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Magia pura sul Lago del Turano: tra musica e sport, le “Lanterne del Ricordo” illuminano la notte e scaldano il cuore di Colle di Tora

Centinaia di lanterne galleggianti sull’acqua illuminate dalla Luna Piena per ricordare le persone che non ci sono più… La notte magica e da brividi del Lago del Turano! 🌕 ✨ Ci sono serate estive in cui la magia, lo sport, la grande musica e le emozioni del cuore si fondono in un abbraccio indimenticabile. È quello che è successo a Colle di Tora (RI), dove il clamoroso e inaspettato successo del primo “Dragon & Lights Festival” ha richiamato turisti da Roma e da tutto il Lazio e l’Abruzzo! La giornata è iniziata con l’adrenalina pura del “Dragon Boat”: decine di ragazzini hanno imparato a pagaiare sulle famose imbarcazioni, scoprendo che la vera forza di uno sportivo non sta nel talento individuale, ma nel gioco di squadra! Al tramonto, il lago si è trasformato in un teatro naturale mozzafiato: su una piattaforma galleggiante, un quartetto di sassofoni ha suonato dal vivo le grandi colonne sonore di Ennio Morricone! Ma il momento che ha fatto piangere e stringere il cuore a tutti è stato l’arrivo del buio. Centinaia di meravigliose “Lanterne del Ricordo” (totalmente biodegradabili) sono state liberate sull’acqua, cullate dalla luce della luna piena! Ogni singola fiammella rappresentava un pensiero o un “grazie mai detto” rivolto a una persona cara volata in cielo, in un momento di raccoglimento collettivo pieno di speranza e amore! (A fine serata tutte le lanterne sono state accuratamente recuperate per proteggere l’ambiente!). Leggi il racconto da brividi di questa festa meravigliosa nel nostro articolo. 👇 🕯️ E tu, a chi avresti dedicato la luce della tua lanterna sull’acqua? Scrivi il nome della tua persona speciale o di un “Angelo” che porti sempre nel cuore nei commenti, e condividi questo post bellissimo con chiunque abbia bisogno di un po’ di magia!

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Colle di Tora

Colle di Tora – Ci sono serate destinate a rimanere scolpite per sempre nella memoria di chi le vive, istanti in cui la natura, l’arte, lo sport e la spiritualità si fondono in un unico, irripetibile abbraccio. È esattamente ciò che è accaduto sabato 29 agosto sulle placide acque del reatino, in località Spiaggetta, dove è andata in scena la prima, travolgente edizione del “Dragon & Lights – Lago del Turano 1° Festival”.
L’evento, organizzato in modo impeccabile dal Comune di Colle di Tora e dall’Associazione Dragon Boat Colle di Tora (con il prezioso sostegno del Consorzio BIM Nera-Velino di Rieti), ha registrato un successo di pubblico clamoroso, attirando visitatori non solo dalla provincia, ma anche da Roma, Frosinone, Latina e dalla vicina Avezzano. Una giornata unica nel suo genere, capace di regalare tre emozioni fortissime e distinte: il sudore dello sport al mattino, l’incanto della musica al tramonto e le lacrime di commozione a chiudere la notte.

Il Dragon Boat: vincere inseguendo il gioco di squadra

La mattinata si è aperta all’insegna dell’adrenalina e dell’energia pura con il Dragon Boat. Sotto la guida eccezionale ed esperta degli istruttori della Nazionale Italiana, le sessioni di allenamento propedeutiche alla regata hanno visto salire a bordo atleti, semplici appassionati e un foltissimo gruppo di ragazzini tra i 9 e i 13 anni (molti dei quali con la pagaia in mano per la primissima volta).
Vedere questi giovani atleti remare all’unisono è stata una meravigliosa lezione di vita. Il Dragon Boat, infatti, è una disciplina che non premia mai il singolo fuoriclasse, ma esalta in modo assoluto la forza del gruppo, l’empatia e la collaborazione reciproca. Un messaggio educativo potentissimo per le nuove generazioni: per far scivolare la barca veloce sull’acqua, bisogna sapersi ascoltare e muoversi tutti insieme, con lo stesso identico ritmo del cuore.

Colonne sonore al tramonto: il sassofono a pelo d’acqua

Con il passare delle ore, la luce abbagliante del giorno ha lasciato il posto alle tinte morbide e infuocate del crepuscolo, colorando i profili dei Monti Navegna e Cervia. In questa scenografia naturale mozzafiato, la magia si è spostata su una speciale piattaforma galleggiante allestita proprio al centro del lago.
Qui, cullato dalle dolci increspature dell’acqua, il Phoinikes Sax Quartet (diretto magistralmente dal Maestro Matteo Di Giuliani) ha incantato i presenti con un concerto da brividi. Le note dei sassofoni hanno ripercorso le melodie eterne delle grandi colonne sonore del cinema italiano, rendendo omaggio a geni immortali come Ennio Morricone, Nicola Piovani, Nino Rota e Luis Bacalov. Una colonna sonora suonata letteralmente a pelo d’acqua, mentre l’orizzonte si scuriva, preparando l’animo degli spettatori al momento più intenso della giornata.

Le Lanterne del Ricordo: un “grazie” illuminato dalla Luna Piena

Il concerto ha fatto da dolcissimo prologo al momento più intimo e atteso del festival: la seconda edizione della Festa delle Lanterne del Ricordo. Nel silenzio commosso della vallata, illuminata dalla luce argentea della luna piena, centinaia di meravigliose lanterne biodegradabili sono state lasciate scivolare dolcemente sulle acque del lago.
Ogni piccola fiamma tremolante non era solo una candela, ma rappresentava il ricordo incancellabile di una persona cara che non c’è più. Come hanno sottolineato gli organizzatori, non si è trattato di un rito luttuoso o intriso di tristezza, ma di un atto di condivisione corale, un abbraccio collettivo verso il cielo. A rendere l’evento perfetto è stata anche l’assoluta attenzione verso l’ambiente: a fine serata, l’Associazione ha provveduto al recupero certosino di tutte le lanterne, a totale tutela del prezioso ecosistema lacustre.

Un trionfo destinato a ripetersi nel tempo

Il presidente dell’Associazione Dragon Boat, Antonio Pandolfi, ha voluto estendere i suoi più sinceri ringraziamenti a tutta la “squadra” che ha reso possibile questo miracolo organizzativo: dalle istituzioni agli Amici di Posticciola, da Emanuele Zegarelli per le spettacolari riprese aeree con il drone fino alla delicata cura della signora Ornella Di Benedetti per la cerimonia delle lanterne.
Visto l’enorme successo, l’obiettivo è chiaro: far diventare questo festival un appuntamento fisso dell’estate. E non c’è sintesi migliore del bellissimo motto scelto per questa prima edizione per descriverne l’anima: “Un pensiero, una luce: affida all’acqua un nome, un ricordo, un grazie mai detto. Il lago lo accoglierà, e la sua luce continuerà a brillare”.

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Subiaco – Monastero di Santa Scolastica, dove nacque il primo libro stampato in Italia

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Santa Scolastica Subiaco

Subiaco-  C’è chi sale a Subiaco solo per il Sacro Speco, la grotta scavata nella roccia che la tradizione lega agli anni da eremita di San Benedetto.
Pochi chilometri più a valle, però, un altro edificio merita la sosta e viene spesso liquidato con una scrollata di spalle: il Monastero di Santa Scolastica.
Qui, nel 1465, due chierici tedeschi misero in funzione il primo torchio tipografico della penisola. Il risultato è che il più antico libro a stampa d’Italia porta, in un certo senso, il profumo di questa valle dell’Aniene, a un’ora scarsa da Roma.Prima dei monaci c’era l’imperatore. Nerone aveva fatto costruire quassù una villa e una serie di laghi artificiali sbarrando il fiume, i celebri Simbruina stagna.
Su quelle rovine, intorno al VI secolo, il giovane Benedetto da Norcia si ritirò in solitudine e fondò una rete di comunità monastiche.Di quei dodici cenobi, Santa Scolastica è l’unico sopravvissuto senza interruzioni, tanto che un’iscrizione all’ingresso ricorda proprio questo primato.
L’intitolazione alla sorella gemella del santo arrivò più tardi: in origine il complesso era dedicato a San Silvestro. Come ricostruisce il sito ufficiale dei Benedettini di Subiaco, la comunità ha attraversato saccheggi, terremoti e rifacimenti restando sempre abitata.Il campanile romanico, con i suoi cinque ordini di bifore, è la parte più antica ancora in piedi e risale alla metà dell’XI secolo.
È il primo segnale che il luogo non si lascia riassumere in una sola epoca: ci si entra credendo di trovare un monastero medievale e si esce con la testa piena di secoli diversi.Il cuore architettonico è la sequenza dei tre chiostri, che si attraversano uno dopo l’altro come capitoli di uno stesso racconto.
Il più recente è il chiostro rinascimentale, sobrio e luminoso, con arcate regolari che smorzano la severità monastica. Si prosegue nel chiostro gotico, dalle linee slanciate e ogivali, prima di arrivare al pezzo forte.Il chiostro cosmatesco, del XIII secolo, è il più prezioso. Lo firmarono Jacopo e il figlio Cosma, maestri marmorari romani della celebre famiglia dei Cosmati, specialisti in quei mosaici geometrici fatti di tessere colorate e dischi di porfido che sembrano tappeti pietrificati.
Un’iscrizione intarsiata nel marmo cita ancora gli artefici, dettaglio raro per l’epoca e piccola vanità d’autore che fa sorridere.Veniamo all’episodio che rende Santa Scolastica un indirizzo da pellegrinaggio per bibliofili e storici del libro. Nel 1465 due tipografi provenienti dalla Germania, Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, allievi della bottega di Gutenberg, arrivarono nel monastero e vi installarono il primo torchio a caratteri mobili funzionante in Italia.
Da quelle casse di legno uscì il De oratore di Cicerone e, con data certa dell’ottobre 1465, le De Divinis Istitutionibus di Lattanzio: il primo libro a stampa italiano di cui si conosca il giorno di pubblicazione. Entrambi sono visibili nell’Esposizione Permanente della Biblioteca.
Un terzo volume fu il De Civitate Dei di Sant’Agostino, stampato nel giugno del 1467, subito prima del trasferimento di Pannartz e e Sweynheym a Roma.I due artigiani restarono poco: dopo un paio d’anni trasferirono l’officina a Roma, dove il mercato dei lettori era più ricco.
Resta però il fatto storico: la tipografia italiana nacque in questo angolo di montagna, non in una capitale. Un paradosso che dice molto su quanto i monasteri fossero, allora, i veri laboratori del sapere.Coerente con questa vocazione, la biblioteca statale del Monastero di Santa Scolastica conserva un patrimonio di manoscritti, pergamene e incunaboli che la rende un riferimento per gli studiosi.
Scorrere il catalogo significa ripercorrere la trasmissione della cultura occidentale attraverso l’amanuense prima e il carattere mobile poi.
Sopra uno degli archi d’ingresso campeggia l’invito che riassume l’intera filosofia benedettina, l’ora et labora: prega e lavora, due gesti che qui hanno prodotto bellezza tangibile per quindici secoli.Merita una parola anche la chiesa abbaziale. Il suo aspetto attuale, neoclassico e sorprendentemente luminoso, si deve all’architetto bergamasco Giacomo Quarenghi, che la ridisegnò alla fine del Settecento prima di partire per la Russia e diventare l’architetto prediletto di Caterina II.
Trovare la sua mano in una valle dell’Aniene è uno di quei cortocircuiti che rendono la visita memorabile.

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La Calabria e Tropea finiscono sulla nuova moneta da 5 euro

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Redazione-  Nasce una nuova moneta da 5 euro che porta la Calabria nella serie “Cultura Enogastronomica Italiana – Sapori d’Italia”. Ad andare sul conio sono due prodotti simbolo della regione: il vino Cirò e la Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP. L’emissione, spiega la nota ufficiale, vuole celebrare il patrimonio enogastronomico nazionale come espressione di storia, cultura e tradizioni trasmesse nel tempo. Il collezionismo numismatico diventa così uno strumento per raccontare i territori e le identità locali attraverso immagini e simboli. Sul dritto della moneta c’è uno scorcio del lago Cecita, immerso nel verde dell’altopiano della Sila. Il paesaggio è “sorvegliato” dai Bronzi di Riace, mentre un capitello ionico richiama la Magna Grecia, la stagione in cui le colonie greche lasciarono un’impronta profonda nel Meridione. Il rovescio è dedicato ai sapori e ai saperi calabresi. In primo piano una bottiglia di Cirò, decorata con un pinax locrese raffigurante Dioniso, accanto a una cesta intrecciata secondo la tradizione della Sila greca e colma di grappoli d’uva. Completano la scena una treccia di peperoncini e una di cipolle rosse di Tropea. Il riferimento all’IGP lega il prodotto a un’area precisa e a un disciplinare di produzione, facendo dell’origine territoriale un tratto distintivo. La moneta, intitolata “Cirò e Cipolle di Tropea – Calabria”, è stata emessa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e realizzata dalla Zecca dello Stato. Il progetto è firmato dall’incisora Marta Bonifacio.

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In Toscana il borgo piu’ colorato, un quadro a cielo aperto

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Borgo colorato

Redazione-  La Toscana, con il suo paesaggio estremamente vario, che cambia chilometro dopo chilometro, porta chi la visita a fondo dentro a un gigantesco caleidoscopio. Le sfumature di questa regione sembrano non smettere mai di cambiare davanti ai nostri occhi. In provincia di Pisa, però, un piccolo borgo ha voluto spingersi oltre. Anziché limitarsi a essere incorniciato da tutti quei colori, Ghizzano ha deciso di metterseli addosso. Tutto è iniziato nel 2019, da un progetto di riqualificazione che ha visto tre artisti trasformare il piccolo paese in un piccolo mondo a parte. Grazie a vie dalle case colorate, sculture e opere d’arte contemporanea, Alicja Kwade, David Tremlett e Patrick Tuttofuoco hanno reso Ghizzano il borgo più colorato d’Italia. Un’iniziativa che comunque non ha messo in secondo piano il fascino storico del borgo, ma lo ha risaltato ulteriormente.

Via di Mezzo è una strada lunga e stretta che divide il piccolo centro di Ghizzano. Ai lati della via ci sono due file di piccole case allineate, che nel 2019 sono diventate la tavolozza dell’artista inglese David Tremlett. Le loro pareti sono state ridipinte con colori che spaziano tra verde, ocra, rosso e marrone, con l’intento di riprendere i colori tipici del paesaggio circostante. Inoltre, in prossimità delle porte e delle finestre compaiono decorazioni geometriche colorate con le stesse tonalità vivaci. Un omaggio alla terra e alla natura circostante il cui impatto visivo risulta ancora più forte grazie al contrasto con le antiche case di mattoni che riempiono il resto del paese.

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