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Cultura

“Quando sono entrato per rubare un cuore”: la struggente metafora di Robert Shkurti sul primo amore e sulle ferite della giovinezza

“Ero un giovane Ladro. Volevo rubare il Cuore scarlatto su quel tavolo… ma si è frantumato in mille pezzi tagliandomi le mani!”. La struggente Metafora di ROBERT SHKURTI sul Primo Amore! 💔 📖 Ci sono testi che hanno il magico potere di afferrarti l’anima fin dalla prima riga e di portarti indietro nel tempo, ricordandoti esattamente il dolore bellissimo della gioventù. Vi invitiamo a leggere con la massima attenzione questo Capolavoro Allegorico intitolato “Quando sono entrato per rubare…”, scritto dal bravissimo autore Robert Shkurti. Il protagonista è un ragazzo di soli 20 anni. Spinto dall’impazienza e dal sangue che gli ribolle nelle vene, decide per la prima volta di diventare un “Ladro”. Salta il muro di una villa meravigliosa per rubare l’oggetto più prezioso del mondo, superando un labirinto di rose. Entrato nella stanza, trova su un tavolo un “Cuore Scarlatto”, rosso come i papaveri. Cerca di “mangiarlo” e divorarlo con l’avidità tipica dei vent’anni, ma scopre che quel cuore era di solido Cristallo. I suoi denti si spezzano, e per la troppa foga il cuore scivola per terra, frantumandosi in mille pezzi e distorcendo la sua immagine riflessa. Il ragazzo scappa terrorizzato e sanguinante, stringendo forte in mano un pezzetto di quel cuore rotto. Una metafora pazzesca ed emozionante, che ci spiega in maniera brutale la fragilità del Primo Amore: quando siamo giovani cerchiamo di “divorare” i sentimenti dell’altro senza la minima delicatezza, finendo inesorabilmente per distruggere l’Amore stesso e ferendoci l’anima per sempre! E voi, avete mai provato a rubare un cuore in gioventù rimanendo tagliati dai suoi frammenti di cristallo? Leggete l’incredibile racconto completo nel nostro articolo! 👇 🌹 Vi è piaciuta questa profonda lezione sui sentimenti umani? Siete d’accordo sul fatto che i primi amori finiscano quasi sempre per spezzarci il cuore a causa della nostra inesperienza? Diteci la vostra opinione nei commenti e CONDIVIDETE per regalare un momento di grandissima poesia ai vostri amici!

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Robert Shkurti

Roma – Ci sono testi letterari che, fin dalla primissima riga, hanno il potere di afferrarti l’anima e portarti indietro nel tempo. Il racconto allegorico che vi proponiamo oggi, intitolato “Quando sono entrato per rubare…”, scritto dalla penna profonda e delicata di Robert Shkurti, è un capolavoro di rara sensibilità introspettiva. Attraverso la figura di un giovane e sprovveduto “ladro”, l’autore mette in scena la metafora più universale e dolorosa dell’esistenza umana: la ricerca spasmodica del primo grande amore.
Rubare il cuore di qualcuno è l’atto più audace che si possa compiere a vent’anni. Lo si fa senza esperienza, senza “attrezzi”, spinti solo dall’impazienza e dal sangue che ribolle. Ma l’amore, proprio come un cuore di cristallo, è fragile: se si cerca di divorarlo con avidità, finisce inevitabilmente per frantumarsi in mille pezzi, lasciandoci ferite profonde e sanguinanti che ci porteremo dentro per il resto della nostra vita.
Ecco a voi questo splendido e toccante racconto di Robert Shkurti.

Un ladro sprovveduto: il coraggio dei vent’anni

«Ero giovane. Avevo appena compiuto vent’anni. Ero un ragazzo tranquillo, rilassato e molto affettuoso con tutti. Ma a volte queste qualità positive non bastano per non cadere nelle avventure, per non fare nessun torto, che poi potrai giustificare con la tua giovane età.
Ho deciso di eseguire un atto che non avevo mai fatto prima. “Cosa hai deciso di fare?” mi chiederai sorpreso. “Eh, cosa ho deciso di fare?” risponderò. “Sì, ho deciso di rubare, di diventare un ladro rubando il bene di qualcuno”. Non avevo mai osato prima, non che non volessi, ma mi sentivo piccolo. Ma nel momento in cui ho deciso e osato, mi sono sentito diversamente.
Sono partito. La casa in cui stavo per rubare si trovava in mezzo a un bel prato, pieno di fiori bellissimi e colorati. Dentro questa casa c’era un oggetto prezioso e di valore, che probabilmente avrebbe cambiato la direzione della mia vita. Da giovane quale ero, la bellezza di questa casa accrebbe notevolmente il mio desiderio. Non avevo niente con me. Avevo solo mani e un cuore coraggioso. Se qualche ladro professionista mi guardasse, sicuramente riderebbe di me e direbbe: “Dove sta andando questo pazzo?”. Nessuna chiave, nessuna pinza, nessuna sega per tagliare le sbarre e nessun attrezzo per entrare per rubare».

Il giardino dei sentimenti e la ricerca della chiave

«La casa era circondata da un alto muro, che, salendo, ho superato con qualche difficoltà, ma ho raggiunto il mio obiettivo. Improvvisamente mi sono ritrovato nel giardino di casa. Era ancora più bello del prato su cui si trovava. Fiori da ogni lato. Alberi ovunque. Una fontana spruzzava continuamente l’acqua verso l’alto, rinfrescando l’ambiente circostante. Poco più avanti un labirinto di foglie di rose, che conduce direttamente alla porta di casa.
Feci un respiro profondo e me ne andai. Le mie ginocchia hanno iniziato a tremare. Dalla mia fronte uscirono alcune gocce di sudore freddo. Le ho subito asciugate con il dorso della mano, ma il mio cuore batteva come un matto, tanto che avevo paura di avere un infarto. Ho dato le gambe, ma non sembravano andare avanti. Il labirinto divenne sempre più enigmatico. Non so nemmeno come mi sono trovato davanti alla porta della casa dove all’interno si ritrovava l’oggetto di valore. Oh, come lo volevo!
Ho iniziato a cercare la chiave per aprire la porta, sperando di trovarla da qualche parte nelle vicinanze. Sotto il tappetino non c’era. Ho cercato nei vasi di fiori sui davanzali, ma non l’ho trovata nemmeno lì. Ho pregato Dio di aiutarmi e ho alzato gli occhi al cielo. Ho visto la luna brillare come una giovane sposa con la sua luce argentata. Tremavo di paura, perché non ci avevo pensato nemmeno nei miei sogni, ma ho deciso di farlo. Era l’unico modo per entrare. Ho aperto la porta ed ero subito dentro. Buio».

Il cuore di cristallo e l’impazienza che distrugge l’amore

«Cominciai a muovermi come un sonnambulo con una paura sconosciuta prima, con impazienza e desiderio per la cosa preziosa. Vagando nell’oscurità, la mia mano afferrò l’interruttore della luce e la sua luminosità accecò i miei occhi. Li coprii con le mani, che tremavano per l’emozione. Dopo qualche secondo tolsi le mani dagli occhi e mi guardai intorno. Quello che ho visto sembrava magico.
In mezzo alla stanza c’era un tavolo. Sopra c’era un cuore scarlatto, più rosso del colore del sangue che ribolliva nel mio cuore, più rosso del rosso dei papaveri. La mia anima era colorata. Mi sono sentito affamato quando ho visto quel cuore sul tavolo e subito mi sono precipitato verso di esso con avidità. Ho fissato i miei denti sul cuore che tanto volevo rubare, perché quel cuore era per me, ma ho sentito il loro scricchiolio, si sono spezzati e si sono sbriciolati ad uno ad uno. Il mio dolore era aggravato dal tintinnio dei miei denti mentre sbattevano senza pietà contro il duro pavimento.
Alzai lo sguardo e vidi il cuore morsicato, che prima nessuno aveva osato né cercato di mordere. Non potevo mangiarlo. Il cuore era stato trasformato da carne in un altro materiale. Forse era diventato cristallino e dovevi stare molto attento quando lo toccavi. Forse per la troppa attesa si era indurito e aveva perso la sua morbidezza».

I frammenti dell’anima e il vento freddo dei ricordi

«Mi resi conto che per ignoranza e impazienza avevo commesso un grave errore. Ho allungato una mano per prenderlo, ma il cuore è scivolato via dalle mie mani. Rotolò sotto il tavolo e si ruppe. Oh, come soffriva la mia anima quando l’ho visto sbriciolarsi in mille pezzi! In quei pezzi spezzati mi vedevo con tante facce. Hanno distorto la mia faccia e hanno rovinato la mia bellezza, hanno portato via la mia virilità.
Ero spaventato e terrorizzato e sono scappato come un codardo quando viene inseguito, perché era la prima volta che ho osato rubare, rapire, divorare e farmi un cuore. Non ci sono riuscito. La mia anima soffriva e i pezzi di un cuore spezzato si conficcavano nel mio cuore. Poi ho strisciato come un serpente nella calda stagione estiva e ne ho afferrato un pezzo come ricordo del furto fallito.
“Lo curerò finché vivrò!” mi dissi, stringendolo ancora di più con le mani che tremavano e sorprendentemente sanguinavano. Nella fretta non mi ero accorto di essere stato tagliato da un pezzo di vetro. Non ho sentito affatto quel dolore, perché il dolore del mio cuore era molte volte più grande e più forte di quel sanguinamento. I pezzi di un cuore spezzato rimangono intatti nel mio cuore. Di tanto in tanto, quando nella fredda stagione invernale soffiano i venti dei ricordi giovanili, la mia anima è trafitta dalle prime ferite della fanciullezza».
(Robert Shkurti – Febbraio 2021)

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Cultura

Due poesie per la mamma: i versi di Irma Kurti nel ventesimo anniversario della scomparsa di Sherife Kurti

Due poesie per la mamma: i versi di Irma Kurti nel ventesimo anniversario della scomparsa di Sherife Kurti 👇

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Irma Kurti

Letteratura – Ci sono legami che oltrepassano il confine del tempo e della morte, radici invisibili ma indistruttibili che continuano a nutrire l’anima di chi resta. A vent’anni esatti dalla scomparsa dell’amata madre Sherife Kurti, avvenuta il 25 ottobre 2006, la poetessa e scrittrice internazionale Irma Kurti affida alla purezza della parola in versi il proprio omaggio più intimo, commosso e universale. Due componimenti di struggente bellezza – Il salice piangente e Lettera alla mamma – che testimoniano come il dialogo con i propri affetti più cari non si interrompa mai, facendosi carezza e balsamo sul territorio della memoria.

Per Irma Kurti, autrice poliedrica e instancabile mediatrice culturale tra le sponde dell’Adriatico e il mondo, la figura materna ha sempre rappresentato il porto sicuro, la luce primigenia che orienta il cammino anche nelle notti più buie dell’esistenza. Nel ventesimo anniversario di quel doloroso distacco, la poetessa non cerca l’artificio retorico o la posa formale, ma si spoglia di ogni difesa, parlando alla madre come una bambina che si rifugia nel ricordo di un abbraccio per trovare ristoro dalla frenesia e dalle maschere della vita moderna.

La memoria diventa così uno spazio sacro e inviolabile all’interno della memoria e sensibilità poetica contemporanea, un luogo dove le memorie del piccolo appartamento d’infanzia e le serate trascorse attorno a un minuscolo fornello riscaldano ancora il cuore, vincendo il gelo del tempo e dell’assenza fisica.

«Il salice piangente»: il rifugio della memoria contro i ritmi del mondo

Nella prima lirica, Il salice piangente, il senso di colpa per le visite mancate a causa di una vita che corre a «un ritmo pazzesco» si stempera in una confessione disarmante. La poetessa si china dinanzi al ricordo materno con la trepidazione di una figlia smarrita in un mondo dominato da apparenze e maschere ingannevoli, dove sembra impossibile ritrovare l’indirizzo delle persone sensibili.

Ma nell’atto stesso di chiudere le palpebre per non turbare la pace materna con le proprie tristezze, nasce il desiderio di trasformarsi in una presenza protettiva per la tomba della madre: non solo ombra ristoratrice nei giorni torridi dell’estate, ma salice piangente capace di vegliare per sempre sul suo riposo.

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Il testo delle poesie di Irma Kurti

IL SALICE PIANGENTE

Quanto tempo, mamma, che non vengo da te,
i fiori saranno appassiti di sicuro,
altri, selvaggi germogliano molto alti,
cercando di spezzare l’immenso azzurro.

Mi chino anch’io davanti al tuo ricordo
come una bimba che ha commesso un errore
e alla luce del sole cerca di nascondere
una cattiva condotta o un bicchiere rotto.

La mia vita ha raggiunto un ritmo pazzesco,
i passi somigliano alla corsa ogni giorno.
Ho incontrato tante di quelle maschere
che mi spaventano i pensieri e il sonno.

Ho perso l’indirizzo delle brave persone
e quelle sensibili non riesco a trovarle.
Ho vissuto giorni di pioggia e di freddo,
negli occhi son rimaste gocce di lacrime.

Non voglio farti parte della tristezza,
ricordi quante notti passasti in bianco?
Non ti dirò nulla, chiuderò le palpebre,
nella memoria cercherò il tuo abbraccio.

Mamma, sulla tomba ti cambieranno i fiori
che senza pietà ha rovinato quest’inverno.
Vorrei essere l’ombra nei giorni d’estate,
vorrei essere per te il salice piangente.

LETTERA ALLA MAMMA

Come stai, mamma? Da tempo non parliamo,
non ho ricevuto nessuna notizia da te,
ci sono segnali che nei giorni decifro
come un tuo saluto, come le tue tracce.

Tu mi avevi promesso che saresti venuta
e non ci avrebbe mai separato la morte,
tutti i miei giorni si sono trasformati
in attesa o in battiti veloci del cuore.

Mamma, io non posso venire da te adesso,
i versi mi aspettano immersi nel sonno,
molte idee vaghe e confuse mi attendono
di tornare al più presto, su un foglio.

E mi vengono in mente le nostre memorie,
le sere intorno a un minuscolo fornello,
il piccolo appartamento e le notti buie
che si accendevano dal nostro affetto.

Tu sapevi mantenere le promesse, Mamma
e temo che forse qualcosa sia successo.
Ti spedirò la lettera nella tua dimora
rinfrescata dall’ombra di un cipresso.

«Nel ventesimo anniversario della morte di mia madre, Sherife Kurti, per dirle che la penso ogni singolo giorno ed è sempre nella mia anima, dove si custodiscono gli amori più grandi (25 ottobre 2006)».

In Lettera alla mamma il dialogo si fa ancora più intimo e quotidiano, annullando la distanza tra cielo e terra. La lettera spedita alla dimora rinfrescata dall’ombra del cipresso suggella un patto d’amore imperituro che continua a vivere nella poesia di Irma Kurti e nel ricordo commosso dei lettori.

A cura della Redazione Cultura di Cavaliere News

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Cultura

La poesia americana di Hiram Larew: tra fame nel mondo, memoria e i versi di «Cose sbagliate» tradotti da Irma Kurti

La poesia americana di Hiram Larew: tra fame nel mondo, memoria e i versi di «Cose sbagliate» tradotti da Irma Kurti 👇

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Hiram Larew

Letteratura – Dal cuore pulsante del Maryland fino alle sponde europee, la voce lirica e civile di Hiram Larew rappresenta una delle testimonianze più originali e incisive della poesia statunitense contemporanea. Pluripremiato autore insignito del prestigioso Louisiana Literature Prize, del riconoscimento della Washington Review e nominato per ben quattro volte al prestigioso Pushcart Prize, Larew ha saputo coniugare la finezza estetica della parola con un impegno umanitario di respiro planetario. Oggi le sue opere approdano sul territorio italiano grazie alla preziosa traduzione della poetessa e scrittrice Irma Kurti.

La produzione di Larew – apparsa su riviste di primo piano come Poetry South, The Brown Critique, Contemporary American Voices, Honest Ulsterman e Amsterdam Quarterly – non si è mai rinchiusa nelle torri d’avorio dell’accademia. Docente di cortesia presso cinque università americane e voce culturale di spicco della storica emittente radiofonica WBJC (91.5 FM) di Baltimora all’interno del programma Booknotes, il poeta ha ricevuto borse di studio dall’Arts Councils e dalle Nazioni Unite per la sua straordinaria iniziativa «Poetry X Hunger», un movimento globale che mobilità poeti di ogni continente nella battaglia contro la fame nel mondo. A ciò si affianca la fondazione di «Voices of Woodlawn», un progetto corale che intreccia versi, musica e pittura per fare luce sulla dolorosa memoria della schiavitù negli Stati Uniti.

Lo stile di Hiram Larew si distingue per un’intonazione familiare, schietta, mai incline all’artificio o alla volgarità. I suoi versi traggono linfa da una concreta e appassionata esperienza di vita, dove le immagini quotidiane si caricano di una vibrante allusività filosofica. L’incontro tra la sua sensibilità e la traduzione di Irma Kurti regala due liriche di straordinaria intensità emotiva: Cose sbagliate e Bagnato, tappe preziose di questo fecondo dialogo poetico e culturale.

Imparare dalla fragilità: la lezione delle «Cose sbagliate»

Nel componimento Cose sbagliate, Larew rovescia la logica borghese della perfezione e della sicurezza a tutti i costi. Il poeta avverte l’urgenza quasi fisiologica di mettersi in ascolto delle stonature, delle cene bruciate, dei discorsi complessi e dei corpi sofferenti. È nel contatto intimo con la vulnerabilità – incarnata da un cane con le zecche, da un animale ferito o dal tremore di un bambino spaventato – che l’esperienza si trasfigura in autentica sapienza.

Voltando le spalle alle false certezze protette e chiuse a chiave, l’autore accoglie l’imprevisto come un fulmine necessario: è proprio quando l’ordine precario si spezza che la realtà si spalanca, rivelando il mistero profondo dell’animo umano.

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Il testo delle poesie di Hiram Larew

COSE SBAGLIATE

Devo ascoltare di più le cose sbagliate. Sì
Ho bisogno di lasciare che i discorsi difficili
si avvicinino a me.
Ho bisogno di credere nella verità delle cene bruciate e
di prendere lezioni dai cani
che passano di nascosto con le zecche.

In effetti, l’unico modo per imparare
probabilmente è da
un animale ferito o
da un bambino spaventato e tremante.
Sì, i suoni vuoti che trasformano
i miei brividi in saggezza.

Quindi, con tutto questo in mente, penso
di voltare le spalle alle
cose più sicure della vita perché
Sembra
che arrivi un errore o
un fulmine arrabbiato e
Ciò che era stato ordinato e chiuso a chiave
si frammenta in pezzi
si spalanca tutto
in una volta con preoccupazioni e rivelazioni.

BAGNATO

La fama deve essere come guidare
sotto un acquazzone
o strizzare gli occhi per vedere…
cercando di scorgere
cosa c’è di notte
con nessun altro intorno
che parla ad alta voce.

O forse essere conosciuti significa in realtà che
le camicie bagnate sembrano finalmente normali.
Forse, in effetti, se improvvisamente vi vengono i brividi
da tutti i titoli dei giornali
allora quei brividi vi porteranno a
dire semplicemente Va bene, grazie.

A dire il vero, l’acclamazione è probabilmente
come quando i torrenti esondano
il vostro terreno basso
e gli alberi e i cani ridono dall’alto
mentre voi galleggiate
salutando.

Sì, la popolarità deve essere come gli odori di una cantina––
speciali e per tutto il tempo ––
anche dopo che tua nonna ha consegnato il suo biglietto
e se n’è andata per sempre.

In Bagnato, Larew offre invece una decostruzione ironica e impietosa del concetto di fama e celebrità, paragonata a un acquazzone improvviso o a un torrente in piena che sommerge la terraferma. Una riflessione matura e disincantata, che la penna sensibile di Irma Kurti restituisce con mirabile fedeltà lirica.

A cura di Irma Kurti per Cavaliere News

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Cultura

L’arte senza confini di Daniela Karina Tomé: le poesie dall’Argentina nella traduzione di Irma Kurti

L’arte senza confini di Daniela Karina Tomé: le poesie dall’Argentina nella traduzione di Irma Kurti 👇

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Daniela Karina Tomé

Letteratura – Dalle sponde dell’Oceano Atlantico che bagnano Mar del Plata fino alle avenidas sterminate di Buenos Aires, la voce artistica di Daniela Karina Tomé irrompe nel panorama contemporaneo come una potente testimonianza di libertà, impegno civile e polifonia creativa. Nata nel 1968 in una terra feconda di contraddizioni e fermenti culturali, la Tomé incarna la figura autentica dell’artista rinascimentale del terzo millennio: musicista, cantautrice con oltre cinquecento brani composti all’attivo, pittrice, muralista, giornalista e poetessa pluripremiata. Oggi la sua opera sbarca sul territorio italiano grazie alla prestigiosa traduzione firmata dalla poetessa e scrittrice internazionale Irma Kurti.

Fondatrice del movimento culturale «Arte Sin Aduanas» (Arte Senza Dogane) e dell’omonima casa editrice nata nel 2020, Daniela Karina Tomé ha sempre concepito l’espressione artistica non come un piedistallo per l’ego, ma come uno strumento militante di emancipazione umana e riscatto sociale. Con i suoi progetti ha portato laboratori di musica, pittura e poesia all’interno delle carceri e degli istituti per l’infanzia abbandonata, convinta che la bellezza sia l’unico varco capace di abbattere le sbarre dell’emarginazione. Come editore del giornale digitale Humana Resistencia e voce radiofonica indipendente, si batte da decenni in prima linea per la difesa incondizionata dei diritti umani.

La sua produzione musicale – coronata da album iconici come El ojo del ciclón (2013), Por donde ara la lluvia (2020) e Sirena triste – spazia tra il rock d’autore, il blues viscerale, la trova e il folk argentino, riflettendosi intimamente nei suoi quattro libri di poesia. La silloge presentata oggi apre una finestra privilegiata su questo dialogo interculturale e poetico, offrendo tre componimenti emblematici: La perla, Chilometri più in basso e Anima.

Tra l’oceano di Mar del Plata e l’abisso urbano di Buenos Aires

Nella lirica La perla, la Tomé canta l’elemento marino che ha cullato la sua infanzia a Mar del Plata (storicamente ribattezzata la «Perla dell’Atlantico»). Il mare non è soltanto un paesaggio naturale, ma un’entità vivente, «un polmone che si estende nelle arterie» e una presenza ineludibile da cui l’animo umano non potrà mai allontanarsi veramente. È la culla della libertà originaria che chiama a sé chiunque abbia imparato ad ascoltarne il richiamo.

A questa visione primordiale e luminosa fa da contrappunto il disincanto metropolitano di Chilometri più in basso. Qui lo sguardo si sposta sulle strade convulse di Buenos Aires, dove i viali infiniti sembrano recidere il legame con il cielo e la folla in perenne movimento divora l’identità dei singoli, trasformando la solitudine nel volto condiviso di milioni di individui smarriti nella fretta quotidiana.

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Il testo delle poesie di Daniela Karina Tomé

LA PERLA

Qui il mare è un altro sole che splende;
un polmone che si estende nelle arterie;
la libertà che sussurra dalle profondità,
seguendo i tuoi passi…

Anche se pensi che sia distante;
non ti allontanerai mai così tanto,
da non sentire
il mare.

CHILOMETRI PIÙ IN BASSO

…le strade di Buenos Aires
sembrano più lontane dal cielo,
in quel viavai di folle
qualcuno perde il proprio nome,
e aspetta, rannicchiato nella pesantezza dei giorni.

Le navi corrono lungo viali eterni,
un’eterna fretta che divora i segni.
Assediata, sì, la solitudine
occupa il volto di migliaia di persone.

ANIMA

Vertiginosa e dolorosa,
oscillante tra i lati del pendolo,
finché non si ferma,
finché le nostre costole e le nostre dita non si placano,
la saliva di questi giorni urgenti.
La ferita che è il mondo,
il dialogo urlato a gran voce tra il cuore
e la mente.
Il silenzio che è l’anima.

La traduzione accurata e poetica di Irma Kurti rende giustizia alla sensibilità graffiante e viscerale di un’artista che continua a lottare per un mondo senza barriere mentali, dove la parola resta il più potente testimone della verità.

A cura di Irma Kurti per Cavaliere News

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