Rimani in contatto con noi
#

Attualità

Ceuta, l’allarme dei cittadini: l’esercito difenda i nostri confini

La crisi di Ceuta come monito per l’Italia: la riflessione di Aldo Di Giovanni sulla necessità di schierare l’esercito a difesa dei confini. 🚨 🇮🇹

Pubblicato

a

Roma – Nel cuore di un’estate segnata da profonde apprensioni per la tenuta delle frontiere esterne dell’Unione Europea, le notizie che giungono dai confini meridionali della Spagna stanno sollevando un’ondata di viva preoccupazione e un profondo dibattito civile anche nel nostro Paese. I drammatici eventi che stanno interessando l’enclave spagnola in Nord Africa, dove la pressione migratoria ha assunto dimensioni senza precedenti, vengono vissuti da molti osservatori e cittadini come un pressante monito per la sicurezza nazionale e per la tutela della stabilità sociale. Sul tema, che tocca da vicino la sensibilità delle famiglie e la percezione della sicurezza domestica, è intervenuto Aldo Di Giovanni con una riflessione accorata e diretta, volta a scuotere le coscienze sulle fragilità dei sistemi di controllo europei e sulla necessità di proteggere con fermezza l’incolumità delle comunità locali di fronte a dinamiche d’urgenza straordinarie.

La paura dei residenti a Ceuta e il richiamo alla legalità internazionale

La disamina di Di Giovanni muove dal racconto dei momenti di autentico panico vissuti dalla popolazione civile nella città spagnola, dove l’ingresso improvviso e massiccio di migliaia di persone ha determinato una situazione di parziale paralisi delle normali attività quotidiane. Le testimonianze descrivono una comunità impaurita, con intere famiglie costrette a barricarsi all’interno delle proprie abitazioni nel tentativo di proteggere i propri figli e i propri beni da disordini e tensioni crescenti nelle vie cittadine. Di fronte a questo scenario di forte sofferenza per i residenti, l’autore esprime l’auspicio che il governo di Madrid adotti immediatamente tutte le contromisure necessarie, ripristinando l’ordine pubblico, il controllo del territorio e la piena legalità attraverso l’azione coordinata delle forze di polizia e delle autorità preposte alla pubblica sicurezza.

Il campanello d’allarme per l’Italia e la difesa della serenità familiare

Per l’autore della nota, le immagini che scorrono sugli schermi televisivi e sulle piattaforme digitali devono essere interpretate come un chiaro e forte campanello d’allarme per l’intera cittadinanza italiana e per i piccoli centri di provincia, storicamente esposti per la loro posizione geografica ai flussi del Mediterraneo. La paura che situazioni di simile gravità possano riprodursi a ridosso delle coste o dei confini nazionali tocca le corde più intime del sentimento popolare, legandosi al desiderio profondo di ogni lavoratore e di ogni genitore di vedere garantita la sicurezza delle proprie mura domestiche. Proteggere le case e le famiglie da potenziali aggressioni o da contesti di caos ingestibile non è una posizione ideologica, ma rappresenta un diritto primario e inalienabile che ogni comunità civile ha il dovere di rivendicare con forza e dignità.

La richiesta di mobilitazione dell’Esercito a presidio delle linee di confine

La ricetta proposta da Aldo Di Giovanni per scongiurare qualsiasi rischio di instabilità sul suolo nazionale individua nella fermezza delle istituzioni l’unica vera barriera a tutela dello Stato di diritto. Qualora le strutture di vigilanza ordinaria e i presìdi della Guardia di Finanza o della Capitaneria di Porto dovessero trovarsi sotto una pressione eccessiva, l’autore invoca un intervento drastico e immediato da parte del Governo centrale, chiedendo lo schieramento formale dell’Esercito Italiano a difesa dei confini terrestri e marittimi della Repubblica. Utilizzare i reparti delle forze armate per monitorare i punti sensibili del territorio viene indicato come un atto di responsabilità civile necessario a prevenire le emergenze prima che i danni diventino irreversibili, offrendo ai tecnici e agli esperti della sicurezza stradale e doganale un supporto logistico fondamentale.

Il contesto storiografico delle crisi di frontiera e il bisogno di regole certe

Sotto il profilo storico e sociale, le tensioni vissute nell’area di Ceuta richiamano alla mente precedenti crisi di frontiera che hanno segnato la storia recente del continente europeo, dimostrando come la gestione dei flussi non possa essere lasciata all’improvvisazione o alla flessibilità burocratica dei singoli Stati. I cittadini chiedono ordine, legalità e il rispetto rigoroso delle regole d’ingresso; ignorare queste istanze rischia di incrinare il patto di fiducia tra lo Stato e i lavoratori, alimentando sentimenti di abbandono e di precarietà nelle periferie. Sostenere la sicurezza dei quartieri e la pace delle borgate agricole e urbane costituisce il primo hardware politico per qualsiasi esecutivo sano. Solo attraverso una programmazione lungimirante e il coraggio di scelte chiare, conclude lo scritto, l’Italia potrà preservare il proprio patrimonio di civiltà e garantire un domani sereno alle future generazioni.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Politica

Schengen, l’Onorevole Marco Rizzo attacca: “Va revocato per sempre”

Schengen e confini, l’attacco frontale di Marco Rizzo: “Inutile sospendere il trattato per un mese, va revocato per sempre per dare sicurezza”. 🏛️ ⚖️

Pubblicato

a

Marco Rizzo

Roma – Nel pieno di un’estate segnata da tesi confronti diplomatici internazionali e da una profonda ridefinizione delle politiche di gestione dei flussi migratori nell’Eurozona, la discussione sulla libera circolazione delle persone all’interno dei confini comunitari registra posizioni radicali che scardinano l’attuale assetto dei trattati. Sabato 1° agosto 2026, il dibattito pubblico e istituzionale sulla sicurezza delle frontiere è stato scosso dalle dichiarazioni perentorie dell’onorevole Marco Rizzo. Il leader sovranista, nel delineare le linee programmatiche e i contorni ideologici di un nuovo progetto politico ed elettorale concepito per l’Italia del domani, ha espresso una netta e totale contrarietà alle misure temporanee attualmente al vaglio delle cancellerie europee. Secondo l’analisi di Rizzo, i provvedimenti di sospensione parziale o a tempo determinato non possiedono la forza strutturale necessaria per rispondere alle pressanti richieste di stabilità e protezione avanzate dalle comunità locali.

La critica ai provvedimenti temporanei e la richiesta di un blocco definitivo

La disamina dell’onorevole Marco Rizzo muove da una ferma deostruzione delle scelte politiche adottate nelle ultime ore dai governi europei, giudicate insufficienti e puramente di facciata di fronte alla complessità della crisi delle frontiere. Il leader politico ha respinto con forza l’idea che la sicurezza nazionale possa essere tutelata attraverso risposte temporanee o finestre di controllo della durata di appena un mese, interpretando tali interventi come palliativi burocratici incapaci di produrre un reale cambiamento sul territorio. Per Rizzo, la fragilità delle attuali reti di monitoraggio impone una scelta radicale di rottura con gli automatismi di Bruxelles: «Per dare un minimo di sicurezza all’Italia non serve sospendere il trattato di Schengen per un mese. Va revocato per sempre». Questa netta presa di posizione mira a restituire allo Stato la piena e incondizionata sovranità sui propri confini, eliminando ogni delega agli organismi sovranazionali.

L’impatto sociale della crisi e le paure delle famiglie nelle province

L’intervento di Marco Rizzo si inserisce all’interno di una profonda riflessione di natura sociale e antropologica che mette al centro il vissuto quotidiano delle famiglie, dei lavoratori e dei residenti dei piccoli centri di provincia. Nelle aree interne della penisola e nei quartieri periferici delle grandi città, la percezione di un’assenza di controlli certi e costanti lungo la catena dei transiti stradali e ferroviari viene vissuta come un dramma silenzioso, capace di alimentare un forte senso di precarietà e di abbandono istituzionale. Il leader sovranista sottolinea come l’ascolto delle richieste di ordine, regole chiare e certezza del diritto non debba essere confuso con la propaganda elettorale, ma rappresenti un preciso dovere civile per chi si candida a governare la cosa pubblica, rimarcando come la mancanza di fermezza nella gestione dei flussi migratori irregolari finisca per minare la coesione civile e la fiducia dei cittadini onesti.

I precedenti storici della clausola di salvaguardia e i limiti dei trattati

Sotto il profilo storiografico e giuridico, lo scontro attorno all’accordo di Schengen, firmato originariamente nel 1985 ed entrato in vigore nel 1995, evidenzia le contraddizioni strutturali di uno strumento nato in un contesto storico radicalmente differente da quello contemporaneo. Nel corso degli ultimi decenni, numerosi Stati membri dell’Unione Europea hanno fatto ricorso in via eccezionale alla cosiddetta “clausola di salvaguardia” per ripristinare temporaneamente i controlli ai valichi di frontiera, in coincidenza con grandi vertici internazionali, emergenze sanitarie o picchi straordinari di pressione migratoria. Tuttavia, la tesi promossa da Rizzo evidenzia come questi continui stop e ritorni alle barriere fisiche dimostrino empiricamente il fallimento del modello della libera circolazione senza un parallelo e rigido controllo delle frontiere esterne dell’Unione, trasformando l’eccezione normativa in una costante necessità politica.

La cooperazione con le forze dell’ordine e la sovranità dello Stato di diritto

La ricetta politica illustrata dall’onorevole Rizzo per garantire il welfare sociale e la legalità economica del Paese assegna una centralità assoluta al potenziamento delle risorse e del capitale umano operante all’interno dei corpi di polizia, dell’Arma dei Carabinieri e delle guardie di frontiera. Per anni, i comparti di pubblica sicurezza hanno dovuto fare i conti con i tagli di bilancio e con l’asfissia logistica indotta dai vincoli di spesa europei, operando in condizioni di estrema difficoltà nel monitoraggio del territorio e delle stazioni di interscambio. Revocare definitivamente il trattato di Schengen consentirebbe, secondo questa visione, di strutturare un piano di investimenti stabili per la sorveglianza h24 delle linee di confine e dei porti, offrendo ai tecnici e agli esperti della sicurezza stradale e doganale gli strumenti necessari per applicare le leggi dello Stato con rigore e trasparenza, senza subire le decisioni delle corti di giustizia sovranazionali.

La transizione geopolitica e la richiesta di un nuovo patto di cittadinanza

In ultima analisi, il duro affondo di Marco Rizzo riapre la discussione sul futuro dei rapporti diplomatici e dei mercati commerciali all’interno della stessa Eurozona, prefigurando uno scenario di forte cambiamento degli assetti comunitari. La proposta di un isolamento programmatico della penisola dai flussi incontrollati dei transiti europei viene indicata come la via maestra per edificare un modello di sviluppo sicuro e contrattualmente equo per le giovani generazioni. Proteggere il lavoro dei cittadini onesti, salvaguardare il patrimonio immateriale delle comunità locali e restituire dignità alle istituzioni nazionali costituiscono i pilastri di un nuovo patto di cittadinanza attiva. Solo attraverso una presa di responsabilità coraggiosa, conclude il leader politico, l’Italia potrà superare le contingenze del presente e garantire un domani fondato sulla legalità, sull’ordine e sulla tutela reale dei propri figli.

Continua a Leggere

Politica

Schengen, Sforzini: difendere le frontiere non è più propaganda

Schengen e confini, l’analisi di Luca Sforzini: “La difesa delle frontiere non è propaganda, la tutela dei cittadini viene prima della burocrazia”. 🏛️ 🇪🇺

Pubblicato

a

Sforzini

Roma – Nel pieno di un’estate segnata da profonde tensioni diplomatiche e da una ridefinizione complessa delle politiche migratorie all’interno dell’Unione Europea, il dibattito sulla libera circolazione delle persone torna a scuotere i palazzi della politica e l’opinione pubblica. La recente decisione di molti governi di rimettere in discussione la tenuta dei confini interni ha sollevato un coro di reazioni accese, dividendo profondamente le forze politiche tra la necessità di garantire la sicurezza nazionale e la difesa degli storici accordi comunitari. In questo scenario così delicato, che tocca da vicino la vita quotidiana e la percezione della sicurezza di milioni di famiglie, è intervenuto Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il noto centro studi ed espressione culturale della piattaforma Futuro Nazionale. Con una riflessione profonda, Sforzini analizza i mutamenti di un dibattito che, negli anni, ha smesso di essere unicamente ideologico per trasformarsi in una pressante questione di gestione pratica dell’ordine pubblico.

Il mutamento del quadro politico e la legittimità della difesa dei confini

Secondo l’analisi espressa dal presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, i tempi in cui il solo accenno al controllo o al monitoraggio delle frontiere esterne veniva liquidato come una posizione estremista sono ormai definitivamente tramontati. Oggi, di fronte alle immagini delle crisi che colpiscono i confini dell’Europa, la discussione pubblica ha subito una transizione netta e irreversibile. Il fulcro del dibattito, fa notare Sforzini, non ruota più intorno alla legittimità di difendere i confini dello Stato, un principio che dovrebbe essere alla base di ogni comunità civile, ma si concentra sugli strumenti più rapidi ed efficaci per farlo. Chiunque scelga di liquidare queste proposte bollandole semplicemente come propaganda estiva, evita di affrontare il vero nocciolo della questione, lasciando soli i cittadini e le amministrazioni locali di fronte a dinamiche complesse che colpiscono la stabilità dei territori.

La natura storica di Schengen e il superamento degli automatismi

Sforzini affronta poi il tema del trattato di libera circolazione con un approccio storico e privo di condizionamenti ideologici, ricordando come gli accordi internazionali debbano sempre sapersi adattare ai mutamenti del contesto in cui operano. Schengen, si legge nella nota del think tank, non può essere considerato un dogma religioso intoccabile, bensì uno strumento giuridico nato in un’epoca storica ben precisa e in condizioni radicalmente diverse da quelle attuali. I trattati europei, del resto, prevedono già esplicitamente la possibilità di ricorrere a sospensioni temporanee dei controlli qualora la sicurezza interna di uno Stato membro sia messa a dura prova. La libertà di muoversi senza barriere all’interno del continente può esistere e prosperare solo se a monte viene garantito un controllo reale, rigoroso e trasparente delle frontiere esterne dell’Unione, evitando che l’assenza di regole si trasformi in un fattore di instabilità per le comunità locali.

Le risposte tecniche all’emergenza e la catena dei transiti europei

L’intervento del presidente di Rinascimento Nazionale entra anche nel merito delle recenti discussioni tecniche sollevate da esperti e osservatori riguardo all’efficacia di un blocco limitato ai soli collegamenti con la Spagna. Sforzini ammette che l’efficacia di un simile provvedimento meriti un’attenzione attenta e una pianificazione accurata. Se l’obiettivo reale delle istituzioni è impedire che gli ingressi irregolari si traducano in movimenti incontrollati e caotici da una nazione all’altra, diventa evidente la necessità di ragionare non soltanto sul punto di partenza dei flussi, ma sull’intera catena dei transiti e sui nodi di interscambio ferroviario e stradale. Solo attraverso un monitoraggio continuo e una cooperazione stretta tra le diverse forze di polizia sarà possibile offrire risposte concrete, spiegando i dettagli tecnici ai cittadini in modo semplice e trasparente.

L’ascolto delle richieste di sicurezza e il futuro delle istituzioni europee

In ultima analisi, la riflessione di Luca Sforzini si concentra sull’impatto psicologico e sociale che la percezione di un’assenza di regole certe genera nelle famiglie e nei lavoratori, soprattutto nelle realtà di provincia e nelle aree più esposte ai flussi. I cittadini europei non chiedono la chiusura delle frontiere al mondo, ma esigono ordine, regole chiare e la certezza che lo Stato sia in grado di proteggere la legalità. Ignorare questa forte richiesta di stabilità, o trincerarsi dietro la rigidità dei labirinti burocratici, non fa altro che alimentare la sfiducia delle persone nei confronti delle istituzioni comunitarie. La vera sfida per il futuro non è scegliere tra la libertà di circolazione e la sicurezza dei quartieri, ma saper costruire un’Europa capace di garantire entrambe, ricordando che la tutela della vita e della tranquillità dei cittadini deve sempre prevalere su qualsiasi automatismo della burocrazia.

Continua a Leggere

Attualità

Comunità terapeutiche o semplice svuota-carceri?

La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Pubblicato

a

Beppe Mambretti

Redazione-  La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.

Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.

Il problema, però, è un altro.

Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.

QUALI COMUNITÀ?

La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.

Di quali comunità stiamo parlando?

Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.

Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.

Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.

Non tutte possono accogliere detenuti.

Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.

Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.

Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.

IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO

Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.

Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.

Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.

Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.

Psicosi.

Depressione.

Disturbi della personalità.

Aggressività.

Alterazioni cognitive.

Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.

Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.

E non è una colpa.

È semplicemente un dato di fatto.

Per questo non basta parlare genericamente di comunità.

Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.

DOVE LI METTIAMO?

Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.

La domanda è inevitabile.

Dove?

Quanti posti sono realmente disponibili?

Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?

Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?

Quanti operatori dovranno essere assunti?

Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.

C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO

Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.

Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.

Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.

È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.

Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.

Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.

Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.

Anzi.

Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.

Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.

LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?

Anche qui servono risposte.

Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.

Servono nuovi posti.

Servono psichiatri.

Servono psicologi.

Servono educatori.

Servono infermieri.

Servono convenzioni.

Servono controlli.

Servono strumenti.

Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.

LE COMUNITÀ DIMENTICATE

Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.

Queste realtà meritano rispetto.

Meritano ascolto.

Meritano di essere coinvolte.

Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.

Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.

Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.

Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.

IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?

Su questo desidero esprimere una riflessione personale.

A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.

Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.

Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.

Lo dice la nostra Costituzione.

Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.

Con più rabbia.

Più emarginate.

Talvolta con legami criminali ancora più forti.

Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.

Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.

LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?

Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.

Una posizione assolutamente legittima.

Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.

Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.

Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.

È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.

CONCLUSIONI

Non sono contrario alle comunità terapeutiche.

Al contrario.

Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.

Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.

Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.

Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.

Occorre distinguere tra comunità e comunità.

Tra dipendenza e doppia diagnosi.

Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.

Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.

Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.

Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.

Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.

Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.

E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.

Beppe Mambretti
Cristiano Riformista

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza