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Attualità

Comunità terapeutiche o semplice svuota-carceri?

La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

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Beppe Mambretti

Redazione-  La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.

Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.

Il problema, però, è un altro.

Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.

QUALI COMUNITÀ?

La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.

Di quali comunità stiamo parlando?

Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.

Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.

Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.

Non tutte possono accogliere detenuti.

Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.

Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.

Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.

IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO

Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.

Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.

Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.

Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.

Psicosi.

Depressione.

Disturbi della personalità.

Aggressività.

Alterazioni cognitive.

Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.

Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.

E non è una colpa.

È semplicemente un dato di fatto.

Per questo non basta parlare genericamente di comunità.

Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.

DOVE LI METTIAMO?

Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.

La domanda è inevitabile.

Dove?

Quanti posti sono realmente disponibili?

Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?

Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?

Quanti operatori dovranno essere assunti?

Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.

C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO

Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.

Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.

Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.

È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.

Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.

Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.

Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.

Anzi.

Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.

Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.

LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?

Anche qui servono risposte.

Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.

Servono nuovi posti.

Servono psichiatri.

Servono psicologi.

Servono educatori.

Servono infermieri.

Servono convenzioni.

Servono controlli.

Servono strumenti.

Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.

LE COMUNITÀ DIMENTICATE

Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.

Queste realtà meritano rispetto.

Meritano ascolto.

Meritano di essere coinvolte.

Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.

Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.

Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.

Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.

IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?

Su questo desidero esprimere una riflessione personale.

A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.

Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.

Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.

Lo dice la nostra Costituzione.

Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.

Con più rabbia.

Più emarginate.

Talvolta con legami criminali ancora più forti.

Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.

Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.

LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?

Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.

Una posizione assolutamente legittima.

Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.

Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.

Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.

È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.

CONCLUSIONI

Non sono contrario alle comunità terapeutiche.

Al contrario.

Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.

Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.

Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.

Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.

Occorre distinguere tra comunità e comunità.

Tra dipendenza e doppia diagnosi.

Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.

Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.

Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.

Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.

Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.

Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.

E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.

Beppe Mambretti
Cristiano Riformista

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Esteri

L’ombra di Trump sui media americani: l’autocensura di Kimmel nel caso di Talarico

“Siamo stati presi di mira dalla FCC per il reato di aver intervistato candidati politici… nonostante il fatto che per anni noi e tanti altri talk show abbiamo accolto numerosi candidati, compreso il candidato Donald Trump”. Così Jimmy Kimmel ha spiegato la ragione per cui l’intervista realizzata con James Talarico, candidato democratico a un seggio al Senato per il Texas, è stata trasmessa su YouTube invece che nel suo programma serale sulla ABC. Kimmel ha continuato spiegando che la decisione di bypassare il suo programma regolare è dovuta alla preoccupazione della ABC per possibili ritorsioni, specialmente nei confronti delle stazioni affiliate in Texas.

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Jimmy Kimmel

Redazione- Siamo stati presi di mira dalla FCC per il reato di aver intervistato candidati politici… nonostante il fatto che per anni noi e tanti altri talk show abbiamo accolto numerosi candidati, compreso il candidato Donald Trump”. Così Jimmy Kimmel ha spiegato la ragione per cui l’intervista realizzata con James Talarico, candidato democratico a un seggio al Senato per il Texas, è stata trasmessa su YouTube invece che nel suo programma serale sulla ABC. Kimmel ha continuato spiegando che la decisione di bypassare il suo programma regolare è dovuta alla preoccupazione della ABC per possibili ritorsioni, specialmente nei confronti delle stazioni affiliate in Texas.

Le regole della FCC (Federal Communications Commission), l’agenzia federale che stabilisce la politica delle comunicazioni via radio, televisione, ecc., richiedono che, se un candidato politico viene intervistato, il suo avversario abbia il diritto di ricevere lo stesso trattamento. I programmi trasmessi la mattina e in seconda serata avevano sempre goduto di un’esenzione che permetteva loro di bypassare la regola. Le nuove regole emesse dalla FCC sotto la guida di Brendan Carr, il presidente nominato da Trump, sostengono che le interviste ai candidati politici non rientrino più in quell’esenzione. Per paura di ritorsioni, dunque, Kimmel ha deciso di condurre l’intervista ma di renderla pubblica sul canale YouTube, in effetti autocensurandosi per evitare grattacapi legali. In uno strano senso Talarico ci ha guadagnato, poiché l’intervista su YouTube è stata visionata da più di 8,3 milioni di utenti, mentre se fosse stata trasmessa dal programma “Jimmy Kimmel Live” della ABC avrebbe raggiunto al massimo di 3 milioni di telespettatori.

Non era la prima volta che Talarico veniva preso di mira dalla FCC. Nel mese di febbraio del corrente anno anche la sua intervista al “The Late Show With Stephen Colbert” creò una situazione analoga. I legali della CBS avvertirono il conduttore che l’intervista con Talarico non era possibile, costringendo Colbert a seguire la strada della trasmissione su YouTube. In questo caso Talarico ci guadagnò ancora di più, perché si registrarono 85 milioni di visualizzazioni rispetto alle probabili 2,5 milioni se fosse stata trasmessa sulla CBS.

Sembra proprio che l’amministrazione Trump e la FCC stiano prendendo di mira il candidato democratico che se la vedrà con Ken Paxton per uno dei seggi del Texas al Senato questo novembre. Infatti, nonostante i pochissimi successi dei democratici al Senato nel Lone Star State, sembra che Talarico abbia ottime possibilità di sconfiggere Paxton. Difatti, anche il presidente Trump, che gli ha fatto vincere le primarie repubblicane con il suo endorsement, ha avuto parole poco entusiaste su Paxton. In un recente discorso all’anomala Convention repubblicana tenutasi in Texas in vista delle elezioni di medio termine, l’inquilino della Casa Bianca ha cercato di incoraggiare i texani a votarlo. Trump ha detto che Paxton “non si veste bene, forse non parla esattamente bene, e non è l’uomo più attraente”, ma nonostante tutto merita di essere eletto. I sondaggi, però, piazzano Talarico con un vantaggio di 3 punti su Paxton.

Ma al di là della questione di Talarico, le azioni della CBS e della ABC ci fanno capire che le pressioni di Trump costringono le reti televisive ad autocensurarsi per non incorrere in problemi legali. Il presidente degli Stati Uniti è molto aggressivo con le sue frequenti denunce, che in passato avviava da solo, ma adesso usa le leve del governo americano per le sue battaglie legali. A volte coloro che vengono attaccati scelgono la via dei patteggiamenti, come ha fatto ABC News nel caso del conduttore George Stephanopoulos, nel quale a Trump sono stati risarciti 15 milioni di dollari. In altri casi, come quelli del New York Times, del Wall Street Journal e della BBC, Trump è stato sconfitto, anche se continua frequentemente con appelli interminabili. Questa litigiosità di Trump, che da presidente non gli costa nulla poiché il Ministro della Giustizia Todd Blanche è il suo ex avvocato personale e si comporta in modo accondiscendente, diventa pesante per coloro che vengono presi di mira. I costi possono comportare ingenti risorse finanziarie che pochi media possono permettersi. In alcuni casi si tratta di risorse molto limitate, ma in altri, riguardanti i media corporativi, i contratti con il governo di alcune filiali possono subire controlli e in alcuni casi essere del tutto cancellati. In effetti, non è raro, come nel caso di Stephanopoulos, cedere per evitare i rischi di grossissime perdite in altre aree. La decisione di Kimmel di postare la sua intervista con Talarico rientra in questa dinamica. Si tratta di una forma di autocensura che continua ad indebolire i media ed erodere la libertà di stampa, alimentando un clima di paura che ci allontana dai principi democratici.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Attualità

S.S. Lazio, Rocca ignora il proverbio latino secondo cui “errare è umano, ma perseverare è diabolico”

E’ stravagante l’insistenza con cui il governatore della Regione attacca Lotito senatore di Forza Italia oltre che presidente della Lazio

I tifosi laziali dovrebbero guardarsi da chi ha provato a strumentalizzare il loro amore sincero per la squadra in nome dell’amore per i metri cubi

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Francesco Rocca

E’ stravagante l’insistenza con cui il governatore della Regione attacca Lotito senatore di Forza Italia oltre che presidente della Lazio

I tifosi laziali dovrebbero guardarsi da chi ha provato a strumentalizzare il loro amore sincero per la squadra in nome dell’amore per i metri cubi

Roma-  C’è’ qualcosa di diabolico nell’ ostinazione con cui il governatore Francesco Rocca continua a rilasciare interviste piene di critiche a Lotito che – oltre ad essere il Presidente della Lazio – e’ anche un senatore che sostiene la stessa maggioranza di governo nazionale, il governo Meloni, che sostiene la giunta Rocca alla Regione Lazio. Lotito può risultare non simpatico; può essere fastidiosamente attento agli sprechi, e questo non lo rende certo empatico, può essere caparbio al punto tale da sembrare testone come un mulo. Fin autistico.
Ma una cosa e’ certa: Lotito ha i numeri. In tutta la sua vita non è mai stato un uomo banale, o mediocre, o a libro paga di qualcuno. E’ sempre stato un uomo libero, lontano anni luce dagli ambienti della criminalità organizzata. Non è mai stato mediocre. Ha sempre accettato sfide anche piu’ alte della sua portata, continuando con coerenza un percorso irto di ostacoli, ma caratterizzati da una continua crescita.
Lotito non è una persona comune, ha dei guizzi geniali e una visione di lungo raggio. Chi accusa Lotito di urlare al complotto o è in malafede o e’ completamente cieco. Perché un’altra cosa e’ certa: che se Lotito percepisce la presenza di trame carsiche, non è perché vede complotti inesistenti ovunque, e’ perché quei movimenti ci sono per davvero. E forse anche di più di quelli che riesce a vedere e percepire, considerato che continua a parlare con tutti, anche con persone a lui vicine da anni che sono amici dei suoi nemici. Non soffre di visioni. Non ha le traveggole. Ma e’ bravo nel cogliere per tempo i segnali. Prima di altri. E forse anche per questa sua lungimiranza e’ piaciuto subito al Cavaliere, molto più del fatto di essere il Presidente della Lazio.
In questa vicenda delle contestazioni dei tifosi a Lotito, il governatore Rocca si è gia’ esposto molto, troppo; sicuramente più del dovuto, dato il suo ruolo istituzionale che imporrebbe equilibrio e non lo scagliarsi pubblicamente a più riprese contro Lotito parlando di “le sue baracconate”, e sentenziando che “la fase di Lotito alla Lazio e’ finita” anche perché la S.S. Lazio e’ una società privata quotata in borsa e qualsiasi dichiarazione pubblica soprattuto se viene da una figura istituzionale ne può minare il titolo. E se non ci sono state flessioni in borsa forse e’ per la credibilità che questa squadra ha acquisito sul mercato negli anni, non perché non vi siano stati tentativi di minarla o di sfilarla a Lotito.
Vantarsi sul Corriere della Sera di non parlare da mesi con Lotito non credo che sia un atteggiamento istituzionalmente corretto. E poi non si capisce perché Lotito dovrebbe far perdere voti a Forza Italia mentre Rocca che si schiera apertamente pro Lazio no.
I tifosi hanno tutto il diritto di criticare e insultare Lotito. Lo hanno fatto più volte negli anni anche quando la Lazio vinceva perché il tifo e’ passione, irrazionalità, urla, gioia, vita. E il tifoso giustamente vuole partecipare al mercato, vuole una squadra forte piena dei giocatori migliori su piazza. Ma il tifo calcistico non va confuso col potere o con le lobby perché altrimenti diventa altro. Ecco io credo che molti tifosi della Lazio dovrebbero aprire gli occhi e cercare di capire se qualcuno ha cercato di strumentalizzare il loro tifo che è vero amore
verso la squadra, in nome dell’amore per il mattone.

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Attualità

Addio al Bollo Auto per il 2027: il Governo cancella la tassa più odiata dagli italiani. Ecco i modelli esenti

Svolta epocale per le tasche di milioni di italiani: il Governo ha appena approvato l’abolizione definitiva del Bollo Auto a partire dal 2027! A dire “Addio” alla tassa più odiata d’Italia saranno oltre 14 milioni di automobilisti. Il decreto prevede l’esenzione totale per tutte le automobili (benzina, diesel e ibride) di piccola e media cilindrata che non superano la soglia degli 80 kW di potenza (circa 109 cavalli). Ma attenzione: il “Bollo Gratis” varrà per una sola auto a famiglia! A fare festa saranno i proprietari delle diffusissime utilitarie come la Fiat Panda, Fiat 500, Lancia Ypsilon, Dacia Sandero, Renault Clio, Peugeot 208, VW Polo e moltissime altre. Ma come fare a capire se la propria auto è esente? Basta guardare un codice segreto sul Libretto di Circolazione. Scopri la lista completa delle auto che non pagheranno più e tutti i dettagli nell’articolo 👇

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Bollo Auto

Roma – Per decenni è stata definita all’unanimità come la tassa più ingiusta, fastidiosa e odiata da tutti gli italiani: un balzello gravoso sul semplice possesso di un mezzo di trasporto, che andava a colpire indiscriminatamente sia il manager con il macchinone di lusso sia l’operaio che usava la vecchia utilitaria per recarsi in fabbrica. Ma finalmente, dopo infinite promesse e dibattiti politici durati anni, arriva la svolta epocale che farà respirare i portafogli di milioni di cittadini: il Consiglio dei Ministri ha ufficialmente approvato, nero su bianco, l’abolizione del pagamento del bollo auto per l’anno 2027.
La rivoluzionaria misura economica (contenuta nell’articolo 2 della bozza dello schema di decreto-legge e destinata a diventare strutturale con la prossima Legge di Bilancio) è una vera e propria manna dal cielo per le famiglie schiacciate dall’inflazione e dal caro carburante. Secondo le primissime stime rilasciate da Palazzo Chigi, l’esenzione andrà a coprire in modo massiccio oltre il 70% del parco auto attualmente in circolazione in Italia: parliamo di un oceano di circa 14,5 milioni di veicoli di piccola e media cilindrata che finalmente non dovranno più sborsare un solo centesimo.

Il limite degli 80 kW: come capire se la tua auto è salva

L’esenzione totale dal pagamento non sarà “libera per tutti”, ma seguirà paletti tecnici precisissimi, pensati per favorire esclusivamente i cittadini comuni e le auto di uso quotidiano, escludendo i modelli di lusso. Il criterio fondamentale, che rappresenta il cuore del decreto, fissa la soglia massima di potenza a 80 kW (che equivalgono all’incirca a 109 cavalli).
Il beneficio si applicherà a tutte le autovetture alimentate a benzina o a gasolio (incluse le modernissime versioni “ibride” che affiancano il motore termico a uno elettrico), purché la potenza scritta sul libretto non superi questa soglia. Dalla misura restano invece automaticamente escluse le auto 100% elettriche, per il semplice fatto che godono già, per legge, di un’esenzione totale dal bollo automobilistico. Attenzione, però, al dettaglio più importante per le famiglie: il beneficio del “bollo gratis” riguarda un solo veicolo per ogni contribuente. Se un genitore possiede nel garage due o tre utilitarie sotto gli 80 kW, lo Stato applicherà l’esenzione in automatico solo sull’auto che avrebbe pagato il bollo di importo più basso, mentre per le altre si continuerà a versare la tassa regolare. Lo sconto varrà anche per motocicli e ciclomotori (sempre entro gli 80 kW), ma solo nel caso in cui il proprietario non possieda già un’automobile esente.

Dalla Panda alla Dacia Duster: la lista delle auto felici

Per capire se la vostra fedele quattroruote rientra nel paradiso dell’esenzione, non basta fidarsi del nome commerciale del modello: dovrete aprire il vostro Libretto di Circolazione e controllare la cifra indicata nel “campo P2”. Moltissime vetture diffuse, infatti, hanno allestimenti “base” che rientrano negli 80 kW e versioni sportive che li superano. Continueranno a pagare salato i grandi SUV (come Kia Sportage, VW T-Roc e Jeep Compass nelle versioni più potenti) e le auto sportive da oltre 110-150 cavalli.
A stappare lo champagne, invece, saranno i milioni di proprietari delle classicissime city car e utilitarie entry-level. La lista dei modelli che diranno addio alla tassa è lunghissima e rassicurante: non pagheranno più la mitica Fiat Panda (che nella sua motorizzazione mild hybrid arriva a circa 48 kW), la Fiat 500 (1.0 Hybrid o 1.2 a benzina), la Lancia Ypsilon 1.0 Hybrid, e poi ancora Toyota Aygo X, Suzuki Swift, Hyundai i10 e Kia Picanto. L’esenzione riguarderà anche popolarissime straniere di fascia media come Skoda Fabia, Volkswagen Polo, SEAT Ibiza (tutte nelle versioni da 59-70 kW), Renault Clio, Opel Corsa, Peugeot 208, Citroën C3 e, con estrema attenzione per le motorizzazioni ibride a libretto, anche alcune specifiche versioni della fortunatissima Dacia Sandero e della Dacia Duster.

Un taglio da 7 miliardi: la vittoria dei consumatori

Questa abolizione rappresenta un colpo micidiale contro il peso fiscale italiano. Come confermato dai vertici di Federcarrozzieri, nell’ultimo anno il bollo auto aveva letteralmente drenato dalle tasche degli automobilisti ben 7,1 miliardi di euro, pesando per una media di 267 euro su ogni singola famiglia residente.
Se a questo aggiungiamo i costi dell’imposta di iscrizione al PRA e le salatissime assicurazioni RC auto, le famiglie italiane venivano spremute per un totale di 11,3 miliardi all’anno. Per compensare questo buco gigantesco, il Governo ha previsto un trasferimento di oltre 2,29 miliardi di euro da destinare direttamente alle Regioni. “Da decenni si parlava di abolire questa tassa iniqua, ma finora nessuno l’aveva mai fatto realmente”, ha esultato il presidente di Federcarrozzieri Davide Galli. Oggi, finalmente, i cittadini possono brindare a una vera vittoria.

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