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Salute

Open Day Tobia al Policlinico Umberto I di Roma: sanità inclusiva per persone con disabilità, famiglie e caregiver al George Eastman

Open Day Tobia al Policlinico Umberto I di Roma: al George Eastman sanità inclusiva per persone con disabilità e caregiver. 👇

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Locandina evento Roma

Roma – Abbattere le barriere architettoniche, comunicative e cliniche che troppo spesso rendono l’accesso alle cure ospedaliere un percorso a ostacoli per i cittadini più fragili. Con questo ambizioso obiettivo di civiltà e progresso sociosanitario, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I di Roma spalanca le porte del presidio George Eastman in occasione dell’«Open Day Tobia: Insieme per raggiungere persone, famiglie e caregiver». Un appuntamento di straordinario rilievo civile e umano in programma per la giornata di domani, mercoledì 21 ottobre 2026, dalle ore 12.00 alle ore 18.00 negli spazi dedicati di Viale Regina Elena 287/B, nel cuore della cittadella sanitaria della Capitale.

A fare gli onori di casa all’inaugurazione dei lavori sarà il Direttore Generale del Policlinico Umberto I, Fabrizio d’Alba, affiancato dai rappresentanti istituzionali della Regione Lazio, dei vertici accademici di Sapienza Università di Roma e delle direzioni delle Aziende Sanitarie Locali del territorio metropolitano. Un parterre corale che testimonia la volontà condivisa di trasformare un servizio d’avanguardia in una rete integrata, capace di intercettare soprattutto chi ancora non conosce le opportunità offerte da questo modello assistenziale unico a livello nazionale.

Il Servizio Tobia: percorsi su misura per la disabilità complessa e neuromotoria

Nato per dare risposte concrete alle persone con disabilità intellettiva, relazionale e neuromotoria grave, il Servizio Tobia (Team Operativo Bisogni Individuali Assistenziali) rappresenta una vera e propria eccellenza della sanità pubblica laziale. Per un paziente affetto da spettro autistico, paralisi cerebrale o gravi deficit cognitivi, sottoporsi a un esame di routine – un prelievo di sangue, una radiografia, una visita oculistica o una semplice igiene dentale – può trasformarsi in un’esperienza traumatica e insostenibile. Il sovraffollamento dei reparti ordinari, i tempi d’attesa estenuanti, le luci accecanti e i rumori improvvisi rischiano di scatenare reazioni di panico e aggressività, costringendo spesso le famiglie a rinunciare alla prevenzione diagnostica.

Il modello Tobia ribalta radicalmente questo paradigma. Presso il George Eastman, il paziente speciale trova un percorso protetto e personalizzato, gestito da un’équipe multidisciplinare di medici, odontoiatri, anestesisti, infermieri e mediatori appositamente formati. Prima di ogni prestazione viene compilata una scheda di accoglienza individualizzata che mappa abitudini, fobie, canali di comunicazione preferenziali e bisogni sensoriali del paziente. Gli esami vengono raggruppati in una sola seduta, spesso avvalendosi di tecniche di sedazione cosciente o ansiolisi controllata, consentendo di effettuare bilanci di salute completi in un ambiente rilassante e rassicurante.

L’Open Day di domani mira a superare la frammentazione informativa: troppi nuclei familiari e assistenti domiciliari, infatti, vivono ancora nell’ombra della solitudine, ignari che all’interno del Servizio Sanitario Nazionale esista una porta d’accesso privilegiata, gratuita e priva delle rigidità della burocrazia tradizionale per garantire il diritto alla salute dei propri cari.

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Le parole del Dg Fabrizio d’Alba: «La sanità si misura sulla capacità di accogliere i fragili»

Nel presentare l’evento, il Direttore Generale dell’AOU Policlinico Umberto I, Fabrizio d’Alba, ha tracciato il senso etico profondo della missione ospedaliera contemporanea: «Questo Open Day rappresenta un momento fondamentale per consolidare il legame tra la nostra struttura ospedaliera e il territorio, confermando l’impegno concreto del Policlinico Umberto I nel garantire un’assistenza sempre più inclusiva, vicina ai bisogni reali delle persone con disabilità, delle loro famiglie e dei caregiver».

«La qualità e la civiltà di un grande ospedale universitario – ha rimarcato d’Alba – non si misurano soltanto dal volume degli interventi di alta complessità chirurgica o dal numero delle pubblicazioni scientifiche, ma soprattutto dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Quando un ragazzo con gravi difficoltà cognitive riesce a completare una visita senza paura e senza dolore, quando una madre o un padre caregiver sentono che l’ospedale è una casa che li abbraccia e li sostiene anziché un labirinto ostile, allora stiamo onorando fino in fondo il mandato costituzionale della nostra sanità pubblica».

Una dichiarazione di principio che si traduce in un impegno quotidiano per estendere progressivamente l’approccio metodologico di Tobia a tutti i reparti specialistici del nosocomio romano, dalla chirurgia alla ginecologia, dalla cardiologia all’oncologia, rendendo l’accessibilità universale una prassi clinica consolidata.

Il programma del 21 ottobre: laboratori, associazioni e confronto diretto con le famiglie

L’articolazione dell’Open Day di mercoledì 21 ottobre prevede una scansione temporale pensata per favorire l’incontro informale e l’ascolto attivo. Dalle ore 12.00, subito dopo l’introduzione istituzionale dei vertici del Policlinico e degli enti locali, i medici e gli operatori del team Tobia presenteranno in dettaglio le modalità operative del servizio, illustrando i criteri di accesso, i recapiti dedicati e le strategie adottate per facilitare le prestazioni sanitarie ordinarie e complesse.

Ampio spazio sarà riservato al mondo del terzo settore e del volontariato. All’ingresso e nei corridoi del George Eastman saranno allestiti stand informativi ed espositivi curati dalle principali associazioni di tutela dei disabili e dei caregiver attive sul territorio regionale. Le realtà associative avranno la possibilità di presentare le proprie iniziative solidali, distribuire materiale informativo, organizzare piccoli laboratori ricreativi e dimostrativi e avviare tavoli di confronto orizzontale con il personale sanitario.

Un momento cruciale sarà dedicato al confronto con i caregiver familiari, figure silenziose ma determinanti che sopportano un carico emotivo, fisico ed economico spesso devastante. Dare voce alle loro testimonianze consentirà alla direzione ospedaliera di intercettare criticità nascoste e di tarare l’offerta clinica sulle reali dinamiche di vita quotidiana dei pazienti.

Come partecipare: orari e indicazioni per raggiungere il presidio George Eastman

La partecipazione all’«Open Day Tobia» è completamente libera e gratuita, aperta a tutte le famiglie, ai caregiver, agli operatori sociosanitari, agli studenti universitari e ai cittadini interessati a conoscere da vicino questa realtà di eccellenza. L’appuntamento è fissato per domani, mercoledì 21 ottobre 2026, con orario continuato dalle ore 12.00 alle ore 18.00 presso l’Ospedale George Eastman – Policlinico Umberto I, situato in Viale Regina Elena 287/B a Roma.

La struttura è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici attraverso la linea B della metropolitana (fermata Policlinico) e le linee tram e bus urbane che transitano lungo Viale Regina Elena e la cittadella universitaria di piazzale Aldo Moro. Un’occasione imperdibile per costruire insieme una Sanità che mette al centro la persona nella sua unicità, trasformando la cura in un grande patto di solidarietà e inclusione condivisa.

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Sport

Prigionieri dello smartphone: come lo sport e il movimento consapevole riattivano il cervello dallo stress da iperconnessione. Parla lo psicologo Claudio Belardo

Smartphone e iperconnessione digitale: come l’eccesso di notifiche e intelligenza artificiale altera il cervello e disconnette il corpo. Lo psicologo clinico e dello sport Claudio Belardo spiega il legame tra dopamina dei social, cortisolo cronico e dissociazione corporea, indicando nel movimento consapevole la vera cura neurobiologica. Tutti i dettagli nell’articolo completo 👇

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Claudio Belardo

Roma – Mani incollate al display, occhi perennemente affaticati dalla luce blu degli schermi e una cascata ininterrotta di notifiche social, messaggi istantanei, email professionali e aggiornamenti algoritmici governati dall’intelligenza artificiale. L’umanità del ventunesimo secolo si trova imprigionata in una condizione di sovraccarico cognitivo e informativo permanente, che sta mettendo a durissima prova la resilienza biologica del sistema nervoso centrale. Questa iperattivazione cronica non genera soltanto stati diffusi di ansia, insonnia e calo dell’attenzione, ma alimenta una progressiva e alienante «disconnessione corporea»: una frattura silenziosa tra la mente, costantemente proiettata nel flusso immateriale del web, e i bisogni primari del corpo fisico. A fare chiarezza sulle dinamiche neuropsicologiche della dipendenza da smartphone e a indicare la via d’uscita terapeutica è il dottor Claudio Belardo, psicologo clinico e dello sport.

La trappola dell’iperconnessione: il sovraccarico informativo tra social e intelligenza artificiale

La rivoluzione digitale ha trasformato gli smartphone da utili strumenti di lavoro e comunicazione in veri e propri prolungamenti protesici della nostra identità biologica. La mediazione tecnologica è ormai pervasiva: dal risveglio al momento di coricarsi, il cervello umano viene bombardato da migliaia di micro-sollecitazioni sensoriali ogni ora, senza mai concedersi quegli intervalli di decompressione e noia feconda che hanno storicamente consentito alla specie umana di consolidare la memoria a lungo termine e stimolare la riflessione introspettiva.

L’integrazione sempre più capillare dell’intelligenza artificiale generativa nella vita quotidiana ha moltiplicato la velocità dei flussi lavorativi, cancellando ogni residuo confine tra tempo professionale e spazio privato. Questo stato di allerta costante attiva in modo anomalo l’amigdala e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, costringendo l’organismo a vivere in un perenne assetto di emergenza, come se dovesse difendersi da un predatore invisibile che non concede alcuna tregua.

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Il loop neurobiologico dello stress: dopamina da «like», cortisolo cronico e dissociazione corporea

Nel decodificare i processi cerebrali che alimentano la dipendenza dai dispositivi, il dottor Claudio Belardo punta il dito sul corto circuito biochimico orchestrato dalle piattaforme social: «L’esposizione prolungata e passiva agli schermi e la spasmodica ricerca di gratificazione digitale, legata ai meccanismi dopaminergici della ricompensa a intervalli variabili dei like, dei commenti e delle visualizzazioni, rischiano di allontanare progressivamente l’individuo dalla percezione consapevole del proprio corpo».

Questo meccanismo innesca una reazione tossica a catena: «La mancata corrispondenza tra l’iperstimolazione mentale e l’immobilità fisica favorisce un massiccio accumulo di cortisolo, il principale ormone dello stress, senza che l’organismo riesca a trovare una corretta via di scarico biologico e di autoregolazione somatica». L’individuo sperimenta così quella che la psicologia clinica definisce disconnessione propriocettiva: la mente naviga tra centinaia di video veloci e messaggi, mentre il corpo resta inchiodato alla sedia o al divano con muscoli contratti, respirazione toracica corta e tachicardia latente.

L’analisi clinica del dottor Claudio Belardo: superare il fallimento del «digital detox» passivo

La soluzione a questa spirale di logoramento non può risiedere nelle ricette semplicistiche del cosiddetto «digital detox» passivo. Spegnere semplicemente lo smartphone o imporsi ore di isolamento rigido genera spesso l’effetto opposto, alimentando la cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out, la paura angosciosa di essere tagliati fuori) e un senso di vuoto che spinge rapidamente alla ricaduta.

«Il vero problema clinico – rimarca il dottor Belardo – non risiede affatto nello strumento tecnologico in sé, che conserva straordinarie potenzialità di sviluppo e connessione, ma nell’uso disfunzionale e inconsapevole che ne isola la mente dalle risposte somatiche e sensoriali primarie». Per disinnescare la dipendenza non basta sottrarre lo schermo: occorre sostituire il flusso virtuale con un’esperienza corporea reale, intensa e gratificante, capace di rimettere in dialogo il cervello con i muscoli, i polmoni e il battito cardiaco.

Il movimento come cura: come l’attività sportiva consapevole riprogramma il cervello

La risposta scientificamente più solida risiede nell’attività motoria consapevole e nello sport outdoor. L’esercizio fisico strutturato agisce come un potente mediatore neurochimico, capace di ristabilire l’equilibrio tra il sistema nervoso simpatico (deputato all’azione e all’allerta) e quello parasimpatico (deputato al recupero e alla quiete). Quando ci muoviamo, corriamo, nuotiamo o pratichiamo discipline a contatto con la natura, il cervello interrompe il loop della reattività digitale e rilascia endorfine, serotonina e BDNF (fattore neurotrofico cerebrale), che promuovono la neurogenesi e rigenerano la concentrazione.

«Muoversi con consapevolezza – conclude il dottor Claudio Belardo – non risponde soltanto a un banale bisogno di forma estetica o di benessere muscolare, ma offre alla mente quello spazio di silenzio e presenza indispensabile per smaltire il sovraccarico cognitivo accumulato». L’integrazione virtuosa tra scienze motorie, psicologia clinica e riscoperta della corporeità si afferma così come la frontiera più autorevole e necessaria per riappropriarsi del proprio tempo e tornare a vivere da uomini liberi, e non da prigionieri di un display.

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Salute

Ginecologia e ostetricia, a Villa Mondragone la svolta della medicina personalizzata: dall’intelligenza artificiale alla chirurgia mininvasiva per la salute delle donne

A Villa Mondragone (Monte Porzio Catone) la VII edizione del congresso sulla medicina personalizzata per la donna con l’Ospedale dei Castelli e AOGOI. Dalla diagnosi precoce dei tumori e dell’endometriosi con Vizza e Muzii, all’IA per trombosi e diabete gestazionale con Ferrazzani e Rizzo, fino alla chirurgia mininvasiva V-NOTES. Tutte le videointerviste e gli approfondimenti nell’articolo completo 👇

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BARLETTA COVER

Monte Porzio Catone – La medicina contemporanea attraversa una stagione di profonda metamorfosi, abbandonando protocolli rigidi e generalisti per abbracciare la frontiera della massima personalizzazione delle cure. In un contesto demografico segnato dal progressivo calo delle nascite, dall’innalzamento dell’età media della popolazione e dalla crescente incidenza di complesse patologie croniche e oncologiche, la vera sfida dei sistemi sanitari consiste nel tradurre le scoperte della biologia molecolare, della genomica e dell’innovazione tecnologica in percorsi clinici tempestivi, accessibili ed empatici. È attorno a questa visione che si è svolta a Villa Mondragone, nel cuore dei Castelli Romani, la settima edizione del congresso «Personalizzazione delle cure in ginecologia ed ostetricia dal territorio all’ospedale», appuntamento di caratura nazionale che ha visto al centro il ruolo trainante dell’Ospedale dei Castelli (ASL Roma 6), sotto il patrocinio dell’AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani).

Il summit a Villa Mondragone: la sfida dell’Ospedale dei Castelli e la medicina a misura di donna

Coordinato dal professor Francesco Barletta, Direttore dell’UOC di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale dei Castelli e presidente del congresso, affiancato dai presidenti onorari professor Antonio Chiantera ed Enrico Vizza, il simposio ha riunito i massimi esponenti del panorama clinico italiano. L’obiettivo primario emerso dai lavori è il rafforzamento della continuità assistenziale tra i presidi territoriali e l’ospedale, riducendo la migrazione sanitaria e garantendo una presa in carico globale della paziente dall’età fertile alla menopausa avanzata.

«Le innovazioni tecnologiche e scientifiche ci impongono una valutazione della donna a 360 gradi, non limitata alla singola patologia d’organo», ha chiarito il professor Barletta nel delineare le prospettive della medicina di precisione e gli obiettivi di potenziamento strutturale dell’Ospedale dei Castelli, a partire dall’attivazione dei posti previsti per la Terapia Intensiva Neonatale. L’approfondimento completo sulle sfide cliniche del territorio è consultabile nella videointervista al professor Francesco Barletta.

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Dall’oncologia alla chirurgia mininvasiva: nuove frontiere per tumori dell’utero ed endometriosi

Un capitolo centrale del congresso è stato dedicato all’oncologia ginecologica e alla chirurgia conservativa. Il professor Enrico Vizza, Direttore del Dipartimento di Clinica e Ricerca Oncologica dell’IRCCS Regina Elena di Roma, ha tracciato l’evoluzione delle strategie terapeutiche per i tumori dell’endometrio, dove la profilazione molecolare permette oggi di evitare trattamenti adiuvanti troppo aggressivi, personalizzando la chirurgia robotica come documentato nella videointervista al professor Enrico Vizza.

Sul versante dell’endometriosi, patologia cronica e invalidante che colpisce milioni di donne in età fertile, il professor Ludovico Muzii, Direttore della UOC di Ginecologia del Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma, ha fatto il punto sulle terapie mediche di lungo periodo e sui corretti stili di vita, riducendo il ricorso a interventi chirurgici ripetuti che possono compromettere la riserva ovarica, come spiegato nella videointervista al professor Ludovico Muzii.

I progressi della chirurgia mininvasiva hanno trovato ulteriore conferma nelle relazioni del professor Attilio Di Spiezio Sardo (Università Federico II di Napoli), focalizzato sulle potenzialità dell’isteroscopia diagnostica e operativa ambulatoriale (videointervista al professor Di Spiezio Sardo), e del dottor Andrea Lombisani (Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola), che ha illustrato i vantaggi della tecnica V-NOTES, procedura senza cicatrici visibili che unisce l’approccio vaginale a quello laparoscopico (videointervista al dottor Andrea Lombisani).

Gravidanza, diabete gestazionale e intelligenza artificiale: la prevenzione dei rischi

La tutela della salute materno-fetale è stata approfondita sotto il profilo della prevenzione delle complicanze metaboliche e vascolari. Il professor Sergio Ferrazzani (Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma) ha analizzato i fattori predittivi del rischio trombotico in gravidanza, evidenziando il supporto offerto dagli algoritmi di intelligenza artificiale nella stratificazione del rischio clinico individuale, come dettagliato nella videointervista al professor Sergio Ferrazzani.

Sul fronte metabolico, il professor Giuseppe Rizzo (Sapienza Università di Roma) ha ribadito l’importanza degli screening precoci per il diabete gestazionale, condizione che se non gestita adeguatamente espone madre e feto a complicanze ostetriche a breve termine e a rischi cardiovascolari futuri, argomento sviscerato nella videointervista al professor Giuseppe Rizzo.

Spazio anche all’umanizzazione del parto e alle scelte consapevoli della partoriente: la dottoressa Ilaria Zannini, dirigente medico all’Ospedale dei Castelli, ha affrontato il tema del VBAC (parto vaginale dopo un precedente taglio cesareo), illustrando i protocolli di sicurezza e l’importanza di scoraggiare cesarei inappropriati privi di indicazione clinica, come illustrato nella videointervista alla dottoressa Ilaria Zannini.

Inclusione, professioni ostetriche e tutela legale: le videointerviste con i massimi specialisti

Il congresso ha dedicato ampia attenzione all’approccio olistico e inclusivo delle cure. La dottoressa Cristina Panizza, consigliera della FNOPO (Federazione Nazionale Ordini della Professione di Ostetrica), ha messo in luce il ruolo primario dell’ostetrica nel percorso nascita a basso rischio e nel supporto emotivo e pratico al puerperio e all’allattamento (videointervista alla dottoressa Cristina Panizza).

Un approfondimento pionieristico sull’incongruenza di genere è giunto dal professor Francesco Lombardo (Policlinico Umberto I), che ha illustrato le barriere di accesso ai servizi sanitari per le persone transgender e l’urgenza di istituire percorsi multidisciplinari di accoglienza ormonale e psicologica (videointervista al professor Francesco Lombardo).

Infine, il tema della responsabilità professionale e delle garanzie assicurative alla luce della legge Gelli-Bianco è stato sviscerato dall’avvocato Alfonso Mandara, fornendo un quadro essenziale per la tutela dei medici e dei giovani specializzandi (videointervista all’avvocato Alfonso Mandara). Un congresso di straordinario valore scientifico che conferma l’Ospedale dei Castelli come presidio d’avanguardia per la salute e la dignità della donna.

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Salute

Dalla rabbia all’odio sociale, quando la violenza diventa nei giovani una difesa contro la fragilità. Il punto di vista di Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association

Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). 

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione. Intervista di Marialuisa Roscino

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

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Lucattini

Redazione-  Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione.

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

Dott.ssa Lucattini, l’aggressività fa parte della natura umana, ma non equivale necessariamente alla violenza. Cosa accade nel mondo interno di un giovane quando la rabbia smette di essere un segnale di disagio da comprendere e si trasforma in odio strutturato e distruttività verso l’altro?

 

​La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività.

La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo. È particolarmente nociva perché riduce la capacità di riconoscere l’altro come una persona complessa e separata, trasformandolo sempre più facilmente in un nemico. Quando questo funzionamento si stabilizza, possono diminuire l’empatia, il senso di responsabilità e la possibilità di tollerare sentimenti contrastanti.

Quando si indebolisce la capacità di comprendere e dare significato a ciò che si prova, di dare un nome alle emozioni e di tollerare l’ambivalenza, aumenta il rischio che la tensione venga agita invece che pensata. È proprio questa difficoltà nella regolazione emotiva, che negli adolescenti è associata a maggiore aggressività e favorisce il passaggio dalla rabbia episodica a forme più persistenti di ostilità e distruttività (Scientific Reports, 2025).

 

​In che modo, la paura di mostrarsi vulnerabili può spingere i più giovani a difendersi arroccandosi in gruppi rigidi, arrivando a percepire la diversità dell’altro come una minaccia?

La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza.

In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso. Il gruppo può allora favorire una separazione molto netta tra ciò che viene sentito come familiare e positivo e ciò che viene collocato fuori e percepito come estraneo, ostile o pericoloso.

Per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano. La diversità può allora essere vissuta non come una minaccia alla propria identità, ma come una ricchezza che amplia il modo di vedere se stessi e il mondo. Nei contesti digitali, soprattutto chat e social, al contrario, il rischio è che gruppi molto omogenei confermino, ripetano e amplifichino all’infinito sempre le stesse idee e rendano progressivamente più rigide, e le appartenenze assolute e totali, con le dinamiche del branco, riducendo e in certi casi azzerando il confronto autentico e la capacità di accettare punti di vista differenti (Psychoanalytic Inquiry, 2023).

​Quali meccanismi inconsci scattano, in particolare nei casi di bullismo e cyberbullismo, quando per proteggersi dal dolore i ragazzi finiscono per assimilare proprio i linguaggi e i comportamenti pretestuosi o violenti di chi li spaventa?

 

Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile. Proprio nel bullismo e cyberbullismo è particolarmente evidente nei ragazzi che sono contemporaneamente vittime e aggressori, la sofferenza emotiva e la disregolazione che possono favorire la trasformazione dell’esperienza passiva (aggrediti da qualcuno dentro e fuori alla scuola) in comportamento violento e persecutorio (Societies, 2025).

 

Quali sono in particolare le varie forme in cui può manifestarsi questo fenomeno?

 

Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali).

A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti.

 

Dietro molte manifestazioni di violenza, o nella ricerca esasperata di un colpevole, si cela talvolta la difficoltà dei giovani di affrontare perdite, lutti o sofferenze che non riescono a esprimere a parole. Perché quando il dolore non trova un linguaggio per essere pensato e condiviso rischia nella vita dei ragazzi di tradursi sempre più spesso in un gesto impulsivo?

 

Quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile. Gli studi più recenti confermano che nei giovani il lutto complicato e la soppressione emotiva si associano a maggiori difficoltà psicosociali e che la disregolazione emotiva è strettamente collegata ai comportamenti in cui il disagio viene espresso impulsivamente verso l’esterno e pericolosamente aggressivi (European Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Di fronte a un clima di forte contrapposizione, la vera sfida sembra essere per i giovani di oggi, quella di reimparare a tollerare le fragilità e dare valore all’altro. Da dove è possibile, secondo Lei, ripartire, tra famiglia, scuola e comunità, per ricostruire spazi capaci di accogliere l’angoscia che spesso attanaglia i giovani e trasformare la loro rabbia e insoddisfazione, invece, in dialogo?

Occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso. Quando un giovane incontra adulti che non reagiscono alla sua rabbia con altra rabbia, ma riescono a restituire un significato a ciò che prova, può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di regolazione, di riconoscimento dell’altro e di tolleranza della differenza. Gli studi recenti mostrano che ambienti familiari e relazionali più caldi e supportivi favoriscono una migliore regolazione emotiva e che gli interventi psicosociali possono rafforzare proprio queste capacità nei bambini e negli adolescenti (Emotion, 2025).

 

Quali indicazioni e consigli si sente di dare?

-Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile;

-Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto;

-Dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività;

-Appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia;

-Creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”;

-Chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo

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