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Attualità

Comunità terapeutiche o semplice svuota-carceri?

La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

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Beppe Mambretti

Redazione-  La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.

Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.

Il problema, però, è un altro.

Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.

QUALI COMUNITÀ?

La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.

Di quali comunità stiamo parlando?

Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.

Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.

Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.

Non tutte possono accogliere detenuti.

Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.

Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.

Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.

IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO

Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.

Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.

Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.

Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.

Psicosi.

Depressione.

Disturbi della personalità.

Aggressività.

Alterazioni cognitive.

Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.

Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.

E non è una colpa.

È semplicemente un dato di fatto.

Per questo non basta parlare genericamente di comunità.

Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.

DOVE LI METTIAMO?

Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.

La domanda è inevitabile.

Dove?

Quanti posti sono realmente disponibili?

Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?

Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?

Quanti operatori dovranno essere assunti?

Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.

C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO

Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.

Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.

Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.

È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.

Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.

Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.

Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.

Anzi.

Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.

Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.

LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?

Anche qui servono risposte.

Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.

Servono nuovi posti.

Servono psichiatri.

Servono psicologi.

Servono educatori.

Servono infermieri.

Servono convenzioni.

Servono controlli.

Servono strumenti.

Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.

LE COMUNITÀ DIMENTICATE

Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.

Queste realtà meritano rispetto.

Meritano ascolto.

Meritano di essere coinvolte.

Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.

Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.

Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.

Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.

IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?

Su questo desidero esprimere una riflessione personale.

A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.

Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.

Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.

Lo dice la nostra Costituzione.

Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.

Con più rabbia.

Più emarginate.

Talvolta con legami criminali ancora più forti.

Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.

Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.

LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?

Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.

Una posizione assolutamente legittima.

Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.

Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.

Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.

È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.

CONCLUSIONI

Non sono contrario alle comunità terapeutiche.

Al contrario.

Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.

Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.

Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.

Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.

Occorre distinguere tra comunità e comunità.

Tra dipendenza e doppia diagnosi.

Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.

Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.

Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.

Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.

Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.

Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.

E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.

Beppe Mambretti
Cristiano Riformista

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Attualità

Spin Time, la provocazione di Giordano Bruno Guerri in TV: “Lo Stato espropri il palazzo per salvarlo”

La sacralità della proprietà privata si può violare per salvare un miracolo sociale? È questa l’audace e provocatoria tesi lanciata in diretta TV dal noto intellettuale, scrittore e saggista Giordano Bruno Guerri! Ospite di Peter Gomez durante l’attesa e scoppiettante prima puntata del nuovo talk show “L’Elefante” (andato in onda in prima serata su Rai 3), il giornalista è intervenuto a gamba tesa sulla spinosissima polemica che riguarda lo sgombero dello “Spin Time”, il celebre e gigantesco palazzo occupato nel cuore della Capitale. Secondo Guerri, il Governo centrale dovrebbe superare i timidi tentativi d’acquisto fatti dal sindaco di Roma e procedere d’imperio con un clamoroso “esproprio per pubblica utilità” ai danni della proprietà! La sua giustificazione è nettissima: “Come lo Stato espropria la terra per costruire un’utile autostrada, dovrebbe farlo ora per salvare questa comunità. Allo Spin Time è avvenuto un autentico e irripetibile miracolo civile: senza l’aiuto dei politici, della Chiesa cattolica o dei soldi dei ricchi benefattori, la povera gente si è auto-organizzata creando una sorprendente ‘città ideale’. Hanno risolto problemi enormi e, soprattutto, hanno riempito un ex edificio vuoto e freddo di tantissima bellezza, richiamando decine di artisti indipendenti da tutto il mondo a creare opere!”. Un monito pesantissimo per chiedere alle istituzioni di tutelare il valore umano e culturale delle grandi occupazioni romane e fermare lo sgombero. Leggi tutto il ragionamento giuridico nel nostro articolo approfondito 👇

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Giordano Bruno Guerri

Roma – Il delicatissimo e annoso dibattito sulla sacralità del diritto alla proprietà privata e l’insopprimibile bisogno sociale di spazi abitativi e aggregativi ha trovato, ancora una volta, un palcoscenico nazionale d’eccezione. E a lanciare il sasso nello stagno, con una provocazione intellettuale destinata a far discutere ferocemente sia la politica locale che quella governativa, è stata una delle firme più libere, autorevoli e anticonformiste del panorama culturale italiano.
Stiamo parlando del noto giornalista, saggista e scrittore Giordano Bruno Guerri, che ha scelto la ribalta televisiva in diretta della primissima puntata de “L’Elefante” (il nuovissimo, audace e già seguitissimo talk show politico e di attualità condotto dal direttore Peter Gomez, sbarcato con successo in prima serata sulla rete ammiraglia dell’informazione Rai 3 e in streaming su RaiPlay) per affrontare di petto uno dei “casi” urbani e giudiziari più complessi e spinosi della Capitale: la gigantesca occupazione abitativa e culturale del palazzo Spin Time. Una realtà controversa che, da anni, spacca l’opinione pubblica romana tra chi ne invoca lo sgombero forzato e chi, invece, ne riconosce l’immenso e vitale valore sociale.

Il diritto di proprietà contro l’esproprio per pubblica utilità

L’approccio dialettico e filosofico di Giordano Bruno Guerri alla problematica dell’enorme stabile occupato non è stato affatto ideologico, ma si è basato su un rigoroso e lucido ragionamento giuridico e costituzionale. Lo scrittore non si è certo nascosto dietro un dito e ha immediatamente difeso i principi cardine dell’ordinamento capitalista: «Voglio premettere senza alcun dubbio che la proprietà privata, in una democrazia moderna occidentale, è un fondamento indiscutibile della nostra società civile e, pertanto, come tale va sempre e rigorosamente rispettata dalle istituzioni e dai cittadini», ha dichiarato esordendo nel suo intervento televisivo.
Ma è proprio dal rigore del diritto che Guerri ha tirato fuori l’arma dell’eccezione giuridica: «Dall’altra parte della bilancia legale, però, vi sono i legittimi espropri istituzionali. Lo Stato centrale, per sua stessa Costituzione, si attribuisce regolarmente e legittimamente il diritto di prendere possesso della proprietà di un cittadino o di un ente per costruire un’autostrada, per posare i binari di una ferrovia o per erigere un ponte di pubblica utilità. E in questo preciso perimetro istituzionale è legamente possibile e giustificato violare il feticcio della proprietà privata. La domanda che la politica deve porsi oggi è: adesso bisogna chiedersi se, in questo specifico caso romano, vale o meno la pena di farlo?».

La città ideale nata dal basso: il “miracolo” laico senza politica

La risposta che lo storico e saggista si è dato (e ha dato a milioni di telespettatori in diretta televisiva nazionale) è stata un “Sì” convinto e appassionato. Secondo Guerri, infatti, le istituzioni capitoline e il Governo centrale dovrebbero compiere il passo decisivo per sottrarre l’immobile alla speculazione.
«Sullo Spin Time l’attuale sindaco di Roma Capitale ha giustamente provato in questi mesi a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta commerciale ai proprietari, ma forse, arrivati a questo punto, dovrebbe essere proprio lo Stato centrale a intervenire con molta maggiore autorità e forza d’imperio per proteggere e salvaguardare questo bene incredibile, che di fatto ormai è nostro, fa parte della collettività. E sapete perché secondo me ne vale la pena? Perché la realtà aggregativa di quel palazzo occupato è un autentico e inspiegabile miracolo moderno. È un miracolo totale perché lì dentro, senza alcun aiuto o ingerenza da parte della politica partitica tradizionale, senza l’intervento di sacerdoti o organizzazioni religiose, e senza i soldi di ricchi benefattori, la povera gente ha saputo creare dal nulla una struttura organizzativa e solidale semplicemente sorprendente».

Dall’abbandono alla rinascita: un patrimonio di arte e bellezza

L’elogio del giornalista si è poi concentrato sull’impatto culturale inestimabile che l’occupazione (spesso dipinta dalle cronache nere solo come un covo di illegalità o degrado) ha invece donato e restituito al quartiere circostante e all’intera città di Roma.
Guerri ha descritto lo Spin Time (storicamente nato all’interno di un mastodontico edificio abbandonato della burocrazia statale) come un esperimento sociale clamorosamente riuscito: «Gli occupanti hanno saputo dare vita a una vera e propria sorta di ‘città ideale’, un microcosmo perfetto dove centinaia di famiglie italiane e straniere vivono in pacifica e collaborativa comunità. Non solo hanno risolto drammatici problemi di natura alloggiativa ed emergenze abitative spaventose, ma hanno letteralmente creato arte dal nulla. Hanno riempito pezzo dopo pezzo questo mastodontico edificio, che per la sua freddezza prima era percepito come una sorta di mattatoio sociale, di pura e meravigliosa bellezza metropolitana. È diventato un magnete culturale dove artisti internazionali vanno regolarmente a esibirsi, a portare le loro opere e a creare instancabilmente nuova e inaspettata bellezza». Un patrimonio umano e artistico inestimabile che, secondo lo scrittore, l’Italia non può permettersi il lusso di sgomberare e disperdere nel nulla a colpi di manganello.

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Attualità

Castellina a valanga su Rai 3: “Le primarie? Una brutta invenzione di Veltroni per ricchi”

Un attacco a tutto campo che fa letteralmente tremare i vertici del centrosinistra italiano! La scrittrice, giornalista ed ex deputata storica Luciana Castellina è stata la mattatrice assoluta della prima puntata de “L’Elefante”, il nuovo talk show politico condotto da Peter Gomez in diretta in prima serata su Rai 3. L’intellettuale non ha usato mezzi termini per smontare le fondamenta del Partito Democratico: “Le primarie? Sono state solo una bruttissima invenzione di Walter Veltroni per somigliare agli americani. Un sistema finto democratico che fa vincere solo chi ha i soldi per fare propaganda in TV o sui giornali!”. Ma le bordate peggiori sono arrivate sulla politica estera: la Castellina ha attaccato duramente la “colpevole vaghezza” del PD sulla guerra in Ucraina, schierandosi invece apertamente al fianco di Giuseppe Conte (M5S) e del suo partito (AVS) per dire un secco e definitivo ‘No’ al riarmo. Durissima anche l’analisi geopolitica sull’espansione della Nato (che ha provocato la durissima, anche se non giustificabile, reazione di Putin) e il commento al vetriolo sul Generale Roberto Vannacci, bollato pubblicamente dalla scrittrice come “un fascista diventato vago, e forse persino peggio dei fascisti per la sua arroganza”. Infine, l’amara e cruda riflessione sulla morte della classe operaia e del ruolo del Parlamento, ormai svuotato da ogni potere decisionale in favore “dell’Europa e del libero mercato”. Leggi le dichiarazioni esplosive dell’intervista nel nostro articolo completo 👇

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Castellina Gomez

Roma – Nel panorama spesso asfittico e omologato dei talk show politici italiani, esistono ancora voci capaci di sparigliare le carte, di rompere i dogmi di partito e di offrire analisi lucidissime, affilate e politicamente scorrette, provenienti proprio dal profondo del tessuto intellettuale della sinistra storica. A dimostrarlo, in maniera a dir poco fragorosa, è stata Luciana Castellina. L’autorevole giornalista, stimata scrittrice ed ex parlamentare di lunghissimo corso, non ha certo usato giri di parole per fare a pezzi alcune delle granitiche certezze della politica contemporanea durante la prima, scoppiettante puntata de “L’Elefante”.
Il nuovo, attesissimo programma di approfondimento giornalistico (condotto in diretta dal direttore Peter Gomez e trasmesso ieri sera in prima visione sui canali Rai 3 e in streaming su RaiPlay) ha visto la Castellina trasformarsi nella mattatrice assoluta della serata. L’ex dirigente comunista ha letteralmente monopolizzato l’attenzione del pubblico con una durissima stroncatura del sistema metodologico che ha fondato il Partito Democratico: il ricorso al voto popolare per la scelta dei segretari e dei candidati. «Le primarie? Sono state semplicemente una brutta, pessima invenzione politica di Walter Veltroni, nata unicamente dalla sua spasmodica smania di somigliare a tutti i costi al Partito Democratico americano», ha sentenziato senza appello ai microfoni della televisione di Stato.

La stroncatura delle primarie del PD: “Vince solo chi ha i soldi”

L’attacco frontale di Luciana Castellina al sistema dei gazebo non si è fermato a una semplice battuta nostalgica, ma è sceso chirurgicamente nel profondo della sociologia politica. Secondo la sua lucidissima visione, le primarie aperte non sono affatto uno strumento di democrazia orizzontale, bensì un meccanismo profondamente classista che altera la selezione della classe dirigente.
«Questo finto sistema democratico – ha argomentato la scrittrice ospite di Gomez – favorisce smaccatamente solo e soltanto chi possiede più soldi per fare martellante propaganda elettorale sui giornali e sulle reti televisive. Chi ha mezzi economici finisce immancabilmente per avere enormi possibilità di vittoria che altri militanti, seppur validi, semplicemente non hanno». L’esponente di Alleanza Verdi Sinistra (AVS) ha quindi rivendicato con orgoglio il metodo della Prima Repubblica: «Io confesso di avere profonda nostalgia di quando si decideva collettivamente chi dovesse essere eletto. Si sceglieva qualcuno che aveva realmente provato, testato e sudato sul campo, nella sua pratica politica e nella sua vita quotidiana, la validità delle posizioni che esprimeva e le capacità tecniche e umane per affrontarle nei ruoli istituzionali».

La guerra in Ucraina e le bordate alla “vaghezza” dei vertici Dem

L’intervista televisiva si è poi inevitabilmente spostata sul delicatissimo e divisivo tema della politica estera e della disastrosa guerra in Ucraina, terreno di feroci e sotterranei scontri all’interno dell’intera coalizione progressista. Anche su questo fronte, la Castellina non ha fatto sconti alla dirigenza del Nazareno, allineandosi piuttosto e clamorosamente sulle posizioni del Movimento 5 Stelle.
«Sulla guerra è molto difficile dire che nel centrosinistra ci sono due posizioni distinte, per il semplice fatto che ci sono delle colpevoli e inaccettabili vaghezze da parte del Partito Democratico su questo drammatico argomento». Il giudizio della giornalista è netto e perentorio: «Certo, io sono totalmente d’accordo su quello che dice l’ex premier Giuseppe Conte. Dobbiamo dire ‘No’ al riarmo, punto e basta. Che poi è esattamente la stessa, identica posizione che porta avanti in Parlamento anche il mio stesso partito politico, l’AVS. Perché mi domando: a che cosa serve andare testardamente avanti con questa guerra e armare le truppe all’infinito? Si risolve concretamente il problema territoriale e politico che l’ha originata e generata? La risposta è palesemente No».

La NATO, il giudizio su Vannacci e la fine della classe operaia

Nel ragionamento sull’evoluzione storica dei rapporti tra la Russia e il blocco dell’Occidente, la Castellina ha sollevato il delicato tema dell’allargamento della NATO verso Est avvenuto dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda. Pur rifiutandosi categoricamente di giustificare la violenza militare di Mosca, ha sottolineato come fosse geopoliticamente prevedibile e scontata una violenta reazione russa: «Non voglio certo dire che Vladimir Putin avesse politicamente ragione a invadere, ma era purtroppo molto facile pensare che, stringendoli all’angolo, ci sarebbe stata una risposta terribile come quella di Putin. Le guerre, studiate la storia, non scoppiano mai all’improvviso». Dalla geopolitica si è passati poi alla politica interna e al fenomeno populista del momento: il generale Roberto Vannacci. Il giudizio dell’intellettuale è stato lapidario e tranchant: «Vannacci è banalmente un fascista diventato vago. E, forse, è persino peggio del classico fascista storico, poiché oggi associa pericolosamente la sua immagine esclusivamente a concetti vuoti quali la prepotenza fisica e l’arroganza dialettica».
L’ultima, densissima riflessione della serata l’ex dirigente comunista l’ha riservata all’impalcatura sociale della nostra Nazione. La Castellina ha analizzato con profonda amarezza la dissoluzione del mondo del lavoro italiano: «Gli operai di oggi non costituiscono più quella fiera classe operaia compatta che aveva una propria autonomia culturale e contrattuale, la quale nasceva esclusivamente dalla loro micidiale forza organizzativa e sindacale. I bisogni di un tempo erano immediati e, soprattutto, comuni. Oggi, purtroppo, il mondo del lavoro è tutto polverizzato, precario e frammentato. È naturale che la loro rappresentanza politica si sia smarrita». Questo vuoto organizzativo e l’inutilità del dibattito parlamentare («Tanto oggi decidono in modo inappellabile l’Europa e le logiche del libero mercato, svuotando di poteri le assemblee»), secondo la giornalista, sono alla base dello sbandamento politico che ha regalato incredibilmente gran parte del voto operaio italiano alle sirene dei partiti di estrema destra.

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Economia

Scacco all’Europa: l’Arabia Saudita taglia il petrolio e i prezzi dei carburanti tremano ancora

Una vera e propria mazzata geopolitica ed economica si è appena abbattuta sull’Europa, con conseguenze potenzialmente drammatiche e catastrofiche per il portafoglio degli italiani! La potentissima Arabia Saudita (attraverso il proprio colosso statale petrolifero Saudi Aramco) ha ufficialmente deciso di chiudere i rubinetti di greggio destinati ai clienti e alle raffinerie del Vecchio Continente. Per tutto il mese di ottobre, infatti, nessuna petroliera saudita raggiungerà l’Europa. Alla base di questa spaventosa paralisi c’è un gravissimo danno logistico: l’importantissimo oleodotto strategico “East-West” (che trasporta 5 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso per raggiungere poi rapidamente il Mediterraneo ed evitare lo Stretto di Hormuz) è rimasto gravemente danneggiato e fuori uso. Per non bloccare le vendite, i sauditi hanno spostato le loro petroliere nel Golfo Persico, ma queste navi non affronteranno il viaggio verso di noi. Per evitare gli attacchi armati nel Mar Rosso o un viaggio infinito e costosissimo di cinque settimane per circumnavigare l’intera Africa, il petrolio in eccedenza sarà venduto esclusivamente ai grandi compratori asiatici (Cina, India, Giappone e Corea). L’Europa resta così improvvisamente “a secco”, e il prezzo del nostro petrolio fisico di riferimento (il Dated Brent) ha subito sfondato la mostruosa e pericolosissima soglia dei 130 dollari al barile! I costi di estrazione e navigazione schizzeranno alle stelle per le raffinerie europee, e questo causerà l’ennesima, brutale ed esplosiva ondata di rincari ai distributori italiani di benzina e diesel. Scopri tutti i retroscena di questa gravissima crisi internazionale nel nostro articolo completo 👇

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Petrolio dall'Arabia Saudita

Roma – Proprio quando il conto alla pompa di benzina sembrava aver raggiunto livelli di guardia assolutamente insostenibili per le già martoriate tasche delle famiglie italiane, ecco abbattersi sui mercati finanziari ed energetici la peggiore delle tempeste perfette. Un colpo di scena geopolitico durissimo, capace di sferrare un micidiale e forse definitivo “scacco matto” alla traballante sicurezza energetica del Vecchio Continente.
La potentissima Arabia Saudita, leader mondiale e dominatrice incontrastata della produzione petrolifera globale, ha infatti clamorosamente deciso di chiudere a doppia mandata i preziosissimi rubinetti del proprio greggio destinato ai porti dell’Europa. Stando alle indiscrezioni che filtrano dagli ambienti finanziari londinesi, il colosso statale Saudi Aramco avrebbe già ufficialmente e freddamente comunicato ai propri fedeli clienti europei (vincolati da rigidi contratti di fornitura a lunghissimo termine) che per l’intero, cruciale mese di ottobre non riceveranno alcun carico di petrolio. Almeno due colossali raffinerie del Nord avrebbero già ricevuto la nefasta notifica, ma il drammatico blocco operativo riguarderebbe in modo orizzontale e indiscriminato la totalità degli acquirenti del nostro continente, innescando il panico assoluto sui mercati.

I danni strategici all’oleodotto East-West e la deviazione asiatica

Alla base di questa drastica, improvvisa e paralizzante decisione non ci sarebbe un calcolo esclusivamente politico o un ricatto diplomatico, bensì un gravissimo e insormontabile impedimento di natura infrastrutturale. Il blocco saudita è stato causato dai pesantissimi e misteriosi danni strutturali subiti di recente dal vitale oleodotto East-West: un’infrastruttura ingegneristica considerata strategica a livello globale, capace di trasportare silenziosamente ogni singolo giorno tra i 4 e i 5 milioni di barili di oro nero verso il porto di Yanbu, adagiato sulle rive del Mar Rosso. Da quel preciso scalo marittimo, il petrolio poteva agilmente e rapidamente raggiungere i porti del Mediterraneo sfruttando il sistema egiziano Sumed, bypassando così in modo intelligente il pericolosissimo imbuto dello Stretto di Hormuz.
Questa improvvisa e violenta interruzione fisica ha costretto i vertici di Aramco a riorganizzare in fretta e furia la mappa globale delle proprie colossali esportazioni. La compagnia petrolifera asiatica ha così deciso di rimettere sul mercato globale una mole immensa di circa 60 milioni di barili (pianificando i giganteschi carichi tra i mesi di settembre e ottobre), costringendo però le navi a partire dal lontano terminal di Ras Tanura, situato nel caldo Golfo Persico. Da lì, il greggio sarà obbligato a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz e sarà poi trasferito in mare aperto (tramite delicatissime operazioni tra super-petroliere) nei pressi di Sohar, in Oman. Ma l’Europa, in questa spaventosa riorganizzazione logistica, resterà incredibilmente ed economicamente a bocca asciutta.

Il terrore del Mar Rosso e le petroliere costrette in Africa

La complessa operazione logistica appena descritta permetterà ai sauditi di riportare sul mercato tra un milione e 1,5 milioni di barili extra al giorno. Il problema drammatico è che questa sterminata ricchezza fossile è stata interamente ed esclusivamente dirottata verso i mercati asiatici, destinandola in via prioritaria alle affamate industrie di Cina, India, Corea del Sud e Giappone.
L’Europa, dunque, resta fatalmente tagliata fuori dalla mappa del greggio saudita. Il motivo è puramente ed escusivamente legato alla sicurezza marittima e all’aumento vertiginoso dei costi di navigazione: per raggiungere i nostri porti, le navi cisterna dovrebbero obbligatoriamente attraversare il Mar Rosso (un tratto di mare ormai quotidianamente e pericolosamente interessato da attacchi militari e altissime tensioni belliche) oppure affrontare un’odissea infinita circumnavigando per intero il temibile continente africano, allungando i tempi di viaggio di quasi cinque lunghissime settimane e bruciando immensi capitali in noli marittimi e carburante.

Il barile sfonda i 130 dollari: il terrore di un autunno nero per la benzina

Questo dolorosissimo taglio logistico arriva come un macigno nel peggior momento storico possibile, proprio mentre il prezzo mondiale del petrolio si è già attestato stabilmente, minacciosamente e solidamente sopra la soglia psicologica dei 100 dollari. Le quotazioni internazionali fanno letteralmente tremare i polsi: il Brent naviga intorno a 104 dollari al barile, il cugino americano Wti viaggia vicinissimo a quota 102, ma a spaventare maggiormente l’Italia e l’UE è il cosiddetto Dated Brent (il riferimento ufficiale e reale del mercato fisico europeo), che ha letteralmente polverizzato la resistenza superando l’astronomica cifra dei 130 dollari.
Il rischio di ulteriori, brutali e insostenibili rincari alla pompa del nostro benzinaio sotto casa è ormai quasi una tremenda certezza. La miscela esplosiva è servita: greggio dai costi esorbitanti, minori e preziose forniture in arrivo dai sauditi e trasporti navali nettamente più lunghi ed estremamente costosi, aumenteranno inevitabilmente i costi fissi già sostenuti dalle enormi raffinerie europee. Se questa drammatica emergenza logistica dovesse malauguratamente prolungarsi, queste pressioni insopportabili si trasferiranno in maniera istantanea e chirurgica sui prezzi finali al dettaglio di benzina e diesel. Alcuni previdenti operatori del Vecchio Continente stanno già cercando disperatamente delle valide rotte alternative: la compagnia polacca Orlen, ad esempio, ha intensificato gli acquisti di emergenza nel freddo Mare del Nord e valuta freneticamente forniture sostitutive provenienti dagli Stati Uniti d’America e dal Kazakistan. I tecnici di Aramco assicurano di poter ripristinare entro pochissimi giorni circa la metà della capacità dell’oleodotto East-West, ma ammettono che per la completa e sicura operatività potrebbero volerci altre sei infinite settimane. Nel frattempo, l’ottobre dell’Europa si annuncia freddo, incredibilmente difficile ed economicamente spaventoso.

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