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Casalbordino, arriva il Circo M. Orfei: show internazionale con leoni e K-Pop

Il Circo M. Orfei di Darix Martini arriva a Casalbordino dal 3 al 9 agosto: show internazionale con leoni e gran finale con musica K-Pop. 🎪 🐯

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Trapezzieri

Casalbordino – Nel dinamico panorama delle economie del turismo e dello sviluppo delle industrie ricreative nell’Eurozona, lo spettacolo viaggiante e le grandi produzioni circensi di stampo transnazionale continuano a rappresentare un asset strategico fondamentale per incrementare l’offerta d’intrattenimento del territorio. Da lunedì 3 a domenica 9 agosto 2026, la municipalità costiera di Casalbordino, in provincia di Chieti, diventerà il baricentro dell’attenzione culturale regionale grazie all’arrivo del monumentale Circo M. Orfei di Darix Martini. La kermesse, accreditata come una delle tournée più imponenti e ricche attualmente attive sul territorio italiano, proporrà una settimana di eventi stanziali all’interno di un modernissimo grande chapiteau, offrendo ai residenti, alle famiglie e ai flussi turistici della costa teatina un’esperienza multidisciplinare ad alto impatto emotivo.

Il parterre degli artisti premiati al Festival di Monte Carlo e a Latina

L’architettura dello spettacolo si qualifica per un’altissima densità informativa e tecnica, schierando un parterre di dicitrici e acrobati pluripremiati nei più prestigiosi forum e festival internazionali della palla ovale e dell’arte della pista. Il proscenio teatino ospiterà le evoluzioni aeree dei celebri Flying Martini al trapezio, vincitori di storici riconoscimenti al Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo, affiancati dalla mozzafiato esibizione di Crazy Wilson sulla Ruota della Morte. La scommessa estetica si arricchisce con la coppia Yury e Alexis, reduce dal Premio Oro conseguito all’Italian Circus Talent Festival di Latina, e con la giovane Miss Dayana Martini, trionfatrice della medesima rassegna laziale grazie al suggestivo numero dei Cavalli Bianchi, un’esibizione d’avanguardia che unisce il rigore geometrico dei movimenti a una straordinaria tecnica di addestramento dolce.

La logica dello zoo viaggiante: oltre 70 animali guidati da Stefano

Un asse fondamentale del layout organizzativo di Darix Martini investe la gestione e la tracciabilità della grande carovana faunistica del gruppo, una risorsa biologica strutturata che conta oltre 70 esemplari appartenenti a specie esotiche e stanziali. Il comparto zoologico è interamente affidato alla supervisione ermetica di Stefano, l’Amico degli Animali, il quale coordina i protocolli di benessere e igiene quotidiana delle strutture. Il pubblico abruzzese potrà ammirare da vicino la famiglia Errani, custode di uno dei più grandi branchi di elefanti d’Europa, le foche, i pinguini e i pappagalli della scuderia Dusky, e l’imponente numero dei grandi felini diretti dal domatore Giorgio Piazza, che reca in dote alla rassegna l’esclusiva biologica di un raro esemplare di leone bianco, deostruendo i cliché della tradizione per elevarla a laboratorio di biodiversità.

L’orchestra sinfonica dal vivo e la prima assoluta del tributo K-Pop

Sotto il profilo strettamente musicologico, l’intera messinscena rifiuta l’utilizzo di supporti sonori pre-registrati o digitali, preferendo la purezza acustica della strumentazione reale. Tutte le esibizioni dei trapezisti e dei giocolieri del Duo Nicolay saranno assecondate in tempo reale dalle partiture flessibili di una grande orchestra stabile presente in platea, composta da otto professori di musica professionisti. Un elemento di forte innovazione industriale e marketing territoriale si consumerà in occasione della serata conclusiva di domenica 9 agosto: lo show integrerà al proprio hardware tradizionale una performance live in prima assoluta nazionale interamente dedicata al fenomeno culturale globale del K-Pop. Le coreografie e le metriche pop coreane colonizzeranno la pista per intercettare il target dei Millennials e della Generazione Z, abbattendo le barriere dei generi tradizionali.

Il cronoprogramma degli spettacoli sulla SS16 e la prenotazione con Prima Fila Ticket

Il cronoprogramma ufficiale allestito dagli uffici del circo prevede una scaletta flessibile di repliche distribuite lungo la settimana: gli spettacoli serali debutteranno lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 agosto alle ore 21:15, mentre nelle giornate di venerdì 7 e sabato 8 agosto è programmato un doppio turno pomeridiano e serale alle ore 18:15 e 21:15, prima dell’ultimo congedo domenicale del 9 agosto fissato alle ore 18:15. Sotto il profilo logistico, le imponenti volumetrie delle strutture nZEB e climatizzate del circo sono state installate nei pressi della Strada Statale 16 Adriatica, all’interno del piazzale dell’area di servizio Portobello. Al fine di garantire la sicurezza degli utenti e azzerare i tempi di attesa ai botteghini, il comitato manageriale ha siglato un accordo sussidiario con la piattaforma digitale Prima Fila Ticket, consentendo ai flussi di spettatori di blindare la prenotazione dei posti online sul sito internet ufficiale; infoline attiva h24 al numero telefonico 3478988192.

L’impatto macroeconomico sul distretto costiero e la tutela della sicurezza

In ultima analisi, l’insediamento di una carovana di rilevanza transnazionale come quella dell’insegna Orfei genera ricadute macroeconomiche di forte rilievo per l’intero indotto ricettivo, alberghiero e della somministrazione commerciale di Casalbordino e dei comuni limitrofi della Val di Sangro. La presenza stanziale delle maestranze e l’attrazione di migliaia di spettatori stimolano i consumi interni della provincia, traducendo l’intrattenimento popolare in un fattore di crescita occupazionale e di promozione territoriale. La gestione della sicurezza e dei parcheggi gratuiti adiacenti al polo del ristoro e alla hall-museo della struttura — dove sono esposti i trofei e i diplomi del Festival di Montecarlo — è stata coordinata in sinergia con i comitati comunali, dimostrando empiricamente come la cooperazione tra istituzioni locali e Terzo Settore sia in grado di convertire la tradizione in un moderno hardware di coesione civile.

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Franco Baresi, il ritratto di Mario Vespasiani: addio al Capitano

Il pittore Mario Vespasiani omaggia Franco Baresi con una toccante riflessione al Palazzo Kursaal: un parallelismo etico tra arte e sport. 🎨 ⚽

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Franco Baresi

Grottammare – Nel fitto panorama delle riforme estetiche che interessano le arti visive contemporanee e la saggistica sui linguaggi del Novecento, l’interazione concettuale tra le discipline plastiche e la storicizzazione delle icone dello sport di massa rappresenta un filone di straordinario interesse speculativo. In coincidenza con lo svolgimento della sua mostra antologica intitolata “Cantami o Musa”, ospitata all’interno delle prestigiose gallerie del Palazzo Kursaal di Grottammare, nelle Marche, l’acclamato pittore e intellettuale italiano Mario Vespasiani ha diffuso un’articolata e accorata nota critica per solennizzare la memoria e l’improvvisa scomparsa di Franco Baresi. Il leggendario difensore, storico capitano del Milan e della Nazionale italiana di calcio, si è spento all’età di 66 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel capitale umano sportivo del Paese e offrendo a Vespasiani il pretesto per una profonda riflessione sociologica sui valori della lealtà e della coerenza etica.

Il parallelismo tra l’intuizione del pittore e la visione di gioco sul campo

L’ordito critico strutturato da Mario Vespasiani deostruisce i cliché della semplice cronaca sportiva per tracciare un parallelismo lineare e storiografico tra l’atto della creazione pittorica e la leadership espressa da Baresi sui terreni di gioco dell’Eurozona. La capacità del capitano rossonero di decodificare lo sviluppo dell’azione agonistica prima degli altri viene elevata dall’artista a vera e propria qualità visionaria, assimilabile al processo generativo che precede la stesura del colore sulla tela nZEB. Secondo la disamina di Vespasiani, il difensore non si limitava a interpretare un ruolo tattico, ma dipingeva la maglia su se stesso, trasformando la disciplina e il senso della posizione in un hardware identitario in grado di anticipare l’invisibile e di governare le geometrie dei flussi di gioco attraverso un’innata serenità sotto pressione.

La scomposizione del rigore di Pasadena ’94 e il valore dell’errore civile

Un capitolo di primaria rilevanza psicologica e civile all’interno del manifesto di Vespasiani investe la scomposizione del trauma sportivo più celebre della carriera di Baresi: il calcio di rigore fallito durante la finale dei Mondiali di USA 1994 a Pasadena contro il Brasile. L’artista marchigiano analizza quell’episodio drammatico per riaffermare che la reale autorevolezza dei leader non coincide con un’algoritmica infallibilità, ma con la disponibilità ad assumersi la responsabilità delle decisioni nei momenti di massima asfissia competitiva. Il capitano che piange sul prato americano, ferito ma indomito, si offre come un archetipo universale della fragilità umana, insegnando alle nuove generazioni come il coraggio dell’errore e il merito del sacrificio costituiscano l’unico argine etico contro l’appiattimento e la superficialità della società dei consumi.

Il welfare della presenza e il legame profondo con il Kursaal di Grottammare

La cornice monumentale del Palazzo Kursaal di Grottammare opera in questa riflessione come uno straordinario ponte ideale e spaziale tra la saggistica musicale e l’epopea del calcio-spettacolo degli anni Ottanta e Novanta. Le sale del Kursaal, storica dinamo della vita ricreativa dell’Adriatico, ospitarono negli anni Settanta i primi storici concerti acustici di Lucio Battisti; l’eco di quel repertorio si riflette direttamente nel titolo dell’editoriale di Vespasiani, richiamando i versi immortali de “Il mio canto libero”. La coincidenza temporale tra la mostra d’arte e il congedo biologico di Baresi all’età di 66 anni — cifra numerica che richiama geometricamente l’iconico numero 6 stampato sulla sua schiena — si offre alla cittadinanza come un invito a difendere il “welfare della presenza” contro l’isolamento indotto dalle reti virtuali delle metropoli.

L’umiltà e la disciplina interna come hardware del vero talento artistico

In ultima analisi, la nota di Mario Vespasiani si configura come un solenne manifesto laico che eleva la costanza, l’affidabilità e il rispetto della parola data a unici strumenti in grado di preservare la verità dell’arte e della vita contro le lusinghe del conformismo commerciale. Il lavoro del calciatore d’élite, fondato su anni di esercizio invisibile, rinunce quotidiane e rigorosa gestione della fatica, specchia fedelmente la dedizione del pittore che abita in solitudine il proprio studio, inserito in una comunità invisibile di maestri, curatori e collezionisti del Terzo Settore. Restare fedeli alla propria origine e alla voce interiore, conclude l’autore, costituisce l’unica via per convertire la memoria in bellezza condivisa, trasformando il cammino terreno di Franco Baresi in un eterno Canto Libero di libertà e coesione civile per il Paese.

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Jasemina Zeqiraj: abitare due lingue, trasformare il viaggio in letteratura

Jasemina Zeqiraj e’ nata a Scutari, una delle città più antiche e culturalmente vivaci dell’Albania. Zeqiraj porta nella propria scrittura un’eredità che non si limita alla nostalgia. Il suo percorso biografico, segnato dall’emigrazione e approdato in Sicilia, diventa materia letteraria senza mai ridursi a semplice testimonianza. Nelle sue pagine il viaggio non è soltanto uno spostamento geografico: è una trasformazione dell’identità, un continuo esercizio di ascolto, una ricerca di equilibrio tra ciò che si conserva e ciò che inevitabilmente cambia.

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Jasemina-Zeqiraj

Redazione-  Jasemina Zeqiraj e’ nata a Scutari, una delle città più antiche e culturalmente vivaci dell’Albania. Zeqiraj porta nella propria scrittura un’eredità che non si limita alla nostalgia. Il suo percorso biografico, segnato dall’emigrazione e approdato in Sicilia, diventa materia letteraria senza mai ridursi a semplice testimonianza. Nelle sue pagine il viaggio non è soltanto uno spostamento geografico: è una trasformazione dell’identità, un continuo esercizio di ascolto, una ricerca di equilibrio tra ciò che si conserva e ciò che inevitabilmente cambia.

Scrivere in due lingue significa vivere due volte ogni parola. Per molti autori migranti il bilinguismo rappresenta una necessità; per Jasemina Zeqiraj sembra invece diventare una scelta poetica. L’albanese custodisce la memoria, il ritmo dell’infanzia e gli affetti originari; l’italiano apre uno spazio di dialogo con il presente, con i lettori e con la società che l’ha accolta. Tra queste due dimensioni prende forma una voce letteraria che non rinuncia alle proprie radici e, proprio per questo, riesce a parlare in modo universale.

La sua poesia evita l’enfasi. Predilige un linguaggio limpido, capace di lasciare spazio alle immagini e alle emozioni senza ricorrere a effetti retorici. L’amore, la famiglia, la perdita, la speranza, la dignità e il desiderio di appartenenza emergono come temi costanti, ma acquistano valore perché filtrati attraverso un’esperienza autentica. Il lettore non incontra soltanto una storia personale: riconosce frammenti della condizione umana condivisa.

In un’epoca in cui la migrazione è spesso raccontata attraverso numeri, emergenze e slogan, la letteratura di Jasemina Zeqiraj restituisce profondità ai singoli destini. La sua scrittura ricorda che dietro ogni viaggio esiste una biografia, dietro ogni lingua imparata si nasconde un lungo lavoro di ricostruzione interiore, dietro ogni approdo permane il dialogo con il luogo da cui si è partiti.

La Sicilia, terra nella quale vive e opera, non appare soltanto come uno sfondo geografico. È il luogo dell’incontro, dello scambio e della rinascita. Storicamente crocevia di popoli e culture, l’isola diventa nelle sue opere uno spazio simbolico dove identità differenti possono convivere senza annullarsi. In questo senso la sua scrittura contribuisce a una tradizione ormai consolidata della letteratura italofona della migrazione, arricchendola di una sensibilità profondamente femminile e mediterranea.

Anche la sua produzione destinata ai giovani lettori conferma questa vocazione al dialogo. Raccontare il mondo ai bambini significa seminare immaginazione e responsabilità, costruendo ponti tra generazioni e culture. È una scelta che rivela una concezione della letteratura come strumento di crescita civile oltre che artistica.

La recente attenzione ricevuta in ambito letterario, compresa la selezione tra le finaliste del Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, testimonia il crescente interesse verso una voce che contribuisce ad ampliare il panorama della letteratura italiana contemporanea. Non perché rappresenti una “letteratura della migrazione” in senso riduttivo, ma perché offre uno sguardo capace di mettere in discussione i confini tradizionali dell’identità culturale.

Oggi la produzione di Jasemina Zeqiraj invita a riflettere su un tema centrale del nostro tempo: come si costruisce una casa quando si attraversano più culture? La sua risposta non è teorica. È affidata ai versi, ai racconti, alle immagini che popolano la sua opera. La casa, sembra suggerire, può essere una lingua, una memoria condivisa, una pagina scritta con sincerità.

È forse questa la cifra più significativa della sua ricerca letteraria. In un mondo sempre più attraversato da mobilità, conflitti e trasformazioni, Jasemina Zeqiraj sceglie di affidare alla parola il compito più difficile: non cancellare le distanze, ma renderle comprensibili. La sua letteratura non chiede di dimenticare il passato né di rinunciare alle differenze. Invita, piuttosto, a riconoscere che ogni identità nasce dall’incontro tra storie diverse.

Per questo la sua voce merita attenzione nel panorama culturale contemporaneo. Non soltanto come testimonianza di un percorso migratorio, ma come esempio di una scrittura che fa della pluralità linguistica e culturale una forma di ricchezza estetica ed etica. In tempi di appartenenze sempre più rigide, Jasemina Zeqiraj ricorda che la letteratura continua a essere uno dei pochi luoghi in cui le frontiere possono trasformarsi in dialogo.

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La topografia dell’anima nei versi di Luca Cipolla: l’evidenza della parola

La scomposizione della memoria e delle radici umane nei versi di Luca Cipolla: un’analisi critica e filosofica della silloge. 📜 ✨

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Luca Cipolla
Roma – Nel tormentato e stratificato panorama della lirica contemporanea e della saggistica indipendente, l’indagine estetica incentrata sulla scomposizione dei codici della memoria e sul recupero delle matrici filosofiche dell’esistenza si configura come un fondamentale presidio di resistenza intellettuale. La produzione letteraria e poetica firmata dall’autore Luca Cipolla si inserisce con autorevolezza in questo filone di ricerca, tracciando un’articolata traiettoria verbale in grado di connettere la fragilità dell’esperienza biologica quotidiana alla trascendenza delle categorie assolute dello spirito. La sua opera rifiuta categoricamente le lusinghe del formalismo vuoto e della decostruzione nichilista fine a se stessa, per riaffermare l’onestà intellettuale del verso inteso come hardware e architettura della coscienza, capace di superare l’isolamento e l’appiattimento culturale della società post-moderna.
La deostruzione del diario e la resistenza del segno nella pagina scritta
L’ordito compositivo di Cipolla si apre con una potente riflessione metatestuale sulla natura stessa del libro e sul ruolo civile e formativo del dicitore all’interno dei mutamenti civili contemporanei. La parola cessa di essere un mero ornamento ornamentale o decorativo per tramutarsi in una testimonianza tangibile, un’impronta indelebile che esige la partecipazione sensoriale e attiva del lettore. Il testo si fa carne, materia da plasmare foglio dopo foglio, superando le barriere del silenzio e dell’incomprensione per aprirsi al confronto e alla condivisione empatica con il dolore del prossimo. La scrittura analitica dell’autore mappa con precisione scientifica i traumi della crescita e i labirinti della memoria collettiva, consegnando alla cittadinanza un prezioso laboratorio di igiene intellettuale e conforto filosofico attraverso la suite intitolata significativamente “Il libro”:
Io sono il segno

e lascerò che mi sfiorino

le tue dita curiose.

Non mi riconoscesti all’istante

ed ora dentro ogni verbo

o aggettivo,

dentro ogni tinta

o sfumatura

scorgerai il dolore

del tuo prossimo

in un vecchio

che ti racconterà

la storia che vivrai

la strada che attraverserai

in una sorgente

di divinazione

e dopo avre lasciato alle spalle

la verde valle del silenzio

e della comprensione

ne reggerai il confronto.

Io sono il segno

e tu la materia

da plasmare ad ogni pagina..
L’istituto dell’oblio e le ombre della roccia di Agouin
Un asse portante della saggistica in versi di Luca Cipolla investe la dialettica dello smantellamento dei ricordi attraverso la metafora del diario lacerato e disperso nei flussi delle correnti marine. Nella lirica “Oblio”, il poeta indaga con rigore antropologico il bisogno umano di spezzare le catene del passato prossimo per proiettare la coscienza verso una dimensione atemporale, slegata dai vincoli rigidi delle metriche tradizionali. I sentieri della memoria si inerpicano lungo scenari aspri e suggestivi, dove le rifrazioni argentee sulla roccia di Agouin evocano la transizione traumatica di un flash distante, un indicatore visivo che accentua il senso di solitudine biologica e di parziale abbandono dell’individuo di fronte alle fredde rime dell’alba metropolitana:
Stracciai

le pagine del mio diario

e le gettai

in mare..

Una sera senza luna

raccontai

ai miei posteri

come l’oblio

spezzi le catene

del passato prossimo

ed una poesia

resti slegata

dai propri versi.

Cavalcai lungo i sentieri

che declamano il passato

e le ombre argentee

sulla roccia

di Agouin

rimandavano ad un flash

distante.

Solo,

sentirsi differente

e abbandonato

da non poter

recitare a memoria

le rime tese dell’alba.
Il superamento del conflitto interiore e l’omaggio a Emily Dickinson
La transizione verso una maturità esistenziale e gnoseologica si compie attraverso la scomposizione delle dinamiche dell’antagonismo individuale. Nella composizione “Il bicchiere mezzo pieno”, l’autore opera una profonda inversione di rotta spirituale, abbandonando l’autocritica distruttiva per inchinarsi con umiltà e spirito di servizio di fronte alle aurore serpeggianti della natura. Il richiamo filologico all’acqua purificatrice del fiume Giordano si converte in un welfare emotivo che alleggerisce il peso dei ricordi dolorosi, trasformando la percezione della piccolezza umana di fronte al mistero della storia in una dinamo di rinnovamento lessicale. Il cassetto ammuffito che nascondeva il diario di una rassegnata Emily Dickinson viene scardinato, liberando le parole dal confinamento del dissenso per immetterle nella luce diffusa della rinascita civile:
Sgualcite luci,

aurore serpeggianti

m’inchino a voi

como dianzi a cime innevate..

non sono più l’antagonista

di me stesso

e ora bevo dall’acqua del Giordano

il bicchiere mezzo pieno

e mi lascio portare

dai ricordi,

anche se fanno male,

sono leggeri.

L’onta

mi ricorda quanto siamo piccoli

di fronte alla storia

ed al mistero

che m’instilla vivaci parole,

non più mesti versi

relegati

ad un cassetto ammuffito

che nasconde il diario

di una rassegnata Emily.
La danza crepuscolare tra le nebbie mitologiche di Caronte e Plutone
Il registro stilistico di Cipolla acquisisce tonalità squisitamente teatrali e performative nell’affresco visionario intitolato “Danza crepuscolare”. In questo testo, lo scenario urbano e antropologico viene invaso dalle brume della nebbia metropolitana, all’interno della quale si muovono figure allegoriche e personaggi storici della letteratura universale, da Lucifero a un vecchio storpio alla ricerca del tempo perduto. La rievocazione della data tagliola del 20 maggio si intreccia alla danza macabra orchestrata da Caronte intorno al pianeta Plutone, delineando un poema notturno terrestre in cui l’innocenza dell’infanzia, simboleggiata dal gioco con le biglie di cristallo della giovane Miriam, custodisce il desiderio intatto di intonare un canto di amore filiale ed emancipazione intergenerazionale:
Spenta è la luce

una pagina di diario strappata

anche Lucifero si è lasciata andare

pare un fumetto nascosto

nella nebbia

dove cammina un vecchio storpio

alla ricerca di quel 20 maggio

quando Caronte immaginava

la sua danza

intorno a Plutone

e recitava il poema

della notte terrestre,

Miriam giocava con

biglie di cristallo

sognando di cantare

al padre

una canzone per il ballo.
La coscienza non locale e la scomposizione della natura botanica
Un nucleo di forte spessore filosofico e accademico si identifica nella lirica “Io ho già vissuto”, saggio in versi in cui Cipolla definisce la propria identità artistica attraverso la categoria della “coscienza non locale”, un’entità metafisica nZEB che vibra in dimensioni trascendenti per offrire supporto e orientamento etico al cammino della comunità. Il contatto simbiotico con la terra e con la biodiversità agraria si manifesta mediante una mappatura cromatica e botanica di straordinaria soavità: l’attraversamento dei campi di papaveri, la raccolta terapeutica della camomilla e il nutrimento tratto dalle tonalità lilla dei glicini primaverili e dal profumo dei gelsomini delineano il profilo di un’anima schiva, che rifiuta la parcellizzazione e l’asfissia dei consumi di massa per farsi custode del progresso spirituale:
Io ho già vissuto

ed ho attraversato

campi di papaveri,

raccolto camomilla,

mi son nutrito

del lilla dei glicini

a metà primavera,

i gelsomini da contorno,

sono un’anima schiva,

coscienza non locale

che vibra dentro un’altra dimensione

e ti supporto,

ti suggerisco

la strada da percorrere.
La selva equatoriale tra mantra primordiali e passi felini
L’esplorazione della topografia interiore registra una transizione di genere verso l’esotismo astratto con la lirica “Selva”. Le coordinate geografiche dello scritto proiettano il lettore all’interno di un ecosistema primordiale, dominato dalla bruma lucida del mattino e dalle evoluzioni di eteree scimmie tra i monumentali alberi di kapok. I versi degli animali si convertono in mantra mai uditi, codici sonori capaci di ridefinire il concetto stesso di dimora e cittadinanza attiva: il tappeto verde di foglie e radici cela la seconda casa dello spirito. La comparsa dei passi felini, che svaniscono inquieti nei flussi idrici, apre una fessura nell’equilibrio emotivo del poeta, il cui cuore risulta ferito da incubi sottesi che tagliano il cammino, indirizzando il destino umano verso le tonalità di un canto lontano, mentre le rane assopite sigillano il silenzio della palude:
Eteree scimmie

saltavano

tra alberi di kapok

nella bruma lucida

di primo mattino

e i loro versi

somigliavano a mantra

mai uditi..

lontana la strada di casa

ma se ci penso

proprio quel tappeto

verde di foglie e radici

celava la mia seconda

casa..

passi felini

facevano da breccia

ed inquieti svanivano

nell’acqua.

Tradito il mio cuore

da sottesi incubi

che tagliavano

il cammino,

a un canto lontano

rivolgeva il suo destino..

le rane assopite

più non gracidavano.
I falò del rituale indigeno e la separazione della pula dal grano
Un asse di primaria rilevanza civile e antropologica viene strutturato nel componimento “Rituale”, messinscena comunitaria e corale allestita sotto un cielo plumbeo carico di nuvole gonfie. I falò accesi dai nativi fanno da sponda all’esecuzione di canti tradizionali e tristi arie che si tramutano istantaneamente in nostalgia, un sentimento protettivo che unifica il capitale umano di fronte alle asprezze del reale. Il passaggio della poiana, che taglia l’orizzonte lasciando lacrime di fuoco, spinge il dicitore a sollevare le mani in un gesto di profonda connessione ecologica e sussidiarietà circolare. Il ritmo ancestrale del tamburo stringe la collettività in un abbraccio protettivo, stabilendo che al sorgere della luna si compia la definitiva transizione e separazione della pula dal grano, formula che sancisce il trionfo del merito, della legalità e della purezza etica:
Falò accesi

sotto un cielo basso

di nuvole gonfie,

i nativi declamano versi

d’una triste aria

che si trasforma in nostalgia,

una poiana taglia

l’orizzonte

che ora piange lacrime di fuoco
  • ne scorgo l’essenza

    e sollevo le mie mani –

    il tamburo ci lega

    in un abbraccio

    e quando la luna appare

    la pula più dal grano non si separa.
La personificazione del ricordo materno e l’officina del tempo
La disamina della materia e delle volumetrie fisiche si arricchisce di una profonda e toccante sponda affettiva nella lirica “Dentro la materia”. Cipolla opera una vera e propria personificazione del ricordo, materializzandolo nell’immagine di un viale alberato percorso mano nella mano con la propria figura materna. La presenza di una vecchia officina artigianale, la cui ombra fissa un limite alla luce zenitale del sole, si offre come un ritratto d’epoca, una fotografia sbiadita dall’accelerazione del tempo macroeconomico e industriale. I giorni e le ore perdono il proprio valore nominale per convertirsi in polvere e siccitosa foschia di una stagione passata che l’autore rimpiange con commossa onestà intellettuale, deostruendo la freddezza della modernità per riaffermare la sacralità delle radici:
Dentro la materia

l’immagine personificata del ricordo,

un viale alberato,

mano nella mano

con mia madre,

una vecchia officina

che fa ombra

alla luce del sole,

pare un ritratto,

una foto sbiadita,

il tempo allontanato

che più non ha nome

né il giorno né l’ora,

solo polvere,

siccitosa foschia

d’una stagione

che già fu

ed ora rimpiango.
L’ulivo del Getsemani e la memoria drammatica del treno
Il radicamento agrario e la memoria religiosa si fondono in modo lineare nel testo intitolato “L’ulivo”. Seduto sulla struttura monumentale delle proprie radici lignee, il poeta accoglie il peso leggero del pensiero altrui durante le ore del tramonto collinare. Il ricordo del burrascoso passato aziendale o familiare si manifesta attraverso l’asprezza materica della sansa, assaporata dalle maestranze come se fosse l’essenza stessa della casa e della preghiera laica. L’evocazione dell’urlo drammatico del Getsemani introduce la dimensione del sacro e della sofferenza ed evoluzione dello spirito, ricollegando le ferite esistenziali alla memoria indelebile di un treno che ha segnato la biografia del dicitore, trasformando il trauma in un hardware di testimonianza civile e di difesa dello stato di diritto:
Seduto

sulla mia radice

sento il tuo peso

leggero

al pensiero,

scoraggiato al tramonto..

ricordo di ieri

burrascoso passato,

è sansa

e la assapori

como se fosse casa

come se fosse preghiera,

l’urlo del Getsemani

ancora ti spaventa

e quel treno non l’hai dimenticato.
La ricerca della non-parola e l’omaggio storiografico a Nichita Stănescu
La raccolta di Luca Cipolla sigilla il proprio percorso critico ed editoriale attraverso il manifesto programmatico intitolato “Nella ricerca”. Il poeta setaccia le oscurità della notte metropolitana alla ricerca dei versi più puri, rari e insoliti, all’interno di un’arena in cui la linea dell’orizzonte risulta completamente cancellata, azzerando i confini convenzionali che separano la terra dal cielo. Di fronte al plauso degli astanti vuoti e immaginari della società dello spettacolo, Cipolla evoca la figura monumentale e la saggistica del grande poeta rumeno Nichita Stănescu, mutuandone l’estetica delle “non-parole” e la capacità di sorridere di fronte alle asfissie della realtà. L’odore della legna bruciata che pervade l’aria, le montagne dell’est sullo sfondo e l’immagine di una radura incantata restituiscono alla parola scritta la sua funzione primaria di presidio di civiltà e di diletto dell’anima, indicando la rotta per un futuro consapevole e libero dalle schiavitù del presente:
Setaccio la notte

alla ricerca

dei versi più puri

ma insoliti

dove l’orizzonte

ha cancellato

la sua linea di demarcazione,

confine

tra la terra e il cielo.

Plaudono gli astanti

vuoti e immaginari

Nichita teso

delle sue non-parole

come fai a non sorridere,

fuori odore di legna bruciata,

le montagne dell’est,

una radura incantata.

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