato il comparto tessile in Italia. L’autore prende per mano il lettore accompagnandolo in un affascinante percorso a ritroso nel tempo: si parte dalle antiche botteghe e dal sapere artigianale inestimabile delle sartorie storiche (dove ogni capo era un pezzo unico cucito su misura), per poi assistere all’esplosione economica e alla nascita della grande confezione in serie. L’opera affronta in modo sistematico l’evoluzione della manifattura, analizzando nel dettaglio le tecniche sartoriali, l’ingegneria che si cela dietro la costruzione di un capo d’abbigliamento e il complesso, a volte traumatico, passaggio all’industrializzazione dei processi di confezione.

Il miracolo dei distretti produttivi del Made in Italy

Una sezione fondamentale dell’opera è dedicata alla grande epopea dell’industria tessile nazionale. Scanzir indaga le aziende iconiche che hanno fatto la storia, ma soprattutto si sofferma sulla strutturazione dei grandi “distretti industriali” (quei poli territoriali ultra-specializzati che hanno fatto la fortuna di intere province italiane). Viene analizzato a fondo il processo decisionale e le coraggiose scelte produttive che hanno definito il concetto stesso di Made in Italy, rendendolo sinonimo mondiale di qualità assoluta, ricercatezza dei materiali e design inimitabile. Un focus particolare è poi dedicato al mercato e alla distribuzione: l’autore descrive chirurgicamente la trasformazione dei canali commerciali, documentando il passaggio epocale dalle botteghe tradizionali di paese ai giganteschi centri d’ingrosso, fino ad arrivare alle moderne piattaforme digitali che regolano il commercio contemporaneo.

Tutti i formati disponibili per appassionati e collezionisti

Per venire incontro alle diverse esigenze del pubblico moderno, il volume è stato reso disponibile in tre diverse edizioni, pensate appositamente per ogni tipo di lettore e collezionista. Troviamo il comodissimo Formato eBook (Kindle), ideale per la lettura digitale immediata in mobilità su tablet ed e-reader; la classica Copertina Flessibile, ovvero la versione cartacea ideale per lo studio universitario, gli appunti e la consultazione quotidiana; e infine la prestigiosa Copertina Rigida (Hardcover), un’edizione da collezione elegante e di pregio, concepita espressamente per i grandi appassionati del settore, per gli uffici dei professionisti e per le biblioteche specializzate in storia d’impresa.

Come esplorare la libreria di Mario Scanzir

Per acquistare il volume o esplorare le numerose altre opere dell’autore, il procedimento è semplicissimo. Basta accedere alla piattaforma Amazon e digitare “Mario Scanzir” nella barra di ricerca. Entrando nella libreria virtuale dell’autore calabrese, i lettori troveranno subito in evidenza questo nuovissimo e fondamentale testo sulla moda, affiancato da tutti gli altri volumi precedentemente pubblicati. Una bibliografia ricca e variegata che spazia dalle divertenti cronache del Peperoncino Festival ai libri dedicati alla sapienza della cucina e all’arte degli chef, fino ad arrivare alle toccanti memorie e agli intimi racconti di vita personale che hanno reso Scanzir un autore tanto apprezzato e poliedrico.

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Cultura

“Quando una cattiva traduzione fa un torto a un libro”: la profonda riflessione di Menda Vreto sull’anima della letteratura

Sapevate che una cattiva traduzione può letteralmente distruggere l’anima di un capolavoro letterario? In una profonda e lucidissima riflessione intitolata “Quando una cattiva traduzione fa un torto a un libro”, Menda Vreto svela tutti i retroscena e i pericoli del mondo dell’editoria. Tradurre un libro, che sia un romanzo o una poesia, non significa affatto limitarsi ad aprire un dizionario e scambiare le parole da una lingua all’altra. Conoscere l’inglese o il francese non rende automaticamente capaci di tradurre l’ironia, il dolore o i non detti di un grande autore! L’articolo denuncia la pigrizia di certi traduttori che, nel tentativo di rendere il testo più “facile” per il lettore, si arrogano l’incredibile diritto di correggere, spiegare o addirittura “migliorare” lo stile dello scrittore originale, tradendone di fatto la vera essenza. Un errore gravissimo che danneggia non solo il libro, ma anche il lettore, che finirà per credere che quell’autore sia noioso o banale! Leggete questa meravigliosa riflessione per scoprire perché la pagina scritta non mente mai. E per voi che amate immergervi nella letteratura, non perdetevi la rivoluzione tecnologica della lettura: il nuovissimo e-reader su cui è possibile scrivere a mano, oggi in super offerta su Amazon! 👇

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MENDA-VRETO

Cultura e Società – Non basta affatto conoscere le regole grammaticali di una lingua straniera per potersi arrogare il diritto di tradurre un’opera letteraria. Bisogna, prima di tutto, avere la sensibilità e la cultura necessarie per comprendere l’intero universo umano, storico ed emotivo che si nasconde dietro di essa. Parte da questo doloroso e lucido assunto la profonda riflessione firmata da Menda Vreto. A tutti i lettori forti, del resto, è capitato almeno una volta nella vita: ci sono libri che, una volta chiusi, continuano a risuonare dentro di noi, facendoci riflettere a lungo. Ma ce ne sono altri che ci lasciano addosso una strana, inspiegabile sensazione di vuoto, come se un ingranaggio invisibile non avesse funzionato a dovere. Le frasi sono lì, la sintassi del testo sembra assolutamente corretta, il nome dell’autore celebre campeggia a caratteri cubitali in copertina. Eppure, leggendo, sentiamo che manca qualcosa di fondamentale: manca la voce. Si possono tradurre alla perfezione le singole parole, ma si rischia tragicamente di perdere la persona che le ha scritte.

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L’illusione del dizionario e il vero lavoro del traduttore

Nel suo saggio, Menda Vreto centra un punto nodale dell’editoria contemporanea: l’eccessiva facilità con cui, oggi, ci si presenta sul mercato come traduttori. La mera conoscenza di una lingua viene troppo spesso considerata, a torto, una prova sufficiente per assumersi l’onere immenso di trasferire un romanzo o una raccolta poetica da una cultura all’altra. Ma conoscere perfettamente l’italiano non significa automaticamente saper tradurre i tormenti di Pirandello; conoscere il francese non ci eleva magicamente a traduttori dei versi oscuri di Baudelaire. La lingua, insomma, è soltanto il punto di partenza meccanico. Subito dopo comincia il vero lavoro autoriale: comprendere a fondo l’epoca storica in cui l’opera ha preso vita, la cultura specifica nella quale si è formato l’autore, il suo peculiare modo di pensare, l’ironia sottile, i non detti, i riferimenti storici e quelle sfumature psicologiche che nessun dizionario al mondo potrà mai restituirci. Se il traduttore si limita pigramente ad adottare il primo significato suggerito dal vocabolario, avrà forse semplificato il proprio lavoro in termini di tempistiche, ma avrà irrimediabilmente impoverito il testo, derubando il lettore.

Il traduttore non deve “spiegare” né “correggere” l’autore

Un altro rischio gigantesco evidenziato da Vreto è la pericolosa linea di confine che separa il tradurre dallo spiegare. La letteratura, per sua stessa definizione, non è un manuale d’istruzioni per il montaggio di un mobile e non ha il dovere morale di consegnarci concetti già masticati e pronti all’uso. Un autore geniale può decidere volontariamente di lasciare una frase splendidamente aperta, di rendere un sentimento inesprimibile, o di forzare una ripetizione. Il traduttore non dovrebbe mai arrogarsi il diritto di correggere o appianare tutto questo senza una valida ragione, soltanto perché gli sembra più facile rendere il testo più “fluido”. A volte, nel maldestro tentativo di «aiutare» il lettore, il traduttore gli sottrae crudelmente il piacere intellettuale della scoperta. Peccato ancora più grave è quello di voler «migliorare» l’autore originale: se un libro è volutamente aspro o strano, addolcirlo significa tradirlo, creando di fatto un autore diverso che non è mai esistito.

La poesia e la responsabilità di dire “Non l’ho capito”

Nella traduzione della poesia, questa responsabilità assume contorni sacrali. Il poeta non sceglie una parola solo per il suo significato letterale, ma per il suo suono, per il ritmo che imprime al verso, per la carica emotiva che fa esplodere. Se tradotta meccanicamente, la poesia muore: sopravvive forse il significato, ma scompare per sempre la musica. Di fronte a questa complessità, Menda Vreto lancia un appello all’umiltà intellettuale: quando un traduttore non comprende appieno un verso, dovrebbe fermarsi e cercare. Ammettere «non l’ho ancora capito» non è affatto un segno di debolezza, ma la massima dimostrazione di serietà professionale. Molto più allarmante è il traduttore pieno di sé, che non dubita mai delle proprie capacità e colma le lacune dell’autore con le proprie inaccettabili supposizioni.

Il patto tradito con il lettore e i doveri dell’editore

In ultima analisi, la riflessione tocca le gravi responsabilità della filiera editoriale. Una casa editrice seria non può e non deve accontentarsi di una bella copertina patinata, di un’ottima campagna di marketing sui social network e di un buon numero di vendite. L’editore ha il dovere morale di prendersi cura del testo, garantendo revisioni meticolose. Una cattiva traduzione, infatti, fa un danno incalcolabile: inganna il lettore che non conosce la lingua originale. Quel lettore, fidandosi ciecamente dell’intermediario, di fronte a un testo scialbo penserà che la colpa sia dell’autore, e magari non leggerà mai più nulla di quello scrittore. La vera misura del successo di una traduzione si ha solo quando permette al lettore di incontrare l’anima dell’autore, senza mai sentire la mano invisibile del traduttore appoggiata sulla propria spalla.

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Cultura

Maria Rosa Oneto, la poesia oltre l’infinito: il ricordo di una voce ligure immensa che ha trasformato il dolore in amore

La letteratura italiana ricorda oggi una voce fragile, purissima e dotata di una forza sovrumana: Maria Rosa Oneto. Nata a Rapallo e scomparsa il 28 maggio 2023, Maria Rosa ha convissuto fin dalla nascita con una grave disabilità fisica che le ha procurato enormi sofferenze ma che non ha mai, nemmeno per un istante, scalfito la sua immensa sensibilità. Diventata giornalista e poetessa pluripremiata, la Oneto ha utilizzato la scrittura come unica e formidabile porta aperta verso il mondo. Le sue opere sono un crocevia in cui il dolore, la solitudine e il senso della diversità si fondono con la potenza dell’amore e con il ruvido, meraviglioso paesaggio della Liguria. Nell’articolo commemorativo di oggi (curato in collaborazione con Angela Kosta) abbiamo voluto renderle omaggio pubblicando integralmente tre dei suoi capolavori più intimi e commoventi: “Un barlume di cielo”, “Il suono della notte” e “Fra poco si fa l’alba”, quest’ultima una struggente dichiarazione di amore eterno capace di sconfiggere il tempo, la miseria e persino la barriera della morte. Vi invitiamo a ritagliarvi qualche minuto di profondo silenzio per immergervi nella lettura completa di questo articolo e dei bellissimi versi lasciatici in eredità da questa straordinaria autrice.

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Maria Rosa Oneto

Cultura e Società – Ci sono vite che sembrano scritte su un pentagramma di sofferenza, ma che, grazie alla forza dirompente dello spirito umano, riescono a suonare melodie di una bellezza inaudita. È questa l’eredità umana e letteraria lasciataci in dono da Maria Rosa Oneto, poetessa e giornalista nata a Rapallo (Genova) e prematuramente scomparsa il 28 maggio 2023. Segnata da una disabilità fisica grave che l’ha accompagnata fin dal momento della nascita, Maria Rosa ha scelto di non arrendersi al silenzio. Fin dalla prima giovinezza ha impugnato la penna, dedicando tutta la propria formidabile sensibilità alla scrittura e, in modo totalizzante, all’arte della poesia. La sua condizione fisica e le barriere architettoniche e sociali incontrate nel suo impervio percorso esistenziale hanno, purtroppo e inevitabilmente, limitato lo spazio pubblico e mediatico a lei riservato nel panorama letterario italiano. Eppure, nonostante le porte chiuse, la scrittura è rimasta per Maria Rosa la più grande delle forze motrici, una necessità interiore irrinunciabile, una porta sempre spalancata verso il mondo delle emozioni.

Il giornalismo, i premi letterari e il paesaggio ligure

Giornalista pubblicista dall’animo sensibile, ha collaborato attivamente per anni con la testata online HPress (agenzia con sede a Monza focalizzata sui diritti delle persone con disabilità). Nel corso della sua densissima attività letteraria ha pubblicato svariate sillogi personali, tra le quali spiccano “Sintonie d’Azzurro” e “A passi di danza”, conquistando il plauso della critica e numerosi riconoscimenti nei concorsi letterari nazionali. Ma da dove nasceva l’ispirazione della Oneto? La sua poesia sgorgava da un territorio intimo ed esplosivo, un crocevia dell’anima in cui il dolore fisico, la percezione della diversità, il senso di solitudine e la potenza salvifica dell’amore si fondevano indissolubilmente con il paesaggio ligure. La sua amata Liguria non era mai un semplice sfondo da cartolina, ma un essere vivente: il mare burrascoso, le scogliere taglienti, il vento di maestrale, i piccoli paesi arrampicati sui monti e la dura semplicità della vita contadina diventano parte integrante del suo respiro poetico e della sua memoria visiva. Tra il 2007 e il 2015 le sue poesie sono state accolte in decine di prestigiose antologie, e ha persino rappresentato la sua regione in veste di Delegata dell’UMP (Unione Mondiale Poeti).

Il senso della scrittura e le poesie (A cura di Angela Kosta)

C’è una dichiarazione potentissima della poetessa, citata dalla curatrice Angela Kosta, che racchiude il senso ultimo della sua esistenza artistica: «Non mi sono mai sentita un poeta, nel vero senso della parola. La scrittura è uno sbocco per il pensiero, un mezzo di comunicazione, una porta aperta alle emozioni del mondo. Cerco l’amore della mia vita, imprigionata nelle pagine bianche del libro». Scrivere, per Maria Rosa, significava letteralmente “esistere”. Vi proponiamo di seguito tre dei suoi componimenti più intimi e commoventi. Nella prima poesia, “Un barlume di cielo”, si respira la fatica quotidiana di trovare la luce attraverso la fragilità del corpo, sotto una cascata di glicine bianco.

UN BARLUME DI CIELO
Sotto una cascata
di glicine bianco
nel meriggio
che sa di canditi
lascio
la dolcezza del cuore
trasformare
le parole in suoni,
verso un destino
sospeso a un raggio di sole,
intanto che pensare
mi è difficile quanto amare
e più non vedo
un barlume di cielo
a rigenerare
questa vita.

Nel secondo testo, “Il suono della notte”, la Oneto dipinge con pennellate cupe e bellissime il senso della solitudine. Le speranze diventano origami fragili come “fiori di carta”, mentre il silenzio e le folate di vento percuotono l’anima in una notte inesorabile.

IL SUONO DELLA NOTTE
Speranze
come fiori di carta.
Origami
vellutati d’ambra.
Labbra percosse
da folate di vento.
Più non sento
l’abbaio che morde.
Il pulsare della notte
su orecchie stanche.

Infine, il capolavoro assoluto, “Fra poco si fa l’alba”. Una lunghissima, struggente dichiarazione d’amore e di appartenenza. È il racconto di una vita intera trascorsa al fianco della persona amata, attraversando la miseria contadina (“con la focaccia al forno e l’orto da zappare”), la passione primaverile, la vecchiaia con i capelli ingrigiti, fino ad arrivare alla separazione definitiva imposta dalla morte. Ma è proprio lì, scrutando l’orizzonte, che la voce della Oneto ritrova la voce perduta del suo amore, portatrice di un messaggio di eterna e luminosa speranza oltre i confini del mondo terreno.

FRA POCO SI FA L’ALBA
Non ci siamo mai lasciati
quando il vento
giungendo dagli scogli,
faceva tremare
i tetti di lamiera,
i fasci di legna
addossati al muro,
i pollai di fortuna
dove il gallo cantava
la mattina.

Non ci siamo mai lasciati
quando il maestrale
si insinuava tra panni stesi ad asciugare
e jeans macchiati
di colla e ferro,
rattoppati di stoffe a colori.

Non ci siamo mai lasciati
negli anni che colavano
come olio nostrano,
nel tempo della miseria
con la focaccia al forno,
una minestra di ceci
e l’orto da zappare.

Non ci siamo mai lasciati
senza parlare d’amore,
camminando abbracciati,
nel vialone del paese.

Si andava ad occhi sgranati,
felici di niente,
turbati dalla grandine improvvisa,
dal risveglio dei sensi
a primavera.

L’odore dei campi
si fermava
sulle nostre labbra
avide di baci,
sui nostri corpi
frementi e sudati,
sui nostri pensieri
mai sazi di sognare.

Non ci siamo mai lasciati
in quella giostra chiassosa
di animali
e bambini cresciuti.

Ormai
con i capelli ingrigiti
e le facce smunte di chi
ha già attraversato la vita.

Non ci siamo mai lasciati
neppure quando
la morte ci ha divisi.

Restando sola
a scrutare l’orizzonte…

Lo sguardo velato
da tramonti sfioriti.

La Tua voce
stampata sul cuore
che mi diceva:

«Svegliati, amore mio,
tra poco si fa l’alba!»

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