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Salute

Tumore spinale in gravidanza: équipe multidisciplinare del Gemelli salva mamma e bambino con un intervento straordinario

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Equipe medica

Roma-  Un intervento neurochirurgico complesso, reso possibile dalla stretta collaborazione tra più équipe specialistiche, ha permesso di rimuovere un tumore spinale che stava comprimendo il midollo osseo di una donna di 40 anni, alla trentesima settimana di gravidanza, proteggendo al contempo la salute del bambino.

La paziente si era rivolta al Pronto Soccorso della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS a fine febbraio per la recente e progressiva comparsa di difficoltà nella deambulazione, con ripetute cadute a terra e formicolii agli arti inferiori. Ricoverata presso l’Unità Operativa Complessa di Patologia Ostetrica, diretta dal professor Tullio Ghi, la donna è stata sottoposta a una risonanza magnetica del rachide dorsale, che ha evidenziato la presenza di una neoformazione epidurale responsabile di una severa compressione del midollo spinale.

Data l’urgenza del quadro clinico, il caso è stato immediatamente discusso in sede di Spine Tumor Board, un incontro multidisciplinare al quale hanno preso parte il professor Ghi, il professor Marco Rossi, Direttore della UOC Chirurgie Specialistiche e Terapia del Dolore 1 e il dottor Filippo Maria Polli, Responsabile della UOS di Neurochirurgia Spinale, afferente alla UOC di Neurochirurgia diretta dal professor Francesco Doglietto.

Per i medici del Gemelli, un duplice problema da affrontare: da un lato la paziente, che rischiava danni neurologici sempre più gravi e forse irreversibili; dall’altro, la gravidanza in epoca non così

avanzata da poter considerare l’espletamento del parto prima dell’intervento chirurgico, in quanto la

nascita a 30 settimane (settimo mese di gestazione) avrebbe esposto la bambina al rischio

significativo di complicazioni dovute alla prematurità. Serviva insomma una soluzione che tutelasse contemporaneamente madre e figlia. L’équipe hanno dunque deciso di procedere subito all’asportazione chirurgica del tumore, attivando misure straordinarie di monitoraggio fetale e di supporto materno per tutta la durata dell’intervento.

L’operazione, condotta dall’équipe neurochirurgica guidata dal dottor Polli in collaborazione con il team anestesiologico del professor Rossi, ha consentito la rapida e completa asportazione della neoformazione, con conseguente decompressione del midollo spinale. Per l’occasione è stato utilizzato un letto operatorio appositamente modificato, che ha permesso ai medici del gruppo del professor Ghi di monitorare costantemente la stabilità emodinamica del bambino nel corso di tutta la procedura. “Il monitoraggio multiparametrico delle funzioni vitali e della adeguata perfusione

emodinamica distrettuale – commenta il professor Rossi –  ha consentito di svolgere un’anestesia in assoluta sicurezza per la paziente e impostare una adeguata analgesia multimodale”.

Nell’immediato post-operatorio la paziente ha mostrato una rapida regressione dei deficit neurologici ed è stata dimessa in tempi brevi. L’esame istologico ha confermato la natura benigna della neoformazione (un angiolipoma) e la donna ha potuto proseguire la gravidanza normalmente fino al parto, avvenuto a termine.

L’angiolipoma spinale è un raro tumore benigno che si sviluppa all’interno del canale vertebrale e che, in gravidanza, può andare incontro a una crescita particolarmente rapida per un meccanismo multifattoriale. La conseguente compressione midollare richiede un intervento tempestivo. “Grazie al lavoro sinergico dei team multidisciplinari che coinvolgono le eccellenze del nostro Policlinico, abbiamo potuto assicurare le migliori cure alla paziente e al suo bambino, permettendo alla donna di tornare presto a camminare e di proseguire la gravidanza in sicurezza”, commentano i medici che hanno seguito il caso.

“La scelta di procedere ad un intervento chirurgico maggiore sulla madre con feto in utero e di

differire il parto – sottolinea il professor Ghi – non è così comune ed è stata possibile in quanto l’intervento ha comportato un sanguinamento limitato e la gestione anestesiologica ha minimizzato le ripercussioni emodinamiche dell’anestesia, garantendo per tutta la procedura condizioni di benessere ottimale della bimba.”

A distanza di sette mesi dall’intervento, sia la mamma che la bambina stanno bene; la paziente conduce una vita normale e i controlli radiologici confermano il buon esito delle cure.

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Salute

Natura e bambini: quali benefici per la mente. Intervista ad Adelia Lucattini, membro ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association

Lucattini: “Coltivare insieme qualcosa, anche solo un fiore in vaso, delle erbe aromatiche o dei semi in batuffoli di cotone, aiuta i bambini a seminare ed attendere che sboccino, una metafora della loro crescita fisica e psicologica”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Lucattini: “Coltivare insieme qualcosa, anche solo un fiore in vaso, delle erbe aromatiche o dei semi in batuffoli di cotone, aiuta i bambini a seminare ed attendere che sboccino, una metafora della loro crescita fisica e psicologica”

Redazione- In una società sempre più urbanizzata e digitale, il legame spontaneo tra infanzia e mondo naturale si è progressivamente affievolito. Con il venir meno della cultura rurale, il contatto con la terra è spesso percepito come un’esperienza occasionale. Eppure, discipline proprio come la psicoanalisi, considerati i recenti dati scientifici, sempre più spesso mettono in evidenza come lo sviluppo sensoriale, emotivo e intuitivo dei bambini passa inevitabilmente attraverso l’esplorazione del mondo vivente, dalle piante agli insetti, dalle pozzanghere agli animali domestici. E allora, come possiamo aiutare i più piccoli a sviluppare empatia e sicurezza interiore fin dagli spazi di casa per poi uscire volentieri ed immergersi nella bellezza e splendore dominante della natura?
Ne parliamo oggi con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association.

Attraverso la sua guida, scopriamo quali benefici psicologici la natura può regalarci nella vita di tutti i giorni

Dott.ssa Lucattini, la letteratura scientifica evidenzia come il contatto con la terra favorisca l’intuito e la sensorialità nei bambini. Quali sono le ragioni profonde, dal punto di vista psicoanalitico, di questo beneficio emotivo e sensoriale?

Il contatto con la natura aiuta il bambino perché coinvolge insieme corpo, sensi ed emozioni. Prima ancora di poter dare un nome a ciò che prova, il bambino conosce il mondo attraverso il tatto, gli odori, i suoni, il movimento, è da questa esperienza corporea e sensoriale che nasce anche una prima forma di intuizione.

Dal punto di vista psicologico, la natura offre inoltre uno spazio libero e non completamente organizzato dall’adulto, nel quale il bambino può esplorare, immaginare e trasformare ciò che incontra. Una pietra, un ramo o una pozzanghera diventano così occasioni di gioco, scoperta e costruzione del mondo interno. La natura può funzionare come uno “spazio potenziale” che favorisce creatività, sicurezza e capacità di stare in relazione con la realtà (Frontiers in Public Health, 2025).

In un mondo dominato da schermi, ritmi urbani e ambienti iper-sterilizzati, il contatto genuino tra infanzia e mondo naturale si è progressivamente affievolito. Con il tramonto della cultura rurale, la terra, in particolare, non è più un campo da gioco quotidiano per molti bambini, “lo stare nella natura”, è diventato così un’esperienza occasionale, cosa ci può dire al riguardo?

Il rischio è che la natura diventi per i bambini qualcosa da osservare, più che da vivere. Eppure, nell’infanzia è fondamentale poter fare esperienza diretta del mondo: sporcarsi, toccare, raccogliere, annusare, incontrare ciò che è imprevedibile e non completamente organizzato dagli adulti.

In termini psicoanalitici, la natura offre uno spazio di esplorazione in cui il bambino può sperimentare la propria autonomia in sicurezza, dare spazio alla curiosità e sviluppare fiducia nelle proprie capacità. Terra, acqua, piante e piccoli animali lo mettono in contatto con una realtà viva, che non risponde immediatamente ai suoi desideri e proprio per questo lo aiuta a tollerare l’attesa, la frustrazione e l’imprevisto. Non è soltanto “stare all’aperto”, è costruire un rapporto più ricco tra corporeità, emozioni e realtà. Una recente ricerca sottolinea proprio il possibile rapporto tra esposizione alla biodiversità, gioco, benessere e salute mentale nell’infanzia (Environmental Research, 2025).

La natura non è fatta solo di piante, ma anche di animali: dai cavalli fino a insetti e fauna selvatica. Perché per lo sviluppo psichico del bambino è fondamentale imparare a conoscerli direttamente nel loro ambiente naturale?

Conoscere gli animali direttamente significa incontrare un essere vivente che ha tempi, bisogni e comportamenti propri. Dal punto di vista psicoanalitico, è un’esperienza importante per la scoperta dell’alterità e degli esseri viventi, il bambino scopre che l’Altro non è una sua proiezione, ma qualcuno da osservare, rispettare e comprendere. Da qui, possono svilupparsi empatia, curiosità e capacità di prendersi cura.

Anche insetti, piccoli roditori o animali selvatici, se avvicinati con la guida rassicurante di un adulto, permettono di trasformare l’estraneità e talvolta la paura in conoscenza. Osservarli nel loro ambiente è particolarmente prezioso perché il bambino comprende che ogni essere vivente appartiene a un mondo che va rispettato, non posseduto né controllato. È un piccolo ma importante esercizio di rispetto dei limiti e dei confini, della diversità e della realtà stessa (Frontiers of Psychology, 2025).

Aracnofobia da Spider-Man, paura dei pipistrelli per Batman, terrore degli uccelli, in particolare, per “Il corvo”: quanto a Suo avviso, i media, in questo senso, hanno “condizionato” il nostro rapporto con la natura, alimentando fobie e ansie nei più piccoli?

I media possono certamente influenzare il modo in cui un bambino immagina la natura, soprattutto quando mancano esperienze dirette capaci di correggere quelle rappresentazioni. Un pipistrello, un ragno o un corvo possono così diventare nella fantasia molto minacciosi anche se innocui nella realtà. Dal punto di vista psicoanalitico, il bambino tende a proiettare sugli animali paure e fantasie interiori, immagini molto forti, ripetute attraverso film, videogiochi e social, possono offrire a queste angosce una forma concreta. Non significa che i media “creino” automaticamente una fobia, ma possono amplificare una paura preesistente o favorire associazioni emotive negative.

Per questo l’antidoto più efficace è spesso l’esperienza reale, accompagnata da un adulto, conoscere un animale, possibilmente proprio, osservarne il comportamento e comprenderne l’ambiente permette di trasformare l’immaginario minaccioso in curiosità e conoscenza (People and Nature, 2024).

Non tutti hanno la possibilità di vivere in campagna o fare continue uscite fuori porta. In che modo possiamo fare entrare “la natura dentro casa” o nei contesti urbani quotidiani attraverso piccole esperienze pratiche, come la coltivazione di fiori in vaso o il classico esperimento del grano nei batuffoli di cotone?

Non è indispensabile vivere in campagna per sviluppare un buon rapporto con la natura, anche se naturalmente può facilitarlo. Per i bambini anche un vaso nel salotto dove piantare e vedere crescere il proprio fiore può diventare un piccolo laboratorio scientifico, esperienziale e emotivo. Seminare, annaffiare, osservare un germoglio che cresce o far nascere il grano nel cotone, significa anche entrare in relazione con qualcosa di vivo che richiede cura, continuità e attesa.

Sono esperienze preziose perché insegnano che non tutto è immediato ma che  si può preparare, seminare o piantare, aspettare, prendersi cura e poi vedere qualcosa trasformarsi. Il bambino apprende con piacere la pazienza, responsabilità, piacere della scoperta, attesa trepidante. Anche in città, quindi, buone abitudini naturalistiche accompagnate da piccoli gesti quotidiani, possono mantenere vivo quel legame con la natura che nessuno strumento elettronico può imitare e tantomeno sostituire. I programmi di attività svolte in orti urbani per bambini, è associato a un miglioramento importante delle abilità manuali, un arricchimento e disinvoltura nei rapporti coi compagni e sociali in generale, e a una riduzione dell’uso problematico di social e internet (Journal of Pediatric Nursing, 2026)

Accogliere in casa un criceto, coniglio nano o qualsiasi altro genere di animale, richiede la supervisione e la cura condivisa tra genitori e figli. Qual è il valore educativo e affettivo di prendersi cura “insieme” di un piccolo animale domestico in gabbia?

Prendersi cura insieme di un piccolo animale ha un valore affettivo molto profondo. Il bambino scopre che un essere vivente dipende anche dalla sua attenzione in quanto deve essere nutrito, osservato, rispettato nei suoi ritmi e nei suoi bisogni. Questa esperienza favorisce il passaggio dal desiderio di possedere all’esperienza del prendersi cura. Il criceto, il coniglio o un altro piccolo animale non sono giocattoli, ma esseri separati, con esigenze proprie. Con la supervisione dei genitori, il bambino può sviluppare responsabilità, empatia e capacità di riconoscere i bisogni dell’altro.

La cura condivisa è particolarmente importante perché trasforma l’animale anche in un’esperienza relazionale familiare, infatti, genitori e figli imparano insieme ad osservare, attendere e proteggere. Tra le varie interazioni che i bambini hanno con gli animali domestici, è proprio il “prendersene cura” è quella legata a un migliore funzionamento emotivo e comportamentale nei bambini e anche negli adolescenti. Per quanto riguarda, animali domestici come criceti, conigli, porcellini d’India e altri piccoli mammiferi, va però sottolineato che la responsabilità è sempre dell’adulto, perché questi animali hanno esigenze per il loro benessere spesso poco conosciute o comunque sottovalutate. Sarebbe un errore pensare che siano semplicemente “animaletti da gabbia” o “starter pets” (Animal Welfare, 2025).

Dalle passeggiate sul brecciolino in bicicletta per allenare l’equilibrio, alle uscite tra frutteti, serre e vivai: quanto è importante superare la paura di far sporcare o graffiare i bambini, ad esempio raccogliendo more o giocando tra le pozzanghere per rafforzare la loro sicurezza interiore?

 

È importante che i bambini siano protetti sempre, d’altro canto, sotto lo sguardo attento dei genitori, i bambini possono possano sperimentare piccoli rischi adatti alla loro età anagrafica ed emotiva come sporcarsi le mani, perdere per un attimo l’equilibrio camminando sul bordo di una pozzanghera, graffiarsi lievemente nel raccogliere le mora o schiacciare col gli scarponcini adatti una piccola pozzanghera ghiacciata durante l’inverno, sono esperienze attraverso cui imparano a conoscere il proprio corpo, i propri limiti e le proprie risorse.

La sicurezza interiore non nasce dall’assenza di difficoltà, ma dall’esperienza ripetuta di poterle affrontare e superare senza essere da soli, sapendo di poter contare sui genitori e sugli adulti in caso di bisogno. Il bambino facendo queste piccole esperienze monitorate, sente che può avere un po’ di paura sena che succeda nulla di male, provare, talvolta osare, sbagliare, non arrendersi, riprovare e alla fine riuscire. Non necessariamente lo stesso giorno, le esperienze si ripetono e i bambini sono abitudinari per cui tendono a ripeterle anche naturalmente, per sperimentare la costanza del mondo, degli affetti e degli esiti delle loro azioni. Un adulto troppo preoccupato, apprensivo o ansioso, può trasmettere involontariamente l’idea che il mondo sia sempre e soltanto pericoloso e che il bambino non sia sufficientemente capace per affrontarlo, neppure nelle piccole cose che invece si sente di fare senza pericolo. La presenza rassicurante dell’adulto dovrebbe quindi proteggere senza impedire l’esplorazione, è proprio grazie a questo equilibrio che si sviluppano autonomia, fiducia in sé e capacità di tollerare le piccole frustrazioni (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2026).

Quali consigli si sente di dare?

-Ridimensionare le paure alimentate da film e cartoni, spiegando che si tratta di rappresentazioni fantastiche, anche quando sembrano realistiche;

-Portarli regolarmente in mezzo alla natura, al mare, in montagna, nei boschi, vicino a laghi, fiumi, campagne e sentieri anche una volta al mese durante autunno e inverno, più speso con la bella stagione;

-Avvicinarli agli animali reali, insegnando rispetto, prudenza e curiosità, avendo anche piccoli roditori e altri animali domestici di cui prendersi cura insieme a loro;

-Coltivare insieme qualcosa, anche solo un fiore in vaso, delle erbe aromatiche o dei semi sul cotone, li aiuta a seminare ed attendere che sboccino, una metafora della loro crescita fisica e psicologica;

-Frequentare il verde quotidianamente, un parco o un’area verde vicino casa.

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Salute

Il declino cognitivo e le demenze: a Roma il convegno di ASL Roma2 per tracciare le nuove rotte dell’assistenza e della cura

In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, la Sala Mancini della Direzione Generale INPS a Roma ha ospitato il convegno di ASL Roma 2, dal titolo “Il declino cognitivo e le demenze: il dovere di aprire strade nuove”, rappresentando un fondamentale momento di riflessione e confronto su una delle sfide più complesse e urgenti della medicina e della sanità pubblica contemporanea. L’obiettivo prioritario dell’incontro è stato quello di definire percorsi di cura realmente integrati e innovativi, capaci di coniugare la ricerca scientifica e clinica con l’assistenza sanitaria e il supporto sociale, mantenendo sempre la persona e la sua famiglia al centro del modello assistenziale.

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Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca

In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer

Roma-  In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, la Sala Mancini della Direzione Generale INPS a Roma ha ospitato il convegno di ASL Roma 2, dal titolo “Il declino cognitivo e le demenze: il dovere di aprire strade nuove”, rappresentando un fondamentale momento di riflessione e confronto su una delle sfide più complesse e urgenti della medicina e della sanità pubblica contemporanea. L’obiettivo prioritario dell’incontro è stato quello di definire percorsi di cura realmente integrati e innovativi, capaci di coniugare la ricerca scientifica e clinica con l’assistenza sanitaria e il supporto sociale, mantenendo sempre la persona e la sua famiglia al centro del modello assistenziale.
I lavori istituzionali si sono aperti con gli interventi del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, e del Direttore Generale della ASL Roma 2, Francesco Amato, dando vita a un ricco dibattito incentrato sulle principali novità sul fronte scientifico e organizzativo: dalle nuove frontiere della diagnosi precoce alla neuropsicologia, dall’individuazione dei marcatori biologici all’introduzione delle nuove terapie, fino agli aspetti di Medicina legale.
Durante i lavori è emersa con forza la necessità di superare la frammentazione dei servizi attraverso una sinergia sempre più solida tra strutture ospedaliere, presidi territoriali e comunità, contesto nel quale la ASL Roma 2 ha presentato le proprie esperienze e i modelli organizzativi volti a garantire la continuità assistenziale e un sostegno concreto ai caregiver.
Nel corso dell’iniziativa, il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di un cambio di passo affermando che sulle demenze e sull’invecchiamento
“Oggi siamo di fronte a una vera emergenza, come Regione Lazio ci stiamo ponendo all’avanguardia con la legge sul caregiver e con la riprogrammazione delle risorse per le Case della Comunità, con l’obiettivo di potenziare l’assistenza domiciliare per invertire un trend lungo trent’anni e accompagnare i pazienti nei loro contesti di vita”.
“Esserci” – ha sottolineato il Presidente – significa non lasciare soli i pazienti, i familiari e i caregiver. Significa garantire continuità assistenziale, rafforzare il rapporto tra ospedale e territorio, e superare la frammentazione tra servizi sanitari e sociali. La cura deve essere finalmente unitaria, personalizzata e vicina alle persone”. Il Presidente ha inoltre, evidenziato il ruolo essenziale del terzo settore e delle associazioni: “le istituzioni, da sole, non possono affrontare una sfida così complessa. È necessario costruire una rete stabile tra professionisti, servizi, famiglie, volontariato e comunità locali. Solo attraverso questa collaborazione possiamo promuovere una cultura della demenza libera dallo stigma e capace di tutelare la dignità di ogni persona”.

Allo stesso modo, Filippo Bonanni, (Direzione centrale Salute e Prestazioni Disabilità INPS) ha sottolineato il ruolo strategico dell’Istituto ricordando che “l’INPS è quotidianamente in prima linea nelle politiche di previdenza e assistenza per le persone vulnerabili, e abbiamo la responsabilità e il dovere di fare rete con le istituzioni, la comunità scientifica e i professionisti per garantire un futuro migliore ai pazienti e assicurare la tenuta sociale del Paese in questo periodo di grande cambiamento. Aprire strade nuove significa trasformare la presa in carico dei pazienti in un percorso condiviso, umano e scientificamente avanzato”.

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Salute

Israele- Una cornea stampata in 3d restituisce la vista ad un paziente

La fantascienza è diventata finalmente e miracolosamente realtà nelle sale operatorie, regalando una speranza enorme a milioni di malati in lista d’attesa in tutto il mondo! Una persona dichiarata clinicamente e legalmente cieca ha riaperto l’occhio e ha ricominciato incredibilmente a vedere grazie al perfetto impianto chirurgico di una “cornea stampata in 3D”. L’intervento storico è stato eseguito dai ricercatori del Rambam Health Care Campus di Haifa, in Israele. Utilizzando un’avveniristica stampante biologica, i medici sono riusciti a ricreare in laboratorio un sottilissimo e vitale innesto endoteliale (quello che mantiene l’occhio trasparente e ne pompa via i liquidi in eccesso). La notizia più sconvolgente? Con questa innovativa tecnologia, prelevando le cellule sane da una singola cornea donata, sarà possibile stampare centinaia di innesti, azzerando di fatto per sempre il gravissimo problema della carenza mondiale di tessuti per i trapianti. Leggi i dettagli di questo commovente miracolo della scienza nel nostro articolo esclusivo 👇

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Cornea

Haifa (Israele) – Riaprire gli occhi dopo lunghissimi, strazianti anni trascorsi inghiottiti da una fitta, opprimente nebbia grigia o nell’oscurità più totale, e riuscire improvvisamente a distinguere di nuovo e con estrema chiarezza i volti dei propri cari e i colori meravigliosi del mondo circostante. Quello che per secoli è stato poeticamente e religiosamente considerato un autentico miracolo divino inarrivabile per le capacità umane, oggi è diventato una strabiliante e tangibile realtà clinica, grazie al genio indiscusso, al coraggio e ai progressi inarrestabili della medicina moderna.
La clamorosa notizia medica che sta rapidamente e prepotentemente rimbalzando in tutti i reparti di oftalmologia dei principali continenti, accendendo una luce di immensa speranza nei cuori di milioni di malati, ha del fantascientifico. Una rivoluzionaria e iper-tecnologica “cornea stampata in 3D” (o biostampata) ha incredibilmente e definitivamente restituito la piena capacità visiva a un paziente che, fino al giorno prima di varcare la soglia della sala operatoria, era clinicamente e legalmente classificato come cieco nell’occhio trattato. Questo intervento chirurgico di portata storica, le cui fasi sono state seguite con il fiato sospeso dalla comunità internazionale, è stato magistralmente e con successo eseguito presso le avanzatissime sale operatorie del Rambam Health Care Campus di Haifa, in Israele, come parte integrante e cruciale di un attesissimo e rigoroso studio clinico sperimentale di fase 1.

Il problema mondiale dei trapianti e il miracolo della biostampa

Il risultato clinico strabiliante ottenuto dai geniali medici israeliani non si limita al pur enorme e commovente successo restituito al singolo, fortunato paziente operato, ma spalanca letteralmente una porta gigantesca su una prospettiva medica e logistica di portata globale e straordinaria. Ad oggi, infatti, il dramma più grande della chirurgia oftalmica è rappresentato dalla tragica e cronica carenza mondiale di tessuti oculari sani disponibili per il trapianto e prelevati da donatori deceduti.
Grazie all’utilizzo sperimentale di questa avveniristica tecnica di bio-stampa tridimensionale, le ferree e limitanti regole matematiche delle donazioni di organi vengono completamente riscritte, stravolte e demolite a favore dei pazienti in lista. In futuro, infatti, sarà possibile e sufficiente prelevare, isolare e coltivare le preziosissime cellule biologiche provenienti da una singola e unica cornea sana donata, per poi “stamparne” e riprodurne in un asettico laboratorio specializzato letteralmente centinaia di cloni e di minuscoli innesti perfetti e pronti all’uso. In altre parole, una singola donazione post-mortem non salverà la vista a una sola persona, ma potrà teoricamente, eticamente e clinicamente curare l’handicap visivo a centinaia di individui disperatamente fermi da anni in coda nelle logoranti liste d’attesa dei vari ospedali mondiali, riducendo drasticamente (e quasi azzerando) il problema insormontabile della carenza di tessuti umani compatibili.

Non un occhio finto, ma un capolavoro di micromeccanica endoteliale

Dietro la definizione mediatica e indubbiamente molto suggestiva e affascinante di “cornea stampata in 3D”, però, gli stessi autori dello studio hanno avvertito la stringente e corrette necessità scientifica di fare una dovuta, precisa e scrupolosissima precisazione tecnica ai non addetti ai lavori.
Durante il delicatissimo intervento non è stato fisicamente “fabbricato” ex novo, stampato e poi impiantato e cucito l’intero rivestimento trasparente ed esterno del bulbo oculare del paziente. La stampante biologica non produce un occhio finto di plastica come spesso credono i lettori dei romanzi di fantascienza. I macchinari di altissima precisione sono stati in realtà utilizzati per generare e riprodurre un sottilissimo, fragilissimo ma assolutamente vitale e fondamentale innesto endoteliale. Si tratta di un lembo cellulare infinitamente sottile, destinato dai chirurghi a sostituire specificamente e unicamente quello strato interno e microscopico di cellule specializzate che, all’interno del nostro occhio, svolge ininterrottamente il titanico lavoro di mantenere la cornea del tutto trasparente, funzionando come una sorta di minuscola pompa idraulica naturale che mantiene l’occhio costantemente e fisiologicamente libero da ogni nocivo e sfuocante eccesso di liquidi interni.

Le prospettive dello studio: un raggio di luce per il futuro

Il successo di questo primissimo e rischioso innesto in un occhio ormai compromesso e cieco segna l’avvio trionfale della cosiddetta “fase 1” del lunghissimo trial clinico israeliano, una fase che ha come obiettivo primario quello di testare e certificare l’assoluta sicurezza biologica e l’insorgenza di eventuali e pericolosi rigetti del materiale biostampato nei pazienti umani.
Il fatto che l’organismo della persona ricevente abbia perfettamente accettato, tollerato e “abbracciato” le nuove cellule stampate in laboratorio, riattivando la miracolosa e complessa catena di trasmissione della luce fino al nervo ottico e al cervello, significa che la strada tracciata dai ricercatori del Rambam Campus è quella corretta. Se i successivi, rigorosi e inevitabili passaggi burocratici e scientifici (le fasi 2 e 3 della sperimentazione) confermeranno nel tempo questa strabiliante efficacia e sicurezza sui grandi numeri, entro pochissimi decenni la cecità corneale potrebbe essere definitivamente derubricata da gravissimo e irrimediabile handicap permanente a semplice e rapida problematica medica, facilmente e velocemente risolvibile con un banale intervento ambulatoriale di routine. Un traguardo fantascientifico per cui l’intera umanità non può che esultare e ringraziare la scienza.

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